I PRIMI QUARANT’ANNI DELLA LEGGE 194

L’Associazione Luca Coscioni pubblica un articolo in cui evidenzia quelli che sarebbero i prossimi passi da fare in materia di aborto nel nostro paese.

Per i primi 40 anni della legge 194  del 1978 sull’interruzione volontaria della gravidanza (IVG), l’Associazione Luca Coscioni pubblica sul proprio sito un articolo[1] in cui evidenzia quelli che, a parere dell’associazione e di chi gravita intorno ad esse come supporter o esperto della questione, sarebbero i prossimi passi da fare in materia di aborto nel nostro paese.

 

  1. Regolamentare l’obiezione di coscienza

In Italia, si legge sul sito, nonostante l’interruzione volontaria della gravidanza sia legale, l’obiezione di struttura, non ammessa dalla legge 194 (solo il 60% degli ospedali con reparto di ostetricia ha un servizio IVG) e la dilagante obiezione di coscienza, aggravano anno dopo anno il disservizio in molte Regioni, limitando di fatto il diritto alle scelte riproduttive e alla salute di molte donne che vivono nel nostro paese.

I dati sull’obiezione di coscienza contenuti nella Relazione del Ministero della Salute sull’attuazione della Legge 194/78 per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza[2] evidenziano quanto segue:

 

  • Italia Settentrionale: 1541 ginecologi di cui il 63.9% obiettori.
  • Italia Centrale: 688 ginecologi di cui il 70.1% obiettori.
  • Italia Meridionale: 838 ginecologi di cui l’83.5% obiettori.
  • Italia Insulare: 542 ginecologi di cui il 77.7% obiettori.

 

A.i.e.d., Associazione italiana per l’educazione demografica e Associazione A.m.i.c.a. espongono quelle che ritengono essere soluzioni per evitare interruzioni di servizio o ritardi nell’accesso alla 194:

 

  • Creazione di un albo pubblico dei medici obiettori di coscienza;
  • Elaborazione di una legge quadro che definisca e regolamenti l’obiezione di coscienza;
  • Concorsi pubblici riservati a medici non obiettori e obiettori al 50% per la gestione dei servizi di Interruzione Volontaria di Gravidanza;
  • Utilizzo dei medici ‘gettonati’ per sopperire urgentemente alle carenze dei medici non obiettori;
  • Deroga al blocco dei turnover nelle Regioni dove i servizi di interruzione volontaria di gravidanza sono scoperti;
  • Previsione della pillola RU486 per IVG farmacologica in regime ambulatoriale.

 

  1. Favorire la Pillola RU 486 al posto dell’intervento chirurgico

L’Associazione Luca Coscioni evidenzia come in Italia, dal 2009, sia possibile interrompere una gravidanza indesiderata con il metodo farmacologico entro la settima settimana di amenorrea. L’art. 15 della legge 194 raccomanda “la promozione delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza”: questa tecnica andrebbe favorita in alternativa alla procedura chirurgica poiché sicuro e considerato tra i metodi di scelta per le interruzioni nelle prime settimane di gravidanza da tutte le più importanti linee guida internazionali.

In molti Paesi del mondo le “pillole abortive” vengono dispensate in regime ambulatoriale, in strutture analoghe ai nostri consultori o addirittura dai medici di medicina generale: in Francia ad esempio dal 2004 esiste una rete sanitaria “medico curante-ospedale” pubblica che permette di effettuare una IVG farmacologica al di fuori della struttura ospedaliera.

 

  1. Privilegiare il Day Hospital evitando un ricovero di tre giorni

Questo dovrebbe essere possibile anche in Italia, continua il sito, dove la legge 194 del 1978 prevede, all’art. 8, che: “Nei primi novanta giorni gli interventi di interruzione della gravidanza dovranno altresì poter essere effettuati, dopo la costituzione delle unità socio-sanitarie locali, presso poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati, funzionalmente collegati agli ospedali ed autorizzati dalla regione”. Emilia Romagna, Toscana e Lazio hanno adottato il regime di ricovero in Day Hospital per la procedura farmacologica di IVG che arreca migliore o identico beneficio al paziente con minor impiego di risorse. Il Ministero evidenzia che le donne che si sono sottoposte negli ultimi anni a IVG hanno scelto nella stragrande maggioranza le dimissioni volontarie dall’ospedale, senza che questo abbia comportato un aumento delle complicazioni.

 

  1. Risparmiare risorse da investire in consultori e contraccezione

“Perché dunque in Italia dobbiamo ancora occupare un letto ospedaliero quando non è necessario?” si domandano quelli dell’Associazione Luca Coscioni. L’IVG dovrebbe essere accessibile con il metodo farmacologico nei consultori familiari e nei poliambulatori oppure, quando necessario, in regime di Day Hospital evitando così il ricovero ordinario. “Le risorse finanziarie così risparmiate potrebbero entrare a far parte degli investimenti. Fra tutti, il potenziamento della rete dei consultori e un più facile accesso alla contraccezione, onde evitare le gravidanze indesiderate o l’effettivo ricorso all’aborto” concludono.

 

Dott. Mirko Buonasperanza

[1] Per saperne di più:

https://www.associazionelucacoscioni.it/cosa-facciamo/aborto-e-contraccezione/aborto/

[2] http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2686_allegato.pdf

Nuovi reati procedibili a querela ed estinguibili con condotte riparatorie

Il decreto legislativo n. 36 del 2018 dispone che, dal 9 maggio 2018, nuovi reati diventino procedibili a querela.

Il decreto legislativo n. 36 del 2018, rubricato “Disposizioni di modifica della disciplina del regime di procedibilità per taluni reati in attuazione della delega di cui all’articolo 1, commi 16, lettere a) e b), e 17, della legge 23 giugno 2017, n. 103”, dispone che, dal 9 maggio 2018, nuovi reati diventino procedibili a querela. Questo istituto è esteso a reati contro la persona e contro il patrimonio caratterizzati dal valore privato dell’offesa o per il suo modesto valore offensivo.

Nell’elenco sono comprese, tra le varie ipotesi di illecito, truffa, appropriazione indebita, frode informatica e  minaccia.

 

Salvo eccezioni la procedibilità a querela di parte è prevista per i reati contro la persona puniti con la sola pena pecuniaria o con la pena detentiva non superiore a quattro anni (ad esclusione del delitto di violenza privata nonché per i reati contro il patrimonio che abbiano una specifica previsione).

 

Vi è procedibilità d’ufficio quando:

  • la persona offesa sia incapace per età o per infermità;
  • ricorrano circostanze aggravanti a effetto speciale ovvero le circostanze aggravanti indicate all’articolo 339 del Codice penale;
  • in caso di reati contro il patrimonio il danno arrecato alla persona offesa sia di rilevante gravità.

Per ciò che attiene i reati che già prevedono la procedibilità a querela nella ipotesi base, viene ridotta la casistica delle circostanze aggravanti che comportano la procedibilità d’ufficio.

 

Reati procedibili a querela estinguibili per condotte riparatorie

Inoltre, al fine di migliorare l’efficienza del sistema, favorendo meccanismi conciliativi nei casi di minore gravità, opererà in collegato anche l’istituto della estinzione del reato per condotte riparatorie, riguardante reati procedibili a querela (rimettibile) aumentando l’efficacia dell’azione repressiva dei reati più gravi.

 

Il nuovo art. 162-ter del codice penale, recante “Estinzione del reato per condotte riparatorie”, prevede che:

1.Nei casi di procedibilità a querela soggetta a remissione, il giudice dichiara estinto il reato, sentite le parti e la persona offesa, quando l’imputato ha riparato interamente, entro il termine massimo della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, il danno cagionato dal reato, mediante le restituzioni o il risarcimento, e ha eliminato, ove possibile, le conseguenze dannose o pericolose del reato. Il risarcimento del danno può essere riconosciuto anche in seguito ad offerta reale ai sensi degli articoli 1208 e seguenti del codice civile, formulata dall’imputato e non accettata dalla persona offesa, ove il giudice riconosca la congruità della somma offerta a tale titolo.
2.Quando dimostra di non aver potuto adempiere, per fatto a lui non addebitabile, entro il termine di cui al primo comma, l’imputato può chiedere al giudice la fissazione di un ulteriore termine, non superiore a sei mesi, per provvedere al pagamento, anche in forma rateale, di quanto dovuto a titolo di risarcimento; in tal caso il giudice, se accoglie la richiesta, ordina la sospensione del processo e fissa la successiva udienza alla scadenza del termine stabilito e comunque non oltre novanta giorni dalla predetta scadenza, imponendo specifiche prescrizioni. Durante la sospensione del processo, il corso della prescrizione resta sospeso. Si applica l’articolo 240, secondo comma.
3.Il giudice dichiara l’estinzione del reato, di cui al primo comma, all’esito positivo delle condotte riparatorie.

4.Le disposizioni del presente articolo non si applicano nei casi di cui all’art. 612 bis”.

 

Quindi, nei casi di procedibilità a querela remissibile, il giudice dichiarerà estinto il reato qualora il reo abbia interamente riparato, prima dell’apertura del dibattimento, il danno cagionato dal reato mediante le restituzioni o il risarcimento, e abbia eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato (qualora fosse possibile).

 

In aggiunta il risarcimento del danno potrà “essere riconosciuto anche in seguito ad offerta reale ai sensi degli articoli 1208 e seguenti del codice civile, formulata dall’imputato e non accettata dalla persona offesa, ove il giudice riconosca la congruità della somma offerta a tale titolo“.

 

Il citato decreto amplia anche le fattispecie di reati riparabili a querela rispetto a quelle originariamente individuate dal Legislatore; l’art. 162-ter è applicabile solo nel caso di reati procedibili a querela rimettibile cioè per delitti e contravvenzioni che offendono interessi individuali nell’esclusiva disponibilità del titolare.

 

La riparazione del danno potrà avvenire mediante risarcimento versando una somma di denaro equivalente al pregiudizio causato  o in alternativa mediante restitutio in integrum ossia reintegrazione dello stato di fatto preesistente alla commissione del reato.

 

L’art. 162-ter, co. 2, precisa che, nel caso l’imputato dimostri di non aver potuto adempiere, per fatto a lui non addebitabile, potrà chiedere al giudice, entro l’apertura del dibattimento, la fissazione di un ulteriore termine (non superiore a sei mesi) per provvedere al pagamento anche rateale.

 

Il giudice, se riterrà di accoglie la richiesta, ordinerà la sospensione del processo fissando la successiva udienza alla scadenza del termine stabilito (non oltre novanta giorni) durante il cui lasso di tempo resterà sospeso anche il corso della prescrizione.

 

Da ultimo il decreto prevede anche una disciplina transitoria per i reati perseguibili a querela in base alle nuove disposizioni: nel caso in cui essi siano stati commessi prima della data di entrata in vigore del decreto, il termine per la presentazione della querela decorrerà dalla predetta data, se la persona offesa ha avuto in precedenza notizia del fatto costituente reato. In caso di pendenza del procedimento precedente a tale data “il pubblico ministero, nel corso delle indagini preliminari, o il giudice, dopo l’esercizio dell’azione penale, anche, se necessario, previa ricerca anagrafica, informa la persona offesa dal reato della facoltà di esercitare il diritto di querela e il termine decorre dal giorno in cui la persona offesa è stata informata“.

 

Dott. Mirko Buonasperanza

Arriva a sentenza il processo sulla Trattativa Stato-mafia

Il 20 aprile 2018 la Corte di Assise di Palermo ha dato lettura del dispositivo della sentenza nel processo sulla “Trattativa Stato-mafia”.

 

 

Il 20 aprile 2018 la seconda sezione della Corte di Assise di Palermo presieduta dal dott. Alfredo Montalto, dopo cinque giorni di camera di consiglio, ha dato lettura del dispositivo della sentenza nel processo sulla “Trattativa Stato-mafia”.

La Corte ha deciso per la condanna degli imputati Leoluca Biagio Bagarella (pena di 28 anni), Antonino Cinà (pena di 12 anni), Marcello Dell’Utri (pena di 12 anni), Mario Mori (pena di 12 anni), Antonio Subranni (pena di 12 anni), Giuseppe De Donno (pena di 8 anni) e Massimo Ciancimino (pena di 8 anni). È stato invece assolto l’ex ministro Nicola Mancino, imputato per il reato di falsa testimonianza.

 

La Procura di Palermo ha proceduto per l’imputazione ex art. 338 c.p. rubricato “Violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario o ai suoi singoli componenti”, il quale recita: “Chiunque usa violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario, ai singoli componenti o ad una rappresentanza di esso o ad una qualsiasi pubblica autorità costituita in collegio o ai suoi singoli componenti, per impedirne, in tutto o in parte, anche temporaneamente, o per turbarne comunque l’attività, è punito con la reclusione da uno a sette anni.

Alla stessa pena soggiace chi commette il fatto per ottenere, ostacolare o impedire il rilascio o l’adozione di un qualsiasi provvedimento, anche legislativo, ovvero a causa dell’avvenuto rilascio o adozione dello stesso.

Alla stessa pena soggiace chi commette il fatto per influire sulle deliberazioni collegiali di imprese che esercitano servizi pubblici o di pubblica necessità, qualora tali deliberazioni abbiano per oggetto l’organizzazione o l’esecuzione dei servizi”.

 

Il reato, aggravato ex art. 339 c.p. e ex art. 7 D.L. 152 del 1991, viene ricostruito (nell’imputazione) dalla pubblica accusa individuando una condotta nella quale i soggetti attivi “per turbare la regolare attività di corpi politici dello Stato italiano ed in particolare il Governo della Repubblica, usavano minaccia – consistita nel prospettare l’organizzazione e l’esecuzione di stragi, omicidi e altri gravi delitti (alcuni dei quali connessi e realizzati) ai danni di esponenti politici e delle istituzioni – a rappresentanti di detto corpo politico, per impedirne o comunque turbarne l’attività (fatti commessi a Roma, Palermo e altrove a partire dal 1992)».

 

 

Diversamente dagli altri imputati, l’ex ministro Calogero Mannino, il quale scelse di essere giudicato tramite rito abbreviato venne assolto nel novembre 2015 “per non aver commesso il fatto”.

Resta ora da attendere la pubblicazione delle motivazioni da parte della Corte d’Assise per avere un quadro più completo su una vicenda assai rilevante per la storia, giudiziaria e non, del nostro Paese.

 

Dott. Mirko Buonasperanza

Violazione degli obblighi di assistenza familiare esclusa se l’inadempimento è sporadico?

non vi è violazione dell’obbligo di fornire i mezzi di sussistenza se l’inadempimento è sporadico e non doloso

La VI Sezione Penale della Corte di Cassazione ha statuito, nella sentenza n. 11635 del 2018, che non vi è violazione dell’obbligo di fornire i mezzi di sussistenza se l’inadempimento è sporadico e non doloso.

L’art. 570 c.p. – Violazione degli obblighi di assistenza familiare – punisce “Chiunque, abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla potestà dei genitori, alla tutela legale, o alla qualità di coniuge”, con la reclusione “fino a un anno o con la multa da 103 euro a 1032 euro”.

Il comma 2 prescrive inoltre che “le dette pene si applicano congiuntamente a chi: 1) malversa o dilapida i beni del figlio minore o del pupillo o del coniuge; 2) fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa.

 

Per ciò che attiene alla condotta illecita di cui all’art. 570 co.2, c.p. la II sezione della Cassazione, con la sentenza del 10 febbraio 2017 n.24050, aveva già deciso che, “nell’ipotesi di versamento parziale dell’assegno stabilito in sede civile per il mantenimento del figlio […] il giudice penale deve accertare se tale condotta abbia inciso in maniera apprezzabile sulla disponibilità dei mezzi economici che il soggetto obbligato è tenuto a fornire ai beneficiari, tenendo conto di tutte le altre circostanze del caso concreto, dovendosi escludere ogni automatica equiparazione dell’inadempimento dell’obbligo stabilito dal giudice civile alla violazione della legge penale”. Perciò l’eventuale inadempimento dovrebbe essere serio e di apprezzabile protrazione temporale, andando ad incidere significativamente sulla disponibilità dei mezzi economici che il soggetto obbligato è tenuto a fornire di modo che il reato non potrebbe configurarsi in modo automatico con l’inadempimento dell’obbligazione civilistica ma potrebbe conseguire solo nel caso in cui il giudice penale valuti  in concreto come grave la condotta dell’agente ossia “l’attitudine oggettiva del comportamento ad integrare la condizione che la norme punisce”.

 

Il decreto legislativo n. 21 del 2018 ha poi introdotto il nuovo articolo 570 bis c.p. – Violazione degli obblighi di assistenza familiare in caso di separazione o di scioglimento del matrimonio – a norma del quale “le pene previste dall’articolo 570 si applicano al coniuge che si sottrae all’obbligo di corresponsione di ogni tipologia di assegno dovuto in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio ovvero vìola gli obblighi di natura economica in materia di separazione dei coniugi e di affidamento condiviso dei figli”; la  nuova norma ha l’obiettivo di ampliare le tutele rispetto a quelle previste  dal precedente articolo il quale limitava la pena al genitore che faceva mancare i mezzi di sussistenza ai propri discendenti (in genere i figli). Adesso la sanzione penale si applica anche  al coniuge che si sottrae all’obbligo di corresponsione di ogni tipologia di assegno dovuto in caso di scioglimento, cessazione degli effetti civili o nullità del matrimonio ovvero vìola gli obblighi di natura economica in materia di separazione e di affidamento condiviso dei figli.

Se però da una parte la legge è precisa nel delineare una tutela nei confronti delle famiglie fondate sul matrimonio, dall’altra lacunosa è nei confronti delle unioni civili per le coppie omosessuali e per ciò che concerne le spese straordinarie: nel caso di separazione il diritto al mantenimento è garantito sulla base di quanto sancito nel contratto di convivenza il quale però, nel caso di coppie omosessuali, nulla specifica. Resterebbe però il fatto che la norma che estendeva ai genitori non sposati la possibilità di sanzione penale per la mancata corresponsione dell’assegno ai figli è ancora in vigore e va riferita anche alla nuova disposizione sull’assegno di mantenimento. Per ciò che invece attiene alle “spese straordinarie” (es. dentista, palestra, ecc.) l’art. 570-bis c.p. non chiarisce se si configuri o meno il reato anche nel caso in cui il genitore non versi la propria quota.

 

Dott. Mirko Buonasperanza

DALL’UNIONE EUROPEA LA NUOVA DIRETTIVA SUL CONTRASTO AL TERRORISMO

La direttiva approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’Unione europea sostituisce la precedente decisione quadro andando ad individuare tre categorie di reati che dovranno essere introdotti, qualora non lo siano già, negli ordinamenti degli Stati membri.

La direttiva 2017/541/UE, approvata il 15 marzo 2017 dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’Unione europea, sostituisce la precedente decisione quadro 2002/475/GAI andando ad individuare tre categorie di fatti, i “reati di terrorismo”, i reati riconducibili a un gruppo terroristico”, e “i reati connessi ad attività terroristiche”, i quali, dovranno essere introdotti, qualora non lo siano già, come fattispecie di reato nei vari ordinamenti degli Stati membri dell’Unione entro l’8 settembre 2018.

La predetta direttiva è articolata in 6 titoli e 30 articoli che seguono ad un ampio preambolo che ribadisce gli obiettivi di prevenzione e repressione del terrorismo internazionale perseguiti dall’Unione Europea, primo fra tutti quello di fronteggiare i fenomeni dei cd. foreign fighters e del finanziamento del terrorismo.

Per quanto riguarda le norme penalistiche disciplinate nel provvedimento, come detto prima, la direttiva distingue tre tipologie di fatti che dovranno essere puniti dagli Stati membri:

  1. Reati di terrorismo (art. 3) i quali comprendono:
  2. a) attentati alla vita di una persona che possono causarne il decesso;
  3. b) attentati all’integrità fisica di una persona;
  4. c) sequestro di persona o cattura di ostaggi;
  5. d) distruzioni di vasta portata di strutture governative o pubbliche, sistemi di trasporto, infrastrutture, compresi i sistemi informatici, piattaforme fisse situate sulla piattaforma continentale ovvero di luoghi pubblici o di proprietà private che possono mettere in pericolo vite umane o causare perdite economiche considerevoli;
  6. e) sequestro di aeromobili o navi o di altri mezzi di trasporto collettivo di passeggeri o di trasporto di merci;
  7. f) fabbricazione, detenzione, acquisto, trasporto, fornitura o uso di esplosivi o armi da fuoco, comprese armi chimiche, biologiche, radiologiche o nucleari, nonché ricerca e sviluppo di armi chimiche, biologiche, radiologiche o nucleari;
  8. g) rilascio di sostanze pericolose, incendi, inondazioni o esplosioni i cui effetti mettano in pericolo vite umane;
  9. h) manomissione o interruzione della fornitura di acqua, energia o altre risorse naturali fondamentali il cui effetto metta in pericolo vite umane;
  10. i) interferenza illecita relativamente ai sistemi di informazione e interferenza illecita relativamente ai dati.

Questa categoria è da ritenersi tassativa e, come prescritto nell’art. 270-sexies c.p., si richiede un requisito di offensività “qualificata” ossia la messa in atto di fatti che “per la loro natura o per il contesto in cui si situano, possono arrecare grave danno a un paese o a un’organizzazione internazionale” integrando la condotta il cui fine è “a) intimidire gravemente la popolazione; b) costringere indebitamente i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto; c) destabilizzare gravemente o distruggere le strutture politiche, costituzionali, economiche o sociali fondamentali di un paese o di un’organizzazione internazionale”.

 

  1. Reati riconducibili a un gruppo terroristico (art. 4)

Vi rientrano, se intenzionali, gli atti di “a) direzione di un gruppo terroristico; b) partecipazione alle attività di un gruppo terroristico”.  Ai fini della punibilità è sufficiente fornire al gruppo informazioni, mezzi materiali o qualsiasi forma di finanziamento, a condizione che via sia consapevolezza che tali sussidi contribuiranno al compimento delle attività criminose del gruppo terroristico. Tali condotte sono disciplinate nel nostro ordinamento all’art. 270-bis e ter c.p.  La direttiva, all’art. 2, n. 3, definisce “gruppo terroristico” l’“associazione strutturata di più di due persone, stabile nel tempo, che agisce in modo concertato allo scopo di commettere reati di terrorismo”. Per “associazione strutturata” deve invece intendersi “l’associazione che non si è costituita per la commissione estemporanea di un reato, pur non richiedendosi necessariamente ruoli formalmente definiti per i suoi membri, continuità nella composizione o struttura articolata”.

 

  1. Reati connessi ad attività terroristiche (Titolo III, art. 5 e ss.)

Questa parte considera quelle attività che non si estrinsecano ancora in atti di terrorismo ma ne costituiscono i prodromi. All’art. 13 della direttiva si prevede che il collegamento con la condotta posta in essere non debba esplicitarsi in un atto terroristico tout court, ma specificamente in un reato di terrorismo di cui all’art. 3 o con un reato riconducibile ad un gruppo terroristico ex art. 4 dir. Vengono quindi previsti i reati di: provocazione (art. 5), reclutamento (art. 6), addestramento attivo (art. 7), addestramento passivo (art. 8), viaggi a fini terroristici (art. 9), organizzazione e agevolazione di viaggi terroristici (art. 10) e altri reati connessi al terrorismo (art.12).

Il nostro ordinamento penale, in relazione all’art. 5 dir., punisce la pubblica istigazione al terrorismo all’art. 414 c.p. mentre misure di controllo della rete e di rimozione di contenuti di matrice terroristica sono dettate dal d.l. n. 7/2015 convertito nella legge 43/2015.

Anche con riferimento alla figura criminosa di cui all’art. 6 dir. (reclutamento), il nostro codice penale fornisce tutela sotto l’art. 302 c.p. punendo l’istigazione alla commissione, tra gli altri, dei delitti di terrorismo. Se invece si intendesse il reato di recruitment nel senso non di istigazione ma di arruolamento, è possibile riferirsi all’art. 270-quater c.p.

Le fattispecie di “fornitura di addestramento a fini terroristici” (art. 7 dir.), vale a dire l’addestramento attivo, e la “ricezione di addestramento a fini terroristici” (art. 8 dir.), detto anche addestramento passivo sono punite entrambe nel nostro paese dall’art. 270-quinquies c.p. recante “addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale”.

Nell’elenco dei “reati connessi al terrorismo” seguono i viaggi con fini terroristici (art. 9), l’organizzazione e l’agevolazione degli stessi (art. 10) e il finanziamento del terrorismo (art. 11).

Come già previsto dalle convenzioni internazionali, l’art. 10 individua quali condotte punibili “gli atti connessi all’organizzazione o agevolazione del viaggio” dei cd. foreign fighter mentre l’art. 11 individua il finanziamento del terrorismo integrato dalla fornitura e dalla raccolta (diretta o indiretta) di capitali affinché gli stessi siano usati o per la commissione o per contribuire alla commissione di un qualsiasi reato tra quelli elencati agli artt. 3-10 dir. Il codice penale italiano punisce questi fatti agli artt. 270-quater comma 2 (arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale), 270-quater.1 (organizzazione di trasferimenti per finalità di terrorismo) e 270-quinquies.1 (finanziamento di condotte con finalità di terrorismo).

L’art. 12 dir., come norma di chiusura, completa l’elenco dei “reati connessi al terrorismo” disponendo che sono tali:

  1. a) il furto;
  2. b) l’estorsione commessi allo scopo di commettere uno dei reati di cui all’art. 3;
  3. c) la produzione o l’utilizzo di falsi documenti amministrativi allo scopo di commettere uno dei reati di cui all’art. 3, 4, e 9.

 

Il Titolo V della direttiva individua a seguire “Disposizioni in materia di protezione e sostegno alle vittime del terrorismo e diritti delle stesse”. Gli artt. 24-26 dir. dettano specifiche norme di tutela delle vittime del terrorismo garantendo i servizi di sostegno da attivarsi a favore delle stesse, ossia:

  1. a) sostegno emotivo e psicologico;
  2. b) consulenza giuridica, pratica o finanziaria, compreso il diritto all’informazione;
  3. c) assistenza per le richieste di indennizzo.

Si aggiungono a queste misure che riguardano la tutela della salute mediante l’accesso a cure mediche adeguate e la partecipazione sicura al processo garantita immediatamente dopo l’attentato terroristico e per tutto il tempo necessario.

A conclusione è da segnalare che l’art. 26 dir., recita che: “1. Gli Stati membri dispongono che le vittime del terrorismo residenti in uno Stato membro diverso da quello in cui è stato commesso il reato di terrorismo abbiano accesso a informazioni sui loro diritti, sui servizi di sostegno disponibili e sui regimi di indennizzo nello Stato membro in cui il reato di terrorismo è stato commesso. A tal fine, gli Stati membri interessati adottano misure adeguate per agevolare la cooperazione tra le loro autorità competenti o le rispettive strutture che offrono sostegno specialistico per garantire alle vittime del terrorismo l’effettivo accesso a tali informazioni. 2. Gli Stati membri provvedono affinché tutte le vittime del terrorismo abbiano accesso, nel territorio dello Stato membro di residenza, all’assistenza e ai servizi di sostegno di cui all’articolo 24, paragrafo 3, lettere a) e b), anche se il reato di terrorismo è stato commesso in un altro Stato membro” assicurando così la massima omogeneità della tutela di chi venisse colpito da un atto di terrorismo.

 

Dott. Mirko Buonasperanza

CERTIFICATI PENALI: PRIMI TEST PER IL REGISTRO NOTIZIE DI REATO TELEMATICO

La nuova modalità telematica consentirebbe al difensore di ricevere una comunicazione al proprio indirizzo di posta certificata con le indicazioni per scaricare, previa autenticazione, il certificato richiesto.

Alcune mesi fa il Portale Servizi Telematici (PST) ha comunicato all’utenza i primi test in atto, a cura del “progetto P@ss”, circa il rilascio del certificato penale ex art. 335 c.p.p.[1] in via telematica per ora a uso esclusivo dei Punti di Accesso (PdA) in vista di un futuro iter che consentirà la richiesta e il rilascio dei certificati tramite PST.

 

L’istanza ex art. 335 c.p.p. consente all’indagato, alla persona offesa o ai rispettivi difensori di venire a conoscenza delle iscrizioni di procedimenti a proprio carico nei casi previsti dalla legge; la possibilità è infatti esclusa per i delitti di cui all’art. 407, comma 2, lettera a) c.p.p.[2] oppure qualora il pubblico ministero, per specifiche esigenze attinenti all’attività d’indagine, abbia disposto il segreto sulle iscrizioni per un periodo non superiore a tre mesi e non rinnovabile.

 

La nuova modalità telematica consentirebbe al difensore di ricevere una comunicazione al proprio indirizzo di posta certificata censito sul Reginde, il Registro Generale degli Indirizzi Elettronici gestito dal Ministero della Giustizia e contenente i dati identificativi nonché l’indirizzo di posta elettronica certificata dei soggetti abilitati tra i quali ovviamente anche gli avvocati, con le indicazioni per scaricare, previa autenticazione, il certificato richiesto.

 

I test sono stati predisposti dal 2 gennaio 2018 al fine di implementare le funzionalità per la richiesta di certificati; saranno poi via via comunicati gli uffici presso i quali il servizio sarà attivo al seguente URL: pda.processotelematicotest.giustizia.it/PASSNAZM/PassRichiestePDA.

 

Dott. Mirko Buonasperanza

 

 

[1]Art. 335 c.p.p. – Registro delle notizie di reato.

  1. Il pubblico ministero iscrive immediatamente, nell’apposito registro custodito presso l’ufficio, ogni notizia di reato che gli perviene o che ha acquisito di propria iniziativa nonché, contestualmente o dal momento in cui risulta, il nome della persona alla quale il reato stesso è attribuito [61].
  2. Se nel corso delle indagini preliminari muta la qualificazione giuridica del fatto ovvero questo risulta diversamente circostanziato, il pubblico ministero cura l’aggiornamento delle iscrizioni previste dal comma 1 senza procedere a nuove iscrizioni.
  3. Ad esclusione dei casi in cui si procede per uno dei delitti di cui all’articolo 407, comma 2, lettera a), le iscrizioni previste dai commi 1 e 2 sono comunicate alla persona alla quale il reato è attribuito, alla persona offesa e ai rispettivi difensori, ove ne facciano richiesta.

3 bis. Se sussistono specifiche esigenze attinenti all’attività di indagine, il pubblico ministero, nel decidere sulla richiesta, può disporre, con decreto motivato, il segreto sulle iscrizioni per un periodo non superiore a tre mesi e non rinnovabile.

3 ter. Senza pregiudizio del segreto investigativo, decorsi sei mesi dalla data di presentazione della denuncia, ovvero della querela, la persona offesa dal reato può chiedere di essere informata dall’autorità che ha in carico il procedimento circa lo stato del medesimo.

[2] Art. 407 comma 2, lettera a) c.p.p. – Termini di durata massima delle indagini preliminari:

  1. La durata massima è tuttavia di due anni se le indagini preliminari riguardano:
  2. a) i delitti appresso indicati:

1) delitti di cui agli articoli 285, 286, 416bis e 422 del codice penale, 291ter, limitatamente alle ipotesi aggravate previste dalle lettere a), d) ed e) del comma 2, e 291quater, comma 4, del testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 23 gennaio 1973, n. 43;

2) delitti consumati o tentati di cui agli articoli 575, 628, terzo comma, 629, secondo comma, e 630 dello stesso Codice penale;

3) delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall’articolo 416bis del Codice penale ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo;

4) delitti commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordinamento costituzionale per i quali la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni o nel massimo a dieci anni, nonché delitti di cui agli articoli 270, terzo comma, [270bis, secondo comma], e 306, secondo comma, del codice penale;

5) delitti di illegale fabbricazione, introduzione nello Stato, messa in vendita, cessione, detenzione e porto in luogo pubblico o aperto al pubblico di armi da guerra o tipo guerra o parti di esse, di esplosivi, di armi clandestine nonché di più armi comuni da sparo, escluse quelle previste dall’articolo 2, comma terzo, della legge 18 aprile 1975, n. 110;

6) delitti di cui agli articoli 73, limitatamente alle ipotesi aggravate ai sensi dell’articolo 80, comma 2, e 74 del Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni;

7) delitto di cui all’articolo 416 del codice penale nei casi in cui è obbligatorio l’arresto in flagranza;

7 bis) dei delitti previsti dagli articoli 600 600bis, comma 1, 600ter, primo e secondo comma, 601, 602, 609bis nelle ipotesi aggravate previste dall’articolo 609ter, 609quater, 609octies del codice penale, nonché dei delitti previsti dall’art. 12, comma 3, del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni;

LA PREVENZIONE DELLA CORRUZIONE NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

La necessità di introdurre nell’ordinamento una specifica disciplina sulla prevenzione e repressione della corruzione deriva da segnalazioni circa anomalie incorrenti nelle procedure burocratiche rivolte all’utenza nonché da querele e denunce di reati contro la pubblica amministrazione.

 

  1. Concetti preliminari: distinzione tra corruzione e concussione.

Il reato di corruzione ex art. 318 e ss. c.p. è un reato a concorso necessario in cui fulcro della fattispecie è l’accordo tra un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio ed un privato; nel reato di concussione di cui all’art. 317 c.p. invece la condotta illecita attiva è esercitata dal pubblico ufficiale (o incaricato di pubblico servizio) che provoca uno stato di soggezione nel privato.

Elementi costitutivi che caratterizzano il reato di corruzione sono:

  • Violazione del bene giuridico identificato nella correttezza, nel buon andamento e nella imparzialità della pubblica amministrazione;
  • Soggetto attivo è un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio (col concorso del privato corruttore ex art. 321 c.p.);
  • Il soggetto passivo è la pubblica amministrazione danneggiata;
  • La condotta consiste nell’azione illegale di ricevere per sé o per un terzo denaro od altra utilità o accettarne la promessa e in cambio di compiere o omettere un atto contrario ai doveri d’ufficio;
  • L’elemento soggettivo si configura quando il pubblico ufficiale riceve il denaro o altra utilità o ne accetta la promessa per compiere un atto contrario ai doveri d’ufficio (dolo generico) oppure quando il funzionario riceve un compenso o ne accetta la promessa per aver compiuto un atto contrario ai doveri d’ufficio.

 

  1. Perché introdurre una disciplina sulla prevenzione dei fenomeni corruttivi.

La necessità di introdurre nell’ordinamento giuridico una specifica disciplina sulla prevenzione e repressione della corruzione in relazione alla Pubblica amministrazione deriva da numerose segnalazioni ricevute da dirigenti pubblici circa anomalie incorrenti nelle procedure burocratiche rivolte all’utenza nonché da querele e denunce formali sporte presso organi di polizia giudiziaria in ordine alla commissione di reati contro la pubblica amministrazione che, negli ultimi anni, hanno visto un vertiginoso incremento. Per ciò che concerne i predetti reati, è necessario rammentare che gli stessi possono essere consumati sia da soggetti appartenenti alla amministrazione pubblica sia da soggetti esterni alla stessa, elemento questo incide sulla modalità con cui si cerca di prevenire la commissione di illeciti di tal fatta.

 

  1. La legge n. 190 del 2012.

La legge 190/2012 rubricata “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella P.A.” è composta da un unico articolo a cui si aggiungono 83 commi che vanno a trattare l’intero ambito della prevenzione dei danni derivanti da corruzione. Alle regioni viene concesso il potere di disciplinare piani territoriali di prevenzione della corruzione e di individuare i punti di criticità di tale fenomeno.

A tale scopo, ogni tre anni, le regioni e le P.A., rinnovano tali piani sia dal punto di vista degli obiettivi da tutelare, sia dal punto di vista della gestione del personale, facendo turnare coloro i quali sono preposti al controllo gerarchico all’ interno degli uffici.

 

Il punto nodale del sistema di prevenzione della corruzione è incentrato sul cd. codice di comportamento[1] che costituisce una tra le principali misure poste in essere a livello decentrato, contenendo norme che regolano il corretto comportamento dei dipendenti e dell’ azione amministrativa stabilendo che coloro i quali dovessero violare tali norme sarebbero soggetti a risoluzione del rapporto lavorativo con l’amministrazione. La legge individua un codice generale nazionale di comportamento valido per tutte le P.A. ed un codice obbligatorio per ciascuna amministrazione i cui effetti sono la sanzioni disciplinari cui si aggiungono le misure di prevenzione dei danni da corruzione di natura penale[2].

 

Le misure di prevenzione contenute nella legge sono:

 

  • Misure obbligatorie, previste dalla legge o da altre fonti normative;
  • Misure ulteriori che, pur non essendo obbligatorie per legge, ogni P.A. ritenga necessarie per gestire i rischi eventualmente identificati in concreto;
  • Misure di carattere trasversale, obbligatorie e/o ulteriori, come ad esempio l’informatizzazione dei processi, il monitoraggio, la trasparenza ecc. ecc.

Da ultimo è necessario mettere in luce l’art. 54-bis. (Tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti) il quale statuisce che:

“1. Fuori dei casi di responsabilità a titolo di calunnia o diffamazione, ovvero per lo stesso titolo ai sensi dell’articolo 2043 del codice civile, il pubblico dipendente che denuncia all’autorita’ giudiziaria o alla Corte dei conti, ovvero riferisce al proprio superiore gerarchico condotte illecite di cui sia venuto a conoscenza in ragione del rapporto di lavoro, non puo’ essere sanzionato, licenziato o sottoposto ad una misura discriminatoria, diretta o indiretta, avente effetti sulle condizioni di lavoro per motivi collegati direttamente o indirettamente alla denuncia.

  1. Nell’ambito del procedimento disciplinare, l’identita’ del segnalante non puo’ essere rivelata, senza il suo consenso, sempre che la contestazione dell’addebito disciplinare sia fondata su accertamenti distinti e ulteriori rispetto alla segnalazione. Qualora la contestazione sia fondata, in tutto o in parte, sulla segnalazione, l’identita’ puo’ essere rivelata ove la sua conoscenza sia assolutamente indispensabile per la difesa dell’incolpato.
  2. L’adozione di misure discriminatorie e’ segnalata al Dipartimento della funzione pubblica, per i provvedimenti di competenza, dall’interessato o dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative nell’amministrazione nella quale le stesse sono state poste in essere.
  3. La denuncia e’ sottratta all’accesso previsto dagli articoli 22 e seguenti della legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni»”.

Dott. Mirko Buonasperanza

 

[1] Art. 54. – (Codice di comportamento). – 1. Il Governo definisce un codice di comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni al fine di assicurare la qualita’ dei servizi, la prevenzione dei fenomeni di corruzione, il rispetto dei doveri costituzionali di diligenza, lealta’, imparzialita’ e servizio esclusivo alla cura dell’interesse pubblico. Il codice contiene una specifica sezione dedicata ai doveri dei dirigenti, articolati in relazione alle funzioni attribuite, e comunque prevede per tutti i dipendenti pubblici il divieto di chiedere o di accettare, a qualsiasi titolo, compensi, regali o altre utilita’, in connessione con l’espletamento delle proprie funzioni o dei compiti affidati, fatti salvi i regali d’uso, purche’ di modico valore e nei limiti delle normali relazioni di cortesia.

[2] Art. 54 comma 3 –  La violazione dei doveri contenuti nel codice di comportamento, compresi quelli relativi all’attuazione del Piano di prevenzione della corruzione, e’ fonte di responsabilita’ disciplinare. La violazione dei doveri e’ altresi’ rilevante ai fini della responsabilita’ civile, amministrativa e contabile ogniqualvolta le stesse responsabilita’ siano collegate alla violazione di doveri, obblighi, leggi o regolamenti. Violazioni gravi o reiterate del codice comportano l’applicazione della sanzione di cui all’articolo 55-quater, comma 1.