LA PREVENZIONE DELLA CORRUZIONE NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

La necessità di introdurre nell’ordinamento una specifica disciplina sulla prevenzione e repressione della corruzione deriva da segnalazioni circa anomalie incorrenti nelle procedure burocratiche rivolte all’utenza nonché da querele e denunce di reati contro la pubblica amministrazione.

 

  1. Concetti preliminari: distinzione tra corruzione e concussione.

Il reato di corruzione ex art. 318 e ss. c.p. è un reato a concorso necessario in cui fulcro della fattispecie è l’accordo tra un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio ed un privato; nel reato di concussione di cui all’art. 317 c.p. invece la condotta illecita attiva è esercitata dal pubblico ufficiale (o incaricato di pubblico servizio) che provoca uno stato di soggezione nel privato.

Elementi costitutivi che caratterizzano il reato di corruzione sono:

  • Violazione del bene giuridico identificato nella correttezza, nel buon andamento e nella imparzialità della pubblica amministrazione;
  • Soggetto attivo è un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio (col concorso del privato corruttore ex art. 321 c.p.);
  • Il soggetto passivo è la pubblica amministrazione danneggiata;
  • La condotta consiste nell’azione illegale di ricevere per sé o per un terzo denaro od altra utilità o accettarne la promessa e in cambio di compiere o omettere un atto contrario ai doveri d’ufficio;
  • L’elemento soggettivo si configura quando il pubblico ufficiale riceve il denaro o altra utilità o ne accetta la promessa per compiere un atto contrario ai doveri d’ufficio (dolo generico) oppure quando il funzionario riceve un compenso o ne accetta la promessa per aver compiuto un atto contrario ai doveri d’ufficio.

 

  1. Perché introdurre una disciplina sulla prevenzione dei fenomeni corruttivi.

La necessità di introdurre nell’ordinamento giuridico una specifica disciplina sulla prevenzione e repressione della corruzione in relazione alla Pubblica amministrazione deriva da numerose segnalazioni ricevute da dirigenti pubblici circa anomalie incorrenti nelle procedure burocratiche rivolte all’utenza nonché da querele e denunce formali sporte presso organi di polizia giudiziaria in ordine alla commissione di reati contro la pubblica amministrazione che, negli ultimi anni, hanno visto un vertiginoso incremento. Per ciò che concerne i predetti reati, è necessario rammentare che gli stessi possono essere consumati sia da soggetti appartenenti alla amministrazione pubblica sia da soggetti esterni alla stessa, elemento questo incide sulla modalità con cui si cerca di prevenire la commissione di illeciti di tal fatta.

 

  1. La legge n. 190 del 2012.

La legge 190/2012 rubricata “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella P.A.” è composta da un unico articolo a cui si aggiungono 83 commi che vanno a trattare l’intero ambito della prevenzione dei danni derivanti da corruzione. Alle regioni viene concesso il potere di disciplinare piani territoriali di prevenzione della corruzione e di individuare i punti di criticità di tale fenomeno.

A tale scopo, ogni tre anni, le regioni e le P.A., rinnovano tali piani sia dal punto di vista degli obiettivi da tutelare, sia dal punto di vista della gestione del personale, facendo turnare coloro i quali sono preposti al controllo gerarchico all’ interno degli uffici.

 

Il punto nodale del sistema di prevenzione della corruzione è incentrato sul cd. codice di comportamento[1] che costituisce una tra le principali misure poste in essere a livello decentrato, contenendo norme che regolano il corretto comportamento dei dipendenti e dell’ azione amministrativa stabilendo che coloro i quali dovessero violare tali norme sarebbero soggetti a risoluzione del rapporto lavorativo con l’amministrazione. La legge individua un codice generale nazionale di comportamento valido per tutte le P.A. ed un codice obbligatorio per ciascuna amministrazione i cui effetti sono la sanzioni disciplinari cui si aggiungono le misure di prevenzione dei danni da corruzione di natura penale[2].

 

Le misure di prevenzione contenute nella legge sono:

 

  • Misure obbligatorie, previste dalla legge o da altre fonti normative;
  • Misure ulteriori che, pur non essendo obbligatorie per legge, ogni P.A. ritenga necessarie per gestire i rischi eventualmente identificati in concreto;
  • Misure di carattere trasversale, obbligatorie e/o ulteriori, come ad esempio l’informatizzazione dei processi, il monitoraggio, la trasparenza ecc. ecc.

Da ultimo è necessario mettere in luce l’art. 54-bis. (Tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti) il quale statuisce che:

“1. Fuori dei casi di responsabilità a titolo di calunnia o diffamazione, ovvero per lo stesso titolo ai sensi dell’articolo 2043 del codice civile, il pubblico dipendente che denuncia all’autorita’ giudiziaria o alla Corte dei conti, ovvero riferisce al proprio superiore gerarchico condotte illecite di cui sia venuto a conoscenza in ragione del rapporto di lavoro, non puo’ essere sanzionato, licenziato o sottoposto ad una misura discriminatoria, diretta o indiretta, avente effetti sulle condizioni di lavoro per motivi collegati direttamente o indirettamente alla denuncia.

  1. Nell’ambito del procedimento disciplinare, l’identita’ del segnalante non puo’ essere rivelata, senza il suo consenso, sempre che la contestazione dell’addebito disciplinare sia fondata su accertamenti distinti e ulteriori rispetto alla segnalazione. Qualora la contestazione sia fondata, in tutto o in parte, sulla segnalazione, l’identita’ puo’ essere rivelata ove la sua conoscenza sia assolutamente indispensabile per la difesa dell’incolpato.
  2. L’adozione di misure discriminatorie e’ segnalata al Dipartimento della funzione pubblica, per i provvedimenti di competenza, dall’interessato o dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative nell’amministrazione nella quale le stesse sono state poste in essere.
  3. La denuncia e’ sottratta all’accesso previsto dagli articoli 22 e seguenti della legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni»”.

Dott. Mirko Buonasperanza

 

[1] Art. 54. – (Codice di comportamento). – 1. Il Governo definisce un codice di comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni al fine di assicurare la qualita’ dei servizi, la prevenzione dei fenomeni di corruzione, il rispetto dei doveri costituzionali di diligenza, lealta’, imparzialita’ e servizio esclusivo alla cura dell’interesse pubblico. Il codice contiene una specifica sezione dedicata ai doveri dei dirigenti, articolati in relazione alle funzioni attribuite, e comunque prevede per tutti i dipendenti pubblici il divieto di chiedere o di accettare, a qualsiasi titolo, compensi, regali o altre utilita’, in connessione con l’espletamento delle proprie funzioni o dei compiti affidati, fatti salvi i regali d’uso, purche’ di modico valore e nei limiti delle normali relazioni di cortesia.

[2] Art. 54 comma 3 –  La violazione dei doveri contenuti nel codice di comportamento, compresi quelli relativi all’attuazione del Piano di prevenzione della corruzione, e’ fonte di responsabilita’ disciplinare. La violazione dei doveri e’ altresi’ rilevante ai fini della responsabilita’ civile, amministrativa e contabile ogniqualvolta le stesse responsabilita’ siano collegate alla violazione di doveri, obblighi, leggi o regolamenti. Violazioni gravi o reiterate del codice comportano l’applicazione della sanzione di cui all’articolo 55-quater, comma 1.

Abolitio criminis e revoca della sentenza: quale destino per la confisca?

Se la norma incriminatrice viene abrogata il giudice deve dichiarare che il fatto non è previsto dalla legge come reato adottando provvedimenti conseguenti inclusa la revoca della confisca.

La terza sezione penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 8421 del 21 febbraio 2018, ha trattato il caso di un soggetto condannato nel 2014 per omesso versamento IVA ex art. 10 ter del Dlgs. 74 del 2000[1] il quale aveva proposto incidente di esecuzione ex artt. 666[2] e 673[3] c.p.p., domandando la revoca della sentenza motivata della parziale abolitio criminis derivante dall’innalzamento delle soglie di punibilità operato dal Dlgs. 158 del 2015 rubricato “Revisione del sistema sanzionatorio, in attuazione dell’articolo 8, comma 1, della legge 11 marzo 2014, n. 23”.

 

Il Giudice dell’esecuzione decideva per la revoca della sentenza poiché il fatto non era più previsto dalla legge come reato; ciò determinava quindi anche la cessazione dell’esecuzione della pena e degli effetti penali, fra i quali le spese processuali e di sequestro.

 

Il Giudice però, col medesimo provvedimento, escludeva l’applicabilità dell’art. 673 c.p.p. a quella parte della sentenza che aveva disposto la confisca per equivalente ai sensi dell’art. 322 ter[4] c.p.: tale misura, secondo il Giudice, era già stata eseguita e vi era già stata “l’acquisizione del bene a titolo originario in favore del patrimonio dello Stato”.

La Cassazione contrariamente annullava l’ordinanza disponendo la restituzione di quanto confiscato argomentando quanto segue: l’art. 2 co. 2 c.p. statuisce che, qualora vi sia stata condanna ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali; l’art. 210 co. 1 c.p. prevede che l’estinzione del reato impedisce l’applicazione delle misure di sicurezza e ne fa cessare l’esecuzione; l’art. 673 c.p.p. prevede che, se la norma incriminatrice viene abrogata, il giudice deve dichiarare che il fatto non è previsto dalla legge come reato adottando provvedimenti conseguenti ossia la revoca di tutte le statuizioni accessorie che presuppongono la condanna (anch’essa revocata) come ad esempio l’eventuale confisca dei beni a suo tempo sequestrati.

Ciò che importa è in ogni caso che si è in presenza di una misura obbligatoria che consegue ad una sentenza, sia la confisca diretta o per equivalente. Qualora la sentenza di condanna venisse revocata, la confisca seguirebbe di diritto la medesima sorte.

 

Non costituirebbe elemento ostativo alla revoca nemmeno la sua esecuzione essendo in ogni caso ordinabile la restituzione dei beni illegittimamente acquisiti a seguito del venir meno del titolo fondante la confisca (la condanna) frutto della abrogazione del reato.

 

Dott. Mirko Buonasperanza

[1] Art. 10 ter Dlgs 74/2000: “È   punito con la reclusione da sei mesi a due anni chiunque non versa, entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo d’imposta successivo, l’imposta sul valore aggiunto dovuta in base alla dichiarazione annuale, per un ammontare superiore a euro duecentocinquantamila per ciascun periodo d’imposta”.

[2] Art. 666 c.p.p.: “1. Il giudice dell’esecuzione procede a richiesta del pubblico ministero, dell’interessato o del difensore.

  1. Se la richiesta appare manifestamente infondata per difetto delle condizioni di legge ovvero costituisce mera riproposizione di una richiesta già rigettata, basata sui medesimi elementi, il giudice o il presidente del collegio, sentito il pubblico ministero, la dichiara inammissibile con decreto motivato, che è notificato entro cinque giorni all’interessato. Contro il decreto può essere proposto ricorso per cassazione.
  2. Salvo quanto previsto dal comma 2, il giudice o il presidente del collegio, designato il difensore di ufficio all’interessato che ne sia privo, fissa la data dell’udienza in camera di consiglio e ne fa dare avviso alle parti e ai difensori. L’avviso è comunicato o notificato almeno dieci giorni prima della data predetta. Fino a cinque giorni prima dell’udienza possono essere depositate memorie in cancelleria.
  3. L’udienza si svolge con la partecipazione necessaria del difensore e del pubblico ministero. L’interessato che ne fa richiesta è sentito personalmente; tuttavia, se è detenuto o internato in luogo posto fuori della circoscrizione del giudice, è sentito prima del giorno dell’udienza dal magistrato di sorveglianza del luogo, salvo che il giudice ritenga di disporre la traduzione.
  4. Il giudice può chiedere alle autorità competenti tutti i documenti e le informazioni di cui abbia bisogno; se occorre assumere prove, procede in udienza nel rispetto del contraddittorio.
  5. Il giudice decide con ordinanza. Questa è comunicata o notificata senza ritardo alle parti e ai difensori, che possono proporre ricorso per cassazione. Si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni sulle impugnazioni e quelle sul procedimento in camera di consiglio davanti alla corte di cassazione.
  6. Il ricorso non sospende l’esecuzione dell’ordinanza, a meno che il giudice che l’ha emessa disponga diversamente.
  7. Se l’interessato è infermo di mente, l’avviso previsto dal comma 3 è notificato anche al tutore o al curatore; se l’interessato ne è privo, il giudice o il presidente del collegio nomina un curatore provvisorio. Al tutore e al curatore competono gli stessi diritti dell’interessato.
  8. Il verbale di udienza è redatto soltanto in forma riassuntiva a norma dell’articolo 140 comma 2”.

[3] Art. 673 c.p.p.: “1. Nel caso di abrogazione o di dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma incriminatrice, il giudice dell’esecuzione revoca la sentenza di condanna o il decreto penale dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato e adotta i provvedimenti conseguenti.

  1. Allo stesso modo provvede quando è stata emessa sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere per estinzione del reato o per mancanza di imputabilità”.

[4]Art. 322 ter c.p.: “Nel caso di condanna, o di applicazione della pena su richiesta delle parti a norma dell’articolo 444 del codice di procedura penale, per uno dei delitti previsti dagli articoli da 314 a 320, anche se commessi dai soggetti indicati nell’articolo 322-bis, primo comma, è sempre ordinata la confisca dei beni che ne costituiscono il profitto o il prezzo, salvo che appartengano a persona estranea al reato, ovvero, quando essa non è possibile, la confisca di beni, di cui il reo ha la disponibilità, per un valore corrispondente a tale prezzo o profitto.

Nel caso di condanna, o di applicazione della pena a norma dell’articolo 444 del codice di procedura penale, per il delitto previsto dall’articolo 321, anche se commesso ai sensi dell’articolo 322-bis, secondo comma, è sempre ordinata la confisca dei beni che costituiscono il profitto salvo che appartengano a persone estranea al reato, ovvero, quando essa non è possibile, la confisca di beni, di cui il reo ha la disponibilità, per un valore corrispondente a quello di detto profitto e, comunque, non inferiore a quello del denaro o delle altre utilità date o promesse al pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio o agli altri soggetti indicati nell’articolo 322-bis, secondo comma.

Nei casi di cui ai commi primo e secondo, il giudice, con sentenza di condanna, determina le somme di denaro o individua i beni assoggettati a confisca in quanto costituenti il profitto o il prezzo del reato ovvero in quanto corrispondente al profitto o al prezzo del reato”.

AIUTO E ISTIGAZIONE AL SUICIDIO: LA PAROLA ALLA CONSULTA

L’interpretazione per cui il suicidio è un fatto di per sé riprovevole e il diritto alla vita è tutelabile a prescindere dalla libertà dell’individuo violerebbe la Costituzione e la Cedu.

Art. 580 c.p. “Istigazione o aiuto al suicidio”:

  1. Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima.
  2. Le pene sono aumentate se la persona istigata o eccitata o aiutata si trova in una delle condizioni indicate nei numeri 1 e 2 dell’articolo precedente. Nondimeno, se la persona suddetta è minore degli anni quattordici o comunque è priva della capacità d’intendere o di volere, si applicano le disposizioni relative all’omicidio.

La I sezione della Corte d’assise di Milano, durante l’udienza del 14 febbraio 2018, nel processo che vedeva imputato Marco Cappato per il reato previsto e punito dall’art. 580 c.p., essendo egli accusato “per aver rafforzato il proposito suicidiario di Antoniani Fabiano (dj Fabo) affetto da tetraplegia e cecità a seguito di incidente stradale […] prospettandogli la possibilità di ottenere assistenza al suicidio […]”, ha disposto la sospensione del processo al fine di sollevare la questione di legittimità costituzionale con riferimento al prima citato articolo sia nella parte in cui incrimina la condotta di aiuto al suicidio in alternativa a quella di istigazione,  prescindendo dal suo contributo alla determinazione o al rafforzamento del proposito al suicidio (per ritenuto contrasto con gli articoli 3, 13 comma 1, e 117 della Costituzione in relazione agli articoli 2 e 8 Cedu) sia nella parte in cui prevede che la condotta di agevolazione al suicidio, non incidente sul percorso deliberativo dell’aspirante suicida, sia sanzionabile con la pena della reclusione da 5 a 10 anni senza differenziazione rispetto alla condotta di istigazione (per ritenuto contrasto con gli articoli  3, 13, 25 comma 2, e 27 comma 3 Cost).

Nella fattispecie concreta in esame, la Corte ha evidenziato che sono state provate in dibattimento l’impossibilità di poter curare la malattia di dj Fabo e al contempo la sua piena capacità di intendere e di volere. Egli, già nel marzo 2016, comunicava alla propria famiglia e alla compagna la sua decisione di non voler più vivere in quelle condizioni di continua sofferenza esprimendo inoltre la ferma volontà di porre fine alla propria vita (si badi bene, i contatti con l’Associazione Luca Coscioni e con Cappato in particolare avverranno non prima del maggio dello stesso anno).

Vi è inoltre l’accertamento giudiziario circa il fatto che il Cappato “non indirizzò o condizionò la decisione di Fabiano di procedere in Svizzera al proprio suicidio attraverso le modalità consentite in quello Stato, ma al contrario gli prospettò la possibilità di farlo in Italia interrompendo le terapie che lo tenevano in vita”.

In ogni caso anche concludendo che la condotta dell’imputato non ha inciso sul processo deliberativo della parte offesa (circa la decisione di porre fine alla propria vita) e dunque nulla può essere addebitato al Cappato in ordine all’aver rafforzato il proposito suicidiario, deve comunque affermarsi che l’atto di aver accompagnato in Svizzera dj Fabo, nella consapevolezza di realizzare il suo progetto suicidiario poi effettivamente verificatosi, integra la condotta di agevolazione al pari censurata dall’art. 580 c.p.

I Giudici, in aggiunta, hanno rilevato la necessità di una interpretazione estensiva del diritto alla salute sancito all’art. 32 Cost. come affermato nel caso Englaro in cui la Cassazione statuì che “il diritto alla salute, come tutti i diritti di libertà, implica la tutela del suo risvolto negativo: il diritto di perdere la salute, di ammalarsi, di non curarsi, di vivere le fasi finali della propria esistenza secondo canoni di dignità propri dell’interessato, finanche di lasciarsi morire» (Cass. sez. I civile, 16 ottobre 2007 n. 21.748).

Ad ogni soggetto deve, in risultanza di ciò, essere riconosciuta la libertà di decidere quando e come morire. Solo le azioni che pregiudicassero la libertà di decidere dovrebbero costituire offesa al bene giuridico tutelato dalla norma in esame.

Per questi motivi l’interpretazione dell’art. 580 c.p., per cui il suicidio è un fatto di per sé riprovevole e il diritto alla vita è tutelabile a prescindere dalla libertà dell’individuo (come da tesi esposta dal G.i.p. nell’imputazione coatta), violerebbe gli artt. 2, 13 comma 1, e 117 Cost. con riferimento agli artt. 2 e 8 Cedu e la pena che ingloba in sé senza distinguerle tutte le condotte di aiuto al suicidio e di istigazione, risulta contraria al principio di ragionevolezza della pena e di offensività del fatto.

Dott. Mirko Buonasperanza

La riparazione del danno nel reato di atti sessuali con minorenni.

La Cassazione ha escluso che la nuova causa di estinzione possa applicarsi al reato di atti sessuali con minorenni.

Il reato di cui all’articolo 609 quater c.p.  punisce con la pena stabilita per l’art. 609 bis (reclusione da 5 a 10 anni) “chiunque […] compie atti sessuali con persona che, al momento del fatto:

1) non ha compiuto gli anni quattordici;

2) non ha compiuto gli anni sedici, quando il colpevole sia l’ascendente, il genitore, anche adottivo, o il di lui convivente, il tutore, ovvero altra persona cui, per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia, il minore è affidato o che abbia, con quest’ultimo, una relazione di convivenza […]”.

 

Il nuovo articolo 162 ter del codice di procedura penale[1] prevede l’estinzione del reato nel caso in cui l’imputato abbia riparato integralmente, entro i termini definiti dalla norma, il danno cagionato dal reato, attraverso le restituzioni o il risarcimento, e abbia eliminato se possibile, le conseguenze dannose o pericolose del reato stesso. A tal fine, però, è indispensabile che il reato per il quale vi è imputazione sia procedibile a querela soggetta a remissione.

 

Con la sentenza numero 1580 del 2018 la Suprema Corte di Cassazione ha escluso che la nuova causa di estinzione possa applicarsi al reato di atti sessuali con minorenni.

Gli ermellini hanno fatto rilevare che il reato di cui all’articolo 609 quater c.p. è procedibile a querela irrevocabile come enuncia espressamente l’articolo 609 septies al comma 3 (“La querela proposta è irrevocabile”), aggiungendo anche al comma 4 che in alcune specifiche ipotesi gli atti sessuali con minorenni sono addirittura procedibili d’ufficio.

 

Con la stessa sentenza, la Corte di legittimità ha aperto all’applicabilità del procedimento previsto dalla nuova norma anche al giudizio dinanzi alla Cassazione, sebbene, per la sua struttura, lo stesso richiederebbe compiti estranei alle attribuzioni di un giudice di legittimità come ad esempio ascoltare le parti e la persona offesa.

L’esclusione del giudizio di legittimità con riferimento alla possibilità per l’imputato, nella fattispecie in esame, di chiedere la fissazione di un termine per provvedere alle restituzioni e al pagamento nella prima udienza successiva alla data di entrata in vigore della legge sembrerebbe derivare dal presupposto che i reati contestati all’imputato siano a procedibilità per querela irrevocabile.

 

Dott. Mirko Buonasperanza

[1] ARTICOLO 162 TER c.p.p.- Estinzione del reato per condotte riparatorie:

“Nei casi di procedibilità a querela soggetta a remissione, il giudice dichiara estinto il reato, sentite le parti e la persona offesa, quando l’imputato ha riparato interamente, entro il termine massimo della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, il danno cagionato dal reato, mediante le restituzioni o il risarcimento, e ha eliminato, ove possibile, le conseguenze dannose o pericolose del reato. Il risarcimento del danno può essere riconosciuto anche in seguito ad offerta reale ai sensi degli articoli 1208 e seguenti del codice civile, formulata dall’imputato e non accettata dalla persona offesa, ove il giudice riconosca la congruità della somma offerta a tale titolo.

Quando dimostra di non aver potuto adempiere, per fatto a lui non addebitabile, entro il termine di cui al primo comma, l’imputato può chiedere al giudice la fissazione di un ulteriore termine, non superiore a sei mesi, per provvedere al pagamento, anche in forma rateale, di quanto dovuto a titolo di risarcimento; in tal caso il giudice, se accoglie la richiesta, ordina la sospensione del processo e fissa la successiva udienza alla scadenza del termine stabilito e comunque non oltre novanta giorni dalla predetta scadenza, imponendo specifiche prescrizioni. Durante la sospensione del processo, il corso della prescrizione resta sospeso. Si applica l’articolo 240, secondo comma.

Il giudice dichiara l’estinzione del reato, di cui al primo comma, all’esito positivo delle condotte riparatorie.

Le disposizioni del presente articolo non si applicano nei casi di cui all’articolo 612-bis.”

 

L’acquisizione di verbali di prova di altro procedimento penale all’interno del giudizio in atto.

A norma dell’art. 468 co. 4 bis c.p.p., “La parte che intende chiedere l’acquisizione di verbali di prova di altro procedimento penale deve farne espressa richiesta unitamente al deposito delle liste. Se si tratta di verbali di dichiarazioni di persone delle quali la stessa o altra parte chiede la citazione, questa è autorizzata dal presidente solo dopo che in dibattimento il giudice ha ammesso l’esame […]”.

 

 

L’articolo in esame prevede che l’acquisizione dei verbali di altri procedimenti penali, compresi quelli delle prove assunte in fase di incidente probatorio, debba avvenire tramite richiesta espressa al momento del deposito della lista testi. Se questa concerne verbali di dichiarazioni, e la parte chiede anche l’autorizzazione a citare testi che le hanno rese, l’autorizzazione è concessa dal giudice dopo che in sede di dibattimento sia è stato ammesso il relativo esame.

 

 

La giurisprudenza prevalente ritiene che la mancata indicazione della acquisizione dei verbali contestuale al deposito della lista testi non è causa di nullità o inutilizzabilità degli atti acquisiti. Poco condivisibile è però l’assunto che tale violazione non comporti nemmeno l’inammissibilità della richiesta di acquisizione di verbali di altri procedimenti.

Il questo modo infatti si priva di significato il comma 4 bis dell’articolo sopra citato il quale, con criterio logico, utilizza l’inciso “deve farne espressa richiesta unitamente al deposito delle liste” dal tono evidentemente perentorio.

 

Di seguito due sentenze della suprema Corte di Cassazione in merito all’argomento de quo:

 

  1. Pen., sentenza n. 8634 del 2015

Oggetto del ricorso era l’asserita violazione dell’art. 468, co. 4  bis, c.p.p. verificatasi in occasione della acquisizione documentale, richiesta dal Pm nel giudizio di primo grado, degli atti relativi ad un incidente probatorio relativo ad altro procedimento penale disposta sebbene non fosse stata richiesta dal Pm unitamente al deposito della lista testi.

La Corte fa rilevare, atteso che l’argomento già in precedenza aveva formato oggetto di uno specifico motivo di appello e che lo stesso era stato disatteso dalla dal giudice del gravame, che, “diversamente da quanto opinato dal ricorrente, l’inosservanza delle formalità prescritte dall’art. 468, comma 4 -bis, cod. proc. pen., per l’acquisizione di verbali di prove di altro procedimento, non è causa di nullità, non ricadendo in alcuna previsione, espressa o di ordine generale, né di inutilizzabilità, derivando quest’ultima dalla violazione di un divieto di acquisizione, che, quando non è esplicito, è ravvisabile soltanto in relazione alla natura o all’oggetto della prova e non in relazione alle modalità della sua assunzione”.

 

  1. Pen., sentenza n. 14588 del 2017

Con questa sentenza, con oggetto il verbale di un arresto convalidato, la Suprema Corte ha precisato che: “Priva di pregio è anche l’eccezione inerente all’acquisizione del verbale di arresto. La necessità di un’espressa richiesta, da formulare unitamente al deposito della lista testimoniale, inerisce infatti, a norma dell’art. 468, comma 4- bis, cod. proc. pen. esclusivamente ai verbali di prove. Ma l’arresto non è una prova e dunque il relativo verbale non costituisce verbale di prova ma soltanto documentazione di un atto non ripetibile, comunque acquisibile a norma dell’art. 238, comma 3, cod. proc. pen., a prescindere dalla formulazione della richiesta ex art. 468 comma 4-bis cod. proc. pen.“.

 

Dott. Mirko Buonasperanza

Il reato di rapina e l’aggravante dell’aver commesso il fatto con le armi

se l’arma è giocattolo e si vede è esclusa l’aggravante per il reato di rapina.

La seconda sezione penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4712 del 2018, accogliendo il ricorso di un uomo condannato in appello per il reato di rapina aggravata in concorso, ha statuito che se l’arma è giocattolo e si vede è esclusa l’aggravante per il reato di rapina.

Tale aggravante, di cui all’art. 628, comma 3, numero 1 c.p., applica la pena della reclusione da quattro anni e sei mesi a vent’anni e la multa da euro 1.032 a 3.098 se la violenza o la minaccia [nel reato di rapina] è commessa con l’uso delle armi.

 

La vicenda vedeva l’imputato condannato per rapina aggravata il quale ricorreva in Cassazione lamentando inosservanza di legge e vizi di motivazione per avere la Corte d’Appello ritenuto sussistente l’aggravante dell’uso dell’arma, “ignorando e travisando le dichiarazioni dei testimoni, secondo cui l’arma era dotata di tappo rosso, ben visibile”.

 

Per la Corte il ricorso è fondato: la sentenza d’appello, pur avendo adeguatamente motivato i capi del gravame ed avendo concluso per l’infondatezza della pretesa difensiva ha errato sotto il profilo dell’aggravante dell’uso dell’arma.

Il secondo grado di giudizio ha ritenuto sussistente la predetta aggravante essendo emerso dalle testimonianze che i rapinatori impugnassero una pistola che, seppur giocattolo, è idonea ad integrare l’aggravante in contestazione.

 

Secondo la Cassazione è da sottolineare che “al fine della sussistenza dell’aggravante de qua, ciò che conta è l’effetto intimidatorio che deriva sulla persona offesa dall’uso di un oggetto che abbia l’apparenza esteriore dell’arma, in quanto tale effetto intimidatorio è dipendente non dall’effettiva potenzialità offensiva dell’oggetto adoperato, ma dal fatto che esso abbia una fattezza del tutto corrispondente a quella dell’arma vera e propria, cosicché possa incutere il medesimo timore sulla persona offesa“.

Anche se quindi si deve escludere che l’uso di un’arma giocattolo “sia incompatibile con l’aggravante prevista per la rapina dall’art. 628 comma 3 n. 1, deve tuttavia ritenersi sussistente la circostanza aggravante dell’uso delle armi solo quando la minaccia sia realizzata utilizzando un’arma giocattolo non riconoscibile come tale“.

 

Nella fattispecie concreta in esame l’arma aveva un evidente tappo rosso sulla canna il quale rendeva facilmente riconoscibile la stessa come giocattolo motivo per il quale l’aggravante è esclusa e la sentenza della Corte d’Appello va annullata con rinvio ad altra sezione.

 

 

Dott. Mirko Buonasperanza

La riforma delle impugnazioni nel processo penale: cosa cambia?

Le novità introdotte andranno a circoscrivere l’area delle impugnazioni sia da parte del pubblico ministero sia da parte dell’imputato.

La scorsa settimana il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legislativo attuativo della riforma che modifica la disciplina sui giudizi di impugnazione così come da delega inserita nella legge numero 103 del 2017 (“Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario”). Le novità introdotte andranno a circoscrivere l’area delle impugnazioni sia da parte del pubblico ministero sia da parte dell’imputato.

 

Il decreto modifica la disciplina processuale penale in materia di giudizi di impugnazione, inserendosi nel “più ampio programma sotteso alla riforma, volto alla semplificazione e velocizzazione dei processi, in modo da garantire l’attuazione del principio della ragionevole durata del processo“, così come enuncia il Ministero della Giustizia in un comunicato ufficiale.

 

Il traguardo da raggiungere è la deflazione del carico giudiziario “mediante la semplificazione dei procedimenti di appello e di cassazione” continua il comunicato. A tal proposito la norma contenuta nella delega modifica il procedimento davanti al giudice di pace, individua gli uffici del pubblico ministero legittimati a proporre appello, riduce i casi di appello e limita l’appello incidentale al solo imputato.

 

Più in particolare il decreto legislativo limita i poteri di appello sia del pm che dell’imputato circoscrivendo la facoltà di impugnazione nei limiti in cui “le pretese delle parti, legate all’esercizio dell’azione penale per il pubblico ministero e al diritto di difesa per l’imputato, risultino soddisfatte“.

 

È ridotta quindi la legittimazione all’impugnazione nel merito:

 

  1. al pubblico ministero con preclusione dell’appello delle sentenze di condanna (sentenze che hanno riconosciuto la fondatezza della pretesa punitiva) salvo alcuni casi specifici come ad esempio la sentenza modificante il titolo di reato o escludente l’esistenza di aggravanti ad effetto speciale.

 

  1. all’imputato con preclusione dell’appello delle sentenze di proscioglimento pronunciate con le più ampie formule liberatorie ovvero perché il fatto non sussiste o perché non l’imputato non lo ha commesso.

 

Viene poi ad essere introdotta una novella in materia di appello incidentale la quale dà attuazione alla riforma della disciplina delle impugnazioni con riferimento ai procedimenti avanti al giudice di pace.

 

Da ultimo il Consiglio dei Ministri ha anche approvato, in via preliminare, il decreto attuativo della direttiva dell’Unione Europea che disciplina l’accesso da parte delle autorità fiscali alle informazioni in materia di antiriciclaggio con lo scopo di garantire una più efficiente cooperazione amministrativa tra gli Stati membri.

 

Nello specifico viene previsto che “i servizi di collegamento designati a fornire alle autorità richiedenti degli altri Stati membri gli elementi utili per lo scambio di informazioni e la cooperazione amministrativa, oltre a utilizzare i dati e le notizie contenuti nell’anagrafe tributaria o acquisiti dall’Agenzie delle entrate nel corso dei propri accertamenti hanno accesso anche ai dati e alle informazioni sulla titolarità effettiva di trust e di persone giuridiche, contenuti nell’apposita sezione del registro delle imprese“.

 

 

Dott. Mirko Buonasperanza

NUOVE PRECISAZIONI SULLA CONDOTTA NEL REATO DI STALKING.

Non rileva il breve arco temporale in cui si sono estrinsecate le condotte potendo configurarsi il delitto anche quando i comportamenti siano ripetuti nell’arco di una sola giornata.

Con il termine stalking si fa riferimento a dei comportamenti reiterati di tipo persecutorio, realizzati da un soggetto nei confronti della sua vittima come recita l’art. 612 bis c.p. a norma del quale “salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”.

 

Perché la fattispecie possa integrarsi occorre che le condotte vessatorie sfocino in minaccia, molestia ovvero in atti lesivi continuati e tali da indurre nella persona che le subisce un disagio psichico e fisico oltre che un ragionevole senso di timore.

 

In ogni caso è essenziale che il contegno dell’agente cagioni alla vittima un grave disagio psichico ovvero determini un giustificato timore per la sicurezza personale propria o di una persona vicina o, comunque, pregiudichi in maniera rilevante il suo modo di vivere.

 

Importante però è che la condotta, per essere ritenuta penalmente rilevante, sia reiterata nel tempo, dovendo essere connotata da abitualità e continuità.

 

Con la riforma del processo penale ex legge n.103 del 2017 è stato introdotto il nuovo art. 162-ter (“Estinzione del reato per condotte riparatorie”), col quale si è previsto che “nei casi di procedibilità a querela soggetta a remissione, il giudice dichiara estinto il reato, sentite le parti e la persona offesa, quando l’imputato ha riparato interamente, entro il termine massimo della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, il danno cagionato dal reato, mediante le restituzioni o il risarcimento, e ha eliminato, ove possibile, le conseguenze dannose o pericolose del reato“. Il risarcimento del danno “può essere riconosciuto anche in seguito ad offerta reale ai sensi degli articoli 1208 e seguenti del codice civile, formulata dall’imputato e non accettata dalla persona offesa, ove il giudice riconosca la congruità della somma offerta a tale titolo“.

 

A seguito di forti critiche dovute alla nuova causa di estinzione del reato per condotte riparatorie in relazione allo stalking il Parlamento ha pubblicato la legge n. 172 del 2017 la quale converte, con modificazioni, il D.L.  n. 148 del 2017 (Disposizioni urgenti in materia finanziaria e per esigenze indifferibili oltre alla modifica alla disciplina dell’estinzione del reato per condotte riparatorie) il cui art. 1 comma 2 introduce un nuovo comma all’art. 162-ter c.p., in base al quale “le disposizioni del presente articolo non si applicano nei casi di cui all’art. 612-bis c.p“. si evita così che un delitto che desta forte allarme sociale possa essere estinto tramite condotte riparatorie.

 

Quanto poi alla giurisprudenza è necessario sottolineare che la V sezione della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 104 del 2018, ha affermato che “è configurabile il delitto di atti persecutori allorché vi siano dei comportamenti invasivi della libertà personale tradottisi in appostamenti, pedinamenti, avvicinamenti anche fisici in grado di determinare nella persona offesa uno stato di timore e di ansia, costringendola a modificare le proprie abitudini” precisando che, ai fini dell’integrazione dello stalking, “non si richieda l’accertamento di uno stato patologico, ma è sufficiente la produzione di un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima , confermando quanto già statuito in una precedente pronunzia” [n.d.r. Cass. Pen., Sez. V, sentenza n. 18646 del 2017].

 

Per concludere, in aggiunta a quanto statuito dalla Suprema Corte, la stessa ha infine riconosciuto che, ai fini della penale responsabilità, “non rilevi il breve arco temporale in cui si sono estrinsecate le condotte, potendo configurarsi il delitto in esame anche quando i comportamenti siano ripetuti nell’arco di una sola giornata, o, come nel caso trattato nella sentenza in commento in tre giorni, a condizione che tali atti siano la causa di uno degli eventi previsti dalla norma incriminatrice” (Cass. 2018 cit.). Il breve arco temporale nel quale le condotte sono state poste in essere è stato più volte evidenziato come punto focale: fra le altre si veda la sentenza n. 38306/2016 la quale sottolinea “come sia configurabile il delitto di atti persecutori anche quando le singole condotte sono reiterate in un arco di tempo molto ristretto (anche nell’arco di una sola giornata), a condizione che si tratti di atti autonomi e che la reiterazione di questi, pur concentrata in un brevissimo arco temporale, sia la causa effettiva di uno degli eventi considerati dalla norma incriminatrice“.

 

Dott. Mirko Buonasperanza

Nuovo sistema elettorale e vecchi dubbi: cosa cambia (o non cambia) col Rosatellum bis?

Il Parlamento è stato sciolto e si voterà il 4 marzo 2018. Ma con quale legge elettorale?

Il Parlamento è stato sciolto e si voterà il 4 marzo 2018. Ma con quale legge elettorale?

Il cosiddetto “Rosatellum bis”, la legge elettorale promossa da Ettore Rosato, capogruppo PD alla Camera dei Deputati, e approvata definitivamente lo scorso ottobre, è un sistema misto in cui il 36% dei seggi viene assegnato con sistema maggioritario (in ogni collegio gareggiano un candidato per ogni partito e vince chi tra loro prende anche solo un voto in più) e il 64% con sistema proporzionale (in ogni collegio ciascun partito presenterà un listino composto da due a quattro candidati che si scontreranno con i listini degli altri partiti). Il “bis” associato al nome del sistema elettorale deriva dal fatto che precedentemente lo stesso Rosato aveva proposto un sistema anch’esso misto (50% maggioritario e 50% proporzionale) detto appunto “Rosatellum” che però era naufragato sul nascere.
Come nel precedente sistema “Mattarellum”, la legge elettorale che fu in vigore dal 1993 al 2005, e nella successiva legge Calderoli (conosciuta come Porcellum, in vigore dal 2005 al 2014) anche nel Rosatellum bis rimane in vigore una rilevante distinzione tra il metodo di elezione dei deputati e quello dei senatori, dovuta all’articolo 57 della Costituzione il quale impone l’elezione dei senatori su base regionale (mentre l’assegnazione dei seggi della Camera rimarrà effettuata su base nazionale) di fatto lasciando intatta la dicotomia tra i due sistemi che in passato aveva creato governi con “maggioranze zoppe” ossia esecutivi che potevano non avere una maggioranza in una delle due camere, limitando in questo modo la governabilità del paese.

Quanto poi allo sbarramento, il Rosatellum bis prevede una soglia minima del 3% su base nazionale, sia al Senato che alla Camera, perché un partito possa entrare in Parlamento. In aggiunta alla soglia del 3% è però prevista anche una soglia minima del 10% per le coalizioni di partiti (all’interno delle quali almeno una lista dovrà superare il 3%).

Per ciò che attiene la parte proporzionale di questo sistema elettorale è bene sottolineare la presenza delle cd. liste bloccate (nelle quali saranno i partiti a nominare la maggior parte dei candidati) scelta che per alcuni costituzionalisti sarebbe in contrasto con le indicazioni che la Corte Costituzionale diede nella sentenza n. 1 del 2014 con la quale bocciò i listini bloccati (dell’allora Porcellum) poiché non garantivano la possibilità, da parte dell’elettore, di poter scegliere chi votare esprimendo la propria libera preferenza. Dopo la parentesi del cd. Italicum, bocciato dal referendum costituzionale l’anno passato, che premiava le singole liste, tornano in auge le coalizioni con le quali i partiti potranno raggrupparsi per sostenersi a vicenda avendo però la possibilità di sciogliere eventuali coalizioni dopo le elezioni la qual cosa potrebbe minare non poco la certezza del voto e la conseguente ricerca di una maggioranza stabile.

Novità interessante, anche per le conseguenze politiche, sarà che il voto verrà espresso su una sola scheda (e non con una scheda per la parte proporzionale ed un’altra per quella maggioritaria come prima) senza possibilità di voto disgiunto ossia non si potrà votare il candidato dei “Bianchi” presente nella parte maggioritaria e poi scegliere, nella parte proporzionale, il partito dei “Neri”. Ciò di fatto toglierà agli elettori la libertà di scegliere un partito e un candidato obbligandoli a scegliere un abbinamento fisso.

Ma quali saranno le ripercussioni sui partiti dopo le elezioni col nuovo sistema? Le larghe intese potrebbero essere l’unica speranza per un governo stabile ma secondo le stime dei ricercatori dell’Istituto Carlo Cattaneo il Pd con il Rosatellum bis potrebbe guadagnare 20 seggi (in larga parte rubati al M5s, penalizzato rispetto all’Italicum). Ciò che emerge dallo studio è che anche con questo sistema nessun partito o coalizione riuscirà a ottenere la maggioranza assoluta alla Camera. Per il PD, che ha fortemente voluto questa legge, il saldo sarebbe in ogni caso negativo poiché rispetto alle scorse elezioni sarebbe prevista una riduzione di ben oltre 100 seggi. Al contrario, il M5s risulterebbe perdere 24 seggi (mentre ne otterrebbe circa 60 in più rispetto alle elezioni del 2013). Sfonda invece la destra con la Lega che passerebbe dagli attuali 20 seggi agli 89 e Fratelli d’Italia addirittura raddoppierebbe passando da 10 a 20 seggi. In questa maniera la coalizione di centrodestra supererebbe il M5s e il Pd da solo. Gli altri partiti della sinistra, nel caso si presentassero uniti, otterrebbero poco più di 20 seggi. I piccoli partiti risulteranno quindi fondamentali soprattutto dopo le elezioni nel caso, molto probabile, in cui le compagini che formano le coalizioni dovessero cambiare. Al Senato per esempio è prevedibile un minimo distacco in numero di seggi tra i primi due partecipanti al voto cosa che farebbe dei piccoli partiti i proverbiali aghi della bilancia in grado di spostare gli equilibri della maggioranza.

Per concludere, una buona legge elettorale dovrebbe cercare di conciliare due aspetti fondamentali della vita politica di un paese: governabilità e principio di rappresentanza. Questa legge, come le altre prima di lei segue la bandiera della governabilità a tutti i costi (senza raggiungerla in ogni caso) tralasciando nuovamente il legame, che dovrebbe essere più forte possibile, tra gli eletti e i loro elettori. Perché, a ben vedere, è la contiguità tra il rappresentante e il suo bacino elettorale di riferimento ad ingenerare nel primo quel senso di responsabilità, quella spinta positiva a compiere il proprio operato con disciplina e onore, come recita l’art. 54 della nostra Costituzione, che dovrebbe guidare il mondo della politica. Ad ogni modo attendiamo fiduciosi di essere smentiti dai fatti.

Dott. Mirko Buonasperanza

MISURE DI PREVENZIONE: SULLA VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI RELATIVI ALLA SORVEGLIANZA SPECIALE

Il reato relativo alla violazione del divieto in esame, rientra tra i reati necessariamente abituali. Vi è lesione concreta al bene giuridico solo in presenza di un minimo di condotte avvinte da un nesso di ripetitività.

La I sezione della Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 53403 del 24 novembre 2017, si è pronunciata in merito alla sussistenza del reato di cui all’art. 75 co.1, d.lgs. n. 159 del 2011[1] (Codice antimafia) che punisce a titolo di contravvenzione la violazione degli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale.

Nel caso all’esame dei giudici di legittimità, la Corte d’appello di Lecce con sentenza in data 18 maggio 2016 confermava la decisione emessa dal Tribunale di Brindisi in data 16 giugno 2014 con cui I.M. era stato condannato alla pena di mesi sei di arresto per aver violato la misura di prevenzione cui risultava sottoposto. A carico di costui era stata applicata la misura della sorveglianza speciale di P.S. senza obbligo di soggiorno con divieto, tra le prescrizioni accessorie, di associarsi a pregiudicati. Contrariamente, il 3 luglio 2011 e l’11 settembre 2011 il prevenuto era stato sorpreso in compagnia di un pregiudicato.

Il tema affrontato dalla sentenza riguarda nello specifico il divieto di frequentare o associarsi a determinate persone (nella fattispecie concreta in giudizio i pregiudicati) con riferimento al quale la Corte ha ribadito che la giurisprudenza della Cassazione ha avuto modo di spiegare che la prescrizione relativa a tale divieto, in considerazione del significato letterale delle espressioni usate implica che, ai fini della sussistenza del reato è richiesta una abitualità o una serialità nei comportamenti, dovendosi pertanto escludere che la violazione sia integrata da un fatto episodico unico” o due soli incontri con soggetto pregiudicato come nel caso de quo (si vedano sul punto Cass. Sez. I, n. 43858 del 2013; Cass. Sez. I, n. 46915 del 2009; Cass. Sez. I).

Nella stessa logica si è affermato che occorre un comportamento abituale, caratterizzato dalla ripetizione della condotta vietata (Cass. Sez. I, n. 48686 del 2015).

Il reato di cui al d.lgs. 6 settembre 2011, n. 159, art. 75, relativamente alla violazione del divieto in esame, rientra tra i reati necessariamente abituali. Esso determina, cioè, la lesione concreta al bene giuridico solo in presenza di un minimo di condotte, avvinte da un nesso di ripetitività.

Il contenuto minimo che permette alla violazione di assumere rilevanza penale non può essere individuato nel mero superamento del singolo episodio di frequentazione poiché la natura abituale del fatto tipico, che incrimina non la pura disobbedienza al divieto ma la violazione reiterata, è tale da integrare l’offensività concreta della fattispecie. La lesione al bene protetto dall’incriminazione discende non dalla singola inottemperanza al divieto di incontro ma dall’abituale frequentazione di soggetti pregiudicati. È necessaria quindi la presenza di una serie di condotte oggettivamente idonee a fondare una frequentazione ripetuta (“non associarsi abitualmente”) che possa indurre a ritenere realizzata la trasgressione penalmente rilevante per effetto della lesione del bene protetto dalla norma.

Pur tuttavia avendo in passato la Corte ritenuto sufficienti, in alcune decisioni, anche due soli incontri con un soggetto pregiudicato per ravvisare la violazione del d.lgs. n. 159 del 2011, art. 75, (si veda Cass. Sez. I, n. 47109 del 2009), il Collegio ritiene di aderire all’orientamento più recente che statuisce una reiterazione delle condotte (come in Cass. Sez. I, n. 27049 del 2017) perché l’abitualità che caratterizza il fatto tipico non coincide con una frequentazione occasionale o episodica ma richiede una ripetitività che dia conto di un modus comportamentale che, in ogni caso, non può essere ridotto a due soli eventi.

Per questi motivi la Cassazione decide di annullare senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.

Dott. Mirko Buonasperanza

[1]Art. 75 Violazione degli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale

  1. Il contravventore agli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale è punito con l’arresto da tre mesi ad un anno.