BREVI CARATTERISTICHE DI UNA BREVE SENTENZA

La sentenza in forma semplificata (o anche c.d. “sentenza breve”) è stata un’introduzione che il Legislatore ha operato dopo un primo riconoscimento meramente giurisprudenziale. Solo dopo che i giudici, più che altro dei vari Tribunali Amministrativi Regionali, dei primi anni 2000 avevano lamentato la mole di lavoro arretrato e avevano elaborato un nuovo procedimento più snello per la definizione delle cause pendenti più risalenti nel tempo, il Legislatore intervenne con la L. 21 luglio 2000, n. 205. Quest’ultima andò a modificare l’art. 26, L. 6 dicembre 1971, n. 1034, ovvero la norma relativa all’inammissibilità, irricevibilità, infondatezza e questioni di incompetenza del Giudice Amministrativo.

Il riconoscimento legislativo è servito per definire una prassi che nel tempo stava diventando sempre più tipica nelle Aule di giudizio. La sentenza in forma semplificata, tuttavia, non è arrivata senza portarsi con sé qualche dubbio disvelato completamente da un’attenta dottrina.

Le caratteristiche di questa particolare forma di sentenza (tutte nelle mani del Giudice) sono principalmente quattro:

  • la possibilità di omettere i motivi del ricorso e le eccezioni di parte;
  • la facoltà di far sinteticamente riferimento ai precedenti conformi;
  • il riferimento diretto al punto di diritto o di fatto ritenuto risolutivo per la controversia;
  • nel rito elettorale, la capacità di motivare mediante un mero richiamo “alle argomentazioni contenute negli scritti delle parti che il giudice ha inteso accogliere e fare proprie” (art. 129, c. 6, CPA).

Tutti e quattro i punti hanno sollevato alcuni dubbi.

Per quanto riguarda la prima caratteristica si è osservato che omettere i motivi del ricorso non permetterebbe altrettanto il risparmio concesso dal non inserire le domande delle parti (che l’art. 88, CPA, comunque, prevede in maniera distinta dalle motivazioni); inoltre che si possano omettere alcuni motivi del ricorso alle volte risulta addirittura ovvio, quando la causa può essere decisa in rito per ragioni chiare e condivise dalle parti; si era anche asserito che la possibilità di potere omettere motivazioni e eccezioni di parte facesse risparmiare del tempo, ma come ha fatto, giustamente, notare Rosanna De Nictolis, Presidente di Sezione Consultiva C.G.A. Sicilia, nel suo scritto “Le sentenze del giudice amministrativo in forma semplificata. Tra mito e realtà”, al giorno d’oggi, con le tecnologie di cui dispone il giudice, è relativamente semplice riportare in sentenza le domande di parte e i motivi del ricorso – sarebbe sufficiente una mera azione di copia e incollasu Word-; infine, qualcuno ha anche paventato la possibilità che da una sentenza in forma semplificata emergerebbe uno scollamento tra il chiesto e il pronunciato, dal momento che in sentenza ci sarebbe solamente il secondo e non anche il primo.

La seconda caratteristica in parte riprende un concetto già ammesso dalla lettera della legge: l’art. 88, CPA prevedeva già che il giudice potesse fare un richiamo ai “precedenti cui intende conformarsi”. Tuttavia, ad oggi, la sentenza in forma semplificata statuisce che il giudice possa far riferimento ad un solo precedente conforme e, addirittura, farne uso come alternativa della motivazione in fatto ed in diritto. Qua il rischio è che una non corretta ricostruzione del fatto possa portare a soluzioni di diritto anche di molto errate. Il brocardo latino Da mihi factum, dabo tibi ius rende bene l’idea di come se si mutasse il fatto anche di poco, senz’altro anche il diritto ne risentirebbe in maniera pesante.

Il terzo punto, poi, il quale rimanda al sintetico rinvio all’elemento di fatto o di diritto ritenuto risolutivo sembrerebbe quasi ammettere il principio di “assorbimento” (tuttavia, espressamente vietato dal principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato di cui all’art. 112, CPC). La sentenza non può, infatti, venire meno al suo dovere di completezza, pena l’ingiustizia della decisione (ne deriverebbe una violazione dell’art. 24, Cost.). Certo è che anche il principio dell’assorbimento non è del tutto inapplicabile, dal momento che entro certi limiti può operare per ragioni di economia processuale (Cons. Stato, Ad. Pl. 27/04/2015). Si badi che, comunque, quella dell’assorbimento è una prassi pericolosa e anche la Corte di giustizia dell’Unione Europea, sez. X, 4/07/2013, C-100/12, Fastwebha sconfessato la possibilità di poter dichiarare l’assorbimento del ricorso principale, in caso di accoglimento di quello incidentale.

Infine, l’ultimo punto rimanda, ma solo per il giudizio elettorale di cui all’art. 129, CPA, alla possibilità di motivare per relationem, ovvero semplicemente con un richiamo alle argomentazioni contenute negli scritti che il giudice ha inteso fare proprie. Per quest’ultimo punto basti dire che, anche se il lavoro di scrittura sarà sicuramente più breve, non anche il lavoro di studio del materiale pervenuto al giudice potrebbe esserlo: il dovere di completezza della motivazione di una sentenza, infatti, è sempre in agguato.

Non mi pare il caso di dilungare oltremodo la discussione, ma è importante sottolineare come, forse, la rapidità di un processo non è da ricercare nell’imposizione legislativa di atti e sentenze “camuffati” come brevi, ostentando una sinteticità che molte volte rimane più come principio etereo e intoccabile, più che elemento tangibile e, soprattutto, visibile all’interno degli atti di causa. Meglio sarebbe insistere su sentenze che abbiano meno le caratteristiche dell’”opera d’arte”, ma che siano più funzionali ai tecnici del settore, e allo stesso tempo che siano complete di elementi di fatto e di diritto, ovvero di quelle appendici che permettono ad una sentenza di diventare, per un’altra pronuncia di un altro giudice, un precedente citabile e comprensibile anche da chi non sia stato parte in quello specifico giudizio.

Dott. Alberto Lanzetti

L’AFFIDAMENTO DIRETTO: IL FENOMENO DELL’IN HOUSE

 

Nel momento in cui un’Amministrazione Pubblica deve compiere una somministrazione di beni, servizi o funzioni essa ha a sua disposizione tre strumenti: concessione, appalto o affidamento diretto.

I primi due richiedono una procedura ad evidenza pubblica. Con la concessione la P.A. affida ad un concessionario, tramite provvedimento amministrativo, l’esecuzione di attività da svolgere in favore della collettività, prevedendo come corrispettivo il prezzo pagato dagli utenti per il servizio reso. Si può ben immaginare che un Comune, a seguito di procedura ad evidenza pubblica, conceda la concessione ad un privato per l’esercizio del servizio di trasporti pubblici prevedendo che il corrispettivo del privato derivi direttamente dal pagamento dell’utente al privato concessionario del prezzo del biglietto per avere usufruito del servizio pullman/tram/metropolitana, per esempio.

Lo stesso esempio è ribaltabile anche sulla fattispecie dell’appalto: quest’ultimo permette all’Amministrazione, dietro sempre procedura ad evidenza pubblica, di concedere la somministrazione di beni o servizi, dietro pagamento di un corrispettivo. Quest’ultimo verrebbe direttamente versato dalla P.A. al soggetto appaltatore.

Infine, troviamo anche la soluzione dell’affidamento diretto. Questo, come dice anche già il nome, non prevede alcuna forma di procedura ad evidenza pubblica, bensì l’Amministrazione concede di compiere un lavoro od un servizio direttamente ad un soggetto da lei scelta. Mi rendo conto che spiegata in questa maniera la situazione appare lesiva dei principi di trasparenza e di concorrenza, tuttavia l’affidamento in house (fenomeno conosciuto come “in house providing”) è conosciuto ed applicato da tempo ormai, essendo previsto già nel vecchio Codice dei contratti pubblici (DLGS, 12 aprile 2006, n. 163) e, tanto più, in quello attuale (DLGS, 18 aprile 2016, n. 50) all’art. 5. Infatti, l’art. 5 prevede i casi in cui una concessione o un appalto pubblico non rientrano nei casi di applicazione del presente Codice. Ciò può avvenire solamente quando: a) l’amministrazione aggiudicatrice o l’ente aggiudicatore esercita sulla persona giuridica di cui trattasi un controllo analogo a quello esercitato sui propri servizi;

  1. b) oltre l’80 per cento delle attività della persona giuridica controllata è effettuata nello svolgimento dei compiti ad essa affidati dall’amministrazione aggiudicatrice controllante o da altre persone giuridiche controllate dall’amministrazione aggiudicatrice o da un ente aggiudicatore di cui trattasi;
  2. c) nella persona giuridica controllata non vi è alcuna partecipazione diretta di capitali privati, ad eccezione di forme di partecipazione di capitali privati le quali non comportano controllo o potere di veto previste dalla legislazione nazionale, in conformità dei trattati, che non esercitano un’influenza determinante sulla persona giuridica controllata.

La ratiodell’in house providing appare sussistere nella necessità dell’autoproduzione, espressione dell’autonomia organizzativa dell’Amministrazione. Fintanto che l’Amministrazione compie l’attività attraverso un suo organo, o ufficio non sussistono problemi, i quali cominciano a venire ad esistenza se l’attività viene compiuta per mezzo di un altro soggetto, a cui viene concesso l’incarico dalla P.A. Ecco allora che assumono significato i parametri indicati supracirca l’intensità dei rapporti tra Amministrazione e soggetto concedente. Questi rapporti devono essere talmente forti da poter considerare il soggetto concedente come un’estensione dell’Amministrazione stessa, ovvero nient’altro che un’espressione della longa manusdella P.A. nel compimento delle sue attività. La dualità che sussiste tra Amministrazione pubblica e soggetto esterno concessionario dev’essere soltanto formale -dato che, per quanto presente l’ipotesi di controllo analogo da parte dell’Amministrazione, non viene scalfita la regola per cui il soggetto concessionario possa e debba mantenere e applicare le normali regole sulle forme societarie previste dall’ordinamento-, ma non soggettivo.

Si badi anche che il DLGS, 50/2016 dev’essere coordinato con le norme del DLGS, 175/2016 (Testo Unico sulle società partecipate), il quale ha come finalità la razionalizzazione del sistema delle partecipazioni pubbliche, ciò nell’ottica di una riduzione della spesa e di maggiori garanzie di trasparenza e pubblicità.

 

Dott. Alberto Lanzetti

L’ESTREMA FACILITA’ DELLA SOSPENSIONE FERIALE DEI TERMINI

Ad un primo sguardo la materia della sospensione feriale dei termini sembrerebbe una materia semplice. Nel mese di agosto, infatti, i termini si sospendono -concedendo uno stacco dal lavoro a magistrati, avvocati e procuratori- e continuano a decorrere dal mese di settembre. Cosa ci sarebbe di tanto complicato? Al momento forse meno, ma nel 2014 il problema è stato di notevole rilevanza soprattutto per la tecnica normativa con cui è stato inserito il cambiamento che adesso vi andrò a spiegare.

La L. 7 ottobre 1969, n. 742 prevedeva che la sospensione feriale dei termini decorresse dall’1 agosto fino al 15 settembre. Il provvedimento legislativo incriminato è il DL 12 settembre 2014, n. 132 recanti “misure urgenti di degiurisdizionalizzazione”, il quale è intervenuto, non spiegando la nuova materia, ma semplicemente modificando le date di inizio e fine della sospensione feriale dei termini presenti all’art. 1 L. 7 ottobre 1969, n. 742. Il problema di non aver specificato la materia, ma essere intervenuti con una mera correzione materiale è stato quello di non aver preso in considerazione il DLGS 2 luglio 2010, n. 104 (Codice del Processo Amministrativo), che all’art. 54 prendeva in considerazione, direttamente, la sospensione feriale dei termini per quanto riguarda nello specifico il procedimento amministrativo. La novella si applicava anche al procedimento amministrativo non apertamente richiamato dal Decreto Legge del 2014, oppure rimaneva in vigore la specifica prassi amministrativa?

La soluzione, inizialmente, è stata ritrovata nella c.d. “cautela”, ovvero alla teoria per cui si abbatterebbero i pericoli di errori. Fin qua si sarebbe portati a pensare che sia tutto semplice, ma il sistema della “cautela” deve tenere in considerazione che in un processo ci sono termini “in avanti” (come quello per il deposito di un ricorso, o di un appello) e termini “indietro” a partire da una data per il deposito, per esempio, di documenti, memorie e repliche.

E così per i termini “in avanti” era meglio considerare il termine più breve corrente dal’1 al 31 agosto, mentre per i termini “indietro” era meglio considerare il termine più lungo con scadenza al 15 settembre. In questo modo le scadenze di inizio settembre venivano anticipate a fine luglio.

Il sistema aveva creato un caos non indifferente dato che scoppiò la corsa degli avvocati per organizzarsi con le nuove scadenze anticipate, nemmeno di qualche giorno, ma magari di più di un mese, a luglio e, comunque, con il parapiglia dovuto all’applicazione di due differenti norme per la sospensione.

Considerando che anche la Cassazione si è pronunciata al riguardo affermando che non può essere ammessa la richiesta di rimessione in termini per la proposizione del ricorso di fronte alla Suprema Corte per ignoranza della novità legislativa, in quanto è intollerabile che un avvocato non conosca una novità, per di più di così grande rilievo, si può comprendere il fuggi fuggi generale per restare al passo e non commettere errori (Cass., sez. VI, 19/09/2017, n. 21674).

Per quanto tardi, perlomeno è intervenuta la L 6 agosto 2015, n. 132, di conversione del DL 27 giugno 2015, n. 83 (“Misure urgenti in materia fallimentare, civile e processuale civile e di organizzazione e funzionamento dell’amministrazione giudiziaria”), il quale all’art. 20-terha specificato che i nuovi termini si applicano anche al procedimento amministrativo.

Il regime della “cautela” si è dovuto applicare, dunque, per due anni: nel 2014, anno di entrata in vigore del DL n. 132 e nel 2015 dato che la L. n. 132 (l’uguaglianza dei due numeri e puramente casuale e non fa altro che complicare l’intricata questione consistente già in date e numeri) è entrata in vigore ad agosto, ovvero quando gli avvocati previdenti avevano già applicato la “cautela” facendo tirare, da un lato, un respiro di sollievo per la semplificazione apportata e, dall’altro lato, innervosendo gli animi di chi per il secondo anno di seguito si è trovato in un crocevia di date e scadenze.

Il tema non terminerebbe qua, si potrebbe ancora trattare di tutte quelle materie che non sono sottoposte alla sospensione feriale dei termini in quanto di estremo interesse e da decidere nel più breve termine possibile, ma per evitare un eccessivo appesantimento di una materia che richiede, già dal suo canto, notevole attenzione per il lettore cercherò di trattarle in un altro articolo.

 

Dott. Alberto Lanzetti

 

DA STUDENTE AD AGENTE: INTERVISTA A F. D.

Dopo i giuramenti dei Carabinieri di tutta Italia di questi ultimi giorni, segue una breve intervista a F. D.: studente di giurisprudenza a Torino appena diventato Carabiniere a Reggio Calabria. L’augurio è che si possa distinguere come membro dell’Arma e che riesca a realizzare i suoi obiettivi.

– Cosa è significato per te partecipare ad un concorso pubblico tanto selettivo ed importante?

E’ significato, in primo luogo, mettersi in gioco: combattere per il proprio futuro e per i propri sogni. In seconda analisi, è significato anche fare tanti sacrifici (niente vacanze per poter sutidiare, risparmiare per pesare meno sulla famiglia, dare meno esami) e rischiare, poiché la riuscita del concorso è stata tutt’altro che scontata.

– Come sono state le prove e quale hai considerato come più difficile?

Le prove sono state tutte quante impegnative e, in ordine cronologico, sono state le seguenti: il quiz preselettivo a crocette, le prove fisiche, 2 interi giorni di visite mediche ed un colloquio con un perito selettore ed una commissione. Superata una prova si andava a quella successiva. Sono giorni di grande tensione, stress e concentrazione.

– A chi dedichi il tuo successo in questo percorso e perché?

In primo luogo a me stesso: io ho studiato, ho fatto il test, ho affrontato le prove e i colloqui; in secondo luogo ad amici e parenti che mi hanno supportato.

– Come senti di poter essere utile nei confronti della società che andrai a tutelare?

Offrendo la mia opera come membro delle forze armate per garantirne la sicurezza e per salvaguardarne i principi di libertà e democrazìa.

– Continuerai il tuo percorso di studi presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino?

Si, anche se impiegherò più tempo del dovuto o della media dei miei compagni di università.

– Cosa ti aspetti da questa esperienza?

Enormi soddisfazioni e grande crescita personale nonché coronare un sogno che ho sin da bambino.

 

Fabrizio Alberto Morabito

Il ritorno del sacchetto

Oggi parleremo di una delle problematiche che tra fine 2017 e inizio 2018 hanno tenuto per la maggiore il pubblico con il fiato sospeso e che pare stia volgendo al termine: il debito pubblico? La riforma della giustizia? La soluzione definitiva all’immigrazione? Niente di tutto ciò, bensì i sacchetti di plastica per i quali pare che tutta la società civile si fosse mobilitata contro quello scempio che era il costo di uno/due centesimi per ogni sacchetto della frutta e della verdura. Spero di non far arrabbiare nessuno con il mio tono sottilmente ironico, anche perché porto buone notizie per tutti. Con tutta la gravità del problema è stato necessario un intervento addirittura del Consiglio di Stato e, successivamente, del Ministero della Salute, ma finalmente il dilemma è stato risolto: i sacchetti di plastica ultraleggeri per la frutta e la verdura potranno essere portati da casa direttamente dal cliente al supermercato e gli operatori del comparto alimentare non potranno impedire tale prassi.

Tuttavia il problema non finisce qui: come si fa con il peso dei sacchetti incriminati? Normalmente le bilance dei superstore sono tarate sui pesi dei sacchetti messi a disposizione direttamente dal negozio e non possono, ovviamente conoscere, le specifiche tecniche di ogni sacchetto trasportato da ciascun acquirente. Il Ministero della Salute si è, però, già pronunciato affermando che pare opportuno “acquisire l’avviso del ministero dello Sviluppo economico, le cui valutazioni sono da considerarsi rilevanti ai fini dell’operatività dei chiarimenti forniti con la presente circolare” (per l’appunto quella che permette l’uso di sacchetti personali).

Il presidente Codacons Carlo Rienzi ha mostrato tutta la sua soddisfazione per la scelta non mancando di sottolineare come se da un lato sia giusto garantire igienicità nei punti vendita, sia, d’altronde, altrettanto giusto assicurare la libera reperibilità dei biosacchetti. Giustizia è fatta!

Alberto Lanzetti

LA PREVENZIONE DELLA CORRUZIONE NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

La necessità di introdurre nell’ordinamento una specifica disciplina sulla prevenzione e repressione della corruzione deriva da segnalazioni circa anomalie incorrenti nelle procedure burocratiche rivolte all’utenza nonché da querele e denunce di reati contro la pubblica amministrazione.

 

  1. Concetti preliminari: distinzione tra corruzione e concussione.

Il reato di corruzione ex art. 318 e ss. c.p. è un reato a concorso necessario in cui fulcro della fattispecie è l’accordo tra un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio ed un privato; nel reato di concussione di cui all’art. 317 c.p. invece la condotta illecita attiva è esercitata dal pubblico ufficiale (o incaricato di pubblico servizio) che provoca uno stato di soggezione nel privato.

Elementi costitutivi che caratterizzano il reato di corruzione sono:

  • Violazione del bene giuridico identificato nella correttezza, nel buon andamento e nella imparzialità della pubblica amministrazione;
  • Soggetto attivo è un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio (col concorso del privato corruttore ex art. 321 c.p.);
  • Il soggetto passivo è la pubblica amministrazione danneggiata;
  • La condotta consiste nell’azione illegale di ricevere per sé o per un terzo denaro od altra utilità o accettarne la promessa e in cambio di compiere o omettere un atto contrario ai doveri d’ufficio;
  • L’elemento soggettivo si configura quando il pubblico ufficiale riceve il denaro o altra utilità o ne accetta la promessa per compiere un atto contrario ai doveri d’ufficio (dolo generico) oppure quando il funzionario riceve un compenso o ne accetta la promessa per aver compiuto un atto contrario ai doveri d’ufficio.

 

  1. Perché introdurre una disciplina sulla prevenzione dei fenomeni corruttivi.

La necessità di introdurre nell’ordinamento giuridico una specifica disciplina sulla prevenzione e repressione della corruzione in relazione alla Pubblica amministrazione deriva da numerose segnalazioni ricevute da dirigenti pubblici circa anomalie incorrenti nelle procedure burocratiche rivolte all’utenza nonché da querele e denunce formali sporte presso organi di polizia giudiziaria in ordine alla commissione di reati contro la pubblica amministrazione che, negli ultimi anni, hanno visto un vertiginoso incremento. Per ciò che concerne i predetti reati, è necessario rammentare che gli stessi possono essere consumati sia da soggetti appartenenti alla amministrazione pubblica sia da soggetti esterni alla stessa, elemento questo incide sulla modalità con cui si cerca di prevenire la commissione di illeciti di tal fatta.

 

  1. La legge n. 190 del 2012.

La legge 190/2012 rubricata “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella P.A.” è composta da un unico articolo a cui si aggiungono 83 commi che vanno a trattare l’intero ambito della prevenzione dei danni derivanti da corruzione. Alle regioni viene concesso il potere di disciplinare piani territoriali di prevenzione della corruzione e di individuare i punti di criticità di tale fenomeno.

A tale scopo, ogni tre anni, le regioni e le P.A., rinnovano tali piani sia dal punto di vista degli obiettivi da tutelare, sia dal punto di vista della gestione del personale, facendo turnare coloro i quali sono preposti al controllo gerarchico all’ interno degli uffici.

 

Il punto nodale del sistema di prevenzione della corruzione è incentrato sul cd. codice di comportamento[1] che costituisce una tra le principali misure poste in essere a livello decentrato, contenendo norme che regolano il corretto comportamento dei dipendenti e dell’ azione amministrativa stabilendo che coloro i quali dovessero violare tali norme sarebbero soggetti a risoluzione del rapporto lavorativo con l’amministrazione. La legge individua un codice generale nazionale di comportamento valido per tutte le P.A. ed un codice obbligatorio per ciascuna amministrazione i cui effetti sono la sanzioni disciplinari cui si aggiungono le misure di prevenzione dei danni da corruzione di natura penale[2].

 

Le misure di prevenzione contenute nella legge sono:

 

  • Misure obbligatorie, previste dalla legge o da altre fonti normative;
  • Misure ulteriori che, pur non essendo obbligatorie per legge, ogni P.A. ritenga necessarie per gestire i rischi eventualmente identificati in concreto;
  • Misure di carattere trasversale, obbligatorie e/o ulteriori, come ad esempio l’informatizzazione dei processi, il monitoraggio, la trasparenza ecc. ecc.

Da ultimo è necessario mettere in luce l’art. 54-bis. (Tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti) il quale statuisce che:

“1. Fuori dei casi di responsabilità a titolo di calunnia o diffamazione, ovvero per lo stesso titolo ai sensi dell’articolo 2043 del codice civile, il pubblico dipendente che denuncia all’autorita’ giudiziaria o alla Corte dei conti, ovvero riferisce al proprio superiore gerarchico condotte illecite di cui sia venuto a conoscenza in ragione del rapporto di lavoro, non puo’ essere sanzionato, licenziato o sottoposto ad una misura discriminatoria, diretta o indiretta, avente effetti sulle condizioni di lavoro per motivi collegati direttamente o indirettamente alla denuncia.

  1. Nell’ambito del procedimento disciplinare, l’identita’ del segnalante non puo’ essere rivelata, senza il suo consenso, sempre che la contestazione dell’addebito disciplinare sia fondata su accertamenti distinti e ulteriori rispetto alla segnalazione. Qualora la contestazione sia fondata, in tutto o in parte, sulla segnalazione, l’identita’ puo’ essere rivelata ove la sua conoscenza sia assolutamente indispensabile per la difesa dell’incolpato.
  2. L’adozione di misure discriminatorie e’ segnalata al Dipartimento della funzione pubblica, per i provvedimenti di competenza, dall’interessato o dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative nell’amministrazione nella quale le stesse sono state poste in essere.
  3. La denuncia e’ sottratta all’accesso previsto dagli articoli 22 e seguenti della legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni»”.

Dott. Mirko Buonasperanza

 

[1] Art. 54. – (Codice di comportamento). – 1. Il Governo definisce un codice di comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni al fine di assicurare la qualita’ dei servizi, la prevenzione dei fenomeni di corruzione, il rispetto dei doveri costituzionali di diligenza, lealta’, imparzialita’ e servizio esclusivo alla cura dell’interesse pubblico. Il codice contiene una specifica sezione dedicata ai doveri dei dirigenti, articolati in relazione alle funzioni attribuite, e comunque prevede per tutti i dipendenti pubblici il divieto di chiedere o di accettare, a qualsiasi titolo, compensi, regali o altre utilita’, in connessione con l’espletamento delle proprie funzioni o dei compiti affidati, fatti salvi i regali d’uso, purche’ di modico valore e nei limiti delle normali relazioni di cortesia.

[2] Art. 54 comma 3 –  La violazione dei doveri contenuti nel codice di comportamento, compresi quelli relativi all’attuazione del Piano di prevenzione della corruzione, e’ fonte di responsabilita’ disciplinare. La violazione dei doveri e’ altresi’ rilevante ai fini della responsabilita’ civile, amministrativa e contabile ogniqualvolta le stesse responsabilita’ siano collegate alla violazione di doveri, obblighi, leggi o regolamenti. Violazioni gravi o reiterate del codice comportano l’applicazione della sanzione di cui all’articolo 55-quater, comma 1.