FONDO PATRIMONIALE

Il fondo patrimoniale è uno strumento con il quale due coniugi, indipendentemente dal regime patrimoniale scelto, possono riunire in un fondo riservato, un insieme di beni, siano essi mobili o immobili, da destinare al soddisfacimento dei bisogni del nucleo familiare. Per la costituzione del fondo occorre un atto pubblico redatto da Notaio, alla presenza e su richiesta dei coniugi o di un terzo. Nell’ultimo caso, i coniugi dovranno accettare l’avvenuta costituzione del fondo con un atto pubblico posteriore.

La proprietà dei beni costituenti il fondo spetterà ad entrambi i coniugi, a meno che non sia stabilito diversamente nell’atto di costituzione, mentre l’amministrazione sarà regolata dalle norme sulla comunione legale. I frutti dei beni costituenti il fondo dovranno essere impiegati solo per il soddisfacimento di bisogni della famiglia.

I beni facenti parte il fondo potranno essere alienati solo con il consenso di entrambi i coniugi e con l’autorizzazione del Giudice Tutelare se nella famiglia sono presenti figli minori. La dottrina ha ritenuto ammissibile, alla luce dell’art. 169 c.c una vendita senza alcuna autorizzazione e per volontà di uno solo dei coniugi, il proprietario esclusivo del bene, purché ciò sia stato previsto nel momento di costituzione del fondo.

I beni del fondo potranno essere aggrediti solo da creditori di debiti contratti per i bisogni familiari, ad eccezione di quelli contratti con il fisco: Alcune sentenze in materia, ritengono possibile da parte della Agenzia delle Entrate, il soddisfacimento delle pretese economiche su beni di un fondo, indipendentemente dal tipo di debito. In presenza di pretese del Fisco, sarà lo stesso Notaio interpellato dalle parti, a rifiutarsi di costituire il fondo, a causa delle gravi sanzioni disciplinari che potrebbero colpirlo qualora si evidenziasse un tentativo di sottrazione di beni al Fisco.

Tra le cause di scioglimento del fondo abbiamo tutte le ipotesi di cessazione del vincolo matrimoniale. In caso di scioglimento e presenza di figli, servirà il raggiungimento della maggiore età dell’ultimo nato. Ai figli può essere riservata una quota dei beni del fondo in godimento o in proprietà, qualora le condizioni economiche dei genitori siano particolarmente difficili oppure in tutte le ipotesi che il Giudice riterrà opportune.

Dott. Marcello Cecchino

Il potere tributario: dall’illuminismo francese al welfare state.

Nel moderno stato sociale l’esercizio del potere tributario assolve ad una funzione fondamentale. Tale funzione, tuttavia,  merita di essere analizzata sotto due differenti punti di vista. In primo luogo, infatti, la funzione primaria sembra proprio quella di ricavare un flusso stabile di  entrate tali da essere messe al servizio dei bisogni della collettività.  Sotto un altro punto di vista, invece, la funzione del potere tributario si immagina volta alla ripartizione del carico fiscale tra tutti i consociati.
 Il percorso tributario nella storia ha vissuto varie vicissitudini passando da mero strumento di dominio delle classi dominanti rispetto alla massa dei governati a elemento fondamentale do funzionamento della comunità.  Il costituzionalismo inglese, dal canto suo, viveva il potere tributario come volto alla promozione della sfera della proprietà individuale. Spostandosi da tale prospettiva, l’ illuminismo francese utilizzava il potere tributario quale ponte di collegamento tra gli interessi collettivi e quelli individuali. Con l’idealismo tedesco si consolido’ l’ idea di un potere tributario in grado di affermare la prevalenza dello Stato sul cittadino.
Ben lontani da queste prospettive, ma forti di tali esperienze, è nato il Welfare state. Quest’ ultimo tende ad affermarsi come un progetto di vita collettiva che pone il benessere e l’uguaglianza sostanziale al centro del sistema tributario.
Un viaggio nella storia che ci porta ad affermare l’importanza del patto sociale quale base per lo stato sociale.
Ilaria Di Blasio

APPLE, STARBUCKS E GLI ALTRI GIGANTI DEL WEB: EVASORI FISCALI O VITTIME DELL’INGERENZA DELLA COMMISSIONE EUROPEA NELLA FISCALITÀ DEI SINGOLI STATI MEMBRI?

Si è finalmente conclusa (in tragedia) la “bagarre” che ha tenuto con il fiato sospeso multinazionali del calibro di Apple, Uber e Google.
Per rinfrescare la memoria offuscata da anni ed anni di udienze, rinvii, tribunali e processi mediatici, sintetizziamo così la vicenda, che, mutatis mutandis, è comune a tutti i “giganti del web”: le multinazionali di cui sopra, tutte con sede principale negli Stati Uniti, optano per la delocalizzazione del proprio business costituendo sedi amministrative distaccate in tutto il mondo ed adeguando la propria fiscalità alle normative dei Paesi ospitanti. Nel caso di specie, a finire sul banco degli imputati sono stati i governi di Irlanda e Lussemburgo, rei di avere sancito accordi di fiscalità agevolata con dette multinazionali.
In tal modo, ad esempio, Apple è riuscita ad ottenere in Irlanda una pressione fiscale limitata allo 0,005%. Naturalmente detto accordo ha spinto l’azienda a fatturare (o, almeno, far figurare) la maggior parte dei profitti ottenuti dalla controllata europea proprio in Irlanda. Orbene, tale condotta ha suscitato le ire dei politici del vecchio continente, di tal che la procura di Milano ha indagato (e condannato) la Apple irlandese per omessa denuncia dei redditi e frode fiscale, mentre la Commissione Europea le ha inflitto una condanna per ben 13 miliardi di Euro per abuso di aiuti di stato non dovuti e, in conseguenza di ciò, distorsione del libero mercato.
Nello specifico, la fattispecie di omessa presentazione della dichiarazione si realizza, oltre che nell’ipotesi in cui il contribuente ometta di presentare la propria denuncia dei redditi, anche nelle ipotesi in cui la presentazione della dichiarazione è espressamente considerata omessa o nulla, e precisamente:
– Dichiarazione dei redditi presentata con ritardo superiore a 90 giorni
– Dichiarazione dei redditi redatta su stampati non conformi ai modelli ministeriali
– Dichiarazione dei redditi non sottoscritta.
Per quanto concerne, invece, il divieto di aiuti di Stato, esso è sancito dall’art. 107 TFUE, il quale considera tali non solo gli aiuti veri e propri, ma anche ogni misura che:
– attribuisca un qualsivoglia vantaggio economico al beneficiario, falsando o minacciando di falsare in tal modo la concorrenza tra gli Stati membri;
– sia riferibile allo Stato o a risorse statali;
– sia applicabile, in modo selettivo, a favore di talune imprese o produzioni.
La nozione europea ha portata oggettiva, basandosi sul vantaggio economico recato al beneficiario dell’aiuto e sugli effetti negativi, anche potenziali, sulla libera concorrenza.
Ora, premesso che Apple e tutte le altre hanno già patteggiato e pagheranno una multa a titolo di risarcimento/tasse arretrate (comunque di gran lunga inferiore al reale importo che avrebbero dovuto pagare sul fatturato se non avessero goduto delle agevolazioni fiscali), restano mille perplessità in merito ad un sistema, quello europeo, che fa acqua da tutte le parti e che, di fatto, limita l’autonomia fiscale in Paesi che, intelligentemente, attraggono investimenti abbassando la pressione fiscale e vivono un periodo di “boom” economico non indifferente (Irlanda, Slovacchia, Lussemburgo, etc.), mentre Paesi come l’Italia studiano solamente nuovi strumenti di massacro fiscale.

 

Avv. Sofia Forciniti

Novità sui pagamenti con bancomat e carte di credito: l’Italia recepisce le norme UE.

Il 14 settembre appena passato il Consiglio dei Ministri ha approvato in via preliminare un decreto in attuazione della legge di delegazione europea 2015 sul tema delle commissioni bancarie.

Il provvedimento che recepisce in Italia la direttiva Ue Psd-2 (la seconda “payment services directive” su servizi di pagamento e commissioni interbancarie sulle operazioni con carta di pagamento), prevede “l’armonizzazione dei pagamenti al dettaglio, assicura procedure di autorizzazione e vigilanza ai fornitori di pagamento e agli utenti“, ampliando inoltre “i diritti degli utenti dei servizi di pagamento che beneficeranno di un regime di responsabilità ridotta in caso di pagamenti non autorizzati: la franchigia a carico degli utenti passerà da 150 a 50 euro“.

Il provvedimento fissa inoltre un tetto alle commissioni interbancarie applicate sui pagamenti basati su carte. Il Governo specifica che, per i pagamenti tramite carta di debito e prepagata la commissione interbancaria per ogni operazione di pagamento non potrà essere superiore allo 0,2% del valore dell’operazione stessa, mentre per le operazioni tramite carta di credito la commissione interbancaria non potrà essere superiore allo 0,3% del valore dell’operazione.

A ciò si aggiunge che, per ciò che attiene alle commissioni interbancarie per le sole “operazioni nazionali” tramite carte di pagamento, i prestatori di servizi di pagamento saranno tenuti ad applicare commissioni di importo ridotto per i pagamenti fino a 5 euro rispetto a quelle applicate alle operazioni di importo pari o superiore, “così da promuovere l’utilizzo delle carte anche per questi pagamenti“.

Per quanto riguarda le sole “operazioni nazionali” tramite carta di debito, fino al dicembre 2020, i prestatori di servizi potranno applicare “una commissione interbancaria non superiore all’equivalente dello 0,2% calcolato tuttavia sul valore medio annuo di tutte le operazioni nazionali tramite carta di debito all’interno di ciascuno schema di carte di pagamento“.

Al fine poi di ampliare i diritti degli utenti dei servizi di pagamento che non solo “beneficeranno di un regime di responsabilità ridotta in caso di pagamenti non autorizzati, riducendo la franchigia massima a carico degli utenti da 150 a 50 euro“, si aggiunge anche il fine di promuovere l’utilizzo di strumenti di pagamento elettronici, attuato mediante “il divieto di applicare un sovrapprezzo per l’utilizzo di un determinato strumento di pagamento (cd. divieto di surcharge)“.

Resta forse una pecca anche dopo questo provvedimento ossia che l’obbligo per negozi, attività commerciali e studi professionali di accettare pagamenti con carte di credito e bancomat, al momento è ancora privo di sanzioni. Si è ancora in attesa, infatti, del decreto che dovrà disciplinare le sanzioni previste in caso di violazione dell’obbligo di accettare pagamenti digitali, utilizzando il Pos, introdotto con la legge di stabilità 2016, che ancora stenta ad essere approvato. Restiamo quindi in attesa di novità sul punto.

Dott. Mirko Buonasperanza