BREVI CARATTERISTICHE DI UNA BREVE SENTENZA

La sentenza in forma semplificata (o anche c.d. “sentenza breve”) è stata un’introduzione che il Legislatore ha operato dopo un primo riconoscimento meramente giurisprudenziale. Solo dopo che i giudici, più che altro dei vari Tribunali Amministrativi Regionali, dei primi anni 2000 avevano lamentato la mole di lavoro arretrato e avevano elaborato un nuovo procedimento più snello per la definizione delle cause pendenti più risalenti nel tempo, il Legislatore intervenne con la L. 21 luglio 2000, n. 205. Quest’ultima andò a modificare l’art. 26, L. 6 dicembre 1971, n. 1034, ovvero la norma relativa all’inammissibilità, irricevibilità, infondatezza e questioni di incompetenza del Giudice Amministrativo.

Il riconoscimento legislativo è servito per definire una prassi che nel tempo stava diventando sempre più tipica nelle Aule di giudizio. La sentenza in forma semplificata, tuttavia, non è arrivata senza portarsi con sé qualche dubbio disvelato completamente da un’attenta dottrina.

Le caratteristiche di questa particolare forma di sentenza (tutte nelle mani del Giudice) sono principalmente quattro:

  • la possibilità di omettere i motivi del ricorso e le eccezioni di parte;
  • la facoltà di far sinteticamente riferimento ai precedenti conformi;
  • il riferimento diretto al punto di diritto o di fatto ritenuto risolutivo per la controversia;
  • nel rito elettorale, la capacità di motivare mediante un mero richiamo “alle argomentazioni contenute negli scritti delle parti che il giudice ha inteso accogliere e fare proprie” (art. 129, c. 6, CPA).

Tutti e quattro i punti hanno sollevato alcuni dubbi.

Per quanto riguarda la prima caratteristica si è osservato che omettere i motivi del ricorso non permetterebbe altrettanto il risparmio concesso dal non inserire le domande delle parti (che l’art. 88, CPA, comunque, prevede in maniera distinta dalle motivazioni); inoltre che si possano omettere alcuni motivi del ricorso alle volte risulta addirittura ovvio, quando la causa può essere decisa in rito per ragioni chiare e condivise dalle parti; si era anche asserito che la possibilità di potere omettere motivazioni e eccezioni di parte facesse risparmiare del tempo, ma come ha fatto, giustamente, notare Rosanna De Nictolis, Presidente di Sezione Consultiva C.G.A. Sicilia, nel suo scritto “Le sentenze del giudice amministrativo in forma semplificata. Tra mito e realtà”, al giorno d’oggi, con le tecnologie di cui dispone il giudice, è relativamente semplice riportare in sentenza le domande di parte e i motivi del ricorso – sarebbe sufficiente una mera azione di copia e incollasu Word-; infine, qualcuno ha anche paventato la possibilità che da una sentenza in forma semplificata emergerebbe uno scollamento tra il chiesto e il pronunciato, dal momento che in sentenza ci sarebbe solamente il secondo e non anche il primo.

La seconda caratteristica in parte riprende un concetto già ammesso dalla lettera della legge: l’art. 88, CPA prevedeva già che il giudice potesse fare un richiamo ai “precedenti cui intende conformarsi”. Tuttavia, ad oggi, la sentenza in forma semplificata statuisce che il giudice possa far riferimento ad un solo precedente conforme e, addirittura, farne uso come alternativa della motivazione in fatto ed in diritto. Qua il rischio è che una non corretta ricostruzione del fatto possa portare a soluzioni di diritto anche di molto errate. Il brocardo latino Da mihi factum, dabo tibi ius rende bene l’idea di come se si mutasse il fatto anche di poco, senz’altro anche il diritto ne risentirebbe in maniera pesante.

Il terzo punto, poi, il quale rimanda al sintetico rinvio all’elemento di fatto o di diritto ritenuto risolutivo sembrerebbe quasi ammettere il principio di “assorbimento” (tuttavia, espressamente vietato dal principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato di cui all’art. 112, CPC). La sentenza non può, infatti, venire meno al suo dovere di completezza, pena l’ingiustizia della decisione (ne deriverebbe una violazione dell’art. 24, Cost.). Certo è che anche il principio dell’assorbimento non è del tutto inapplicabile, dal momento che entro certi limiti può operare per ragioni di economia processuale (Cons. Stato, Ad. Pl. 27/04/2015). Si badi che, comunque, quella dell’assorbimento è una prassi pericolosa e anche la Corte di giustizia dell’Unione Europea, sez. X, 4/07/2013, C-100/12, Fastwebha sconfessato la possibilità di poter dichiarare l’assorbimento del ricorso principale, in caso di accoglimento di quello incidentale.

Infine, l’ultimo punto rimanda, ma solo per il giudizio elettorale di cui all’art. 129, CPA, alla possibilità di motivare per relationem, ovvero semplicemente con un richiamo alle argomentazioni contenute negli scritti che il giudice ha inteso fare proprie. Per quest’ultimo punto basti dire che, anche se il lavoro di scrittura sarà sicuramente più breve, non anche il lavoro di studio del materiale pervenuto al giudice potrebbe esserlo: il dovere di completezza della motivazione di una sentenza, infatti, è sempre in agguato.

Non mi pare il caso di dilungare oltremodo la discussione, ma è importante sottolineare come, forse, la rapidità di un processo non è da ricercare nell’imposizione legislativa di atti e sentenze “camuffati” come brevi, ostentando una sinteticità che molte volte rimane più come principio etereo e intoccabile, più che elemento tangibile e, soprattutto, visibile all’interno degli atti di causa. Meglio sarebbe insistere su sentenze che abbiano meno le caratteristiche dell’”opera d’arte”, ma che siano più funzionali ai tecnici del settore, e allo stesso tempo che siano complete di elementi di fatto e di diritto, ovvero di quelle appendici che permettono ad una sentenza di diventare, per un’altra pronuncia di un altro giudice, un precedente citabile e comprensibile anche da chi non sia stato parte in quello specifico giudizio.

Dott. Alberto Lanzetti

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Quasi (DEF)initivo

Il governo ha ufficializzato il Documento di Economia e Finanza (DEF) con cui si ripromette l’abrogazione della legge Fornero, l’introduzione della cd. flat tax e, sopratutto, il reddito di cittadinanza. Nonostante le critiche da parte dell’Unione Europea il governo italiano non ha fatto passi indietro ma è andato fino in fondo. Il governo giallo-verde sta cercando di mantenere le promesse della campagna elettorale con non poche difficoltà.

Tra le misure scritte nel testo del DEF restano notevoli dubbi: riguardo il reddito di cittadinanza, ad esempio, rimangono ancora da definire quali saranno i requisiti per usufruirne (l’importo dovrebbe essere di 780€ al mese per 3 anni: nel caso in cui l’utente dovesse rifiutare 3 proposte di lavoro, esso non avrebbe più diritto al reddito). Questa proposta è stata una battaglia del Movimento 5 Stelle: se andrà in porto, il reddito di cittadinanza sostituirà l’attuale reddito d’inclusione. Riguardo poi l’abrogazione della legge Fornero si prevede l’introduzione della cd. quota 100. Un’ulteriore novità è il collegamento tra reddito di cittadinanza e sistema pensionistico: con esso infatti si prevede l’innalzamento delle pensioni minime da 450€ a 780€. In questi giorni il DEF dovrà essere approvato dal parlamento.

 

Valerio Del Signore

Esclusione di un fratello dal testamento

I fratelli rientrano tra le categorie di soggetti che possono essere esclusi dalla successione mediante una dichiarazione di esclusione contenuta all’interno di un testamento. Si tratta di una dichiarazione unilaterale posta in essere dal testatore, con la quale si intende privare il fratello di lasciti ereditari. Una parte della dottrina ha sollevato parecchi dubbi circa la possibilità di porre in essere un tipo di disposizione simile, in base al principio secondo il quale analizzando il contenuto dell’art. 587 c.c. relativo al testamento, pur ammettendo la possibilità che possa contenere disposizioni di carattere non patrimoniale, non sembrerebbe ammettere delle disposizioni di tipo negativo come appunto l’esclusione di un fratello. Quindi le uniche disposizioni possibili, oltre a quelle non patrimoniali, sarebbero le istituzioni di erede e legatario.

Altra parte della dottrina, ha previsto una visione meno restrittiva e pessimistica relativamente a tale punto: tale filone giurisprudenziale, infatti, pur mantenendo salvo il principio sancito dall’articolo del codice analizzato in precedenza, ammette la possibilità che un testamento possa contenere una disposizione negativa come l’esclusione di un fratello, purché siano presenti nella medesima scheda testamentaria anche disposizioni a contenuto prettamente patrimoniale. Dunque non si ammetterebbe un testamento fatto solo di esclusioni, ma sarebbe possibile un testamento con esclusioni, alternate ad altre disposizioni a contenuto patrimoniale.

L’orientamento più moderno e sicuramente prevalente, invece, partendo dal principio di totale libertà del testatore, non esclude a priori in nessun caso una disposizione come l’esclusione: il fondamento di tale filone giurisprudenziale, parte dal principio secondo il quale il termine “disporre” contenuto nell’art. 587 c.c. debba essere inteso non solo con il significato di gestire il proprio patrimonio, ma anche con il senso più ampio di “regolare” tutti gli aspetti di tipo patrimoniale, che ruotano intorno al de cuius, nel loro complesso. Dunque, pur sottolineando l’esigenza che il testamento abbia contenuto patrimoniale, non si ritiene necessario che le singole disposizioni al suo interno debbano necessariamente avere carattere attributivo. La Suprema Corte, sul punto in esame, ha sottolineato il fatto che una disposizione come l’esclusione di un fratello non può essere considerata attributiva in senso tecnico, ma comunque produce indirettamente degli effetti di natura patrimoniale: basti pensare alle conseguenze di una simile disposizione, vale a dire le eventuali ipotesi di rappresentazione dei discendenti o di accrescimento delle quote degli altri soggetti chiamati. A proposito del fenomeno della rappresentazione, salvo diversa disposizione da parte del testatore, non può ritenersi che l’atto con il quale si escluda un soggetto dal testamento, possa estendersi anche ai suoi discendenti, in quanto si tratterebbe di un atto di natura personale.

 

Dott. Marcello Cecchino

Il piccolo imprenditore

L’art 2083 c.c. mette in evidenza la figura di piccolo imprenditore, una speciale figura che andrebbe sottratta al rigore negativo della disciplina relativa alla fattispecie di imprenditore generale. La definizione proposta dal codice non è unitaria, ma appare frammentata in quattro distinte categorie, secondo un elenco tassativo che presenta degli elementi di interesse: le prime tre categorie, infatti, sono imprenditori istituzionali (coltivatori diretti, piccoli commercianti e artigiani) la quarta, invece, comprende un tipo di attività imprenditoriale non ben definita, infatti vi rientra qualunque imprenditore che eserciti la propria attività prevalentemente con il lavoro proprio e con quello dei membri della sua famiglia.

L’analisi corretta dal punto di vista letterale, da dare a tale disposizione è quella secondo la quale, per imprenditore piccolo si intenda un soggetto appartenente ad una delle quattro categorie sopra citate, che devono essere considerate assolutamente indipendenti l’una dall’altra, in quanto essendo un elenco tassativo, non si richiede che il soggetto debba essere in possesso di più di una peculiarità facente parte le singole categorie esposte.

Secondo un’altra lettura, invece, il piccolo imprenditore deve necessariamente essere contraddistinto dal fatto che eserciti una attività con il proprio lavoro e con quello dei membri della propria famiglia. Assistiamo quindi al venir meno del significato proprio dell’elenco tassativo, che si ricava analizzando letteralmente la norma del Codice, in favore di una interpretazione che ritiene l’ultimo punto di tale elenco (quello relativo al lavoro proprio e familiare) come elemento essenziale affinchè si possa qualificare un imprenditore come piccolo, e gli altri tre punti, come possibile attività esercitabile tenendo presente le peculiarità del punto quattro.

Questo tipo di lettura, assolutamente fuorviante e priva di un reale fondamento dal punto di vista giurisprudenziale, si giustifica tenendo in considerazione il principio secondo il quale, le tre categorie nominate, sono prive di una reale definizione all’interno dell’ordinamento. Per quanto riguarda il coltivatore diretto del fondo, la definizione adeguata è desumibile da un’altra norma del codice (art. 1647), per il piccolo commerciante vi è un assoluto silenzio delle norme, per quanto riguarda l’artigiano vi è solo una normativa speciale di riferimento che non pochi problemi ha creato all’interprete di diritto: infatti, in questo caso, partendo dal principio secondo il quale gli imprenditori possono essere distinti in due categorie, commerciale e agricolo, appare molto complicato stabilire con certezza a quale categoria possa appartenere un artigiano. Partendo dal presupposto che non possiede le peculiarità per poter essere considerato un imprenditore agricolo, per ovvi motivi; non potrebbe neppure essere considerato commerciale, poiché la sua attività sarebbe priva del requisito necessario per poter appartenere a tale categoria, vale a dire l’industrialità.

Partendo da tali problematiche interpretative e da tali lacune normative, l’opinione più diffusa relativamente a quella del piccolo imprenditore è quella di andare oltre l’elencazione tassativa, in favore di una visione unitaria della figura, con la prevalenza del lavoro personale e dei familiari, considerata come elemento essenziale.

Dott. Marcello Cecchino

Il diritto dei beni culturali al tempo dei mondiali di calcio.

Siamo a Roma ed è un giorno di ordinaria follia. L’Italia è fuori dai mondiali, ma Roma accoglie i festeggiamenti dei neocampioni del mondo. Tra l’accolgiere ed il subire, però, la linea è sottile.

Arriva il fischio finale  e si scatena la festa dei tifosi francesi. Arrivano in massa a Campo de fiori e si immergono nella fontana della piazza, la scalano fino ad arrivare in vetta e scatenano il delirio, provocando danni al monumento. “Sembra il sacco di Roma”, così ha commentato Sgarbi, critico d’arte.
La festa dei tifosi francesi, però, ricorda scene già viste ai danni della Barcaccia di piazza di Spagna che nel 2015 ha subito l’assalto dei tifosi del Feyenoord.
Roma subisce l’ennesimo attacco alla sua grande bellezza.
Negli ultimi mesi, come se non bastasse, le fontane di Roma sono state prese d’assalto per gli osceni bagni estivi di egocentrici personaggi televisivi, i quali sono stati sanzionati con una mera multa.
Le amministrazioni nel tempo, dal canto loro, non sono intervenute in modo significativo.
Esiste, infatti, una sfera del diritto che tutela il patrimonio artistico e culturale ( tutela che si estende anche al diritto penale) che ad oggi non sembra esser pienamente rispettato e che, tuttavia, visti i recenti episodi, necessita di essere revisionato, prevedendo sanzioni più severe per chiunque deturpi un bene di valore artistico e culturale.
Ilaria di Blasio

Globalizzazione e Made in Italy: il distretto biellese

Nell’età dell’oro della lana, la provincia piemontese metteva in mostra la sua opulenza, oggi che i redditi pro capite rimangono tra i più alti d’Italia solo per i patrimoni familiari accumulati fino agli anni novanta, gli ampi spazi vuoti e le abitazioni in vendita per poche decine di migliaia di euro restituiscono un’immagine da fin d’époque che è arrivata in sordina, senza boati e senza l’acclamazione della stampa come invece è stato per altre zone.

Fu proprio in questo territorio che per la prima volta si ebbe una regolamentazione delle produzioni laniere con degli Statuti fin dal 1245. Produzioni che si mantennero stabili e anzi crebbero, costringendo nel 1582 l’allora Duca di Savoia Carlo Emanuele a censire, per fini fiscali, tutti gli artefici, i mercanti e i loro dipendenti, in un documento di particolare interesse: il Consegnamento di Mosso. Dall’analisi delle dichiarazioni dei capifamiglia risulta evidente come l’intera comunità di Mosso fosse impegnata nelle lavorazioni laniere. Il comune aveva all’epoca una popolazione di circa 3500 abitanti. La trasformazione avvenne all’inizio dell’Ottocento, favorita dall’introduzione delle prime macchine tessili e in particolare dei filatoi automatici, detti mule, a opera di Pietro Sella (1784-1827), presto imitato dalla maggior parte dei principali imprenditori lanieri che in un primo tempo avevano inutilmente tentato di opporsi a tale innovazione. L’industria laniera nel Biellese si sviluppa, lungo tutto il Novecento, grazie anche al continuo miglioramento qualitativo, superando alternanti periodi di difficoltà e raddoppiando, nell’arco di mezzo secolo, la propria capacità produttiva. I telai passano infatti dai 3000 censiti nel 1900 ai 6700 del 1952, corrispondenti al 72,4% di quelli attivi in Piemonte ed al 30,4% di quelli esistenti in Italia.1

L’importanza di questa zona industriale per il nostro Paese e per l’Europa non si può ridurre ad un discorso meramente economico e di numeri. Di fondamentale rilevanza storica fu infatti il “Patto della Montagna”, siglato a Biella, nel 1944, da imprenditori, sindacati e partigiani. Il Patto si prefissava di mantenere attive le fabbriche tessili e migliorare le condizioni di lavoro, affermando parità retributiva a parità di lavoro anche durante il difficile momento dell’occupazione. Una conquista che diverrà nazionale ed europea solo negli anni Sessanta. Allora si cercava di uscire da una guerra devastante che aveva lasciato un continente, l’Europa, e il nostro Paese, in ginocchio. Quel patto, quasi un anno prima della fine del conflitto – quindi siglato ancora sotto l’occupazione nazifascista – diventava una sfida, assumeva un valore simbolico e poneva le basi per la ricostruzione.2
Negli anni 60 la città era divenuta la capitale mondiale della lana grazie a un know how antico: i primi statuti per regolare l’attività tessile risalgono alla metà del duecento e le prime tracce della lavorazione della lana addirittura all’età preromana. Oggi che quella stagione è agli sgoccioli, Biella vive una crisi d’identità, come se non riuscisse a farsi una ragione del tramonto della “città-fabbrica” e di quella monocultura industriale che l’ha contraddistinta in Italia, permettendole con 1.870 aziende e 50mila operai negli anni del boom economico, di dare un’opportunità a numerose famiglie, gran parte dei quali arrivati dal Veneto e dal sud Italia.3 L’idea pionieristica della città fabbrica è da attribuire ad una delle mente più brillanti dell’Italia del primo 900, l’ing. Adriano Olivetti, nativo di Ivrea che al di là dei risultati conseguiti come imprenditore riuscì a lasciare un’impronta significativa nel modo di fare fabbrica. La dicotomia che vedeva solamente l’idea capitalistica di fabbrica gli andava stretta, Adriano Olivetti riuscì a creare nel secondo dopoguerra italiano un’esperienza di fabbrica nuova ed unica al mondo in cui l’organizzazione del lavoro comprendeva un’idea di felicità collettiva che generava efficienza. Gli operai vivevano in condizioni migliori rispetto alle altre grandi fabbriche italiane: ricevevano salari più alti, vi erano asili e abitazioni vicino alla fabbrica che rispettavano la bellezza dell’ambiente, i dipendenti godevano di convenzioni. Anche all’interno della fabbrica l’ambiente era diverso: durante le pause i dipendenti potevano servirsi delle biblioteche, in quanto l’ingegnere credeva nelle capacità dei propri dipendenti e credeva anche che consentendo loro di migliorarsi, loro in primis ma anche la fabbrica ne avrebbe beneficiato; seguire dibattiti con ospiti direttamente invitati a tenere conferenze e interventi in azienda, e non c’era una divisione netta tra ingegneri e operai, in modo che conoscenze e competenze fossero alla portata di tutti.4

Oggigiorno, ci si pone davanti una situazione non rosea del Biellese, i numeri appaiono impietosii e le percentuali di disoccupazione e di chiusura delle fabbriche non consolano. Ci troviamo di fronte ad una crisi che sta minando profondamente il contesto socioeconomico e mettendo a rischio il futuro del territorio. Gli occupati dell’industria tessile oggi sono 11.300, con una flessione di oltre il 40% rispetto alla situazione ante crisi. La disoccupazione è al 9,5%, prima era fisiologica: tra il 3 e il 4%. Le imprese attive a fine 2007 nel tessile-abbigliamento erano 968; mentre oggi sono 761. Ma la situazione non si può certo imputare alla sola crisi economica ma anche alle scelte fatte da alcuni industriali in periodi in cui di recessione non si sentiva nemmeno parlare. Il declino, lento, è cominciato quindi ben prima della crisi globale. Nel 2000, quando accorpamenti e delocalizzazioni avevano già ridotto a un terzo il numero delle imprese, i lavoratori erano scesi a 28mila e si producevano 36 milioni di metri di tessuto. Nel 2008, ancora prima che la recessione piombasse come uno tsunami sull’industria biellese, erano scesi a 30 milioni. La crisi economica ha travolto un settore già in declino. Il ridimensionamento è stato brutale: nel 2015 ha superato il 10 per cento, mentre quella giovanile è arrivata al 27 per cento. 5

Figura sopra: Variazione dell’impiego nelle regioni italiane nel settore tessile e abbigliamento, 1971–2007; Fonte: ISTAT (2011).

 

 

 

La Rinascita

La passività del legislatore statale ed europeo, che ha affossato numerose aziende e famiglie non ha scoraggiato lo spirito del popolo. La reazione è stata la specializzazione in singole fasi di lavorazione, una per ogni azienda. L’idea che un’intera azienda affrontasse da sola i passaggi di lavatura, pettinatura, tintura non era più possibile in quanto le aziende non potevano più affrontare uno sforzo economico così grande. Carlo Piacenza, presidente dell’Unione Industriali di Biella ammette con rammarico che non è più possibile avere tutti i macchinari necessari, è così che nasce l’idea del lavoro di distretto: «Il distretto consente di rispondere a quella richiesta particolare tenendo un unico macchinario per tutte le aziende in modo da ammortizzare l’investimento e abbattere i costi». Si fa squadra insomma. «Il pericolo da scongiurare è quello che si perda un anello della filiera. E a questo serve il lavoro di distretto. Altrimenti le grandi aziende del territorio sono costrette a crearsi una filiera specifica per le loro esigenze rischiando però di perdere il treno delle produzioni di nicchia, che non reggerebbero mai un’economia dei grandi numeri».6

Allo stesso modo l’azienda tessile Reda 1865 ne è un chiaro esempio, fondata appunto nel 1865 a Valle Mosso dall’omonima famiglia e acquistata dalla famiglia Botto Poala nel 1919 che tutt’oggi ne conserva la proprietà e la gestione, ha combattuto la crisi investendo nella materia prima, allevando direttamente il bestiame. L’azienda infatti possiede numerose “farm” in Nuova Zelanda, terra d’eccellenza della lana merino, per un totale di trentamila pecore che offrono un milione e ottocentomila chili di pregiatissima lana, destinata non solo alla produzione interna ma anche alla vendita nelle aste. Grazie alle acquisizioni in Nuova Zelanda abbiamo l’intero controllo della filiera della lana: la coltivazione dei terreni, l’allevamento di 30 mila pecore merino, la tosatura, la lavatura della lana greggia ci consentono di conoscere tutti i processi e non solo la trasformazione della lana in tessuto, con filatura, tessitura e finissaggio realizzati a Biella. L’esperienza che abbiamo acquisito negli ultimi vent’anni ci consente di garantire quella qualità che ci richiedono i nostri clienti più esclusivi, parlo di Armani, Zegna, Ralph Lauren, Canali, Corneliani, Hugo Boss e Paul Smith. Inoltre, grazie a pastorizia e allevamento, i nostri terreni in Nuova Zelanda garantiscono un rendimento del 4 al 7%, meglio di azioni e Btp.  Così, Ercole Botto Poala, amministratore delegato dell’azienda, spiega i grandi vantaggi derivanti dalla scelta dell’acquisto delle “farm” e, riguardo all’export dice: «L’Italia che è il nostro secondo mercato non basta più, bisogna aumentare l’export e noi lo stiamo facendo da tempo. Per esempio rafforzandoci in Germania, che è già il nostro primo mercato visto che rappresenta il 25% del giro d’affari. Poi puntiamo su Cina e Giappone, dove siamo presenti anche con sedi commerciali a Shanghai e Tokyo».7  

Il motto di Reda è “Il cambiamento è inevitabile”, questa filosofia si è concretizzata in Rewoolution, linea sportiva lanciata dall’azienda nel 2009, momento difficile per il tessile biellese ma, precisa Francesco Botto Poala (direttore generale di Reda 1865), le cose migliori derivano sempre dalle sofferenze. Si tratta di una linea di abbigliamento sportivo, altamente tecnico, realizzato interamente in leggerissima lana merino biodegradabile in fibra naturale al 100%, una scommessa vincente per l’azienda e una vera rivoluzione nel mondo dello sportswear, molto apprezzata in Svizzera, Inghilterra, Austria e Germania e venduta sul colosso dell’e-commerce Yoox. L’azienda ha sempre investito molto in ricerca e sviluppo e ha fatto dell’ecosostenibilità la linea guida per la produzione tant’è che è l’unica azienda tessile al mondo ad essere certificata Emas, attestato rilasciato a quanti rispettano scrupolosamente rigorosi parametri di sicurezza dei lavoratori e qualità dei sistemi produttivi; l’inestricabile interazione tra passato e futuro, tradizione e innovazione fa del Lanificio Reda un’eccellenza del “Made in Italy”, la cui forza, secondo Ercole Botto Poala sta appunto nell’essere un network di persone appassionate e altamente specializzate”.

Un contributo molto importante alla città, sempre legato al tessile, è stato dato dal progetto “In Biella Factory Stores”, promosso dall’Associazione 015 che si è adoperata per la rivitalizzazione del centro storico attraverso l’apertura di punti vendita dei grandi marchi di abbigliamento del territorio. Molte aziende hanno aderito al progetto, sintomo di ripresa economica e volontà di riscatto. A novembre ha infatti inaugurato lo store “Masala”, di Rita Mancini, creatrice biellese di borse, t-shirt, gioielli e accessori vari realizzati con i filati dell’azienda di famiglia. 8

Il 3 dicembre c’è stata l’apertura del negozio di “Piacenza Cashmere” che ha aderito con grande impegno al Progetto 015, dice Vasily Piacenza «L’unione fa la forza anche gli imprenditori locali devono collaborare per la città. E’ il momento di ridare alla terra che ci ha resi famosi nel mondo». L’azienda infatti, fino a quel momento aveva sempre avuto lo spazio vendita all’interno della fabbrica di Pollone mentre ora le collezioni del brand, la maglieria e l’homewear sono ospitate in centro città.

L’apertura più recente è quella del “Lanificio Angelico”, marchio nato all’inizio degli anni 50 a Ronco Biellese per mano di Giuseppe Angelico e oggi portato avanti dai figli Massimo e Alberto che unendo tradizione e innovazione hanno ampliato la gamma produttiva dell’azienda facendolo diventare un marchio affermato a livello mondiale nel panorama dell’abbigliamento uomo. Così i due fratelli commentano l’apertura del punto vendita in centro città: Dopo aver esaminato il progetto, promosso dall’Associazione 015 Biella, abbiamo, con grande entusiasmo, deciso di aderire, in quanto accanto alla sostenibilità del business plan e delle iniziative di marketing, condividiamo lo spirito che anima i promotori. La nostra azienda è da sempre al fianco di progetti, che abbiano un’ampia condivisione, che rivitalizzino il Biellese e lo rendano visibile all’estero. Il progetto «In Biella Factory Stores» è in grado di dare nuova vita al centro di Biella, creando flussi turistici di cui potrà beneficiare l’intero territorio9

All’interno dello stabile dell’ex Lanificio Maurizio Sella, acquistato dall’omonimo imprenditore nel 1835 e rimasto in attività fino agli anni 50, è nato SellaLab, un polo di innovazione e accelerazione d’impresa con l’obiettivo di aiutare e far crescere i progetti di giovani talenti e supportare le aziende nel processo digitale, dove si gestiscono programmi di accelerazione dedicati a start-up fintech, digitali e laboratori sperimentali dedicati a tecnologie e internet of things.10

Il SellaLab fornisce anche numerosi corsi di formazione per manager e professionisti tra i quali il corso di strategia di social personal branding, di ad-words, e-commerce, web performance marketing. L’animo giovane e innovativo del polo è ben rappresentato da “#digitaldrink”, incontri formativi gratuiti dedicati al digitale, all’innovazione, alle nuove professioni dove il pubblico, gustando un aperitivo, ha la possibilità di ascoltare relatori di spicco, esperti del settore. Gli spazi coworking di SellaLab non sono presenti solo a Biella ma anche a Torino e Lecce, con l’obiettivo di espandere ancora la rete in altri territori, sempre con l’obiettivo di aiutare le imprese a crescere e collegare sempre più i talenti e le imprese. La location biellese ospita eccellenze territoriali tra startup digitali, agenzie media, professionisti digitali, designer, grafici e fotografi che collaborano in corsi di formazione, eventi e incontri di lavoro. SellaLab, grazie all’alto livello di qualità dei corsi e agli investimenti nel capitale umano, con particolare attenzione alla valorizzazione dei talenti nostrani, ha dato la possibilità a molti giovani biellesi di trovare occupazione ma anche di reinstaurare la fiducia nel mondo del lavoro e nel territorio, le cui risorse sono sempre state sottovalutate. Negli ultimi anni, infatti, il biellese, ha assunto una nuova fisionomia, non più legata solo al tessile ma anche al turismo e allo sport, grazie alla bellezza dei paesaggi montani che ospitano percorsi di trekking, free climbing, rafting, escursioni di sci-alpinismo e freeride, attrattiva di molti turisti soprattutto olandesi e tedeschi.

 

Riccardo Salvadori

Globalizzazione e Made in Italy: il settore tessile di Prato

Nell’economia pratese la produzione tessile ha sempre svolto un ruolo di primissimo piano fin dall’epoca medievale ma fu nell’Ottocento che Prato vide un impetuoso sviluppo industriale, tanto da essere definita “la Manchester della Toscana” dallo storico Emanuele Repetti. I suoi alti opifici infatti erano paragonabili a quelli descritti da Charles Dickens in Hard Times:

It was a town of machinery and tall chimneys, out of which interminable serpents of smoke trailed themselves for ever and ever, and never got uncoiled. It had a black canal in it, and a river that ran purple with ill-smelling dye, and vast piles of building full of windows where there was a rattling and a trembling all day long, and where the piston of the steam-engine worked monotonously up and down, like the head of an elephant in a state of melancholy madness1

L’industria tessile pratese ha conosciuto fino agli anni 90 una stabilità che l’ha portata ad affermarsi tra i distretti tessili più produttivi d’Europa. In quegli anni infatti ebbe inizio la grande immigrazione che ha portato nel giro di circa vent’anni una crescita smisurata della popolazione cinese fino a raggiungere, su una popolazione totale di 187mila persone, un peso della comunità cinese di 11.500 immigrati cinesi legali, ma secondo le stime la città ha altri 25mila immigrati clandestini, in maggioranza cinesi.
L’evoluzione e la conseguente crisi della manifattura tessile pratese sono da riscontrarsi, oltreché in un crollo dei consumi per beni non considerati di stretta necessità, quali i vestiti di alta fattura, anche al fatto di poter contare sulla manodopera clandestina e al mancato rispetto delle norme che regolano l’attività d’impresa. Regole stringenti alle quali le grandi fabbriche italiane sono vincolate. Le attività e i laboratori cinesi sono capillarmente sparsi per tutta la città e i distretti limitrofi e, usando un’iperbole, al loro interno sono gestite al livello dei lager nazisti.
2 Solitamente i capannoni dormitorio non consentono agli impiegati uscire in quanto gli estenuanti ritmi tenuti durante la giornata consentono a malapena il tempo per addormentarsi nella branda posta immediatamente di fianco al macchinario appena lasciato.

Ma come si è arrivati a questa esplosione del cheap-market cinese in così pochi anni? Perché inizialmente si è sottovalutato questo fenomeno?
Il processo che ha portato le fabbriche e i laboratori cinesi ad essere proprietari di buona parte delle aziende che lavorano il tessile nel pratese è raccontato dalla giornalista del Sole 24 ore, Silvia Peraccini, che nel suo libro “
Assedio Cinese” spiega come un piccolo fenomeno concentrato si sia trasformato ne «l’esempio più eclatante e più sconcertante di assedio al manifatturiero italiano con armi sleali», ed è la fabbrica più portentosa di moda “Made in Italy” fatta dai cinesi.
Nel distretto “parallelo”, cinese, di Prato non ci si infortuna (nel 2007 le denunce di cittadini cinesi sono state due); non ci si iscrive come lavoratori al sindacato (Cgil e Cisl non hanno neppure un associato orientale) né, come imprese, alle associazioni di categoria (un solo iscritto all’Unione Industriale, poche decine alle associazioni artigiane); si lavora alle dipendenze dei
laoban (i proprietari) solo per pochi mesi (appena il 7% dei contratti dura più di due anni) e si interrompe il rapporto sempre per dimissioni volontarie, anche quando l’azienda chiude i battenti, avvenimento quest’ultimo molto frequente: sei imprese su dieci muoiono nell’arco di un anno, facendo schizzare il tasso di turn over delle aziende cinesi al 60% (quello delle imprese italiane è del 15,7%).
Il giro d’affari che questa realtà produce si aggira sui 2 miliardi di euro annui, impiega diciassettemila persone , molte delle quali immigrati e fa girare 2700 aziende.
Quando si parla di Prato bisognerebbe distinguere come una sorta di
“Prato A” in cui il manifatturiero è ancora in mano a pochi resilienti italiani che da un ventennio sopravvivono al mercato del Cheap cinese puntando su ciò che ci ha contraddistinti con il nostro “Made in Italy”, la qualità; e una “Prato B”, landa desolata in cui lo scenario è dominato da enormi capannoni industriali al cui interno convogliano container carici di tessuti provenienti dalla Cina. A Prato l´import di tessuti dalla Cina è cresciuto del tremila per cento negli ultimi dieci anni e questo significa una sola cosa, che quell´altra città che produce tessuti italiani non ha tratto, sui grandi numeri, nessun vantaggio.

Apparentemente la soluzione si potrebbe configurare nel convincimento delle aziende cinesi nella produzione di tessuti di alta qualità e con la conseguente integrazione nelle unità produttive italiane dei lavoratori cinesi esperti. Purtroppo però alla luce della crisi che ha investito l’economia mondiale dal 2008, che si è abbattuta violentemente anche nel nostro Paese, le capacità di spesa si sono notevolmente ridotte e, inoltre, le leggi che regolano il commercio dai paesi extraeuropei non sono così stringenti come quelle per il mercato interno. Il WTO ha infatti deciso di aprire le porte al mercato cinese l’11 dicembre 2001 da allora la Cina guida ininterrottamente da almeno una decina di anni la classifica sull’export globale superando tutte le altre potenze facenti parte dell’organizzazione. Il ruolo che la Cina ha avuto sul mercato italiano e, in particolar modo, sul declino di particolari aree produttive e interi dipartimenti, nel resto del mondo ha portato ad una dura campagna di protezionismo economico che ha trovato il suo apice nella campagna presidenziale di Trump. Il presidente neo eletto si è infatti scagliato contro la politica monetaria cinese, rea di aver manipolato le quotazioni del Renminbi al fine di favorire le esportazioni verso gli USA, creando conseguente perdita di posti di lavoro e disoccupazione; argomenti molto cari al presidente Trump che, nei suoi comizi elettorali, non si è lesinato ad incolpare le politiche di Pechino come distruttive per il mercato interno americano e per gli americani stessi. Per scongiurare il rischio del pregiudizio che Donald Trump potrebbe portare all’economia internazionale, e, nell’ottica di un processo di globalizzazione mondiale, all’unità economica senza dazi, sono scese in campo le istituzioni che più incarnano la globalizzazione con un rapporto congiunto: Fmi, Organizzazione mondiale per il commercio (Wto) e Banca mondiale. Esse hanno riconosciuto che l’apertura agli scambi internazionali genera crisi occupazionali nei settori meno competitivi. Tocca però ai Governi farsene carico e non già erigendo muri tariffari, ma con politiche economiche e di sostegno adeguate. Secondo quanto riportato in questo rapporto infatti la globalizzazione avrebbe portato una maggiore produttività e una riduzione dei prezzi al consumo, i quali però non vengono colti dal cittadino medio e, al contrario, lo spingono sempre più alla sfiducia nei confronti delle istituzioni sovrastatali. Nel rapporto emerge inoltre che il mercato cinese ha creato danni ingenti nei settori in cui l’apporto manifatturiero è preponderante: “Le regioni a forte vocazione manifatturiera, più esposte alla concorrenza cinese, hanno subito «significativi cali di occupazione e salari, soprattutto tra i lavoratori poco qualificati». 3

Lo scopo di Fmi, Wto e Banca Mondiale è di spronare con questo report le politiche interne nazionali non tanto ad istituire dei sussidi di disoccupazioni per i lavoratori, vittime di questo fenomeno, ma a contrastarlo in maniera decisa, prevedendo delle politiche di riorganizzazione e flessibilità del lavoro che incentivino il reimpiego di lavoratori che spesso sono più anziani e che perciò fanno più fatica a ricollocarsi.

Il fenomeno italiano che ha visto la città di Prato protagonista non è sfuggito alla reporter del New York Times Rachel Donadio, la quale il 12 settembre 2010 ha pubblicato un articolo, finito in prima pagina, dove raccontava della sensazione di risentimento sempre più crescente nei cittadini italiani. Questo risentimento sarebbe dovuto non solo al fatto che i cittadini cinesi non fanno rimanere in Italia gli utili che conseguono con le loro attività (I cinesi di Prato mandano in Cina, secondo la Banca d’Italia, 1,5 milioni di dollari al giorno), ma anche perché sono riusciti a superare gli italiani in ciò che ci ha reso tristemente noti in tutto il mondo <tax evasion and brilliant ways of navigating Italy’s notoriously complex bureaucracy>

Risulta inoltre opportuno analizzare come si sia riusciti a creare un tale sistema produttivo nonostante la rigorosa burocrazia, le politiche protezioniste e il pericolo delle organizzazioni criminali, in uno dei paesi che può essere considerato tra i meno all’ avanguardia, sotto questo punto di vista, nell’ Europa meridionale.
La città di Prato è diventata un punto nevralgico e di interesse strategico, infatti ultimamente la convinzione, da parte degli organi ufficiali italiani, è che il governo cinese non abbia fatto abbastanza per arrestare il flusso di immigrati illegali e abbia attuato politiche di ostracismo al fine di siglare un accordo bilaterale per identificare e deportare i clandestini. Alcuni residenti hanno il sospetto che questo enorme flusso sia una strategia di Beijing per sfruttare il mercato italiano.

La possibilità per queste aziende e laboratori di produrre utili a discapito delle aziende italiane, insediatesi da generazioni in questa zona, è anche data dal fatto che la politica dei prezzi bassi attira compratori e retailer del mondo della moda da tutta Europa, i quali, complici le politiche di liberalizzazione e libera circolazione di merci e servizi per tutto il continente consentono a prodotti pericolosi di circolare senza che vengano effettuati controlli troppo stringenti sulla qualità della merce prodotta .4

Al fine di trovare un piano comune di contrasto all’incessante crisi che dal 2007 affligge l’economia mondiale, e in particolar modo quella italiana, si è cercato adottare diverse teorie importate da paesi che per primi hanno dato vita nel XIX alla seconda Rivoluzione industriale e per restare al passo coi tempi si sono dovute evolvere. Secondo le teorie di Bill Macbeth, direttore centro di eccellenza tessile (TCoE) di Huddersfield c’è la necessità di riunire le produzioni di piccoli lotti al fine di unire le forze per essere più competitivi nel mercato globale. Infatti secondo le teorie di Macbeth le due aree produttive sono paragonabili in quanto a Prato le aziende che hanno superato la crisi si sono dovute specializzare in produzioni di nicchia. Produzioni di nicchia che si traducono in ordini frammentati e piccoli lotti, ordini che per essere evasi comportano una notevole sforzo commerciale e un network articolato in modo tale che ogni singola impresa addetta ad un determinato passaggio produttivo lo compia in totale sintonia al fine di sopravvivere tutti e cercare di creare una situazione che convenga all’intero distretto e settore.5

La beffa del Made in Italy e la delocalizzazione


La merce prodotta riporta sempre la dicitura “Made in Italy” come fregio di qualità e alta maestria nel confezionamento, agli occhi di un tedesco o di uno scandinavo, che una camicia sia prodotta in uno scantinato buio del
Macrolotto di Prato o sia opera di sarto napoletano è la stessa cosa.
Un capo di abbigliamento, al fine di poter essere etichettato come “ Made in Italy” Secondo quanto regolamentato dall’art.16 della legge 166 del 2009, legge di conversione del Decreto legge 135/2009 deve essere progettato, fabbricato e confezionato in Italia.
La Legge Reguzzoni (
legge n.55 dell’8 aprile 2010) ha tentato di irrigidire i parametri per beneficiare della dicitura “Made in Italy”, consentendo l’applicazione del marchio anche su prodotti che abbiano eseguito almeno due delle fasi di lavorazione per ciascun settore nel territorio medesimo e se per le rimanenti fasi è verificabile la tracciabilità. Purtroppo però questo normativa interna è in contrasto con le direttive e i regolamenti comunitari, non trovando perciò concreta applicazione.

Infatti nella maggior parte dei paesi europei circola un’ingente quantità di prodotti, i quali omettono di riportare sull’etichetta interna il Paese di effettiva produzione del manufatto. La normativa generale prevede appunto che sull’etichetta debba essere riportata, oltre alla composizione del capo, solamente il Paese in cui è avvenuto il confezionamento del prodotto, ciò vuol dire che una qualsiasi azienda nel settore dell’abbigliamento, operativa nel mercato europeo, può benissimo produrre la maggior parte dei semilavorati di cui si avvale in Paesi il cui costo di produzione è notevolmente inferiore. Questo fenomeno di delocalizzazione prevede che rimangano sul territorio natio dell’azienda soltanto le fabbriche destinate ai residui passaggi che consentono di avvalersi della dicitura “Made in EU”.
La risposta italiana a ciò è stata, come sopra menzionato, la Legge Reguzzoni che ha cercato di limitare l’accesso al marchio “Made in Italy” alle aziende che completassero le tre fasi più importanti (progettazione, fabbricazione e confezionamento) sul territorio italiano.
Il fenomeno della delocalizzazione ha visto un picco negli anni ’90 e agli inizi del 2000, il fenomeno è andato tuttavia attenuandosi quando i consumatori hanno scoperto a proprie spese quanto potesse essere dannoso e improduttivo risparmiare sulla qualità. Ciò ha spinto alcune aziende verso il cosiddetto “
reshoring”, che non è altro che il rientro delle aziende sul suolo italiano. Infatti i motivi che potevano spingere alla delocalizzazione negli anni passati sono gli stessi che comportano la ri-localizzazione, perciò Paesi del Sud-Est Asiatico quali Cina, Bangladesh, Taiwan ecc. hanno aumentato i loro costi di produzione e hanno adottato politiche di tutela dei lavoratori all’interno delle fabbriche. Tutti questi accorgimenti politici e giuslavoristici hanno portato ad un innalzamento del costo del lavoro e ad una preoccupazione maggiore nel consumatore finale.

Un caso particolare relativo al fenomeno della delocalizzazione è quello americano che ha visto la sua economia particolarmente danneggiata dalle produzioni a basso costo asiatiche, tanto che sotto il governo Obama c’è stato un intervento federale che ha obbligato a esporre sugli edifici pubblici solo bandiere al 100% made in Usa, una produzione di nicchia che però era diventata al 100% di fabbricazione cinese. Da un punto di vista comunicativo questi imprenditori “rimpatriati” furono presentati come eroi nazionali.6

A differenza del modello prettamente sovranista e protettore dell’economia interna statunitense, in Europa, anche grazie alla cospicua cessione di poteri da parte degli stati ad organi sovrastatali, le politiche di protezione sono molto flebili e quasi sempre lacunose. Tra queste politiche adottate dall’Unione Europea che hanno, formalmente lo scopo di tutelare il mercato comunitario ma sostanzialmente creano un blocco alla sua espansione e al contempo consentono un’eccessiva flessibilità per i paesi che importano sul continente, c’è il cosiddetto regolamento REACH (dall’acronimo “Registration, Evaluation, Authorisation of Chemicals) n. 1907/2006 il quale concerne la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche circolanti su suolo europeo.
Questo regolamento
penalizza i produttori europei, ma di fatto non c’è vigilanza sui prodotti che arrivano da paesi terzi. In questa situazione complessiva di assenza di reciprocità, i cittadini europei sono quindi penalizzati tre volte: nei condizionamenti allo sviluppo economico determinati di fatto dal Reach, che incide sulla nostra competitività; nelle limitazioni all’export causate dalle regole molto restrittive di mercati di importanti paesi terzi come appunto la Cina; ultimo ma non per importanza, nell’insalubrità di prodotti di importazione, cui si aggiunge la scarsa affidabilità delle informazioni merceologiche riportate sulle etichette.” Sostengono gli studi di 2 laboratori di analisi tessile della zona di Prato: il “Buzzi” e il “Brachi7.
La sottoposizione dei prodotti alle rigide regole imposte dal REACH stabilisce l’idoneità del prodotto a circolare liberamente nel nostro continente ed essere approvato come prodotto autorizzato dalla Comunità Europea, ma non costituisce nessun vincolo per i prodotti provenienti da altri paesi extracomunitari che omettono o falsificano la presenza di determinate sostanze al loro interno.

In un’analisi condotta dalla Banca Mondiale nel 2012, il mercato Italiano è protagonista di un’ingente importazione di tessuti, lavorati per intero o parzialmente, da paesi in cui il costo di manodopera è molto più basso e che hanno affossato la recente economia del nostro Paese. Nel grafico sottostante si nota come sia aumentata l’importazione di tessuti da paesi esteri (Cina, Tunisia, Francia, Romania e Turchia) dal 1988 al 2011, sull’asse delle ascisse; sull’asse delle ordinate si trova la quantità di merce importata in (‘000 $).
Fonte: Banca Mondiale

Il Modello Interno Cinese e Lo Sfruttamento Minorile

La Cina venne inserita per la prima volta nei BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) nel 2001 dalla banca d’investimenti Goldman Sachs, la quale spiegava che i quattro Paesi avrebbero dominato l’economia mondiale nel prossimo mezzo secolo, fino a raggiungere nel 2050 il PIL dei Paesi membri del G6 (USA, Francia, Canada, Giappone, Italia, Germania).
Questa bolla speculativa ha portato una rapida ascesa di suddetti Paesi, i quali hanno visto le loro economie fortemente prese di mira da parte di investitori stranieri attratti da notevoli tassi d’interesse per i loro titoli di Stato. Tuttavia, così come è stata rapida l’ascesa, altrettanto veloce è stato il declino, dove in alcuni Paesi, quali la Russia e il Brasile, si è pagata una forte instabilità politica che ha visto più volte svalutazioni pesanti delle monete interne rispetto alla moneta comunitaria e al dollaro. L’unica economia che sembrava aver retto anche alle ripercussioni che la crisi economica del 2008 ha avuto sul mondo sembrava la Cina, la quale con riguardo alla politica interna ha sempre avuto delle dinamiche piuttosto oscure anche agli analisti di mercato più esperti. L’economia cinese è sempre stata avvolta da un velo di mistero e oscurità dovuto sia a evidenti difficoltà linguistiche nell’approccio, in quanto i cinesi non sono propensi ad imparare nuove lingue, sia in riferimento alla struttura tentacolare delle società cinesi, private e pubbliche. Per tanti, infatti, l’investire nel mercato cinese ha portato al cosiddetto “
Hotel California Effect”, termine da attribuire al titolo del paper di Holger Gorg,8 il quale illustra quanto sia attraente e, nei primi tempi, proficuo investire nel mercato cinese, ma, allo stesso tempo, nonostante sia manifesta la volontà di uscire dall’investimento essa risulta impossibile.
La Cina ha dovuto inoltre affrontare nel 2015 una bolla speculativa che ha portato alla radicale svalutazione dello yuan e al crollo del mercato interno. La Cina da sempre è vista come una frontiera tecnologica per quanto inerisce gli investimenti urbani ed edilizi, ma la maggior parte di essi risultano investimenti volti solo all’arricchimento di una determinata categoria di imprenditori senza un effettivo beneficio per la comunità. Queste grandi opere infatti vengono costruite in delle zone che non hanno bisogno di tali infrastrutture e molto spesso rimangono delle cattedrali nel deserto vuote e sintomatiche del degrado urbano e culturale della periferia cinese.

Al contrario di quanto si possa pensare, l’industria tessile cinese è una delle più antiche del mondo, sin dalle suo origini infatti, la conformazione territoriale e la fauna spontanea hanno potuto far sì che sul territorio si potessero creare allevamenti di bachi da seta (Bachicoltura). L’inizio della bachicoltura si può far risalire al 3000 a.C. grazie all’imperatrice Xi Ling Shi. L’industria tessile cinese nel corso dei secoli si è sempre attestata ad alti vertici, una volta per qualità, mentre in tempi più recenti per quantità. In Cina il settore dell’abbigliamento e del tessile-moda funzionano diversamente rispetto all’Italia e alla Francia che hanno una storia di alta moda alle spalle. La cultura italiana ci ha portato a considerare i capi d’abbigliamento e di calzatura come degli status quo che trascendono il loro semplice utilizzo. Il comportamento delle industrie italiane è quello di produrre capi d’abbigliamento e caratterizzarli con il loro marchio creando una disponibilità e una domanda esorbitante per i clienti. In Europa e nei Paesi di stampo anglosassone il comportamento è diverso, infatti i capi d’abbigliamento vengono principalmente comprati non in negozi o boutique, ma nei banchi del mercato e, i capi acquistati, raramente riportano “griffe” famose. L’investimento per un capo confezionato sartoriale o per abiti “di marca” è esclusivo di una clientela educata al ben vestire.
I cinesi invece hanno una produzione di abbigliamento che non è legata ad una marca in quanto la maggior parte dei capi difficilmente riporta etichette rigide come quelle imposte dall’Europa per la tutela dei consumatori. Il punto di criticità del modello cinese risiede nel fatto che la sua maggior produzione si rifà a merce contraffatta, venduta legalmente in grandi
multistore a più piani che riportano la maggior parte delle marche occidentali e che non sono soggette a nessun controllo sulla tutela del marchio o del brevetto (vengono inoltre venduti orologi svizzeri e componenti elettroniche). Questo enorme mercato del falso si ripercuote anche sulle economie occidentali e in particolare sulla nostra che vede nell’abbigliamento uno dei settori trainanti insieme a quello enogastronomico.
Il Mercato del falso in Italia infatti genera un fatturato di 6,5 miliardi di euro, di cui 2,2 soltanto nel settore dell’abbigliamento e accessoristica, secondo le stime di Confindustria questa enorme macchina del falso, che non sempre parte dalla Cina ma che vede da li partire le materie prime già parzialmente lavorate,
assorbirebbe 100 mila lavoratori regolari occupati a tempo pieno. Il prezzo che si paga in termini di salute e welfare è molto alto e di certo non vale il minor prezzo d’acquisto rispetto a un capo prodotto in Italia seguendo le normative UE in tema di controlli sulle sostanze chimiche utilizzate.

Posti di fronte ad una scelta puramente economica ogni persona tenderebbe a scegliere il prodotto col prezzo più basso, senza interrogarsi mai sul perché alcuni capi d’abbigliamento abbiano una differenza di prezzo così ampia, pur sembrando nella loro forma e composizione uguali. Tralasciando i fattori tecnici e di tecnologia dei materiali che vengono impiegati dalle aziende, quello che più ci preme analizzare è il modo in cui i vestiti vengono prodotti in paesi del SudEst Asiatico e in particolare la Cina. La struttura delle industrie tessili e dell’abbigliamento in molti Paesi in via di sviluppo e Paesi meno sviluppati è simile a quello della Cina, dalla quale è partito, come una sorta di recente “taylorismo”, un nuovo concetto di fabbrica figlia della globalizzazione. In determinati Paesi infatti al solo scopo di aumentare la produttività, ridurre i costi di fabbrica e aumentare la quantità prodotta, gli imprenditori, anche di brand importanti a livello globale, hanno deciso di sacrificare la tutela dei diritti umani e dei lavoratori al solo fine di estremizzare i guadagni. Il fenomeno dello schiavismo delle multinazionali è stato più volte denunciato da numerose ONG, le quali si sono battute in più di un’occasione per rivendicare i diritti dei lavoratori e dei minori. Nonostante ciò però rimane un crimine difficile da stanare, anche grazie all’insabbiamento delle notizie e delle denunce da parte delle istituzioni pubbliche che vedrebbero la crescita del PIL del loro Paese minacciata da un’ipotetica cessazione del rapporto con tali multinazionali. Infatti il rischio maggiore per un padrone colto in flagranza reato di sfruttamento del lavoro minorile, il rischio sarebbe una multa di 10.000 yuan (mille euro), cioè una piccola percentuale dei profitti di queste imprese. La revoca della licenza invece scatta solo se un bambino “diventa invalido o muore sul lavoro”. Le notizie di processi e multe di questo tipo scarseggiano. La battaglia contro lo sfruttamento del lavoro minorile non sembra una priorità per le forze dell’ordine. Nel 2005 infatti l’ex Presidente della Repubblica Popolare Cinese ed ex segretario generale del partito comunista cinese Hu Jintao, accolse a Pechino centinaia di top manager, industriali e banchieri stranieri venuti per il Global Forum di Fortune. Il discorso di Hu Jintao di fronte ai rappresentanti del capitalismo mondiale è stato interrotto da applausi a scena aperta. Il quotidiano ufficiale China Daily ha riassunto il suo comizio con un grande titolo in prima pagina: “You come, you profit, we all prosper“.9 Non si sa a chi si riferisca il giornale con “we all” ma pare certo che lavoratori minorenni costretti a lavorare dalle 7 alle 23 per sei giorni alla settimana, per una paga di 80 euro al mese, non siano dello stesso avviso.

 

Riccardo Salvadori