L’ESTREMA FACILITA’ DELLA SOSPENSIONE FERIALE DEI TERMINI

Ad un primo sguardo la materia della sospensione feriale dei termini sembrerebbe una materia semplice. Nel mese di agosto, infatti, i termini si sospendono -concedendo uno stacco dal lavoro a magistrati, avvocati e procuratori- e continuano a decorrere dal mese di settembre. Cosa ci sarebbe di tanto complicato? Al momento forse meno, ma nel 2014 il problema è stato di notevole rilevanza soprattutto per la tecnica normativa con cui è stato inserito il cambiamento che adesso vi andrò a spiegare.

La L. 7 ottobre 1969, n. 742 prevedeva che la sospensione feriale dei termini decorresse dall’1 agosto fino al 15 settembre. Il provvedimento legislativo incriminato è il DL 12 settembre 2014, n. 132 recanti “misure urgenti di degiurisdizionalizzazione”, il quale è intervenuto, non spiegando la nuova materia, ma semplicemente modificando le date di inizio e fine della sospensione feriale dei termini presenti all’art. 1 L. 7 ottobre 1969, n. 742. Il problema di non aver specificato la materia, ma essere intervenuti con una mera correzione materiale è stato quello di non aver preso in considerazione il DLGS 2 luglio 2010, n. 104 (Codice del Processo Amministrativo), che all’art. 54 prendeva in considerazione, direttamente, la sospensione feriale dei termini per quanto riguarda nello specifico il procedimento amministrativo. La novella si applicava anche al procedimento amministrativo non apertamente richiamato dal Decreto Legge del 2014, oppure rimaneva in vigore la specifica prassi amministrativa?

La soluzione, inizialmente, è stata ritrovata nella c.d. “cautela”, ovvero alla teoria per cui si abbatterebbero i pericoli di errori. Fin qua si sarebbe portati a pensare che sia tutto semplice, ma il sistema della “cautela” deve tenere in considerazione che in un processo ci sono termini “in avanti” (come quello per il deposito di un ricorso, o di un appello) e termini “indietro” a partire da una data per il deposito, per esempio, di documenti, memorie e repliche.

E così per i termini “in avanti” era meglio considerare il termine più breve corrente dal’1 al 31 agosto, mentre per i termini “indietro” era meglio considerare il termine più lungo con scadenza al 15 settembre. In questo modo le scadenze di inizio settembre venivano anticipate a fine luglio.

Il sistema aveva creato un caos non indifferente dato che scoppiò la corsa degli avvocati per organizzarsi con le nuove scadenze anticipate, nemmeno di qualche giorno, ma magari di più di un mese, a luglio e, comunque, con il parapiglia dovuto all’applicazione di due differenti norme per la sospensione.

Considerando che anche la Cassazione si è pronunciata al riguardo affermando che non può essere ammessa la richiesta di rimessione in termini per la proposizione del ricorso di fronte alla Suprema Corte per ignoranza della novità legislativa, in quanto è intollerabile che un avvocato non conosca una novità, per di più di così grande rilievo, si può comprendere il fuggi fuggi generale per restare al passo e non commettere errori (Cass., sez. VI, 19/09/2017, n. 21674).

Per quanto tardi, perlomeno è intervenuta la L 6 agosto 2015, n. 132, di conversione del DL 27 giugno 2015, n. 83 (“Misure urgenti in materia fallimentare, civile e processuale civile e di organizzazione e funzionamento dell’amministrazione giudiziaria”), il quale all’art. 20-terha specificato che i nuovi termini si applicano anche al procedimento amministrativo.

Il regime della “cautela” si è dovuto applicare, dunque, per due anni: nel 2014, anno di entrata in vigore del DL n. 132 e nel 2015 dato che la L. n. 132 (l’uguaglianza dei due numeri e puramente casuale e non fa altro che complicare l’intricata questione consistente già in date e numeri) è entrata in vigore ad agosto, ovvero quando gli avvocati previdenti avevano già applicato la “cautela” facendo tirare, da un lato, un respiro di sollievo per la semplificazione apportata e, dall’altro lato, innervosendo gli animi di chi per il secondo anno di seguito si è trovato in un crocevia di date e scadenze.

Il tema non terminerebbe qua, si potrebbe ancora trattare di tutte quelle materie che non sono sottoposte alla sospensione feriale dei termini in quanto di estremo interesse e da decidere nel più breve termine possibile, ma per evitare un eccessivo appesantimento di una materia che richiede, già dal suo canto, notevole attenzione per il lettore cercherò di trattarle in un altro articolo.

 

Dott. Alberto Lanzetti

 

Enzo Tortora: la giustizia ingiusta

Il 18 maggio 1988, a 59 anni muore Enzo Tortora, conduttore televisivo, autore e giornalista. Volto storico della Rai, è considerato con Bongiorno, Corrado e Baudo uno dei padri della televisione italiana. Nel 1983 l’accusa di far parte della Nuova Camorra Organizzata e di essere un corriere della droga.

Il 18 maggio 1988, a 59 anni muore Enzo Tortora, conduttore televisivo, autore e giornalista. Volto storico della Rai, è considerato con Bongiorno, Corrado e Baudo uno dei padri della televisione italiana. Protagonista di una televisione d’altri tempi, tra gli anni 60’ ed 80’, fra alti e bassi nel suo rapporto con la TV di Stato, riscontra un grandissimo successo di pubblico. Riesce nell’impresa di far toccare i 26 milioni di spettatori col suo Portobello sulla Rete2 (oggi Rai2). Ed è proprio all’apice di questo successo che si innesca la bomba: è l’accusa di far parte della Nuova Camorra Organizzata e di essere un corriere della droga.

Ci vorranno quattro anni per dimostrare la sua innocenza, tra i quali 7 mesi di carcere e molti altri ai domiciliari nella sua casa in via Piatti, non lontana dal Duomo di Milano. “Il sacrificio di Enzo” come lo chiama la figlia Silvia, comincia il 17 giugno 1983. Il volto di “Portobello” è all’apice del successo. La sua trasmissione ha appena raggiunto un record telespettatori che difficilmente verrà battuto. Quel giorno il conduttore avrebbe dovuto firmare il contratto per una nuova edizione. Alle 4 di notte, però, i carabinieri bussano alla stanza dell’Hotel Plaza di Roma, e lo arrestano. Per trasferirlo nel carcere di Regina Coeli i militari aspettano la mattina e cameramen e fotografi lo possono così riprendere con le manette ai polsi. Una immagine che dopo 30 anni è ancora indelebile per molti. Quel 17 giugno vengono eseguiti altri 855 ordini di cattura emessi dalla Procura di Napoli nei confronti di presunti affiliati alla nuova Camorra Organizzata, capitana da Raffaele Cutulo. A muovere le accuse contro il presentatore sono due ‘pentiti’ dell’organizzazione Pasquale Barra e Giovanni Pandico, poi a catena si aggiungono altri 17 testimoni. Si scopre in seguito che pentiti e testimoni potevano liberamente comunicare mentre erano nella caserma di Napoli. Ad ‘inchiodare’ l’uomo di spettacolo è una agendina con il suo nome, in realtà vi era scritto Tortona e non Tortora, e dei centrini di seta inviati dal carcere dallo stesso Pandico a Portobello che i responsabili della trasmissione smarrirono. Il 17 settembre 1985 il presentatore è condannato a 10 anni di reclusione per associazione a delinquere di tipo mafioso e traffico di stupefacenti. Nell’appello il 15 settembre 1986 altri giudici napoletani ribaltano la sentenza e lo assolvono con formula piena. Tortora torna a presentare il suo Portobello il 20 febbraio 1987 e apre la trasmissione con una frase che diventa celebre: “Dunque, dove eravamo rimasti?”. A mettere fine alla vicenda giudiziaria è la Cassazione che conferma il secondo grado di giudizio il 13 giugno 1987. Un anno prima della sua morte. Durante il primo processo Tortora, con un passato nelle file del Partito liberale, viene eletto europarlamentare col partito dei Radicali, divenendone successivamente presidente, guidandolo alla vittoria nel Referendum sulla responsabilità civile dei magistrati del 1987 a seguito del quale venne approvata la legge Vassalli.

Salvatore Vergone

BUONI PROPOSITI NELLA GIURISPRUDENZA TORINESE PER IL 2018: MODIFICHE AL PIANO DI STUDI DELLA MAGISTRALE A CICLO UNICO

Gennaio è il mese dei buoni propositi per antonomasia anche per l’ateneo torinese. Il Dipartimento di Giurisprudenza infatti è in fermento: è di pochissimi giorni fa la notizia che le matricole del prossimo anno, coorte 2018-19, si troverà a far fronte ad un duplice esame annuale.

Oltre al canonico diritto privato infatti, i prossimi studenti di prim’anno dovranno affrontare un diritto costituzionale I che passa, dai tradizionali 9 cfu, a 12 crediti: l’insegnamento dunque sarà annuale, come il già menzionato privato.
Conseguenza immediata e diretta di tale cambiamento è, logicamente, un aumento della difficoltà del primo anno: altre questioni però vengono sollevate da tale cambiamento, questioni a cui ancora non ci è concesso avere una risposta.

Professori e studenti sembrano, per la maggior parte, concordi in tale modifica: pochi giorni fa infatti, una delegazione di studenti e professori si è riunita per iniziare a discutere ed approvare il nuovo piano di studi.
Fiduciosi nell’imminente riunione del Consiglio di Dipartimento però, studenti e docenti si sono limitati ad una tacita approvazione di questa prima modifica: con enorme sorpresa di tutti, nessuno ne ha più discusso e la questione è stata considerata come ufficialmente approvata.

In sintesi quindi, le prossime matricole affronteranno l’esame di diritto costituzionale I, per forza nella stessa sessione in cui dovranno affrontare diritto privato (perché entrambi sono propedeutici a diritto penale I e diritto commerciale I, che sicuramente resteranno al secondo anno), senza nessuna approvazione ufficiale da parte del Dipartimento di Giurisprudenza.

Questo finora pare essere l’unico cambiamento che ha raggiunto una sorta di ufficialità, sicuramente non sarà l’ultimo: per esempio, non è ancora chiara la sorte che toccherà a diritto costituzionale II.

In attesa di ulteriori aggiornamenti, ci si interroga su quali potrebbero essere state le motivazioni che hanno spinto un ridotto numero di docenti a modificare, in tal senso, un piano di studi senza grossi difetti strutturali: appesantendo un primo anno già corposo quasi a voler creare una sorta di sbarramento iniziale che, da disposizioni ministeriali, non è previsto (infatti giurisprudenza è priva di qualsivoglia test d’ingresso).

Fabrizio Alberto Morabito

Procedimento disciplinare ovvero l’unico modo di contenere i moderni Azzeccagarbugli

Picccoli cenni sul procedimento disciplinare a carico degli avvocati

La professione dell’avvocato è stata spesso disegnata dal cinema e dalla letteratura come una professione sregolata, senza morale o sani principi, volta solo alla vittoria del più forte in un aula di tribunale, aldilà del proprie ragioni, aldilà di giusto o sbagliato. “All’avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle.” raccomandava l’Azzeccagarbugli a Renzo nei Promessi Sposi.

In realtà, per quanto possa esserci un fondo di verità in queste rappresentazioni, la professione forense (quantomeno nell’ordinamento italiano) si fonda in su regole di legalità e correttezza, la cui massima espressione si ha nel procedimento disciplinare, modalità attraverso cui i precetti deontologici e legali trovano concreta tutela. Vedremo di tracciare un’idea del suo funzionamento, individuando le fonti normative di riferimento, e ,in maniera estremamente sintetica, le fasi di sviluppo.

Più precisamente sono fonti del procedimento disciplinare a carico degli avvocati:

  1. Il codice deontologico forense in quanto fonte di obblighi e doveri dell’avvocato passibili di sanzioni disciplinari.
  1. La legge 31 Dicembre 2012, n.247, che lo regola espressamente al Titolo V che è per l’appunto denominato “Procedimento disciplinare”.
  2. Il regolamento del Consiglio Nazionale forense del 31/01/2014 n.1 che prevede le norme relative l’elezione dei componenti dei Consigli distrettuali di disciplina (di cui parleremo a breve).
  3. Il regolamento del Consiglio Nazionale forense del 21/02/2014 n.2 che regola il Procedimento disciplinare ai sensi dell’art. 50 comma 5 della legge 31 Dicembre 2012, n.247.

Il “giudice” competente nel procedimento disciplinare fino al 2014 era il Consiglio dell’Ordine locale.

Dall’entrata in vigore del regolamento n.1/2014, presso ogni Ordine distrettuale degli avvocati, è istituito il Consiglio distrettuale di disciplina forense. Il Consiglio Nazionale Forense esercita, sui procedimenti disciplinari e su gli organi di disciplina, un potere ispettivo e di controllo, e può, in alcuni particolari casi, deliberare la rimozione dei suoi componenti.

L’articolo 60 della legge professionale, con una disposizione assai rilevante per ciò che concerne le modalità con cui si svolge il procedimento disciplinare, ci indica una tendenza del procedimento disciplinare verso un modello penalistico e meno civilistico o amministrativistico: “per quanto non specificatamente disciplinato dal presenta comma, si applicano le norme del codice di procedura penale, se compatibili.”

Questa previsione ha innovato vistosamente rispetto al previgente regime procedimentale, che era improntato sul processo civile, e che quindi era privo, per tanto, dei canoni costituzionali del giusto processo penale.

È competente per il procedimento disciplinare il Consiglio distrettuale di disciplina:

  • Del distretto in cui è iscritto l’avvocato o il praticante oppure
  • Del distretto in cui è stato compiuto il fatto oggetto d’indagine o giudizio disciplinare.

In caso di conflitto positivo di competenza, ossia quando diversi Consigli di disciplina prendono cognizione del medesimo fatto ed avviano il procedimento disciplinare, vige il “principio della prevenzione”, a vantaggio del Consiglio di disciplina che per primo ha iscritto la notizia nell’apposito registro. In ogni caso sul conflitto di competenza decide il Consiglio Nazionale Forense.

Rimandando ad un prossimo articolo un’analisi più approfondita del procedimento disciplinare a carico degli avvocati, possiamo già accennare,  schematicamente, la sua suddivisione in cinque fasi:

  1. Percezione da parte degli organi competenti della notizia dell’illecito
  2. L’iscrizione nel registro e l’istruttoria pre-procedimentale
  3. La formulazione del capo di incolpazione e la conseguente attività difensiva
  4. La citazione a giudizio
  5. Il dibattimento e la decisione

Non resta che darci appuntamento al prossimo articolo per scoprire come funziona nel concreto il procedimento a carico degli avvocati e come questo influisca concretamente nel nostro ordinamento.

Salvatore Vergone

La chiamata alle armi

La definivano “chiamata alle armi” ed era così che venivano scelti i vincitori del concorso nazionale per l’abilitazione all’insegnamento del diritto tributario.

L’inchiesta è partita dalla denuncia di un ricercatore, al quale sarebbe stato intimato di fare un passo indietro e ritirare la propria domanda di partecipazione al concorso per lasciare spazio ad un altro candidato che, pur avendo un curriculum più scarno, risultava favorito secondo il criterio di valutazione prediletto dai Baroni della “chiamata alle armi”.

Non sono poche le luci e le ombre che in questi giorni sono affiorate. L’inchiesta, avviata dalla procura di Firenze, ha condotto all’arresto di 7 docenti universitari tra i quali spiccano nomi di rilievo collocati nelle più influenti università italiane.

I sette professori ai domiciliari sono: Giuseppe Zizzo, della libera università Carlo Cattaneo di Castellanza; Fabrizio Amatucci, professore a Napoli; Alessandro Giovannini dell’università di Siena; Giuseppe Maria Cipolla dell’università di Cassino; Adriano Di Pietro dell’università di Bologna; Valerio Ficari, ordinario a Sassari e supplente a Tor Vergata a Roma; Guglielmo Fransoni, professore a Foggia.

Gli arresti, però, non sono stati l’unica conseguenza per i Baroni. Basti pensare che sono ben 59 gli indagati che conta l’inchiesta e che alcuni di loro sono stati interdetti dallo svolgimento delle funzioni di professore universitario e di quelle «connesse ad ogni altro incarico assegnato in ambito accademico per la durata di 12 mesi».

«Voglio andare fino in fondo», ha detto il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli. La Fedeli, però, ha anche annunciato che entro ottobre arriverà un vero e proprio di codice di comportamento sul quale il Miur sta ragionando in collaborazione con l’ Anac.

Lo scandalo è sotto gli occhi di tutti e non sono mancati i commenti delle varie Università coinvolte. “Un danno per tutta l’università, per gli studenti, per il Paese: non è questa l’università che vogliamo”. Queste le parole di Eugenio Gaudio, rettore dell’Università La Sapienza di Roma. Non è questa l’università che vogliamo, ma ci ritroviamo intrappolati come insetti nella fitta rete di menzogne tessuta da abili e corrotti ragni. Chi è la vittima? Chi è il colpevole? Sono più le vittime o i colpevoli? Troveremo, andando avanti, altri colpevoli che faranno, nel loro cammino, altre vittime. Allora ci saranno nuove vittime e nuovi colpevoli. Non è più possibile camminare tra le rovine e fare la conta dei danni. Non è più possibile prendere passivamente atto del disastro. Bisogna fare di più contrastando il fenomeno con intelligenza e forza d’animo.

Ilaria Di Blasio

MALATO, TORNA SULLA BOCCA DI TUTTI

Proprio in un periodo in cui l’università è nuovamente in fermento, a causa dei suoi recenti attriti con la giustizia, torna di moda un professionista del settore.

Infatti, è di pochissimi giorni or sono la notizia che fa ritornare agli onori della cronaca il Prof. Luca Sgarbi, docente associato di diritto del lavoro presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino. Il professore infatti era seminfermo di mente quando, nell’estate del 2016, pretese favori di carattere sessuale da una studentessa, in cambio di un buon voto alla tesi di laurea. A stabilirne la seminfermità mentale è stata una perizia psichiatrica redatta da uno specialista di Genova, su incarico del GUP Stefano Vitelli.

Il docente è sotto processo per tentata concussione e detenzione di materiale pedopornografico: l’inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Gianfranco Colace, era partita nel momento in cui una studentessa di 22 anni, iscritta a Giurisprudenza, aveva denunciato il professore per averla ricattata. La ragazza si è rivolta al garante degli studenti dell’Ateneo, poi il rettore ha fatto partire la segnalazione alla Procura il 19 luglio 2016.

I legali del docente, Simona Grabbi e Mauro Ronco, sottolineano che: “la chiusura delle indagini evidenzia come il fatto è rimasto del tutto isolato, nonostante altre studentesse siano state sentite dai magistrati. Fin dall’inizio il professore ha spiegato agli inquirenti come alla base della vicenda ci sia stato un equivoco circa i rapporti con la studentessa.

Luca Sgarbi, quarantasettenne avvocato bolognese, era giunto a Torino nel 2001, vincendo un concorso da ricercatore, con un curriculum di tutto rispetto: in passato ha collaborato con numerose riviste ed è stato commissario in molti concorsi.

La Procura di Torino auspica che altri eventuali simili episodi, allo stato sconosciuti, siano resi noti agli inquirenti: le mura del Campus Luigi Einaudi tremano dai tempi del caso Musy, in cui fu il Professor Monateri a finire su tutti i giornali, il più recente caso Sgarbi sconvolge nuovamente l’Ateneo piemontese (anche se il docente è stato dichiarato seminfermo di mente).

Non ci resta dunque che attendere e sperare affinché l’impervia questione che coinvolge il Professor Sgarbi e l’ancor più recente scandalo concorsuale fiorentino, che pare coinvolgere anche docenti torinesi, si concludano per il meglio.

Fabrizio Alberto Morabito

L’ attesa della graduatoria

Il concorso, croce e delizia dell’ Italiano medio. Si comincia guardando la vetta da lontano e qualcuno alla fine riesce ad arrivarci. Ma quanto e’ dura la salita? Lo sanno bene i partecipanti al concorso per allievi agenti di polizia del 2017. Lo svolgimento del concorso prevede :

A) Prova Scritta d’Esame
b) Prove di Efficienza Fisica
c) Accertamenti Psico-Fisici
d) Accertamento Attitudinale

Le prove scritte si sono ormai concluse e adesso gli occhi sono puntati sulla graduatoria degli ammessi alle prove successive che uscirà il 25 settembre. I più meritevoli che passeranno alle prove di efficienza fisica dovranno superare non poche prove: i mille metri, le trazioni ed il salto in alto. In questi mesi si attesa e preparazione non sono però mancate le polemiche e le richieste di futuri ricorsi. Infatti, ad essere ammessi alle fasi successive saranno solo un numero sufficiente di risorse in grado di ricoprire i posti messi a disposizione. La cosa, però , non e’ piaciuta a molti dei partecipanti. Il bando, infatti, stabiliva che gli ammessi alla fase successiva, per essere idonei, avrebbero dovuto tatalizzare un punteggio alle prove scritte non inferiore ai 6/10. Molti idonei, per tali ragioni, ritengono illegittima una soglia di sbarramento ulteriore non comunicata tempestivamente e che, secondo quanto stabilito dal bando, sarà comunicata ai partecipanti soltanto il 25 settembre. Le ipotesi sono tante e tra partecipanti e web a fare chiarezza sono davvero in pochi. Molte sono state poi le polemiche per le chiamate alle prove scritte. Molti partecipanti, infatti, sono stati chiamati alla prima prova i primissimi giorno di agosto, altri, invece, sono stati convocati per la stessa prova i primi giorni di settembre.  Anche in questo caso le agitazioni sono state molte. Si tratta di sterili polemiche o avranno la meglio i futuri e presunti ricorsisti? In questi giorni si aspetta la graduatoria, ci si prepara per le prove fisiche e si prenotano le visite mediche per la fase successiva. C’ e’ chi ha passione per la divisa, chi da sempre sogna l’arma e chi semplicemente spera in un posto di lavoro. Che vinca il migliore!

 

Ilaria Di Blasio