Cassazione: reato di affidamento illegittimo del figlio anche se non vie è alcun compenso.

Affinché si configuri il reato non è richiesto che chi affida il bambino a terzi riceva un compenso, quanto piuttosto che chi lo riceve sia disposto a pagare per soddisfare il proprio desiderio di genitorialità.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2173 del 2019, ha respinto il ricorso di una madre condannata per il reato di affidamento illegittimo del proprio figlio ceduto a una coppia senza ricevere alcun compenso (corrisposto invece al ginecologo).

La Corte precisa che, affinché si configuri il reato di cui all’art. 71 della legge n. 184 del 1983, non è richiesto che chi affida il bambino a terzi in via definitiva o stabile riceva un compenso, quanto piuttosto che chi lo riceve sia disposto a pagare per soddisfare il proprio desiderio di genitorialità. La ratio della norma infatti è di tutelare l’interesse del bambino ad un affidamento legittimo all’interno di una regolare procedura di adozione.

La Cassazione condivide le valutazioni del giudice di primo grado (confermate anche dalla Corte d’Appello) sulla responsabilità dell’imputata per aver preso parte all’accordo con il ginecologo che le aveva promesso l’affidamento di un nascituro dietro il riconoscimento di 20.500 euro con l’intesa di modificare successivamente lo stato di nascita dello stesso.

Il giorno del parto l’accordo si concretizzava con la consegna del neonato all’imputata (ed al marito di lei, coimputato nel processo) e con il pagamento della somma di 20.500 al ginecologo. Non veniva compiuta però l’alterazione dello stato di nascita a causa di un contrattempo che impediva al medico di falsificare le carte inviate dall’ ospedale al Comune. La partoriente veniva quindi ritenuta colpevole, a titolo di concorso nel delitto previsto dall’art. 71 della legge n. 184 del 1983, “per essersi prestata consapevolmente alla consegna del proprio figlio alla coppia“.

La madre naturale ricorreva quindi in Cassazione, ritenendo che la sua condotta non integrasse il reato de quo: l’affido infatti era avvenuto al di fuori di un procedimento di adozione (piuttosto un affidamento di fatto) e senza il riconoscimento di un corrispettivo in denaro (versato dalla coppia solo al ginecologo). In assenza di un profitto in denaro, secondo la ricorrente, mancherebbe “l’ulteriore elemento della cessione del minore verso un corrispettivo economico che sarebbe necessario per integrare il delitto in esame“.

L’imputata contestava inoltre quanto affermato dalla Corte d’Appello, secondo la quale la stessa avrebbe partecipato consapevolmente alla consegna del figlio dietro corrispettivo: tale conclusione sarebbe il frutto di una lettura errata delle risultanze probatorie, visto che la stessa non solo non conosceva la coppia a cui il nascituro sarebbe stato affidato, ma non era a conoscenza neppure del fatto che questa avrebbe dovuto versare la somma concordata al proprio ginecologo.

La Cassazione però, con la sentenza in oggetto, rigetta il ricorso della giovane donna in quanto “si ritiene infondata la questione di diritto dedotta in relazione alla fattispecie di reato prevista dall’art 71 legge n. 184/1983. Il predetto delitto non richiede affatto che l’affidamento illegale del minore sia avvenuto nell’ambito di una procedura formale di adozione, né è richiesto per colui che affida il minore la previsione di un compenso economico come corrispettivo della consegna del minore stesso, essendo tale compenso previsto solo come condizione di punibilità per colui che “riceve” il minore in illecito affidamento“.

Al fine della integrazione del reato è richiesto, quindi, non che il compenso venga ricevuto da chi dà in affido il bambino, ma che venga corrisposto da chi riceve il nascituro in affido in via stabile. La ratio dell’art. 71 della legge n. 184 del 1983 è uniforme nella giurisprudenza di legittimità: chi affida illegittimamente il minore viola sempre l’interesse dello stesso ad un affidamento nel rispetto di tutte le condizioni poste a sua tutela (stabilità della coppia affidataria, maturità e capacità educativa della stessa, ecc.); chi lo riceve è punito, invece, solo se ha pagato, evidentemente perché non si è ritenuto meritevole di pena colui che lo riceve per appagare un desiderio naturale di genitorialità, senza ricorso a strumenti corruttivi.

Dott. Mirko Buonasperanza

BLOCCO STRADALE: IL REATO REDIVIVO

Il decreto sicurezza ha reso nuovamente reato il blocco stradale.

Il Decreto Legge n. 113 del 2018 (cd. decreto sicurezza), convertito in legge a fine anno, è un provvedimento che introduce molte novità in diverse materie. Tra le tante novità, vi è una modifica al D.lgs. 22 gennaio 1948, n. 66 che si occupa delle “Norme per assicurare la libera circolazione sulle strade ferrate ed ordinarie e la libera navigazione” e che reintroduce il reato di blocco stradale.

Il decreto sicurezza, variando l’art. 1 del predetto d.lgs., ha reso nuovamente reato il blocco stradale (oltre al già previsto blocco di strada ferrata) fatta eccezione per quello su una strada ordinaria attuato mediante ostruzione con il proprio corpo.

La fattispecie era stata depenalizzata dal D.lgs. n. 507 del 1999; prima dell’intervento del decreto sicurezza, la pena detentiva era solo nei confronti dei blocchi di ferrovie o relativamente alla navigazione.

Commetteva reato chiunque, “al fine di impedire od ostacolare la libera circolazione, deponeva o abbandonava congegni o altri oggetti di qualsiasi specie in una strada ferrata, nonché coloro che facevano lo stesso in una zona portuale o nelle acque di fiumi, canali o laghi al fine di ostacolare la libera navigazione o comunque realizzando ostruzione o ingombro”.

A seguito dell’intervento del decreto sicurezza, invece, la reclusione da uno a sei anni è la pena che rischia chi, “al fine di impedire od ostacolare la libera circolazione, colloca o abbandona congegni o altri oggetti di qualsiasi specie in una strada ordinaria o ferrata o comunque ostruisce o ingombra una strada ordinaria o ferrata“.

La pena è raddoppiata, da 2 a 12 anni, se il fatto è “commesso da più persone, anche non riunite, ovvero se è commesso usando violenza o minaccia alle persone o violenza sulle cose”.

Lo stesso decreto sicurezza, tuttavia, ha previsto che facciano eccezione i casi previsti dall’art. 1 bis (aggiunto al D.lgs. 66 del 1948): sono puniti con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 1.000 a 4.000 euro coloro che “impediscono la libera circolazione su strada ordinaria, ostruendo la stessa con il proprio corpo”. La medesima sanzione si applica ai promotori e agli organizzatori.

Dott. Mirko Buonasperanza

Ddl Anticorruzione: primo via libera dalla Camera

Primo via libera per il “Ddl Anticorruzione” che passa alla Camera con 288 voti a favore, 143 contrari e 12 astenuti.

Primo via libera per il “Ddl Anticorruzione” che passa alla Camera con 288 voti a favore, 143 contrari e 12 astenuti.

Il testo, che passerà ora all’esame del Senato, prevede i seguenti contenuti:

  1. Ddl Spazzacorrotti

Il cosiddetto disegno di legge “spazza corrotti” mira a contrastare i reati contro la pubblica amministrazione e quelli inerenti la trasparenza di partiti e movimenti politici ma contiene anche la riforma della prescrizione.

Le misure adottate dalla Camera vanno dal rafforzamento delle pene accessorie previste per i reati contro la p.a. ai meccanismi di trasparenza per finanziamenti a partiti, fondazioni e associazioni politiche.

  1. Daspo per i corrotti

Vengono inasprite le pene accessorie nei reati contro la p.a. introducendo, in caso di condanna per alcuni reati, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici ovvero il c.d. “Daspo“, misura ispirata al divieto di ingresso allo stadio per i tifosi violenti.

La modifica all’art. 317 bis c.p., stabilisce anche la sanzione accessoria dell‘incapacità in perpetuo di contrattare con la pubblica amministrazione, salvo che per ottenere le prestazioni di un pubblico servizio.

Nel caso la pena inflitta sia la reclusione per un tempo non superiore a due anni o qualora dovesse ricorrere la circostanza attenuante prevista dall’articolo 323 bis co.1, c.p. (fatti di particolare tenuità), l’interdizione e il divieto temporanei avranno durata non inferiore a cinque anni né superiore a sette anni.

Saranno inoltre ridotte le sanzioni (durata non inferiore a un anno né superiore a cinque) anche nei confronti di chi si sia “efficacemente adoperato per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, per assicurare le prove dei reati per l’individuazione degli altri responsabili ovvero per il sequestro delle somme o altre utilità trasferite”.

La riabilitazione sarà possibile decorso un termine non inferiore a sette anni dalla espiazione. La pena accessoria perpetua sarà dichiarata estinta qualora il condannato abbia “dato prove effettive e costanti di buona condotta”.

  1. Pentiti in casi di corruzione

Viene introdotta la figura del “pentito” attraverso una norma ad hoc nel codice penale (art. 323 ter) in cui viene cristallizzata la causa di non punibilità in caso di autodenuncia del reo. “Non è punibile colui che, prima dell’iscrizione a suo carico della notizia di reato nel registro degli indagati e, in ogni caso, entro sei mesi dalla commissione del fatto, lo denuncia volontariamente e fornisce indicazioni utili per assicurare la prova del reato e per individuare gli altri responsabili”.

La non punibilità del pubblico ufficiale, dell’incaricato di un pubblico servizio o del trafficante di influenze illecite è subordinata alla “messa a disposizione dell’utilità percepita o, in caso di impossibilità, di una somma di denaro di valore equivalente ovvero all’indicazione di elementi utili a individuarne il beneficiario effettivo, entro il medesimo termine di cui sopra”.

  1. Prescrizione

Dal primo gennaio 2020 viene sospeso il corso della prescrizione della data di pronuncia della sentenza di primo grado (sia di condanna che di assoluzione).

Il primo comma dell’art. 158 c.p. verrà riformulato nel seguente modo: “Il termine della prescrizione decorre, per il reato consumato, dal giorno della consumazione; per il reato tentato, dal giorno in cui è cessata l’attività del colpevole; per il reato permanente o continuato, dal giorno in cui è cessata la permanenza o la continuazione“.

Il secondo comma dell’art. 159 c.p., prevedrà invece che: “Il corso della prescrizione rimane altresì sospeso dalla pronunzia della sentenza di primo grado o del decreto di condanna fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o dell’irrevocabilità del decreto di condanna“.

  1. Nuovo reato di peculato

La modifica approvata incide sull’art. 323 c.p. (Abuso d’ufficio), ridefinendo il peculato e ammorbidendo le pene.

Il nuovo comma introdotto in sede di emendamento prevede che: “la pena non può essere inferiore a due anni se il fatto del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio consiste nella appropriazione mediante distrazione di somme di denaro o di altra cosa mobile altrui delle quali ha il possesso o comunque l’autonoma disponibilità per ragione del suo ufficio o servizio, nell’ambito di un procedimento disciplinato da legge o regolamento che appartenga alla sua competenza“.

  1. Agente sotto copertura

Viene estensa anche al contrasto di alcuni reati contro la p.a., tra cui la corruzione, la possibilità di avvalersi delle operazioni di polizia sotto copertura.

Si esclude, di conseguenza, la punibilità degli ufficiali di P.G. che, al solo fine di acquisire elementi di prova, tengano condotte che costituirebbero reato.

  1. Maggiore trasparenza e controlli per i partiti politici

Partiti e movimenti politici avranno l’obbligo di rendicontazione di contributi e prestazioni ricevute il cui valore superi i 500 euro. Basterà invece rilasciare una ricevuta in caso di contributi occasionalmente corrisposti nel corso di manifestazioni ed eventi politici pubblici, di importo inferiore a 500 euro.

Sarà vietato, invece, ricevere contributi, prestazioni gratuite o altre forme di sostegno a carattere patrimoniale, in qualsiasi modo erogati, da parte di persone fisiche o enti che vogliano rimanere anonimi, dichiarandosi contrari alla pubblicità dei relativi dati.

Vietato, anche, ricevere contributi provenienti da governi o enti pubblici di Stati esteri, da persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero e da persone fisiche maggiorenni non iscritte nelle liste elettorali o private del diritto di voto.

  1. Candidati politici

In occasione delle competizioni elettorali di qualunque genere i partiti e i movimenti politici avranno l’obbligo di pubblicare nel proprio sito internet istituzionale il curriculum vitae dei loro candidati e il relativo certificato penale rilasciato dal casellario giudiziario non oltre venti giorni prima della data fissata per la consultazione elettorale.

Dott. Mirko Buonasperanza

Processo penale: novità sulla telematizzazione

Dall’inizio del prossimo anno partirà la telematizzazione del processo penale.

Dall’inizio del prossimo anno partirà la telematizzazione del processo penale. L’avviso di deposito della sentenza dovrà avvenire infatti obbligatoriamente in forma digitale.

il Ministero della Giustizia ha comunicato in una nota che, con l’installazione ultimata su tutti i server distrettuali dei moduli aggiornati del Registro Generale Web, “sarà possibile rispettare la disposizione secondo cui dal 1° gennaio prossimo l’avviso di deposito della sentenza dal Tribunale alla Procura generale debba avvenire obbligatoriamente via web“.

Ciò comporterà come vantaggio una forte diminuzione dei tempi di passaggio tra i due uffici, evitando inoltre il consumo di carta, la compilazione manuale dei registri ed il trasferimento fisico dei fascicoli.

Questo servizio telematico, “a lungo richiesto soprattutto dai dipendenti che operano nelle cancellerie e nelle segreterie giudiziarie, è stato reso possibile grazie all’installazione sui server distrettuali di nuovo moduli del Sistema Informativo della Cognizione Penale“, continua la nota.

Più specificamente è previsto che il Tribunale potrà inviare tramite il Registro della Cognizione Penale l’avviso di deposito della sentenza alla Procura Generale, allegandovi obbligatoriamente la sentenza scansionata.

“Si tratta di una necessaria rivoluzione telematica che produrrà chiari vantaggi per tutti: amministrazione della giustizia, operatori e soprattutto cittadini“, garantiscono dal Ministero.

Per la Procura Generale i benefici saranno “ancora più consistenti: utilizzando i nuovi moduli, infatti, i magistrati potranno gestire, accedendo alla loro consolle, il calcolo della scadenza dei termini per l’impugnazione“.

Dott. Mirko Buonasperanza

Autorizzato l’accesso ai dati telefonici personali anche nei reati non gravi

La Corte di giustizia Ue ha precisando che è indispensabile che un accesso non determini una grave limitazione della vita privata dell’interessato.

La Corte di giustizia dell’Unione Europea ha recentemente statuito che gli organi di polizia giudiziaria possono accedere ai dati personali gestiti dai fornitori di servizi di telefonia anche in caso di reati non gravi.

La sentenza C-207/16, del 2 ottobre 2018, fa rilevare che l’ingerenza nei diritti che ne consegue non è infatti tale da dover imporre una limitazione dell’accesso a tali dati, nell’ambito della prevenzione, della ricerca, dell’accertamento e del perseguimento dei reati, alla lotta contro la sola criminalità grave.

Ad ogni modo, presupposto fondamentale per rendere l’accesso legittimo anche per i reati non gravi, sarebbe che l’accesso medesimo non deve determinare un’ingerenza grave nella vita privata dell’interessato.

Nella fattispecie concreta esaminata dalla Corte i dati, oggetto delle indagini poste in essere dalle autorità di polizia spagnole, permettevano di mettere in relazione alcune carte SIM (attivate con un cellulare rubato) con l’identità del titolare di tali carte, in un dato arco temporale.

Non era invece possibile, senza una verifica incrociata, conoscere data, ora, durata, luogo o destinatari delle comunicazioni effettuate. Questi dati, quindi, non permettevano di trarre delle conclusioni precise sulla vita privata dei soggetti interessati e il loro esame non poteva essere considerato come una grave violazione dei diritti fondamentali.

Per la Corte di Lussemburgo, tenuto conto delle esigenze di accertamento e repressione dei reati, quella operazione non costituiva un atto contrastante con l’articolo 15, par. 1, della direttiva 2002/58/CE relativa alla vita privata e alle comunicazioni elettroniche.

Dott. Mirko Buonasperanza

APPROVATI I DECRETI ATTUATIVI ALLA RIFORMA ORLANDO

Il Consiglio dei Ministri ha approvato i decreti attuativi della Riforma Orlando.

Il Consiglio dei Ministri ha approvato in via definitiva, il 27 settembre scorso, cinque decreti attuativi della cosiddetta Riforma Orlando del 2017 i quali introducono importanti novità in cinque materie dell’ordinamento penale.

  • Ordinamento penitenziario

In questo campo vengono riformate l’assistenza sanitaria col fine di garantire prestazioni tempestive e appropriate e vengono semplificati i procedimenti per le decisioni di competenza del magistrato e del Tribunale di Sorveglianza nell’ottica di una complessiva accelerazione. Specifiche disposizioni sono poi poste a presidio del principio all’imparzialità dell’amministrazione al fine di combattere le discriminazioni all’interno delle strutture, in particolar modo quelle di genere e basate sull’orientamento sessuale dei detenuti.

  • Vita detentiva e lavoro penitenziario

Obiettivo principale è quello di incrementare le attività di lavoro retribuito (all’interno e all’esterno delle carceri) e di incentivare il volontariato e il reinserimento sociale dei reclusi.

Altre norme cercano di migliorare la vita carceraria, prevedendo la responsabilizzazione dei detenuti e la massima conformità della vita all’interno delle strutture penitenziarie alle norme nazionali ed internazionali.

  • Casellario giudiziale

Il casellario giudiziale è stato adeguato alle più recenti modifiche in materia di diritto penale, diritto processuale penale e privacy (specie il Regolamento europeo approvato ad aprile 2018) nell’ottica di rendere il procedimento più semplice e gli adempimenti amministrativi più rapidi.

  • Intercettazioni

Il quarto decreto si occupa, invece, delle spese per le operazioni di intercettazione. In particolare, anche per velocizzare le operazioni di pagamento, la competenza ad emettere il decreto di liquidazione delle predette spese viene affidata al magistrato dell’ufficio del pubblico ministero che ha eseguito o richiesto l’autorizzazione a disporre le intercettazioni.

  • Condannati minorenni

Da ultimo l’attuazione della riforma penale predispone una nuova disciplina in materia di esecuzione delle pene nei confronti dei condannati minorenni e dei giovani adulti (ovvero i minori di 25 anni).

Tenuto conto del particolare percorso educativo e di reinserimento sociale necessario per tali soggetti, il provvedimento riforma le misure penali di comunità puntando ancora di più sull’individualizzazione del trattamento penitenziario.

La detenzione viene quindi disposta solo come extrema ratio ossia quando le esigenze di sicurezza e quelle sanzionatorie non riescono ad essere ben conciliate con le istanze pedagogiche.

Dott. Mirko Buonasperanza

Il Consiglio dei ministri approva il Decreto Sicurezza

Oggi il Consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità il cosiddetto decreto legge Salvini, un provvedimento che accorpa due precedenti bozze di decreti, su sicurezza e immigrazione.

Oggi il Consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità il cosiddetto decreto legge Salvini, un provvedimento che accorpa due precedenti bozze di decreti, su sicurezza e immigrazione, a cui da settimane lavora il ministro dell’Interno.

Negli ultimi giorni il testo era stato oggetto di ripensamenti dovuti a dubbi di costituzionalità anche se oggi, durante la conferenza stampa di presentazione, il Presidente Conte ha affermato che: “In un quadro di assoluta garanzia dei diritti delle persone e dei Trattati, andiamo a operare una revisione per una disciplina più efficace” cercando di rassicurare chi esprimeva preoccupazione che le misure approntate dal Governo fossero lesive dei diritti dei migranti.

L’obiettivo fissato dall’esecutivo, attraverso una riorganizzazione normativa, è quello di adeguare l’intero sistema di riconoscimento della protezione internazionale agli standard europei eliminando quelli che sono stati dichiarati come “disallineamenti significativi” rispetto agli altri Paesi dell’Unione.

Gli aspetti che destavano maggior criticità sono lo stop ai permessi di soggiorno per motivi umanitari sostituiti con permessi per meriti civili o cure mediche, il raddoppio da 3 a 6 mesi dei tempi di trattenimento nei Centri per i rimpatri nonché l’aumento dei reati per cui si revoca lo status di rifugiato e i progetti di integrazione sociali riservati a titolari di protezione e minori non accompagnati.

Si otterrebbe così una attenuazione dei diritti che potrebbe contrastare con le tutele previste dalla Costituzione e dalla Corte Costituzionale, che più volte ha ribadito che i diritti riguardano tutti.

Nel decreto sono presenti anche nuove misure contro le occupazioni abusive di immobili: viene previsto infatti un inasprimento delle sanzioni nei confronti di coloro che promuovano o organizzino l’invasione di terreni ed edifici. Le pene e le sanzioni pecuniarie verranno raddoppiate arrivando fino a 4 anni di reclusione e una multa da 206 ai 2.064 euro a carico dei promotori e di coloro che abbiano compiuto il fatto armati. Verrà anche ampliata la possibilità di utilizzo dello strumento delle intercettazioni telefoniche a carico degli indagati per reati di questo tipo.

Dott. Mirko Buonasperanza

INTERDITTIVE ANTIMAFIA E APPALTI: RISARCIMENTO ALLE DITTE COLPITE?

L’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, con la sentenza n. 3 del 6 aprile 2018, ha chiarito  quali siano gli effetti della informativa interdittiva antimafia di cui agli artt. 84, co. 3 e 91, co. 6, del d.lgs. 159/2011 (cd. Codice Antimafia).

L’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, con la sentenza n. 3 del 6 aprile 2018, ha chiarito  quali siano gli effetti della informativa interdittiva antimafia di cui agli artt. 84, co. 3 e 91, co. 6, del d.lgs. 159/2011 (cd. Codice Antimafia).

 La questione all’esame dell’Adunanza riguardava la possibilità di erogare da parte di una pubblica amministrazione somme di danaro, a titolo di risarcimento del danno, in favore di un soggetto che sia stato attinto – prima della definizione del giudizio risarcitorio – da un’informativa interdittiva antimafia, conosciuta solo successivamente alla formazione del giudicato e taciuta dal soggetto stesso. Il vaglio del Consiglio di Stato in questo caso verteva, quindi, sugli effetti generali delle informative interdittive antimafia e sull’ostatività degli stessi alla erogazione di denaro a titolo di risarcimento del danno.

In secondo luogo, il Consiglio era chiamato a giudicare su un altro quesito (consequenziale al primo), riguardante,  nel caso concreto, il diritto di credito accertato con sentenza passata in giudicato (e non scalfita neppure da revocazione su ricorso della p.a.). la Sezione remittente  in altre parole si poneva il dubbio se la tutela degli effetti del giudicato potesse rendere doveroso il pagamento delle somme accertate giudizialmente.

Nella sentenza in esame  in Giudice amministrativo d’appello ricorda come “l’interdittiva antimafia è provvedimento amministrativo al quale deve essere riconosciuta natura cautelare e preventiva, in un’ottica di bilanciamento tra la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica e la libertà di iniziativa economica riconosciuta dall’art. 41 Cost.” il quale fa sì che un imprenditore possa meritare di essere “titolare di rapporti contrattuali con le predette amministrazioni, ovvero destinatario di titoli abilitativi da queste rilasciati, come individuati dalla legge, ovvero ancora (come ricorre nel caso di specie) essere destinatario di contributi, finanziamenti o mutui agevolati ed altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate”.

Il giudizio di eventuale mancanza di meritevolezza fa derivare una particolare incapacità giuridica “prevista dalla legge a garanzia di valori costituzionalmente garantiti e conseguente all’adozione di un provvedimento adottato all’esito di un procedimento normativamente tipizzato e nei confronti del quale vi è previsione delle indispensabili garanzie di tutela giurisdizionale del soggetto di esso destinatario”. Tale incapacità giuridica è parziale in quanto limitata ai rapporti giuridici con la Pubblica Amministrazione e temporanea poiché può venir meno per il tramite di un successivo provvedimento dell’autorità amministrativa competente  ovvero il Prefetto.

La circostanza che la somma di denaro di cui è titolare la società colpita dal provvedimento amministrativo sia di natura risarcitoria non elide la mancanza di capacità della stessa: l’incapacità di ottenere erogazione di somme di denaro rende non rilevante la circostanza che si tratti di una erogazione a titolo risarcitorio anche qualora il credito fosse stato accertato con sentenza passata in giudicato. L’informativa interdittiva antimafia, infatti, non ha effetto di far venire meno il debito della P.a. ma soltanto la capacità del soggetto colpito dal provvedimento di incassare il credito; capacità che potrà ritornare piena una volta venuto meno il provvedimento stesso.

Il giudicato di conseguenza non viene leso poiché “l’obbligazione risarcitoria della Pubblica Amministrazione, definitivamente accertata in sede giudiziaria, resta intatta ed indiscutibile; né può ipotizzarsi alcuna incisione del provvedimento amministrativo (e dei suoi effetti) sul giudicato”.

Concludendo, l’Adunanza fissa i seguenti principi di diritto:

1) “il provvedimento di cd. interdittiva antimafia determina una particolare forma di incapacità ex lege, parziale (in quanto limitata a specifici rapporti giuridici con la Pubblica Amministrazione) e tendenzialmente temporanea, con la conseguenza che al soggetto – persona fisica o giuridica – è precluso avere con la pubblica amministrazione rapporti riconducibili a quanto disposto dall’art. 67 d. lgs. 6 settembre 2011 n. 159”.

2) “l’art. 67, co. 1, lett. g) del d. lgs. 6 settembre 2011 n. 159, nella parte in cui prevede il divieto di ottenere, da parte del soggetto colpito dall’interdittiva antimafia, contributi, finanziamenti e mutui agevolati ed altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati da parte dello Stato, di altri enti pubblici o delle Comunità Europee, per lo svolgimento di attività imprenditoriali, ricomprende anche l’impossibilità di percepire somme dovute a titolo di risarcimento del danno patito in connessione all’attività di impresa”.

Dott. Mirko Buonasperanza

IL NUOVO REATO DI INDEBITO UTILIZZO E FALSIFICAZIONE DI CARTE DI CREDITO.

Il d.lgs.  n. 21/ 2018 (entrato in vigore il 06 aprile del 2018) ha modificato il codice penale introducendo nuove figure criminose tra le quali il nuovo art. 493 ter c.p., rubricato “Indebito utilizzo e falsificazione di carte di credito e di pagamento”.

Il d.lgs.  n. 21/ 2018 (entrato in vigore il 06 aprile del 2018) ha modificato il codice penale introducendo nuove figure criminose tra le quali il nuovo art. 493 ter c.p., rubricato “Indebito utilizzo e falsificazione di carte di credito e di pagamento“.

La norma prevede che “chiunque, al fine di trarne profitto per sé o per altri, indebitamente utilizza, non essendone titolare, carte di credito o di pagamento, ovvero qualsiasi altro documento analogo che abiliti al prelievo di denaro contante o all’acquisto di beni o alla prestazione di servizi, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da 310 euro a 1550 euro. Alla stessa pena soggiace chi, al fine di trarne profitto per sé o per altri, falsifica o altera carte di credito o di pagamento o qualsiasi altro documento analogo che abiliti al prelievo di denaro contante o all’acquisto di beni o alla prestazione di servizi, ovvero possiede, cede o acquisisce tali carte o documenti di provenienza illecita o comunque falsificati o alterati, nonché ordini di pagamento prodotti con essi“.

Viene poi introdotta una fattispecie di confisca speciale delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato nonché del profitto o del prodotto, sempre che non appartengano a persona estranea al reato. Inoltre è possibile disporre la confisca per equivalente di beni, somme di denaro o altre utilità rientranti nella disponibilità del reo per un valore corrispondente al profitto o al prodotto del reato.

La fattispecie di reato in esame rientra tra i reati comuni finalizzati a tutelare il mercato finanziario ed in particolare la fede pubblica. Per questo motivo il bene giuridico tutelato, la fede pubblica appunto, è inteso come la fiducia riposta dalla collettività in un determinato simbolo, atto giuridico o oggetto su cui si ripone il massimo affidamento per ipotizzare la certezza, sicurezza e rapidità dei traffici giuridici.

Circa l’elemento soggettivo, per integrare il delitto è richiesto il dolo specifico (al pari dei delitti di falso) il quale non si può identificare nella mera coscienza e volontà della falsificazione ma richiede anche la consapevolezza di arrecare ad altri un danno.

La disposizione, prevedendo come pena la reclusione da uno a cinque anni, consente l’arresto facoltativo in flagranza di reato.

Da ultimo, il nuovo reato, richiama espressamente la precedente norma che regolarizzava le ipotesi di utilizzo illecito degli strumenti di pagamento di cui all’art. 55 del d.lgs. 231/2007 non comportando quindi una forma di abolitio criminis ma un caso di successione di leggi.

Dott. Mirko Buonasperanza

 

LE NUOVE INCOMPATIBILITÀ DEGLI AMMINISTRATORI GIUDIZIARI

Il 25 giugno 2018 entrerà in vigore il Decreto legislativo che introduce nuove incompatibilità per gli amministratori giudiziari al fine di assicurare la trasparenza effettiva nel conferimento degli incarichi.

Il 25 giugno 2018 entrerà in vigore il Decreto legislativo, 18/05/2018 n. 54 che introduce nuove incompatibilità per gli amministratori giudiziari, i loro coadiutori, i curatori fallimentari nonché altri organi delle procedure concorsuali al fine di assicurare la trasparenza effettiva nel conferimento degli incarichi agli ausiliari del giudice verificando le cause di eventuali incompatibilità in essere.

L’art. 33, co. 2, della Legge n. 161 del 2017 ha delegato il Governo ad adottare un decreto legislativo per disciplinare le incompatibilità relative ai soggetti prima richiamati fissando i seguenti princìpi e criteri direttivi:

  1. a) prevedere l’incompatibilità per rapporti di parentela, affinità, convivenza e, comunque, assidua frequentazione con magistrati addetti all’ufficio giudiziario al quale appartiene il magistrato che conferisce l’incarico;
  2. b) prevedere che il presidente della Corte di appello eserciti la vigilanza sulle nomine ai predetti incarichi conferite a soggetti che abbiano con i magistrati del distretto giudiziario, in cui ha sede l’ufficio titolare del procedimento, gli indicati rapporti di parentela, affinità, coniugio o frequentazione assidua, in modo tale da evitare indebite commistioni e compromissione della credibilità della funzione giudiziaria.

Ai sensi all’art. 35 del D.lgs. n. 159 del 2011 (cd. Codice antimafia), con il provvedimento con il quale dispone il sequestro, il Tribunale nomina il giudice delegato (g.d.) alla procedura e uno o più amministratori giudiziari (a seconda della complessità del caso) che, nel caso di beni immobili sequestrati, devono essere scelti,” nell’ambito degli iscritti all’apposito albo, secondo criteri di trasparenza, di rotazione degli incarichi e di corrispondenza tra i profili professionali del professionista individuato e la tipologia e l’entità dei beni appresi in via cautelare”; per quanto attiene invece gli amministratori di aziende sequestrate, gli stessi devono essere scelti “fra i soggetti iscritti nell’apposita sezione di esperti in gestione aziendale dell’Albo nazionale degli amministratori giudiziari” (potendo essere individuati anche tra il personale dipendente dell’Agenzia Nazionale).

L’amministratore giudiziario, al momento della nomina, è tenuto a comunicare al Tribunale l’eventuale titolarità di altri incarichi di analoga natura potendo chiedere al g.d. di essere autorizzato, ove necessario, a farsi coadiuvare da tecnici o da altri soggetti qualificati.

Il comma 3 dello stesso articolo definisce le cause che ostano all’assunzione dell’incarico di amministratore giudiziario: non possono essere nominate le persone nei cui confronti il provvedimento è stato disposto, il

coniuge, i parenti, gli affini e le persone con esse conviventi, né le persone condannate a una pena che

importi l’interdizione, anche temporanea, dai pubblici uffici o le pene accessorie previste dal r.d. 267 del 1942 o coloro cui sia stata irrogata una misura di prevenzione o nei confronti dei quali sia stato disposto il rinvio a giudizio per i reati di cui all’articolo 4 del D.lgs. n. 159/2011 o per uno dei delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione o dei delitti contro l’attività giudiziaria.

In aggiunta, non possono essere nominate le persone che abbiano svolto attività lavorativa o professionale in favore del proposto o delle imprese a lui riconducibili oppure persone che non possono svolgere le funzioni di coadiutore o di diretto collaboratore dell’amministratore giudiziario nell’attività di gestione.

Il comma 3 prosegue citando le cause ostative riguardanti il magistrato delegato; riguardo a ciò non possono assumere l’ufficio di amministratore giudiziario (o le altre figure equiparate):

  • il coniuge, i parenti fino al quarto grado, gli affini entro il secondo grado, i conviventi o commensali abituali;
  • i creditori o debitori del magistrato, del coniuge o dei figli del magistrato, né le persone legate da uno stabile rapporto di collaborazione professionale con il coniuge o i figli del magistrato;
  • i prossimi congiunti, i conviventi, i creditori o debitori del dirigente di cancelleria che assiste il magistrato.

Da ultimo l’art. 1, lett. a), del D.lgs. n. 54 del 2018 integra con un nuovo comma 4 bis l’art. 35 del Codice antimafia

introducendo nei procedimenti di prevenzione un sistema di incompatibilità alla nomina di amministratore e simili derivante da legami di parentela, rapporti amicali e/o affettivi con magistrati addetti all’ufficio giudiziario cui appartiene il giudice che conferisce l’incarico. Risultano perciò ostativi il rapporto di coniugio, di unione civile o convivenza di fatto; la parentela entro il terzo grado; l’affinità entro il secondo grado e  il rapporto di assidua frequentazione ,definito dal comma 4 bis, come derivante a) da una relazione sentimentale; b) da un rapporto di amicizia stabilmente protrattosi nel tempo e connotato da reciproca confidenza; c) dal rapporto di frequentazione tra commensali abituali.

Dott.  Mirko Buonasperanza