Il contratto di convivenza

La legge n.76 del 20 maggio 2016, oltre ad introdurre nell’ordinamento la disciplina delle unioni civili, pone in essere norme di tutela delle convivenze di fatto, e in particolare prevede il cosiddetto contratto di convivenza. Si tratta di un accordo con il quale due soggetti conviventi di fatto, disciplinano i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita comune. Possono determinare la contribuzione necessaria per garantire il loro sostentamento, oppure le modalità di scelta e di utilizzazione della casa adibita a residenza comune. Hanno anche la possibilità di determinare il regime patrimoniale applicabile (unione o separazione dei beni) esattamente identico a quello matrimoniale, relativamente agli acquisti fatti insieme o separatamente da entrambi, nel periodo successivo alla stipulazione del negozio medesimo.

Il contratto di convivenza può essere concluso da soggetti maggiorenni, di sesso diverso o dello stesso sesso, che non abbiano alcun tipo di rapporto di parentela, adozione e affinità e che siano uniti stabilmente da legami affettivi e di reciproca assistenza morale e materiale. Requisito fondamentale è la “stabile convivenza”, accertabile mediante apposita dichiarazione anagrafica di convivenza presso il Comune di residenza dei soggetti. Dichiarazione che rende i soggetti, a tutti gli effetti, destinatari della disciplina prevista per i conviventi di fatto.

Questa forma contrattuale non è obbligatoria, ma è una semplice facoltà. I soggetti, anche senza contratto, verranno considerati comunque una coppia di fatto, previa presentazione della dichiarazione di cui sopra, e quindi saranno destinatari della relativa disciplina. Ad esempio potranno assistere il convivente ricoverato in ospedale, partecipare all’impresa familiare e subentrare nel contratto di locazione in caso di morte. Il contratto serve solo per definire con certezza l’assetto economico e patrimoniale della famiglia.

Il contenuto del contratto può essere modificato in qualunque momento per volontà di entrambe le parti. Inoltre può essere sciolto per accordo delle parti, per recesso o morte di uno dei due conviventi o per futuro matrimonio, anche nell’ipotesi in cui uno dei due, si sposi con una terza persona, di fatto ponendo fine al rapporto affettivo con il convivente.

Il contratto di convivenza necessita di forma scritta per atto pubblico o per scrittura autenticata nelle firme. Il notaio svolge una funzione fondamentale di controllo di legalità e di verifica della conformità del suo contenuto alle norme imperative e di ordine pubblico, inoltre, rende effettivo il contratto attraverso la sua firma, lo custodisce e lo trasmette all’anagrafe del comune di residenza dei contraenti, affinché il negozio giuridico possa essere correttamente pubblicizzato e possa, dunque, produrre i suoi effetti non solo tra le parti, ma anche nei confronti dei soggetti terzi.

Dott. Marcello Cecchino

Donazione a causa di morte

Il diritto romano arcaico prevedeva una particolare forma di donazione chiamata “donazione a causa di morte”: si trattava di una donazione revocabile, destinata a produrre i suoi effetti solo alla morte del donante e prevista in particolari ipotesi di rischio come la partenza per una battaglia o un viaggio pericoloso.

Una simile figura sarebbe inconcepibile nel sistema giuridico attuale: l’art. 458 c.c. prevede, infatti, la nullità assoluta di qualunque forma di patto di tipo successorio a titolo puramente gratuito, perché il donante/testatore non potrebbe, eventualmente, revocare l’atto mortis causa e quindi verrebbe violato il principio di assoluta libertà testamentaria. Come se non bastasse lo schema della donazione di questo tipo, prevista dal diritto romano, presupponeva la facoltà di revocare l’atto, mentre la donazione concepita dal diritto italiano moderno, è in linea di massima irrevocabile, salvo le ipotesi concepite dagli artt. 800 ss.

Partendo da questi presupposti, ci si chiede se si possa considerare patto successorio e dunque nullo, anche l’ipotesi di donazione, i cui effetti sono posticipati ad un termine che corrisponde alla morte del donante, oppure la donazione condizionata al verificarsi dell’evento morte del donante. In queste due ipotesi, si ritrovano i caratteri tipici dei patti successori: cioè la disposizione dei beni per il tempo in cui avrà cessato di vivere il donante e l’irrevocabilità dell’atto.

La Suprema Corte, però, con sentenza n. 2619 del 1976 e successive pronunce, ammette la validità di tali fattispecie, poiché queste donazioni non sono da considerarsi mortis causa, ma donazioni tra vivi: il patto successorio che prevede la donazione mortis causa (considerato nullo dal diritto) garantirebbe al beneficiario solo un’aspettativa di fatto, in attesa della morte del testatore/donante; invece nelle donazioni qui considerate, il donatario acquista immediatamente l’aspettativa di diritto relativamente a quei beni, il che gli consente la realizzazione di atti conservativi.

È evidente la difficoltà al fine di stabilire se le parti intesero porre in essere una donazione inter vivos perfettamente valida oppure una attribuzione patrimoniale gratuita, contraria alla legge. L’unica soluzione proposta dalla dottrina è quella di procede all’analisi caso per caso, con l’obiettivo di identificare la presunta volontà delle parti, tenendo presente il principio previsto dall’art. 1367 c.c., secondo il quale nel dubbio, il negozio giuridico, deve essere interpretato in modo tale da produrre qualche effetto, anziché nessuno. Quindi, in linea di massima, si preferisce ritenere che le donazioni siano valide e quindi poste a condizione o a termine.

Dott. Marcello Cecchino

Affido condiviso: tempo di bilanci.

Dopo undici lunghi anni è tempo di bilanci e resoconti.

La legge n. 54 del 2006 modificava, com’è noto, le disposizioni del codice civile riguardanti la separazione dei genitori e l’affidamento condiviso dei figli.

In particolare, l’art. 155 G.G. così come modificato, sancisce che: “Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”.

La regola generale di affido condiviso della prole incontra un limite, cristallizzato all’art. 155 bis c.c. ove è disposto che il giudice, con provvedimento motivato, possa disporre l’affidamento a un solo genitore qualora ritenga che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore.

Salvo ipotesi particolari dunque, i minori hanno diritto ad avere un rapporto continuativo con ciascuno dei genitori.

Senonché, la prassi sviluppatasi negli anni ha condotto, sempre più spesso, alla “sistematica collazione dei minori presso uno dei genitori” rappresentata come la soluzione più favorevole ai bisogni dei figli, favorendo, dunque, l’affidamento al genitore “collocatario” anche quando non ne ricorressero i presupposti.

Invero, nell’ultimo anno si è assistito ad un revirement delle decisioni dei Tribunali di merito, inaugurato dalle pronunce dei Tribunali di Brindisi e Salerno, i cui giudici, investiti di procedimenti circa la separazione dei coniugi, hanno privilegiato le “pari opportunità per il figlio di rapportarsi con ciascuno dei genitori in funzione dei suoi momentanei bisogni, in un equilibrio dinamico”.

Alla luce di quanto suddetto, senza pretese risolutorie, si ritiene che le guidelines delle particolari fattispecie concrete in esame, debbano essere la flessibilità e l’adattamento ai singoli casi dei principi ispiratori della riforma, oltre che il concreto atteggiarsi dei bisogni dei minori che, in alcun modo, possono essere cristallizzati preventivamente, omettendone la concreta individuazione, con la partecipazione fattiva di tutti gli operatori del diritto.

Anna D’Aniello

Legge 55 del 2015: la nuova disciplina del divorzio e della separazione personale tra coniugi

A seguito della entrata in vigore del nuovo testo di legge n.55 del 2015, il regime giuridico del divorzio ha subito una modifica di portata rivoluzionaria, che influirà senza dubbio nelle vite dei cittadini.

A partire dal 26 Maggio 2015, infatti, i termini per potere ottenere la sentenza di divorzio si sono notevolmente ridotti, il che rende molto più semplice per i coniugi l’ottenimento della relativa pronuncia giudiziale.

Pertanto, i due coniugi che intendessero porre fine al loro vincolo matrimoniale attraverso la via del divorzio, potranno adire il giudice per ottenere due diverse tipologie di divorzio, ma con la seguente riduzione nei termini:

– in caso di divorzio giudiziale, i termini saranno ridotti da tre anni dalla comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale a un anno dalla comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale;

– in caso di divorzio consensuale, i termini saranno ridotti a soli sei mesi dalla comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale.

Tale normativa, inoltre, potrà applicarsi non solo a tutte le procedure iniziate dopo il 25 Maggio 2015, ma anche ai procedimenti di divorzio già pendenti a tale data, il che va ancora una volta ad evidenziare la volontà del legislatore di snellire il processo civile in questo particolare ambito.

Attraverso tale riforma, inoltre, non si è modificato unicamente l’articolo 3 della legge sul divorzio (legge. 898/1970), ma vi è stata la introduzione di un nuovo comma all’art. 210 del codice civile, in merito allo scioglimento della comunione tra i coniugi.

Grazie a tale comma, è stato anticipato il dies a quo di scioglimento della comunione stessa in caso di separazione tra i coniugi, il quale era precedentemente previsto nel momento di passaggio in giudicato della sentenza di separazione, mentre ora è stato anticipato al momento in cui il giudice autorizza i soggetti a vivere separati.

Ciò dunque implica che lo scioglimento della comunione avviene molto prima rispetto a quanto previsto prima della riforma, al fine di accorciare ulteriormente i tempi per ottenere la sentenza di divorzio.

Entrambe le normative su descritte, dunque, riflettono una volontà precisa del legislatore di sveltire le tempistiche per il divorzio tra coniugi, cercando di accelerare le procedure e snellire la realtà processuale italiana.

Dott. Sergio Briguglia

MALATO, TORNA SULLA BOCCA DI TUTTI

Proprio in un periodo in cui l’università è nuovamente in fermento, a causa dei suoi recenti attriti con la giustizia, torna di moda un professionista del settore.

Infatti, è di pochissimi giorni or sono la notizia che fa ritornare agli onori della cronaca il Prof. Luca Sgarbi, docente associato di diritto del lavoro presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino. Il professore infatti era seminfermo di mente quando, nell’estate del 2016, pretese favori di carattere sessuale da una studentessa, in cambio di un buon voto alla tesi di laurea. A stabilirne la seminfermità mentale è stata una perizia psichiatrica redatta da uno specialista di Genova, su incarico del GUP Stefano Vitelli.

Il docente è sotto processo per tentata concussione e detenzione di materiale pedopornografico: l’inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Gianfranco Colace, era partita nel momento in cui una studentessa di 22 anni, iscritta a Giurisprudenza, aveva denunciato il professore per averla ricattata. La ragazza si è rivolta al garante degli studenti dell’Ateneo, poi il rettore ha fatto partire la segnalazione alla Procura il 19 luglio 2016.

I legali del docente, Simona Grabbi e Mauro Ronco, sottolineano che: “la chiusura delle indagini evidenzia come il fatto è rimasto del tutto isolato, nonostante altre studentesse siano state sentite dai magistrati. Fin dall’inizio il professore ha spiegato agli inquirenti come alla base della vicenda ci sia stato un equivoco circa i rapporti con la studentessa.

Luca Sgarbi, quarantasettenne avvocato bolognese, era giunto a Torino nel 2001, vincendo un concorso da ricercatore, con un curriculum di tutto rispetto: in passato ha collaborato con numerose riviste ed è stato commissario in molti concorsi.

La Procura di Torino auspica che altri eventuali simili episodi, allo stato sconosciuti, siano resi noti agli inquirenti: le mura del Campus Luigi Einaudi tremano dai tempi del caso Musy, in cui fu il Professor Monateri a finire su tutti i giornali, il più recente caso Sgarbi sconvolge nuovamente l’Ateneo piemontese (anche se il docente è stato dichiarato seminfermo di mente).

Non ci resta dunque che attendere e sperare affinché l’impervia questione che coinvolge il Professor Sgarbi e l’ancor più recente scandalo concorsuale fiorentino, che pare coinvolgere anche docenti torinesi, si concludano per il meglio.

Fabrizio Alberto Morabito

Come chiedere l’annullamento del matrimonio religioso

Con la riforma voluta nel 2015 da Papa Francesco, sono state modificate tutte le procedure per accedere allo scioglimento del Matrimonio. Da premettere: mentre il divorzio pone fine agli effetti civili del matrimonio, l’annullamento fa in modo che lo stesso non sia mai esistito, in quanto per la Chiesa il Matrimonio è uno e non ha fine. Infatti è possibile annullarlo solo ed esclusivamente se sussiste una causa che lo annulli.

Spesso chi divorzia vorrebbe anche l’annullamento per potersi poi risposare in Chiesa. Per poter fare questo bisogna seguire un iter nuovo rispetto agli anni precedenti. Infatti restano salve quelle che ne sono le cause per poterlo richiedere ossia mancanza del consenso da parte di uno dei coniugi, caso in cui uno dei coniugi non tenga fede ad almeno una delle finalità del matrimonio religioso (fedeltà, procreazione, indissolubilità del matrimonio), caso in cui uno dei coniugi è vittima di violenza o se uno dei due tiene atteggiamenti anche solo intimidatori; se il matrimonio non viene consumato; impotenza sessuale di uno dei coniugi; casi di “errore di persona” e, recentemente, tra le cause è stato introdotto il cosiddetto “mammismo” cioè il fatto di non riuscire a staccarsi dalla casa genitoriale.

Come precedentemente detto, nel 2015 è stata introdotta una nuova disciplina per poter richiedere l’annullamento ossia la mancanza di fede da parte di uno dei coniugi; brevità della convivenza coniugale; aborto procurato; ostinata continuazione di una relazione extraconiugale; occultamento della sterilità e di figli nati da una precedente relazione o carcerazione.

La richiesta va avanzata ad un avvocato della Sacra Rota, il quale eseguirà un controllo preliminare in cui valuterà la possibilità di poter presentare il ricorso dinanzi al Tribunale e, successivamente, andrà in udienza (anche unica).

La seconda ed importante innovazione è l’abolizione dei due gradi di giudizio con sentenza che ha effetti esecutivi tra gli 8 e 10 mesi.

Dott. Alessandro Pagliuca

“Questo matrimonio non s’ha da fare”. – Questa volta però i bravi sono carabinieri.

Come nel celebre romanzo del Manzoni un matrimonio è stato spezzato prima della promessa d’amore eterno. Stavolta a interpretare il ruolo dei bravi sono stati i carabinieri che hanno fatto sì che il matrimonio non venisse celebrato. Non siamo, però, sul lago di Como. Siamo in Piemonte e precisamente a Casale Monferrato in provincia d’Alessandria. Stavolta i promessi sposi non sono stati privati del coronamento del loro sogno d’amore dai capricci di don Rodrigo, ma in nome della legge sull’immigrazione clandestina. Poco prima del fatidico sì, infatti, i militari dell’arma hanno bloccato i due futuri sposi. Il nostro Renzo è un 32enne di origine marocchina che è stato più volte colpito da decreto di espulsione. Lucia è invece una casalese di 27 anni, che, per gli amanti del si stava meglio quando si stava peggio, risulta allo stato disoccupata, e non mondina come la più nota controparte. Lei è stata denunciata per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. In borghese, ieri, i militari si sono presentati in Comune e l’aspirante sposo è stato allontanato dalla Sala matrimoni e accompagnato al Cie di Torino. A sventare il sogno d’amore è stata una segnalazione degli impiegati dell’ufficio anagrafe del comune alessandrino che hanno avvertito i carabinieri dopo che la donna, a metà giugno, si era presentata agli uffici dell’anagrafe per le pratiche necessarie al matrimonio civile. “Ci abbiamo provato, è andata male”, avrebbero commentato entrambi vestiti a festa. Bravi sì, ma non bravissimi.

Salvatore Vergone

IL PAPA: NON UN MERO CAPO DI STATO

Il Papa è una figura assai misteriosa perché richiama un simbolo ben più evocativo dell’usuale Capo di Stato, in qualsiasi forma lo si affronti: sia dal punto di vista cattolico, sia ateo o agnostico, sia dal punto di vista delle altre religioni. La figura del Romano Pontefice tuttavia è mutata molto nel corso della storia: passando dal Papa-sovrano che, durante le crociate, si metteva alla testa del suo esercito; fino ad un Papa che resta solo più un capo politico dell’ampio Stato Pontificio ottocentesco; per arrivare poi a figure che conservano solo più i tratti formali di quella sovranità (ad esempio Pio XII, ancora ritratto con la tiara e portato in trionfo su di un magnifico trono dorato) durante la prima metà del ‘900 o che addirittura non conservano nemmeno più l’ombra di tali orpelli (ad esempio l’attuale Pontefice Francesco è ritratto più semplicemente con la mitra e non è più elevato con troni lussuosi) in conseguenza della svolta intrapresa dalla Chiesa dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965).

Il titolo di vicario di Cristo, attribuito al Romano Pontefice, in origine era “vicarius Petri” (il vicario di Pietro): infatti, come riporta la Sacra Scrittura, “Gesù, replicando, disse: «Tu sei beato, Simone, figlio di Giona, perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. E anch’io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell’Ade non la potranno vincere. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai in terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai in terra sarà sciolto nei cieli»” (Matteo 16, 17-19).

Proprio così il fondatore della religione cattolica, Gesù, conferisce tale mandato a Pietro: stando a quanto pervenutoci dalle liste episcopali (cronologie dei vescovi redatte per mano di Ireneo ed Eusebio) però, Pietro non compare effettivamente come primo vicario di Cristo, tale nozione infatti è sempre presupposta e il primo della lista (che convenzionalmente inizia dal secondo secolo) risulta spesso essere il toscano Papa Lino (Fabio Quintilio).

Molti autori confermano che, in origine, il vescovo di Roma aveva la funzione di custode della fede e della disciplina: gli stessi autori del tempo, tuttavia, non manifestano l’esistenza di quella funzione primaziale attribuitagli da Cristo; oltre tutto, in quel periodo (II secolo), erano cinque i vescovi più importanti, con un’autorevolezza maggiore rispetto agli altri vescovi del mondo cristiano dell’epoca (pentarchia: Antiochia, Alessandria d’Egitto, Costantinopoli, Gerusalemme e Roma).

Perché Pietro?

La Chiesa cattolica, quella ortodossa e buona parte delle Chiese riformate riconoscono che Pietro avesse un ruolo particolare tra gli apostoli. La questione è molto dibattuta, infatti resta il fatto che un ruolo particolare lo hanno avuto anche Giovanni evangelista (rimasto fino alla fine accanto a Cristo: è lui che resta fianco a fianco con Maria ai piedi della croce), Andrea (il primo chiamato, nonché fratello di Pietro) e Giacomo (che presiedette il primo concilio ecumenico, tenutosi a Gerusalemme, alla presenza dei Dodici e di Paolo).

Proprio per questo l’entità del primato di Pietro è oggetto tra le confessioni cristiane di dispute dottrinali, che influenzano anche la dottrina sul primato papale, oggi riconosciuto solo dai cattolici.

Pietro in realtà fu il primo vescovo di Antiochia e non vi è un motivo singolo e predominante del perché fu scelto proprio lui da Cristo come guida per la sua Chiesa o del perché viene ormai da chiunque considerato il primo vescovo di Roma, le motivazioni sono infatti molteplici e assai variegate: tanto per cominciare egli fu il primo ed unico apostolo a ricevere un nome diverso (Simone fu nominato Pietro proprio da Cristo); il vangelo di Matteo poi afferma che Pietro, nel vedere Gesù camminare sulle acque, sia sceso dalla barca ed abbia camminato sul lago per andare incontro al Signore che lo chiamava; Pietro poi spesso è l’apostolo che risponde a nome degli altri apostoli (Mt 17, 4; Gv 6, 61-69); infine Pietro risulta essere stato il primo ad accedere al Santo Sepolcro in seguito all’annuncio della scomparsa del corpo di Gesù.

Perché Roma?

Tra il III ed il IV secolo si svilupparono le eresie, dottrine contrarie alla fede della Chiesa universale, e la Chiesa stessa inizia ad organizzarsi a livello gerarchico e istituzionale: nel giro di un secolo inizieranno le dominazioni germaniche e le comunità cristiane dovranno avere delle strutture più stabili per far fronte alle esigenze di sopravvivenza.

Il grande problema di allora era l’incombente necessità di una disciplina (anche organizzativa): i vescovi gestivano autonomamente le varie comunità ma la Chiesa universale, proprio in quanto tale, aveva bisogno di prendere delle decisioni. Lo strumento più utilizzato al tempo era quello di riunire i capi delle comunità in Concili o Sinodi di varie dimensioni.

Nel 343 i vescovi delle comunità furono convocati al Sinodo di Serdica (oggi corrispondente alla città di Sofia in Bulgaria) in pochi però riuscirono ad arrivare alla riunione: le decisioni prese in quella sede tuttavia hanno avuto valore universale e sono rimaste vincolanti fino ad oggi.

I vescovi a Serdica si occuparono di tante problematiche della chiesa, una delle principali fu proprio il primato della Sede Romana: si iniziarono ad identificare i concetti di Sede Romana e di Papa, tale sede sarebbe stata la sede di ultima istanza per l’appello delle cause nei confronti dei vescovi; la Sede Romana, d’ora in avanti, s’identificherà con il vicario di Pietro che risiede proprio a Roma e la presiede nella carità in onore, appunto, della “memoria del santissimo apostolo Pietro”.

Questa è una disposizione fondamentale perché si passa da un primato petrino solo onorario (in quanto in origine la Sede Romana custodiva unicamente fede e disciplina) ad una supremazia anche dal punto di vista giurisdizionale, sulla base della beata memoria di Pietro, dato che diventa la sede di una causa disciplinare.

Nel 381, con Teodosio, la religione cristiana diventa religione dell’Impero Romano e, poco dopo, nel V secolo, ci fu la vera e propria svolta riguardo il primato della potestà pontificia.

In primo luogo fu Papa Siricio (384-399) che distinse i poteri trasmessi da Pietro ai suoi successori e agli altri apostoli.

Successivamente poi fu Papa Leone Magno (Romano Pontefice dal 29 settembre 440 fino al giorno della sua morte, il 10 novembre 461) che rinnovò, con un passaggio logico, l’unione spirituale tra Cristo e Pietro in ogni successore del santo di Betsaida quindi, ogni suo successore, sarà vicario di Pietro. Roma diventa la prima sede ed ormai è definitivamente identificata con il Papa per mezzo del termine Santa Sede.

Infine fu Papa Gelasio I (ultimo Pontefice d’origine africana, Gelasio infatti era nato nell’odierna Algeria) che, nel 494, con l’aiuto di Ambrogio ed Agostino, ammonì, per via epistolare, l’imperatore Anastasio a causa delle sue tendenza cesaropapiste:

Due sono, Augusto Imperatore, quelle che reggono principalmente questo mondo: la sacra autorità dei vescovi e la potestà regale. Delle quali tanto più grave è la responsabilità dei sacerdoti in quanto devono rendere conto a Dio di tutti gli uomini, re compresi.

Se nell’ordine delle cose pubbliche i vescovi riconoscono la potestà che ti è stata data da Dio, e obbediscono alle tue leggi senza voler andare contro le tue decisioni nelle cose del mondo; con quale affetto devi tu obbedire a coloro che sono incaricati di dispensare i sacri misteri?”

Con queste parole il Pontefice volle illustrare all’imperatore quanto fosse poco opportuno che egli si addentrasse negli affari dottrinali della Chiesa: basandosi sulla tradizione romana infatti, il potere della chiesa era auctoritas, un potere legislativo, mentre l’autorità dell’Imperatore era potestas, un potere esecutivo; nel diritto romano, l’auctoritas era superiore alla potestas (formula gelasiana delle due spade).

Nei secoli successivi il primato papale si affermò sempre più: nel 1054, Papa Gregorio VII stilò il Dictatus Papae che riassumeva i termini dottrinali del primato petrino:

  • La Chiesa romana è stata fondata unicamente da Dio.

  • Il Pontefice Romano è l’unico ad essere di diritto chiamato universale.

  • Egli può solo deporre o reinsediare i vescovi.

  • Il Papa solo è legittimato, secondo i bisogni del momento, a fare nuove leggi, riunire nuove congregazioni, fondare abbazie o canoniche, dividere le diocesi ricche e unire quelle povere.

  • Egli ha il potere di ordinare un sacerdote di qualsiasi chiesa, in qualsiasi territorio.

  • Nessun sinodo può essere definito “generale” senza ordine del Papa.

  • Una sentenza papale non può essere riformata da alcuno; al contrario, egli può riformare qualsiasi sentenza emanata da altri.

  • Egli non può essere giudicato da alcuno.

  • Nessuno può condannare chi si è appellato alla Santa Sede.

  • Tutte le maiores cause, di qualsiasi chiesa, debbono essere portate davanti al Papa.

  • La Chiesa Romana non ha mai errato; né, secondo la testimonianza delle Scritture, mai errerà per l’eternità.

  • Egli può deporre o reinsediare vescovi senza convocare un sinodo.

  • Egli può sciogliere dalla fedeltà i sudditi dei principi iniqui.

E queste sono solo alcune delle molteplici affermazioni che tale documento non ufficiale inserisce alla base della crisi all’interno della Chiesa e con l’impero.

In origine infatti il Romano Pontefice era unicamente vicario di Pietro, il titolo di vicario di Cristo era attribuito all’imperatore (in particolare l’imperatore Costantino era chiamato così perché si pensava che la sua autorità derivasse direttamente da Dio).

Nel 1198 venne eletto Papa Innocenzo III: fu proprio lui che attribuì il titolo di vicario di Cristo al Papa sottraendolo all’imperatore.

Dalla crisi ad oggi

La crisi del papato ha il suo inizio verso la fine del pontificato di Papa Bonifacio VIII e successivamente con i 68 anni di cattività avignonese.

Nel 1400, dopo lo scisma, nacque una controproposta: il conciliarismo (un tentativo di democrazia all’interno della Chiesa per recuperare la collegialità andata perduta: secondo tale concezione infatti il Papa dovrebbe invertire la tendenza in modo tale che il Collegio dei vescovi abbia la potestà; questa teoria sarà sconfitta dalla storia con il veneto Papa Eugenio IV).

Con la riforma protestante di Martin Lutero poi, questa crisi si aggrava ulteriormente fino al Concilio di Trento in cui il Cardinale Bellarmino trova un modo per cercare di ridurre le distanze tra il pensiero luterano e la tradizione cattolica definendo la Chiesa come “comunità di uomini uniti dalla confessione della medesima fede e dalla partecipazione dei medesimi sacramenti sotto la guida dei legittimi pastori, in particolare del vicario di Cristo in terra, del Romano Pontefice”.

Tra XV e XVI secolo, a tale teoria si contrapposero alcune correnti come il radicanesimo francese, il giansenismo e il giurisdizionalismo.

Nel 1800 poi, Papa Gregorio XVI rispose alla polemica dell’elite borghese contro la Chiesa cattolica definendo la Chiesa come “l’istituzione perfetta all’interno di un ordinamento fortemente connotato nel senso giuridico”.

Durante il Concilio Vaticano I (1869-1870) ancora, una costituzione definì il primato del Papa e l’infallibilità delle pronunce papali ex cathedra (il Papa è infallibile solo quando pronuncia dal trono, dalla sedia di San Pietro) in materia di fede e costumi.

Nel 1943, Pio XII, con un’enciclica, accoglie una tendenza francese e tedesca degli anni ’30, superando il concetto della Chiesa indice di perfezione di Gregorio XVI per sostituirlo con il concetto di “Chiesa popolo di Dio”: Pio XII recepisce la corrente precedente introducendo una svolta, mettendo le basi per il Concilio Vaticano II, prevedendo una complementarietà tra il Collegio dei vescovi e il Romano Pontefice in modo da consolidare ed armonizzare tradizione storica e dialogo tra Chiesa e mondo.

Infine Papa Francesco, nel 2015, ricorda questa visione: il Papa non sta solo al di sopra della Chiesa ma dentro di essa, come battezzato tra i battezzati, e dentro il collegio episcopale, come vescovo fra i vescovi; il Romano Pontefice è chiamato al contempo, come successore degli apostoli, a guidare la Chiesa di Roma e presiedere nell’amore e nella carità tutte le chiese. Non è un’idea di Papa Francesco ma è il frutto di una lunga opera di perfezionamento che trae fondamento dal Concilio Vaticano II (1962-1965).

Fabrizio Alberto Morabito