INTERDITTIVE ANTIMAFIA E APPALTI: RISARCIMENTO ALLE DITTE COLPITE?

L’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, con la sentenza n. 3 del 6 aprile 2018, ha chiarito  quali siano gli effetti della informativa interdittiva antimafia di cui agli artt. 84, co. 3 e 91, co. 6, del d.lgs. 159/2011 (cd. Codice Antimafia).

L’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, con la sentenza n. 3 del 6 aprile 2018, ha chiarito  quali siano gli effetti della informativa interdittiva antimafia di cui agli artt. 84, co. 3 e 91, co. 6, del d.lgs. 159/2011 (cd. Codice Antimafia).

 La questione all’esame dell’Adunanza riguardava la possibilità di erogare da parte di una pubblica amministrazione somme di danaro, a titolo di risarcimento del danno, in favore di un soggetto che sia stato attinto – prima della definizione del giudizio risarcitorio – da un’informativa interdittiva antimafia, conosciuta solo successivamente alla formazione del giudicato e taciuta dal soggetto stesso. Il vaglio del Consiglio di Stato in questo caso verteva, quindi, sugli effetti generali delle informative interdittive antimafia e sull’ostatività degli stessi alla erogazione di denaro a titolo di risarcimento del danno.

In secondo luogo, il Consiglio era chiamato a giudicare su un altro quesito (consequenziale al primo), riguardante,  nel caso concreto, il diritto di credito accertato con sentenza passata in giudicato (e non scalfita neppure da revocazione su ricorso della p.a.). la Sezione remittente  in altre parole si poneva il dubbio se la tutela degli effetti del giudicato potesse rendere doveroso il pagamento delle somme accertate giudizialmente.

Nella sentenza in esame  in Giudice amministrativo d’appello ricorda come “l’interdittiva antimafia è provvedimento amministrativo al quale deve essere riconosciuta natura cautelare e preventiva, in un’ottica di bilanciamento tra la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica e la libertà di iniziativa economica riconosciuta dall’art. 41 Cost.” il quale fa sì che un imprenditore possa meritare di essere “titolare di rapporti contrattuali con le predette amministrazioni, ovvero destinatario di titoli abilitativi da queste rilasciati, come individuati dalla legge, ovvero ancora (come ricorre nel caso di specie) essere destinatario di contributi, finanziamenti o mutui agevolati ed altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate”.

Il giudizio di eventuale mancanza di meritevolezza fa derivare una particolare incapacità giuridica “prevista dalla legge a garanzia di valori costituzionalmente garantiti e conseguente all’adozione di un provvedimento adottato all’esito di un procedimento normativamente tipizzato e nei confronti del quale vi è previsione delle indispensabili garanzie di tutela giurisdizionale del soggetto di esso destinatario”. Tale incapacità giuridica è parziale in quanto limitata ai rapporti giuridici con la Pubblica Amministrazione e temporanea poiché può venir meno per il tramite di un successivo provvedimento dell’autorità amministrativa competente  ovvero il Prefetto.

La circostanza che la somma di denaro di cui è titolare la società colpita dal provvedimento amministrativo sia di natura risarcitoria non elide la mancanza di capacità della stessa: l’incapacità di ottenere erogazione di somme di denaro rende non rilevante la circostanza che si tratti di una erogazione a titolo risarcitorio anche qualora il credito fosse stato accertato con sentenza passata in giudicato. L’informativa interdittiva antimafia, infatti, non ha effetto di far venire meno il debito della P.a. ma soltanto la capacità del soggetto colpito dal provvedimento di incassare il credito; capacità che potrà ritornare piena una volta venuto meno il provvedimento stesso.

Il giudicato di conseguenza non viene leso poiché “l’obbligazione risarcitoria della Pubblica Amministrazione, definitivamente accertata in sede giudiziaria, resta intatta ed indiscutibile; né può ipotizzarsi alcuna incisione del provvedimento amministrativo (e dei suoi effetti) sul giudicato”.

Concludendo, l’Adunanza fissa i seguenti principi di diritto:

1) “il provvedimento di cd. interdittiva antimafia determina una particolare forma di incapacità ex lege, parziale (in quanto limitata a specifici rapporti giuridici con la Pubblica Amministrazione) e tendenzialmente temporanea, con la conseguenza che al soggetto – persona fisica o giuridica – è precluso avere con la pubblica amministrazione rapporti riconducibili a quanto disposto dall’art. 67 d. lgs. 6 settembre 2011 n. 159”.

2) “l’art. 67, co. 1, lett. g) del d. lgs. 6 settembre 2011 n. 159, nella parte in cui prevede il divieto di ottenere, da parte del soggetto colpito dall’interdittiva antimafia, contributi, finanziamenti e mutui agevolati ed altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati da parte dello Stato, di altri enti pubblici o delle Comunità Europee, per lo svolgimento di attività imprenditoriali, ricomprende anche l’impossibilità di percepire somme dovute a titolo di risarcimento del danno patito in connessione all’attività di impresa”.

Dott. Mirko Buonasperanza

IL NUOVO REATO DI INDEBITO UTILIZZO E FALSIFICAZIONE DI CARTE DI CREDITO.

Il d.lgs.  n. 21/ 2018 (entrato in vigore il 06 aprile del 2018) ha modificato il codice penale introducendo nuove figure criminose tra le quali il nuovo art. 493 ter c.p., rubricato “Indebito utilizzo e falsificazione di carte di credito e di pagamento”.

Il d.lgs.  n. 21/ 2018 (entrato in vigore il 06 aprile del 2018) ha modificato il codice penale introducendo nuove figure criminose tra le quali il nuovo art. 493 ter c.p., rubricato “Indebito utilizzo e falsificazione di carte di credito e di pagamento“.

La norma prevede che “chiunque, al fine di trarne profitto per sé o per altri, indebitamente utilizza, non essendone titolare, carte di credito o di pagamento, ovvero qualsiasi altro documento analogo che abiliti al prelievo di denaro contante o all’acquisto di beni o alla prestazione di servizi, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da 310 euro a 1550 euro. Alla stessa pena soggiace chi, al fine di trarne profitto per sé o per altri, falsifica o altera carte di credito o di pagamento o qualsiasi altro documento analogo che abiliti al prelievo di denaro contante o all’acquisto di beni o alla prestazione di servizi, ovvero possiede, cede o acquisisce tali carte o documenti di provenienza illecita o comunque falsificati o alterati, nonché ordini di pagamento prodotti con essi“.

Viene poi introdotta una fattispecie di confisca speciale delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato nonché del profitto o del prodotto, sempre che non appartengano a persona estranea al reato. Inoltre è possibile disporre la confisca per equivalente di beni, somme di denaro o altre utilità rientranti nella disponibilità del reo per un valore corrispondente al profitto o al prodotto del reato.

La fattispecie di reato in esame rientra tra i reati comuni finalizzati a tutelare il mercato finanziario ed in particolare la fede pubblica. Per questo motivo il bene giuridico tutelato, la fede pubblica appunto, è inteso come la fiducia riposta dalla collettività in un determinato simbolo, atto giuridico o oggetto su cui si ripone il massimo affidamento per ipotizzare la certezza, sicurezza e rapidità dei traffici giuridici.

Circa l’elemento soggettivo, per integrare il delitto è richiesto il dolo specifico (al pari dei delitti di falso) il quale non si può identificare nella mera coscienza e volontà della falsificazione ma richiede anche la consapevolezza di arrecare ad altri un danno.

La disposizione, prevedendo come pena la reclusione da uno a cinque anni, consente l’arresto facoltativo in flagranza di reato.

Da ultimo, il nuovo reato, richiama espressamente la precedente norma che regolarizzava le ipotesi di utilizzo illecito degli strumenti di pagamento di cui all’art. 55 del d.lgs. 231/2007 non comportando quindi una forma di abolitio criminis ma un caso di successione di leggi.

Dott. Mirko Buonasperanza

 

LE NUOVE INCOMPATIBILITÀ DEGLI AMMINISTRATORI GIUDIZIARI

Il 25 giugno 2018 entrerà in vigore il Decreto legislativo che introduce nuove incompatibilità per gli amministratori giudiziari al fine di assicurare la trasparenza effettiva nel conferimento degli incarichi.

Il 25 giugno 2018 entrerà in vigore il Decreto legislativo, 18/05/2018 n. 54 che introduce nuove incompatibilità per gli amministratori giudiziari, i loro coadiutori, i curatori fallimentari nonché altri organi delle procedure concorsuali al fine di assicurare la trasparenza effettiva nel conferimento degli incarichi agli ausiliari del giudice verificando le cause di eventuali incompatibilità in essere.

L’art. 33, co. 2, della Legge n. 161 del 2017 ha delegato il Governo ad adottare un decreto legislativo per disciplinare le incompatibilità relative ai soggetti prima richiamati fissando i seguenti princìpi e criteri direttivi:

  1. a) prevedere l’incompatibilità per rapporti di parentela, affinità, convivenza e, comunque, assidua frequentazione con magistrati addetti all’ufficio giudiziario al quale appartiene il magistrato che conferisce l’incarico;
  2. b) prevedere che il presidente della Corte di appello eserciti la vigilanza sulle nomine ai predetti incarichi conferite a soggetti che abbiano con i magistrati del distretto giudiziario, in cui ha sede l’ufficio titolare del procedimento, gli indicati rapporti di parentela, affinità, coniugio o frequentazione assidua, in modo tale da evitare indebite commistioni e compromissione della credibilità della funzione giudiziaria.

Ai sensi all’art. 35 del D.lgs. n. 159 del 2011 (cd. Codice antimafia), con il provvedimento con il quale dispone il sequestro, il Tribunale nomina il giudice delegato (g.d.) alla procedura e uno o più amministratori giudiziari (a seconda della complessità del caso) che, nel caso di beni immobili sequestrati, devono essere scelti,” nell’ambito degli iscritti all’apposito albo, secondo criteri di trasparenza, di rotazione degli incarichi e di corrispondenza tra i profili professionali del professionista individuato e la tipologia e l’entità dei beni appresi in via cautelare”; per quanto attiene invece gli amministratori di aziende sequestrate, gli stessi devono essere scelti “fra i soggetti iscritti nell’apposita sezione di esperti in gestione aziendale dell’Albo nazionale degli amministratori giudiziari” (potendo essere individuati anche tra il personale dipendente dell’Agenzia Nazionale).

L’amministratore giudiziario, al momento della nomina, è tenuto a comunicare al Tribunale l’eventuale titolarità di altri incarichi di analoga natura potendo chiedere al g.d. di essere autorizzato, ove necessario, a farsi coadiuvare da tecnici o da altri soggetti qualificati.

Il comma 3 dello stesso articolo definisce le cause che ostano all’assunzione dell’incarico di amministratore giudiziario: non possono essere nominate le persone nei cui confronti il provvedimento è stato disposto, il

coniuge, i parenti, gli affini e le persone con esse conviventi, né le persone condannate a una pena che

importi l’interdizione, anche temporanea, dai pubblici uffici o le pene accessorie previste dal r.d. 267 del 1942 o coloro cui sia stata irrogata una misura di prevenzione o nei confronti dei quali sia stato disposto il rinvio a giudizio per i reati di cui all’articolo 4 del D.lgs. n. 159/2011 o per uno dei delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione o dei delitti contro l’attività giudiziaria.

In aggiunta, non possono essere nominate le persone che abbiano svolto attività lavorativa o professionale in favore del proposto o delle imprese a lui riconducibili oppure persone che non possono svolgere le funzioni di coadiutore o di diretto collaboratore dell’amministratore giudiziario nell’attività di gestione.

Il comma 3 prosegue citando le cause ostative riguardanti il magistrato delegato; riguardo a ciò non possono assumere l’ufficio di amministratore giudiziario (o le altre figure equiparate):

  • il coniuge, i parenti fino al quarto grado, gli affini entro il secondo grado, i conviventi o commensali abituali;
  • i creditori o debitori del magistrato, del coniuge o dei figli del magistrato, né le persone legate da uno stabile rapporto di collaborazione professionale con il coniuge o i figli del magistrato;
  • i prossimi congiunti, i conviventi, i creditori o debitori del dirigente di cancelleria che assiste il magistrato.

Da ultimo l’art. 1, lett. a), del D.lgs. n. 54 del 2018 integra con un nuovo comma 4 bis l’art. 35 del Codice antimafia

introducendo nei procedimenti di prevenzione un sistema di incompatibilità alla nomina di amministratore e simili derivante da legami di parentela, rapporti amicali e/o affettivi con magistrati addetti all’ufficio giudiziario cui appartiene il giudice che conferisce l’incarico. Risultano perciò ostativi il rapporto di coniugio, di unione civile o convivenza di fatto; la parentela entro il terzo grado; l’affinità entro il secondo grado e  il rapporto di assidua frequentazione ,definito dal comma 4 bis, come derivante a) da una relazione sentimentale; b) da un rapporto di amicizia stabilmente protrattosi nel tempo e connotato da reciproca confidenza; c) dal rapporto di frequentazione tra commensali abituali.

Dott.  Mirko Buonasperanza

 

DROGA: LIEVE ENTITA’ E TENUITA’DEL FATTO

Applicando l’art. 131 bis c.p. ad un fatto di spaccio di lieve entità, non si avrà solo una riduzione della pena ma verrà totalmente esclusa la punibilità.

  1. La fattispecie generale di spaccio

Il D.P.R. 309 del 1990 (cd. Testo Unico stupefacenti) prevede, dopo la sentenza della Corte Costituzionale 32 del 2014, un doppio regime sanzionatorio per le ipotesi di spaccio disciplinato dall’art. 73:

-per le droghe leggere (tabelle II e IV del T.U.) la pena è la reclusione da 2 a 6 anni congiunta alla multa da 5.164 a 77.468 euro [comma 4].

-per le droghe pesanti (tabelle I e III) la pena è la reclusione da 8 a 20 anni congiunta alla multa da 25.822 a 258.228 euro [comma 1].

  1. La fattispecie dello spaccio di lieve entità

Il legislatore, nel 2013, ha modificando la cornice edittale dell’art. 73 comma 5, attribuendogli dignità di fattispecie di reato autonoma (prima del 2013 si trattava di una circostanza attenuante speciale dell’articolo 73, comma 1).

Ora, quindi, il comma 5 dell’art. 73 prevede: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque commette uno dei fatti previsti dal presente articolo che, per i mezzi, la modalità o le circostanze dell’azione ovvero per la qualità e quantità delle sostanze, è di lieve entità, è punito con le pene della reclusione da sei mesi a quattro anni e della multa da euro 1.032 a euro 10.329”.

Qualsivoglia condotta (coltivazione, spaccio, detenzione, ecc.) può essere considerata lieve se, avuto riguardo ai mezzi, alle modalità o alle circostanze dell’azione ovvero alla qualità e quantità delle sostanze detenute, la stessa provochi una minima offensività rispetto al bene protetto, ad esempio perché comporta una ridotta capacità di diffusione della droga sul territorio.

La Cassazione, con sentenza n. 13982 del 2018, ha precisato quali sono i criteri di distinzione della fattispecie di lieve entità dalla fattispecie generale, che non può mai essere effettuata per “sottrazione” e non può prescindere da un’adeguata valorizzazione della fattispecie minore. Il riferimento alle modalità e circostanze dell’azione non può implicare che non si possa applicare l’ipotesi minore nel caso di continuatività delle condotte o  svolgimento di attività in qualche modo organizzata.

Per esemplificare, “sia  il dato qualitativo che quello quantitativo delle sostanze stupefacenti, in presenza di condotte aventi ad oggetto detenzione o cessione di quantità rilevanti, può non assumere rilievo decisivo, se non corroborato da altri dati come l’offensività, le fonti di approvvigionamento stabili, le relazioni tra il soggetto ed il mercato, l’organizzazione complessa o meno, la presenza di una piazza di spaccio. Tutto ciò implica una valutazione minuziosa da parte del giudice di merito, che non può limitarsi a riferirsi genericamente a dati che non hanno significato, presi singolarmente.

Inoltre, “la lievità o meno della condotta deve essere affrontata caso per caso, affinché siano tenute in debito conto tutte le possibili variabili” (Cass. Pen., Sez. VI, n. 46495 del 2017) e  il giudice deve, quindi, “determinare e calibrare il trattamento sanzionatorio più adeguato alle specifiche circostanza e modalità del caso, rifuggendo da ogni automatismo” (Cass. Pen., Sez. VI, n. 39374 del 2017).

Certamente non può dubitarsi che il dato più decisivo non può che essere la quantità di droga detenuta del reo a seconda che superi o meno il dato ponderale in relazione alla specificità del luogo di commissione del reato. Il  c.d. piccolo spaccio andrà a manifestarsi quindi in  una “minore portata dell’attività dello spacciatore con una ridotta circolazione di merce e di denaro, nonché con guadagni limitati” (Cass. Pen., Sez. VI, n. 15642 del 2015).

Non sono invece dirimenti, ai fini della configurabilità del fatto di lieve entità o meno, la diversità delle sostanze trafficate o il rinvenimento della sostanza stupefacente già suddivisa in dosi, essendo anch’esse non esclusive dello spaccio di maggiore entità.

  1. La non punibilità per particolare tenuità del fatto

L’art. 131 bis c.p. stabilisce che la punibilità è esclusa quando: “Nei reati per i quali è prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell’art. 133, primo comma, l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale”.

Può in primis beneficiare della non punibilità solo l’imputato per la fattispecie di cui al comma 5 dell’art. 73 citato (lieve entità), in quanto rientrante nel  previsto limite della pena detentiva massima di 5 anni. In questo caso quindi, applicando l’art. 131 bis c.p. ad un fatto di spaccio di lieve entità, non si avrà solo una riduzione della pena ma verrà totalmente esclusa la punibilità.

Punto fermo della questione è però la necessità, per il giudice di merito, di motivare analiticamente la scelta dell’utilizzo o meno dell’istituto della non punibilità per particolare tenuità del fatto.

Con la sentenza n. 36616 del 2017, la Cassazione ha ad esempio accolto il ricorso di un imputato per il reato di cui comma 5 del citato T.U., il quale riteneva fosse stata erroneamente valutata la non punibilità ex art. 131 bis c.p. da parte della Corte d’Appello. La Suprema Corte decideva per l’assoluzione dell’imputato anche qualora esistano nei suoi confronti plurime denunce per altri reati relativi a sostanze stupefacenti poiché “l’art. 131 bis c.p., nel configurare le ipotesi di non punibilità per particolare tenuità del fatto, e nel definire le ipotesi di comportamento abituale, non ricomprende l’ipotesi di altre denunce a carico dell’imputato per reati dello stesso tipo, ma solo le ipotesi di condotte seriali, individuate tramite procedimenti penali definiti o almeno pendenti”.

Dalla sentenza n. 52721 del 2017, deve invece desumersi come, secondo la Cassazione, “anche in relazione ad una condotta criminosa di coltivazione di 18 piante di canapa indiana, rientrante nella fattispecie di lieve entità di cui all’art. 73, comma 5, DPR 309/1990, la Corte d’Appello avrebbe dovuto valutare complessivamente le peculiarità del caso concreto, le modalità della condotta, ed il grado di colpevolezza utili a pronunciarsi approfonditamente sulla non punibilità per la particolare tenuità della condotta di coltivazione illecita”.

Veniva per questo assolto un imputato per la coltivazione in abitazione di sei piantine di cannabis dell’altezza di 90 cm, contenenti un quantitativo di THC pari a 42 dosi, perché “inidonea a determinare la possibile diffusione della sostanza producibile” e la moltiplicazione delle occasioni di lesione della salute pubblica” (Cass. Pen., Sez. III, n. 36037 del 2017).

Dott. Mirko Buonasperanza

LA PARTICOLARE TENUITA’ NEI REATI TRIBUTARI

In materia di reati Iva si applica la non punibilità per particolare tenuità del fatto solo se l’omissione è vicinissima alla soglia di punibilità.

Massima:

In materia di reati Iva si applica la non punibilità per particolare tenuità del fatto solo se l’omissione è vicinissima alla soglia di punibilità.

La Terza Sezione Penale della Cassazione, con la sentenza  numero 14595 del 30.03.2018, statuisce che, ai fini della configurazione del reato di cui all’art. 10 ter[1] del D.lgs. n. 74/2000, è necessario e sufficiente che l’IVA non versata sia quella “dovuta in base alla dichiarazione annuale“. Il debito erariale rilevante ai fini dell’illecito penale di omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto è solo quello oggetto della presente dichiarazione e non quello risultante dai registri delle fatture emesse, dalle fatture o dalla contabilità di impresa nonché dal bilancio.

Difatti, la presentazione della dichiarazione “costituisce un presupposto necessario ai fini della consumazione del reato, tant’è che l’autore del reato deve necessariamente rappresentarsi che l’oggetto della condotta omissiva è esattamente […] il debito dichiarato, non quello risultante” in altro modo (cfr. Cass. Pen., S.U., n. 37424 del 28.03.2013).

Di conseguenza, poiché il reato art. 10 ter cit., “presuppone che il debito IVA risulti dalla dichiarazione del contribuente, esso non è integrato qualora nella stessa dichiarazione sia esposto un credito tributario” (cfr. Cass. Pen., Sez. III, n. 38487 del 21.04.2016).

La Corte sottolinea poi, in tema di omissione del versamento IVA, il principio secondo cui la causa di non punibilità della “particolare tenuità del fatto” ex art. 131 bis c.p., sarebbe applicabile solo qualora l’omissione fosse di ammontare vicinissimo alla soglia di punibilità (250.000 euro) poiché solo in questo caso “il grado di offensività che dà luogo a reato è già stato valutato dal legislatore nella determinazione della soglia di rilevanza penale” (cfr. Cass. Pen., Sez. III, n. 13218 del 20.11.2015).

In conclusione occorre, per far rientrare l’offesa nei parametri della particolare tenuità del fatto, che il danno sia esiguo ossia scarso, trascurabile, quasi insignificante. La discrepanza di più di 4.000 euro rispetto alla soglia di punibilità, come nel caso de quo, non è stata giudicata dalla Corte esigua ed ha assorbito il giudizio circa l’altra condizione per poter qualificare il fatto come particolarmente tenue, ossia la non abitualità della condotta del reo.

Dott. Mirko Buonasperanza

[1] Art. 10-ter  Omesso versamento di IVA 

E’ punito con la reclusione da sei mesi a due anni chiunque non versa, entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo d’imposta successivo, l’imposta sul valore aggiunto dovuta in base alla dichiarazione annuale, per un ammontare superiore a euro duecentocinquantamila per ciascun periodo d’imposta.

 

TUTELA PENALE DELLA PRIVACY: IN VIGORE IL NUOVO DECRETO 51/2018

Il Governo ha emanato il decreto 51/18 per dare attuazione alla direttiva relativa alla protezione dei dati personali da parte delle autorità competenti in materia penale.

Il Governo ha emanato il decreto legislativo n. 51 del 18 maggio 2018  al fine di dare attuazione alla direttiva (UE) 2016/680 del Parlamento europeo e del Consiglio relativa alla protezione delle persone fisiche con oggetto il trattamento dei dati personali da parte delle autorità competenti in materia penale.

 

La direttiva di cui sopra, che completa il nuovo Regolamento generale sulla privacy (UE) 2016/679 (cd. GDPR), è scaturita dall’esigenza di stabilire norme, in special modo relative all’ambito penale e di pubblica sicurezza, sulla protezione delle persone fisiche nel caso di trattamento dei dati personali da parte della P.A. a fini di prevenzione, indagine, accertamento e perseguimento di reati o esecuzione di sanzioni penali (inclusa la tutela della pubblica sicurezza).

 

Il decreto, che entrerà in vigore l’8 giugno 2018, ripropone quasi totalmente le disposizioni contenute nella direttiva e sostituisce quasi del tutto i titoli primo e secondo della parte seconda del Codice sul trattamento dei dati personali di cui al d.lgs. n.196 del 2003.

 

Il testo norma le modalità e i tempi di trattamento/conservazione dei dati personali, elenca i diritti del soggetto interessato ed illustra il procedimento per esercitarli fissando le norme per la sicurezza dei dati e per il loro trasferimento prevedendo la designazione di un responsabile per la protezione dei dati e comminando sanzioni amministrative e penali.

 

Ai sensi degli artt. 2 e 37 del decreto, il Garante per la protezione dei dati personali istituito dal d.lgs. n. 196 del 2003 è incaricato di sorvegliare l’applicazione della normativa. I poteri affidatigli dal nuovo statuto sono ampli e  includono poteri informativi, consultivi, di accertamento, collaborazione, vigilanza per garantire l’efficace attuazione delle disposizioni.

 

Anche sul fronte penale il Garante riveste particolare rilevanza: tra i reati previsti dal Capo VI del decreto vi sono il trattamento illecito di dati (ex art. 43), la falsità in atti e dichiarazione al Garante (ex art. 44) e l’inosservanza di provvedimenti del Garante (ex art. 45), tutte fattispecie punite con la reclusione e la pena accessoria della pubblicazione della sentenza (ex art. 36 commi 2 e 3 c.p.).

 

L’ art. 4 del decreto prevede un trattamento dei dati personali differenziato per:

  • persone sottoposte  a  indagine;
  • imputati;
  • persone  sottoposte   a indagine o imputate in procedimento  connesso  o collegato;
  • persone condannate con sentenza definitiva;
  • persone offese dal  reato;
  • parti civili;
  • persone informate sui fatti e testimoni.

 

Per queste categorie specifiche la protezione dei dati personali deve essere attuata in modo conforme al diritto alla presunzione di innocenza come sancito dalla Costituzione e dalla CEDU secondo le interpretazioni giurisprudenziali della Corte di giustizia dell’Unione Europea e della Corte europea dei diritti dell’uomo.

 

Dott. Mirko Buonasperanza

RESPONSABILITA’ PENALE DEL MEMBRO D’EQUIPE MEDICA

Il principio di affidamento non è però invocabile qualora vi sia stata violazione del dovere di controllo, nel qual caso la condotta colposa del collega si concretizzi nella inosservanza delle regole professionali.

La IV Sezione della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 22007 del 18.05.2018 trattava il caso di alcuni sanitari in servizio presso una azienda ospedaliera chiamati a rispondere del decesso di una paziente, sottoposta a cesareo ed isterectomia, per avere colposamente omesso (anche se in presenza di uno shock emorragico conseguente al parto cesareo) la trasfusione di plasma fresco al fine di correggere il difetto di coagulazione presente ritardando poi il ricovero della donna in una struttura sanitaria dotata di un reparto di rianimazione.

 

  1. Circa la posizione di garanzia in materia di cure sanitarie, è noto che la fonte da cui scaturisce l’obbligo giuridico protettivo gravante sul sanitario “può essere la legge, il contratto, la precedente attività svolta o altra fonte obbligante e che al fine di individuare lo specifico contenuto dell’obbligo come scaturente dalla determinata fonte di cui si tratta occorre valutare sia le finalità protettive fondanti la posizione di garanzia sia la natura dei beni di cui è titolare il soggetto garantito, che costituiscono l’obiettivo della tutela rafforzata, alla cui effettività mira la clausola di equivalenza di cui all’art. 40, secondo comma, c.p.” ( si vedano sul punto Cass. pen., Sez. Un., n. 38343 del 24.02.2014 e Cass. pen., Sez. IV, n. 9855 del 27.01.2015).

 

  1. Per ciò che attiene alla cd. responsabilità d’équipe, la Corte rileva come, oltre alla cooperazione tra medici e tra medici e ausiliari che agiscono simultaneamente e i cui contributi si integrano vicendevolmente al fine del conseguimento del risultato sperato, la cooperazione terapeutica si possa esplicare anche “attraverso atti medici successivi, affidati anche a sanitari dotati della medesima o di differenti specializzazioni. In questo secondo caso l’unitario percorso diagnostico o terapeutico si sviluppa attraverso una serie di attività tecnico-scientifiche di competenza di sanitari diversi, funzionalmente o temporalmente successive”.

 

  1. Resta in ogni caso operante il principio dell’affidamento in relazione all’obbligo di diligenza “gravante su ogni titolare della posizione di garanzia”, essendo necessario che ogni membro dell’equipe possa concentrarsi sui compiti a lui affidati, confidando sulla professionalità degli altri, “della cui condotta colposa, poi, non può essere chiamato a rispondere”.

Il principio di affidamento non è però invocabile qualora vi sia stata violazione del dovere di controllo, nel qual caso la condotta colposa del collega si concretizzi nella inosservanza delle regole professionali che costituiscono il background di ogni medico, con la “conseguente prevedibilità e rilevabilità dell’errore altrui anche da parte di un medico non specialista nel settore, in condizione, per tale motivo, di controllare la correttezza”.

 

Dott. Mirko Buonasperanza