IL CSM RIORGANIZZA LE PROCURE

L’intervento ha lo scopo di approntare una disciplina generale ed organica, attuativa dei principi in materia di organizzazione delle Procure.

L’intervento tramite circolare del Consiglio Superiore della Magistratura del passato 16 novembre ha lo scopo di approntare una disciplina generale ed organica, attuativa dei principi in materia di organizzazione delle Procure della repubblica espressi nella normativa primaria, e in continuità con le risoluzioni precedenti dello stesso CSM.

Al fine di prevenire situazioni di incertezza o conflittualità tra diversi uffici, il CSM attribuisce al Procuratore della Repubblica il potere di organizzazione dell’ufficio e la titolarità dell’esercizio dell’azione penale.

 

Esercizio dell’azione penale.

Per garantire la ragionevole durata del processo, il Procuratore della Repubblica, assicura una “attenta e particolareggiata analisi dei flussi e delle pendenze dei procedimenti nonché il loro costante monitoraggio”, potendo elaborare criteri di priorità nella trattazione dei procedimenti, anche al fine dell’efficace ed uniforme esercizio dell’azione penale.

Il Procuratore capo:

1) distribuisce in modo equo e funzionale gli affari tra i magistrati dell’ufficio e cura la costituzione di dipartimenti, sezioni o gruppi di lavoro;

2) può affidare il coordinamento di ciascun gruppo di lavoro a un Procuratore Aggiunto o ad un magistrato coordinatore;

3) provvede all’efficace coordinamento tra i gruppi di lavoro, nonché all’eventuale elaborazione di protocolli investigativi ed organizzativi ed alla diffusa e costante circolazione delle informazioni relative al funzionamento dell’ufficio anche tramite lo svolgimento di riunioni periodiche tra i magistrati dello stesso ufficio;

4) disciplina l’attività dei Vice Procuratori Onorari;

5) procede all’assegnazione dei magistrati ai gruppi di lavoro;

6) può individuare i criteri di priorità nella trattazione degli affari;

7) cura la verifica periodica della distribuzione dei carichi di lavoro;

8) cura e favorisce i rapporti dell’ufficio e dei magistrati con l’avvocatura e con la stampa;

9) cura e assicura l’osservanza delle disposizioni relative all’iscrizione delle notizie di reato.

 

La figura del Procuratore Aggiunto.

Il Procuratore Aggiunto è una figura semi-direttiva, già prevista della legislazione del 2006 alla quale, per la prima volta, vengono attribuiti e riconosciuti compiti di semi-direzione al di là delle specifiche disposizioni organizzative.

 

Assenso, visto e revoca delle assegnazioni.

È ora indicata la modalità di manifestazione dell’assenso in tema di misure cautelari, definendo il procedimento di formulazione dell’assenso e le regole per la risoluzione di eventuali contrasti.

Il Procuratore della Repubblica può prevedere nel progetto organizzativo che determinati atti o categorie di atti posti in essere dai sostituti siano a lui preventivamente trasmessi per l’apposizione del visto, avente funzione conoscitiva in ordine all’attuazione, da parte dei sostituti, delle direttive emanate, nonché per favorire l’interlocuzione tra il sostituto, il Procuratore aggiunto ed il Procuratore della Repubblica. Qualora il magistrato non si attenga ai criteri definiti dal Procuratore ovvero insorga tra il magistrato assegnatario e il Procuratore un contrasto circa le modalità di esercizio, il Procuratore della Repubblica può, con provvedimento motivato, sentito il magistrato, revocare l’assegnazione sino a che il procedimento non risulti definito.

 

L’attività di vigilanza dei Procuratori generali.

Viene anche dettata una articolata disciplina in materia di potere di vigilanza, promozione e sollecitazione alla individuazione di soluzioni attraverso protocolli condivisi e di diffusione di buone prassi, con esclusione di poteri di coordinamento investigativo, se non qualora sia espressamente previsto dalla legge.

 

Il potere organizzativo della Procura Generale presso la Corte di Cassazione.

Il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione redige, con scadenza triennale, corrispondente al triennio di vigenza delle tabelle della Corte di Cassazione, un progetto organizzativo indicando i criteri di organizzazione dell’ufficio e di assegnazione degli affari.

 

Dott. Mirko Buonasperanza

Il fenomeno del “whistleblowing” in Italia.

L’art. 1, comma 51, della legge 190 del 2012 (cd. legge anticorruzione) ha inserito un nuovo articolo, il 54 bis, nell’ambito del d.lgs. 165 del 2001, rubricato “tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti”, in virtù del quale è stata introdotta nel nostro ordinamento una misura finalizzata a favorire l’emersione di fattispecie di illecito, nota come whistleblowing, vale a dire la segnalazione di attività illecite nell’amministrazione pubblica o in aziende private, da parte del dipendente che ne sia venuto a conoscenza per ragioni di lavoro.

Tre sono i punti più importanti:

1) L’articolo 1 modifica l’articolo 54-bis del Testo unico del pubblico impiego (Dlgs n. 165 del 2001), introdotto dalla legge Severino che aveva già accordato un prima forma di tutela per il segnalante, prevedendo un vero e proprio sistema di garanzie per il dipendente. Il nuovo regime stabilisce che colui il quale segnali al dirigente responsabile della prevenzione della corruzione o all’Autorità nazionale anticorruzione o ancora all’autorità giudiziaria ordinaria le condotte illecite o di abuso di cui sia venuto a conoscenza, non possa essere,per motivi collegati alla segnalazione, soggetto a sanzioni, demansionato, licenziamento o trasferimento.

L’eventuale adozione di misure discriminatorie va comunicata dall’interessato o dai sindacati all’Anac che a sua volta ne dà comunicazione al Dipartimento della funzione pubblica e agli altri organismi di garanzia. L’Anac può irrogare una sanzione amministrativa pecuniaria a carico del responsabile da 5.000 a 30.000 euro; inoltre, l’Anac applica la sanzione da 10.000 a 50.000 euro a carico del responsabile che non svolga le attività di verifica e analisi delle segnalazioni ricevute.

L’amministrazione ha poi l’onere di provare che le misure discriminatorie o ritorsive sono motivate da ragioni estranee alla segnalazione. Il segnalante licenziato ha diritto al reintegro nel posto di lavoro e al risarcimento del danno.

2) L’articolo 2 estende al settore privato la tutela del dipendente o collaboratore che segnali illeciti o violazioni relative al modello di organizzazione e gestione dell’ente di cui sia venuto a conoscenza per ragioni del suo ufficio. La disposizione dunque modifica l’articolo 6 del d.lgs. 231 del 2001 sulla “Responsabilità amministrativa degli enti”, con riguardo ai modelli di organizzazione e di gestione dell’ente idonei a prevenire reati. In relazione ai requisiti dei modelli di organizzazione e gestione dell’ente si prevedono uno o più canali che, a tutela dell’integrità dell’ente, consentano a coloro che, a qualsiasi titolo rappresentino o dirigano l’ente, segnalino condotte costituenti reati o violazioni del modello di organizzazione e gestione dell’ente, di cui siano venuti a conoscenza in ragione delle funzioni svolte, garantendo la riservatezza dell’identità del segnalante. I modelli di organizzazione devono prevedere sanzioni disciplinari nei confronti di chi violi le misure di tutela del segnalante.

3) L’articolo 3, riguarda le ipotesi di segnalazione o denuncia effettuate nel settore pubblico o privato e introduce come giusta causa di rivelazione del segreto d’ufficio, professionale, scientifico, industriale nonché di violazione dell’obbligo di fedeltà all’imprenditore, il perseguimento, da parte del dipendente pubblico o privato che segnali illeciti, dell’interesse all’integrità delle amministrazioni nonché alla prevenzione e alla repressione delle malversazioni. La giusta causa opera dunque come scriminante mentre costituisce violazione dell’obbligo di segreto la rivelazione con modalità eccedenti rispetto alle finalità dell’eliminazione dell’illecito. Non trova qui applicazione la giusta causa e sussiste la fattispecie di reato a tutela del segreto.

Dott. Mirko Buonasperanza

Quale interpretazione dell’inosservanza dell’obbligo dell’istruzione scolastica dei minori secondo la Cassazione?

La contravvenzione di cui all’art. 731 cp. è configurabile solo in caso di inosservanza dell’obbligo di istruzione elementare.

La terza sezione penale della Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza numero 50624 del 2017, fa rilevare come il decreto legislativo numero 212 del 2012 abbia abrogato l’art. 8 della legge n. 1859 del 1962, la quale, ai commi 2 e 3 disponeva “ha adempiuto all’obbligo scolastico l’alunno che abbia conseguito il diploma di licenza della scuola media […]; In caso di inadempienza si applicano le sanzioni previste dalle vigenti    disposizioni    per    gli   inadempienti   allo   obbligo dell’istruzione elementare”.

 

A seguito di questo provvedimento la contravvenzione di cui all’art. 731 cp (recante “Inosservanza dell’obbligo dell’istruzione elementare dei minori”), la quale dispone che “chiunque, rivestito di autorità o incaricato della vigilanza sopra un minore, omette, senza giusto motivo, d’impartirgli o di fargli impartire l’istruzione […] è punito con l’ammenda fino a trenta euro”, è configurabile solo nel caso di mancato assolvimento dell’obbligo dell’istruzione elementare e non, invece, delle scuole medie.

 

La Corte, accogliendo il ricorso del Pm contro la sentenza che aveva dichiarato estinto per prescrizione l’illecito ex art. 731 cp. nei confronti di una coppia di genitori che aveva omesso di impartire l’istruzione scolastica al figlio minorenne, deduce, come evidenziato dal Pg, la violazione dell’art. 158 cp. secondo il cui primo comma “il termine della prescrizione decorre […] per il reato permanente, dal giorno in cui è cessata la permanenza”. Pertanto il termine prescrizionale del reato sarebbe dovuto decorrere a partire dall’ultimo giorno di scuola dell’anno scolastico, momento di cessazione della permanenza della condotta omissiva.

 

Nella fattispecie concreta in esame, i fatti contestati ai genitori del minore sarebbero relativi all’anno scolastico 2012/2013, portando il termine di prescrizione quinquennale al giugno 2018, di fatto rendendo non ancora estinta la contravvenzione.

 

A conclusione la Cassazione aggiunge che il giudice del rinvio che si occuperà del nuovo giudizio derivante dell’annullamento del gravame, dovrà valutare quale sia l’obbligo scolastico non osservato nel caso di specie tenendo conto del principio di diritto per cui la contravvenzione di cui all’art. 731 cp., come detto prima, a seguito dell’abrogazione della legge del 1962, rimane configurabile solo in caso di inosservanza dell’obbligo di istruzione elementare.

 

Attualmente quindi, la norma di riferimento sarebbe rinvenibile nell’art. 2, lettera c), della legge n. 53 del 28 marzo 2003, la quale, stabilisce l’obbligo scolastico per almeno dodici anni a partire dalla iscrizione alla prima classe della scuola elementare o in ogni caso fino al conseguimento di una qualifica di durata almeno triennale entro il diciottesimo anno di età.

 

Tuttavia, per quanto riguarda l’ordinamento penale, nessuna norma incrimina l’inosservanza dell’obbligo scolastico della scuola media. Un’eventuale estensione analogica dell’art. 731 cp. configurerebbe una interpretazione estensiva contra legem e quindi illegittima.

 

Dott. Mirko Buonasperanza

L’orientamento della Cassazione in merito alla coltivazione di marijuana ad uso personale.

La coltivazione di marijuana costituisce reato a prescindere dallo scopo per il quale è attuata, essendo irrilevante che si tratti di coltivazione ad uso personale.

La quarta sezione della Corte di Cassazione, con la sentenza numero 43465 del 21 settembre 2017, ha stabilito che la coltivazione di marijuana costituisce illecito penale a prescindere dallo scopo per il quale è attuata, essendo irrilevante che si tratti di coltivazione per uso proprio, poiché verrebbe meno, in questo caso, il nesso di immediatezza con l’suo personale.

 

In sede di gravame la corte adita confermava la sentenza del giudice di prime cure in cui l’imputato era stato condannato per la coltivazione di alcune decine di piante di marijuana in violazione dell’art. 73, comma 1 del D.p.r. n. 309 del 1990, a norma del quale “chiunque, senza l’autorizzazione di cui all’articolo 17, coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre o mette in vendita, cede, distribuisce, commercia, trasporta, procura ad altri, invia, passa o spedisce in transito, consegna per qualunque scopo sostanze stupefacenti o psicotrope di cui alla tabella I prevista dall’articolo 14, è punito con la reclusione da sei a venti anni e con la multa da euro 26.000 a euro 260.000”.  Il ricorso per Cassazione era stato proposto lamentando l’errata applicazione dell’art. 73, comma 5 dello stesso decreto il quale recita: “salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque commette uno dei fatti previsti dal presente articolo che, per i mezzi, la modalità o le circostanze dell’azione ovvero per la qualità e quantità delle sostanze, è di lieve entità, è punito con le pene della reclusione da sei mesi a quattro anni e della multa da euro 1.032 a euro 10.329”. Si dubitava quindi della legittimità costituzionale del presente articolo sostenendo che, qualora l’uso strettamente personale della sostanza stupefacente fosse stato provato, non potrebbe esistere nessun pericolo alla diffusione della sostanza stessa e, cos’, nessuna offesa al bene giuridico protetto.

 

La Suprema Corte ha però respinto il ricorso dichiarandolo manifestamente infondato circa i dubbi di costituzionalità. Viene sottolineato come il giudice di Appello non aveva specificato la finalità personale della coltivazione evidenziando come la fattispecie in esame contrastasse con la cessione a terze persone della sostanza. Questa pronuncia della Cassazione richiama quella già pronunciata dalla Corte Costituzionale, la quale osservava che, “nel caso di coltivazione, era omesso il nesso di immediatezza con l’uso personale, facendo rientrare nella discrezionalità del Legislatore anche la scelta volta a non agevolare condotte finalizzate all’approvvigionamento di sostanze stupefacenti, per uso personale”. A questo va aggiunto anche che l’attività di coltivazione è potenzialmente più diffusiva delle semplici estrazioni di sostanze stupefacenti. Si aggiunga poi anche l’orientamento delle Sezioni Unite che, con la sentenza numero 28605 del 2008, hanno deciso che la coltivazione delle piante dalle quale siano estraibili sostanze stupefacenti costituisce reato a prescindere dalla circostanza che l’uso della sostanza sia personale. Tale orientamento giurisprudenziale trova conferma in precedenti pronunce della Corte Costituzionale (sentenze n. 360 del 24 luglio 1995 e 109 del 20 maggio 2016) nonché dalla stessa Cassazione (con la sopra citata sentenza del 24 aprile 2008, numero 28605).

 

Dott. Mirko Buonasperanza

Quale relazione tra la fattispecie della guida in stato di ebbrezza e il reato di omicidio stradale?

Il G.i.p. dispone l’assorbimento della contravvenzione di cui all’art. 187 del Codice della Strada nella fattispecie dell’omicidio stradale di cui all’art. 589 bis, comma 2, cp.

Davanti al G.i.p. del Tribunale di Grosseto è comparso un automobilista, il quale, guidando in stato di ebbrezza e percorrendo una curva, aveva invaso la corsia opposta causando la morte del passeggero del veicolo circolante sulla carreggiata contraria.

Dopo la chiusura delle indagini preliminari il PM concludeva ipotizzando la piena responsabilità penale del conducente. L’uomo veniva così imputato per il reato di omicidio stradale ex art. 589 bis cp. e per la contravvenzione di cui all’art. 187 del Decreto legislativo n. 92 del 30 aprile 1992 (cd. Codice della Strada).

 

Contrariamente a quanto illustrato dalla pubblica accusa, il Giudice per le indagini preliminari ritiene di dover disporre l’archiviazione poiché, avendo la Procura contestato all’indagato il delitto di omicidio stradale, non era possibile contestare anche la contravvenzione prevista dal codice della strada, la quale risultava già assorbita nel delitto.

 

Il PM si era conformato alla giurisprudenza che, prima della riforma operata dalla legge n. 41 del 23 marzo 2016, ammetteva il concorso tra le due fattispecie, di modo che quanto previsto dal codice penale fosse applicato anche nei confronti di quei soggetti che erano tenuti ad osservare le norme del codice della strada pur non essendo alla guida di un veicolo, a differenza della contravvenzione che rilevava solo nel caso in cui fosse presente il conducente di un veicolo. Questa interpretazione dopo la novella che ha introdotto il reato di omicidio stradale non è più sostenibile, poiché la nuova norma, oltre a disciplinare la fattispecie di chi cagioni per colpa la morte di un individuo in violazione delle disposizioni sulla circolazione stradale, dispone anche delle aggravanti relativamente alle norme cautelari violate.

 

La fattispecie concreta in esame contempla un conducente che ha invaso la corsia opposta e che era in stato di alterazione psicofisica da sostanze stupefacenti durante tale condotta. L’art. 589 bis, comma 2, del codice penale prevede un’aggravante nel caso in cui l’evento morte sia stato cagionato per colpa dal soggetto posto alla guida di un veicolo in stato di ebbrezza alcolica, con un tasso superiore al 1,5 g/l, ovvero nel caso in cui abbia assunto sostanze stupefacenti. Da ciò deriva che la condotta di cui al secondo comma dell’art. 589 bis cp., si pone come circostanza aggravante del reato di omicidio stradale potendo in questo modo configurarsi una forma di reato complesso.

 

Per questo motivo il G.i.p. di Grosseto, con decreto del 28 agosto 2017, dispone l’assorbimento della contravvenzione di cui all’art. 187 del Codice della Strada nella fattispecie dell’omicidio stradale di cui all’art. 589 bis, comma 2, cp. e, di conseguenza, archivia il procedimento per quanto riguarda la prima imputazione.

Dott. Mirko Buonasperanza

La ricusazione del giudice civile per inimicizia.

la “grave inimicizia” ex art. 51 num. 3 cpc. si esemplifica “in comportamenti tenuti dal magistrato al di fuori dell’attività professionale ed estranei al processo”.

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 18395 del 26 luglio 2017, si sono pronunciate in merito ai presupposti necessari per ottenere la ricusazione del giudice civile ex art. 52 cpc., a norma del quale “Nei casi in cui è fatto obbligo al giudice di astenersi, ciascuna delle parti può proporne la ricusazione mediante ricorso contenente i motivi specifici e i mezzi di prova. […]“, statuendo che nel ricorso “devono essere indicati circostanze e fatti concreti, precisi e autonomi rispetto alla realtà processuale, che rivelino l’esistenza di ragioni di rancore o di avversione da parte del Giudice”.

 

Viene quindi confermato dalla Corte il più recente orientamento che, dal 2014, onera la parte che si ritiene lesa di dimostrare che la “grave inimicizia” ex art. 51 num. 3 cpc. si esemplifica “in comportamenti tenuti dal magistrato al di fuori dell’attività professionale ed estranei al processo”. Per contro, nel caso de quo affrontato dalla Cassazione, il ricorrente lamentava decisioni processuali del tutto errate, arbitrarie ed anomale, spiegabili solo con una grave inimicizia del Giudice nei suoi confronti.

 

Tuttavia la Corte, stante la tassatività dei motivi ex all’art. 51 cpc., sancisce che non vi è la possibilità di interpretazione estensiva che possa anche “accadimenti esclusivamente processuali” tra i fatti rilevanti per la ricusazione. È inoltre irrilevante per la Corte, ai fini del giudizio sulla ricusazione, la pendenza di una causa per la responsabilità civile del magistrato, poiché esso sarebbe un giudizio nei confronti dello Stato e non nei confronti del magistrato stesso.

 

Per questo motivo non è configurato nemmeno il requisito della “causa pendente” (sempre ex art. 51, num. 3, cpc.) il quale renderebbe obbligatoria, per il giudice, l’astensione e, in caso di inattività in questo senso, la ricusazione.

 

Non venendo quindi provata la sussistenza dei su menzionati requisiti del codice, le Sezioni Unite hanno rigettato il ricorso.

 

 

Dott. Mirko Buonasperanza

Novità nella riformata legge fallimentare.

L’11 ottobre scorso il Senato ha approvato il testo della nuova legge fallimentare (“pensionando” il R.D. n. 267 del 1942) delegando inoltre il Governo a disciplinare le nuove norme sulla crisi di impresa e sull’insolvenza (variando quindi la legge n. 3 del 2012).

L’11 ottobre scorso il Senato ha approvato il testo della nuova legge fallimentare (“pensionando” il R.D. n. 267 del 1942) delegando inoltre il Governo a disciplinare le nuove norme sulla crisi di impresa e sull’insolvenza (variando quindi la legge n. 3 del 2012).

 

Per quanto concerne le novità:

 

  1. La riforma abbandona l’espressione “fallimento” sostituendola con “liquidazione giudiziale“, incarnandovi un concordato con la completa liberazione dei debiti entro 3 anni dall’apertura della procedura.

 

  1. Viene introdotta una fase stragiudiziale preventiva, affidata ad un organismo pubblico a livello provinciale e gestito dalle camere di commercio, col fine di dare sostegno all’impresa e ad anticipare l’emersione della crisi, giungendo ad una composizione assistita della stessa attraverso l’analisi delle cause del malessere economico e finanziario.

 

  1. Viene creato un giudice specializzato competente nelle procedure concorsuali che saranno ripartite tra un numero ridotto di tribunali, selezionati in base a parametri oggettivi e di adeguatezza lasciando le procedure di dimensioni maggiori alla cognizione dei tribunali delle imprese.

 

  1. È reso più snello l’istituto del concordato preventivo, restringendo il campo all’ipotesi del cd. “concordato in continuità”, quando cioè l’impresa versa in situazioni di crisi non irreversibile e la proposta può garantire la continuità aziendale con il mantenimento di livelli occupazionali adeguati e assicurando nel tempo una maggiore soddisfazione dei creditori.

 

  1. La riforma favorisce un processo decisionale più rapido impedendo allo stesso tempo il possibile veto dei creditori di minoranza, prevedendo che il debitore, con l’omologazione del Tribunale, possa ora chiedere che gli “effetti dell’accordo di ristrutturazione vengano estesi anche alla minoranza di creditori che non hanno aderito all’accordo stesso, purché al medesimo abbiano però aderito i titolari di crediti finanziari, pari almeno al 75% dell’ammontare complessivo“.

 

  1. Nasce il sistema Common, un marketplace unico a livello nazionale per far sì che i beni in vendita nelle procedure concorsuali ed esecutive, siano resi negoziabili non solo a fronte di denaro corrente ma anche con titoli appositi.

 

  1. È introdotta inoltre la possibilità di una procedura unitaria per la trattazione dell’insolvenza dei gruppi di imprese, individuando un unico tribunale. Per le imprese facenti parte di un gruppo sarà quindi consentito proporre un unico ricorso, sia per l’omologazione degli accordi di ristrutturazione dei debiti dell’intero gruppo, sia per l’ammissione delle diverse imprese al concordato preventivo.

 

  1. Verranno introdotte misure tali da rendere più facile l’accesso al credito, attraverso forme di garanzia che non comportano la perdita del possesso del bene in modo da assicurare un sostegno soprattutto alle imprese medio-piccole. Tra queste misure vi è la possibilità, per l’azienda, di poter continuare ad utilizzare “l’asset per il processo produttivo” o in alternativa disporne “trasferendo la prelazione sul corrispettivo ricavato e altresì concedere la garanzia su beni non ancora attuali ma futuri e determinabili”.

 

  1. La nuova legge estende il controllo giudiziale ex art. 2409 cc. anche alle società a responsabilità limitata che dovranno dotarsi di un organo di controllo.

 

  1. Da ultimo, è stata inserita una norma salva-famiglie, ossia una tutela per chi acquista immobili da costruire: gli atti di trasferimento dovranno essere conclusi, a pena di nullità, per atto pubblico o scrittura privata autenticata, che assicuri quindi il controllo di legittimità da parte del notaio, evitando la sistematica violazione da parte dei costruttori di fornire, al momento della conclusione del contratto anche preliminare, l’assicurazione e la fideiussione a garanzia di colui che acquista.

 

 

Dott. Mirko Buonasperanza

BREVI CENNI SUL NUOVO CODICE ANTIMAFIA

Con il Ddl n. 2134-S, approvato il 27 settembre 2017, il Parlamento modifica il sistema delle misure di prevenzione contenuto nel codice antimafia (d.lgs. 159/2011)

Con il Ddl n. 2134-S, approvato il 27 settembre 2017, recante “Modifiche al codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, al codice penale e alle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale e altre disposizioni. Delega al Governo per la tutela del lavoro nelle aziende sequestrate e confiscate” il Parlamento modifica il sistema delle misure di prevenzione contenuto nel codice antimafia (d.lgs. 159/2011).

A. Il primo elemento degno di nota consiste nell’ampliamento dei destinatari delle misure di prevenzione personali e patrimoniali. All’art. 1 la novella aggiunge ai soggetti già esistenti:
1) i soggetti indiziati del reato di assistenza agli associati ex art. 418 c.p.;
2) le persone che abbiano posto in essere atti esecutivi diretti a sovvertire l’ordinamento dello Stato, con la commissione di uno dei reati indicati nell’art. 4 del codice antimafia (tra cui anche i reati di terrorismo);
3) i soggetti indiziati del delitto di “truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche” ex art. 640-bis c.p.;
4) gli indiziati di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati contro la pubblica amministrazione come peculato, peculato mediante profitto dell’errore altrui, malversazione a danno dello Stato, indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato, concussione, corruzione per l’esercizio della funzione, corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione in atti giudiziari, induzione indebita a dare o promettere utilità, corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio, istigazione alla corruzione;
5) i soggetti indiziati di stalking ex art. 612-bis c.p..
Il testo definitivo della riforma accoglie gli emendamenti del Senato, per i quali l’applicazione del sistema della prevenzione in materia di reati contro la P.A. viene “limitata” ai casi in cui questi siano commessi in forma associativa ex art. 416 c.p., e non individuale.

B. La riforma modifica anche il procedimento di applicazione delle misure di prevenzione personali in vari modi:
1) la titolarità della proposta di misure di prevenzione personale è attribuita, oltre che già al procuratore della Repubblica presso il tribunale capoluogo del distretto, anche al procuratore della Repubblica del tribunale del circondario;
2) è previsto un coordinamento del procuratore della Repubblica presso il tribunale nel cui circondario dimora la persona con il procuratore della Repubblica presso il tribunale del capoluogo di distretto;
3) è prevista l’istituzione di cancellerie delle sezioni o collegi speciali per le misure di prevenzione del tribunale distrettuale presso cui dovrà essere depositata la proposta di misura di prevenzione antimafia;
4) il divieto di soggiorno potrà essere applicato anche in relazione a una o più regioni e non più province;
5) è modificato il procedimento di applicazione delle misure di prevenzione, precisando che il termine di trenta giorni entro il quale il Tribunale deve provvedere con decreto motivato decorre dal deposito della proposta e che l’avviso di fissazione della data dell’udienza contenga una concisa esposizione dei contenuti della proposta.
6) è aggiunta la possibilità di rinvio dell’udienza in caso di legittimo impedimento, non solo dell’interessato, ma anche del difensore;

C. La riforma, all’art. 3, modifica la disciplina delle impugnazioni delle misure di prevenzione personali permettendo la proposizione del ricorso in Appello e in Cassazione anche al difensore dell’interessato.
D. Circa la decorrenza e la cessazione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, la riforma prevede che “l’esecuzione della misura resti sospesa durante il tempo in cui l’interessato è sottoposto a custodia cautelare o a detenzione per espiazione di pena e che, qualora quest’ultima si sia protratta per almeno due anni, il giudice debba, anche d’ufficio, verificare la persistenza della pericolosità sociale del soggetto, così da revocare la misura in caso di accertamento negativo o, in caso contrario, emettere decreto con cui ordinarne l’esecuzione”.

E. Vi è poi una modifica circa la proposizione delle misure di prevenzione patrimoniali: il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo può proporre la misura patrimoniale e, nel caso di applicazione rivolta ai cd. pericolosi generici o alle persone indiziate di cui alle nuove lett. i-bis e i-ter dell’art. 4, le funzioni e le competenze del procuratore distrettuale sono attribuite anche al procuratore della Repubblica del tribunale nel cui circondario dimora la persona in coordinamento con il procuratore distrettuale. Migliora anche il coordinamento delle autorità competenti sul territorio: si incarica infatti il procuratore distrettuale (di concerto col questore e col direttore della DIA) di assicurarsi che l’applicazione delle misure patrimoniali non intralci altre indagini in corso.

F. per ciò che riguarda invece il sequestro, è ora previsto che, oltre al sequestro dei beni ritenuti di origine illecita, il tribunale possa disporre anche l’amministrazione giudiziaria di aziende nonché di beni strumentali all’esercizio delle relative attività economiche ex art. 34 e la nuova misura del controllo giudiziario dell’azienda ex art. 34-bis. La riforma prevede, inoltre, che il sequestro di partecipazioni sociali totalitarie si estenda di diritto a tutti i beni aziendali, che il Tribunale è peraltro chiamato a indicare in modo specifico. In ogni caso l’esecuzione del sequestro viene ora affidata in via esclusiva alla polizia giudiziaria.

G. All’art. 24 è modificata la confisca di prevenzione, prevedendo la impossibilità per il proposto di giustificare la legittima provenienza dei beni adducendo che il denaro utilizzato per acquistarli sia provento o reimpiego di evasione fiscale.
Riguardo invece la confisca per equivalente ex art. 25, è eliminato ogni riferimento alla finalità di dispersione e occultamento dei beni quale presupposto necessario per ricorrere alla confisca di valore. L’istituto è ora applicabile nel caso in cui, “dopo la presentazione della proposta”, “non risulti possibile procedere al sequestro dei beni, perché il proposto non ne ha la disponibilità, diretta o indiretta, anche ove trasferiti legittimamente in qualunque epoca a terzi in buona fede”. È autorizzata comunque la confisca per equivalente anche quando, in seguito alla morte del proposto, il procedimento sia proseguito nei confronti degli eredi o degli aventi causa o sia iniziato nei confronti dei successori a titolo universale o particolare.

H. Per ciò che attiene le impugnazioni delle misure di prevenzione patrimoniali è prevista l’impugnabilità anche del decreto che dispone o nega il sequestro e del provvedimento di rigetto della richiesta di confisca, anche nel caso in cui non sia stato ancora disposto il sequestro. È poi previsto che, nelle more del giudizio di Cassazione, si possa sospendere la decisione della Corte d’Appello di disporre, in riforma del decreto di confisca emesso dal tribunale, la revoca del sequestro.

I. L’art. 23 della riforma prevede la modifica dell’art. 71 del codice antimafia, il quale, dispone un’aggravante (aumento della pena da un terzo alla metà) per un catalogo di delitti, commessi da chi è sottoposto in via definitiva a una misura di prevenzione personale durante il periodo di applicazione e fino ai tre anni successivi all’esecuzione della misura, che è ampliato, aggiungendo il reato di scambio elettorale politico-mafioso, quello di assistenza agli associati e una serie di delitti contro la pubblica amministrazione, coincidenti con quelli ex art. 4 del codice antimafia.

L. Cambia anche il codice penale: l’art. 30 della riforma aumenta la pena prevista per il reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche passando “da 1 a 6 anni” a “da 2 a 7 anni”.

M. Quanto invece alla legge sulla responsabilità amministrativa da reato degli enti ex d.lgs. 231 del 2001, la riforma introduce sanzioni pecuniarie e interdittive in relazione alla commissione dei delitti di procurato ingresso illecito e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina rubricato all’art. 12 del d.lgs. 286 del 1998 (cd. Testo Unico sull’ immigrazione).

N. Cambia anche l’art. 7-bis dell’ordinamento giudiziario, il quale istituisce, presso il tribunale del capoluogo del distretto e presso la corte di Appello, sezioni o collegi specializzati nella trattazione in via esclusiva dei procedimenti di prevenzione, “nell’intento di assicurarne un più celere svolgimento da parte dei magistrati dotati di una peculiare competenza nella materia”.

La riforma si chiude infine con le disposizioni di attuazione e transitorie ex artt. 35-38, preceduti da una disposizione contenente una delega al Governo per “la tutela del lavoro nell’ambito delle imprese sequestrate e confiscate”, per poter adottare “misure per l’emersione del lavoro irregolare e per il contrasto del caporalato e di salvaguardare l’accesso all’integrazione salariale e agli altri ammortizzatori sociali”.

Dott. Mirko Buonasperanza

Sulla possibilità per la Cassazione di concedere la sospensione condizionale della pena: la Corte può concederla nel caso di diniego non motivato nel giudizio di merito?

La sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio, non potendo la Cassazione operare un giudizio, necessariamente di fatto, circa la concedibilità o meno all’ imputato della sospensione condizionale della pena.

La quarta sezione della Corte di Cassazione, con la sentenza numero 41988 del 2017, ha ripreso in considerazione la possibilità, nello stesso giudizio di legittimità, di annullare la pronuncia impugnata e concedere, direttamente in quella sede, la sospensione condizionale della pena nel caso di “immotivato diniego sul punto” da parte del giudice di merito.

 

Gli ermellini hanno aderito alla giurisprudenza prevalente secondo la quale, “nel caso in cui l’imputato abbia richiesto con l’atto di appello la concessione della sospensione condizionale della pena e la non menzione della condanna inflittagli dal giudice di primo grado ed il giudice d’appello non abbia preso in considerazione tale richiesta, omettendo qualsiasi pronuncia sul punto, la sentenza impugnata deve essere annullata in parte qua con rinvio, non potendo la Corte di Cassazione operare un giudizio, necessariamente anche di fatto, soprattutto con riferimento al giudizio prognostico indicato nell’art. 164 cp., circa la concedibilità o meno all’imputato dei benefici richiesti”.

 

A questo orientamento se ne contrappone un secondo, per cui, “in caso di immotivato diniego della sentenza impugnata, da parte del giudice di merito, sarebbe possibile annullare senza rinvio la stessa concedendo direttamente in sede di legittimità la sospensione condizionale della pena”.

 

Quest’ultimo indirizzo non può però essere condiviso, in quanto, come recita la sentenza in esame, il primo comma dell’art. 164[1] cp. “prevede che la sospensione condizionale della pena è ammessa soltanto se, avuto riguardo alle circostanze indicate nell’art. 133[2], il giudice presume che il colpevole si asterrà dal commettere ulteriori reati, con conseguente formulazione di un giudizio prognostico che non può essere limitato alla verifica della mancanza delle condizioni ostative (entità della pena, precedenti penali, ecc. ecc.) ma che, per contro, esclude ogni automatismo, implicando l’esercizio di un potere discrezionale, così come espressamente stabilito dall’art. 133 al quale l’art. 164 rinvia”.

 

A conclusione la Corte precisa inoltre che “il giudizio prognostico previsto dalla norma in questione va effettuato non solo sulla base della situazione esistente al momento in cui è stata pronunciata la condanna, ma anche degli elementi sopravvenuti attraverso una valutazione che sfugge dunque, anche per tale aspetto, al giudizio di legittimità e resta affidata alla discrezionalità del giudice di appello”.

 

 

Dott. Mirko Buonasperanza

[1] Art. 164 cp. Limiti entro i quali è ammessa la sospensione condizionale della pena.

La sospensione condizionale della pena è ammessa soltanto se, avuto riguardo alle circostanze indicate nell’articolo 133, il giudice presume che il colpevole si asterrà dal commettere ulteriori reati.

La sospensione condizionale della pena non può essere conceduta:

  1. a chi ha riportato una precedente condanna a pena detentiva per delitto, anche se è intervenuta la riabilitazione, né al delinquente o contravventore abituale o professionale;
  2. allorché alla pena inflitta deve essere aggiunta una misura di sicurezza personale perché il reo è persona che la legge presume socialmente pericolosa.

La sospensione condizionale della pena rende inapplicabili le misure di sicurezza, tranne che si tratti della confisca.

La sospensione condizionale della pena non può essere concessa più di una volta. Tuttavia il giudice nell’infliggere una nuova condanna, può disporre la sospensione condizionale qualora la pena da infliggere, cumulata con quella irrogata con la precedente condanna anche per delitto, non superi i limiti stabiliti dall’articolo 163.

 

[2] Art. 133 cp. Gravità del reato: valutazione agli effetti della pena.

Nell’esercizio del potere discrezionale indicato nell’articolo precedente, il giudice deve tener conto della gravità del reato, desunta:

  1. dalla natura, dalla specie, dai mezzi, dall’oggetto, dal tempo, dal luogo e da ogni altra modalità dell’azione;
  2. dalla gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reato;
  3. dalla intensità del dolo o dal grado della colpa.

Il giudice deve tener conto, altresì, della capacità a delinquere del colpevole, desunta:

  1. dai motivi a delinquere e dal carattere del reo;
  2. dai precedenti penali e giudiziari e, in genere, dalla condotta e dalla vita del reo, antecedenti al reato;
  3. dalla condotta contemporanea o susseguente al reato;
  4. dalle condizioni di vita individuale, familiare e sociale del reo.

 

Risarcimenti personalizzati e danno non patrimoniale davanti alla Cassazione

Per la Corte di Cassazione qualora si procedesse ad una personalizzazione del danno non patrimoniale richiamando voci che potrebbero riferirsi astrattamente a qualsiasi soggetto che fosse incorso ordinariamente nelle medesime conseguenze lesive, si creerebbe una duplicazione risarcitoria inammissibile.

Dalla sentenza numero 21939 del 2017, con la quale i giudici della Suprema Corte di Cassazione hanno accolto il ricorso di una compagnia assicurativa contro la sentenza della Corte d’Appello che aveva aumentato il risarcimento del danno subito da un uomo a seguito di un incidente, ricorrendo al meccanismo della personalizzazione ma facendo riferimento generico a una serie di circostanze che tutti astrattamente potrebbero subire dopo un incidente (senza tuttavia motivare più nel dettaglio la sua decisione), la Corte fa derivare che “il giudice, nel procedere alla personalizzazione del danno non patrimoniale, non può apprezzare delle circostanze che sono individuate genericamente e sono solo asseritamente personalizzanti, senza valutarle in maniera analitica né valorizzare i loro profili di concreta riferibilità e inerenza all’esperienza di vita effettiva del danneggiato”.

 

Per la Corte di Cassazione, infatti, qualora si procedesse ad una personalizzazione del danno non patrimoniale richiamando voci che potrebbero riferirsi astrattamente a qualsiasi soggetto che fosse incorso ordinariamente nelle medesime conseguenze lesive, si creerebbe una duplicazione risarcitoria inammissibile.

 

Il meccanismo della personalizzazione deve valorizzare le circostanze di fatto specifiche e peculiari che “valgano a superare le conseguenze ‘ordinarie’ già previste e compensate dalla liquidazione forfettizzata del danno non patrimoniale assicurata dalle previsioni tabellari“, “dandone espressamente conto in motivazione in coerenza alle risultanze argomentative e probatorie obiettivamente emerse ad esito del dibattito processuale“.

 

Qualora mancasse tale approfondimento, come nel caso de quo, il giudice non potrebbe che ritornare sulla propria posizione.

 

 

Dott. Mirko Buonasperanza