Globalizzazione e Made in Italy: il settore tessile di Prato

Nell’economia pratese la produzione tessile ha sempre svolto un ruolo di primissimo piano fin dall’epoca medievale ma fu nell’Ottocento che Prato vide un impetuoso sviluppo industriale, tanto da essere definita “la Manchester della Toscana” dallo storico Emanuele Repetti. I suoi alti opifici infatti erano paragonabili a quelli descritti da Charles Dickens in Hard Times:

It was a town of machinery and tall chimneys, out of which interminable serpents of smoke trailed themselves for ever and ever, and never got uncoiled. It had a black canal in it, and a river that ran purple with ill-smelling dye, and vast piles of building full of windows where there was a rattling and a trembling all day long, and where the piston of the steam-engine worked monotonously up and down, like the head of an elephant in a state of melancholy madness1

L’industria tessile pratese ha conosciuto fino agli anni 90 una stabilità che l’ha portata ad affermarsi tra i distretti tessili più produttivi d’Europa. In quegli anni infatti ebbe inizio la grande immigrazione che ha portato nel giro di circa vent’anni una crescita smisurata della popolazione cinese fino a raggiungere, su una popolazione totale di 187mila persone, un peso della comunità cinese di 11.500 immigrati cinesi legali, ma secondo le stime la città ha altri 25mila immigrati clandestini, in maggioranza cinesi.
L’evoluzione e la conseguente crisi della manifattura tessile pratese sono da riscontrarsi, oltreché in un crollo dei consumi per beni non considerati di stretta necessità, quali i vestiti di alta fattura, anche al fatto di poter contare sulla manodopera clandestina e al mancato rispetto delle norme che regolano l’attività d’impresa. Regole stringenti alle quali le grandi fabbriche italiane sono vincolate. Le attività e i laboratori cinesi sono capillarmente sparsi per tutta la città e i distretti limitrofi e, usando un’iperbole, al loro interno sono gestite al livello dei lager nazisti.
2 Solitamente i capannoni dormitorio non consentono agli impiegati uscire in quanto gli estenuanti ritmi tenuti durante la giornata consentono a malapena il tempo per addormentarsi nella branda posta immediatamente di fianco al macchinario appena lasciato.

Ma come si è arrivati a questa esplosione del cheap-market cinese in così pochi anni? Perché inizialmente si è sottovalutato questo fenomeno?
Il processo che ha portato le fabbriche e i laboratori cinesi ad essere proprietari di buona parte delle aziende che lavorano il tessile nel pratese è raccontato dalla giornalista del Sole 24 ore, Silvia Peraccini, che nel suo libro “
Assedio Cinese” spiega come un piccolo fenomeno concentrato si sia trasformato ne «l’esempio più eclatante e più sconcertante di assedio al manifatturiero italiano con armi sleali», ed è la fabbrica più portentosa di moda “Made in Italy” fatta dai cinesi.
Nel distretto “parallelo”, cinese, di Prato non ci si infortuna (nel 2007 le denunce di cittadini cinesi sono state due); non ci si iscrive come lavoratori al sindacato (Cgil e Cisl non hanno neppure un associato orientale) né, come imprese, alle associazioni di categoria (un solo iscritto all’Unione Industriale, poche decine alle associazioni artigiane); si lavora alle dipendenze dei
laoban (i proprietari) solo per pochi mesi (appena il 7% dei contratti dura più di due anni) e si interrompe il rapporto sempre per dimissioni volontarie, anche quando l’azienda chiude i battenti, avvenimento quest’ultimo molto frequente: sei imprese su dieci muoiono nell’arco di un anno, facendo schizzare il tasso di turn over delle aziende cinesi al 60% (quello delle imprese italiane è del 15,7%).
Il giro d’affari che questa realtà produce si aggira sui 2 miliardi di euro annui, impiega diciassettemila persone , molte delle quali immigrati e fa girare 2700 aziende.
Quando si parla di Prato bisognerebbe distinguere come una sorta di
“Prato A” in cui il manifatturiero è ancora in mano a pochi resilienti italiani che da un ventennio sopravvivono al mercato del Cheap cinese puntando su ciò che ci ha contraddistinti con il nostro “Made in Italy”, la qualità; e una “Prato B”, landa desolata in cui lo scenario è dominato da enormi capannoni industriali al cui interno convogliano container carici di tessuti provenienti dalla Cina. A Prato l´import di tessuti dalla Cina è cresciuto del tremila per cento negli ultimi dieci anni e questo significa una sola cosa, che quell´altra città che produce tessuti italiani non ha tratto, sui grandi numeri, nessun vantaggio.

Apparentemente la soluzione si potrebbe configurare nel convincimento delle aziende cinesi nella produzione di tessuti di alta qualità e con la conseguente integrazione nelle unità produttive italiane dei lavoratori cinesi esperti. Purtroppo però alla luce della crisi che ha investito l’economia mondiale dal 2008, che si è abbattuta violentemente anche nel nostro Paese, le capacità di spesa si sono notevolmente ridotte e, inoltre, le leggi che regolano il commercio dai paesi extraeuropei non sono così stringenti come quelle per il mercato interno. Il WTO ha infatti deciso di aprire le porte al mercato cinese l’11 dicembre 2001 da allora la Cina guida ininterrottamente da almeno una decina di anni la classifica sull’export globale superando tutte le altre potenze facenti parte dell’organizzazione. Il ruolo che la Cina ha avuto sul mercato italiano e, in particolar modo, sul declino di particolari aree produttive e interi dipartimenti, nel resto del mondo ha portato ad una dura campagna di protezionismo economico che ha trovato il suo apice nella campagna presidenziale di Trump. Il presidente neo eletto si è infatti scagliato contro la politica monetaria cinese, rea di aver manipolato le quotazioni del Renminbi al fine di favorire le esportazioni verso gli USA, creando conseguente perdita di posti di lavoro e disoccupazione; argomenti molto cari al presidente Trump che, nei suoi comizi elettorali, non si è lesinato ad incolpare le politiche di Pechino come distruttive per il mercato interno americano e per gli americani stessi. Per scongiurare il rischio del pregiudizio che Donald Trump potrebbe portare all’economia internazionale, e, nell’ottica di un processo di globalizzazione mondiale, all’unità economica senza dazi, sono scese in campo le istituzioni che più incarnano la globalizzazione con un rapporto congiunto: Fmi, Organizzazione mondiale per il commercio (Wto) e Banca mondiale. Esse hanno riconosciuto che l’apertura agli scambi internazionali genera crisi occupazionali nei settori meno competitivi. Tocca però ai Governi farsene carico e non già erigendo muri tariffari, ma con politiche economiche e di sostegno adeguate. Secondo quanto riportato in questo rapporto infatti la globalizzazione avrebbe portato una maggiore produttività e una riduzione dei prezzi al consumo, i quali però non vengono colti dal cittadino medio e, al contrario, lo spingono sempre più alla sfiducia nei confronti delle istituzioni sovrastatali. Nel rapporto emerge inoltre che il mercato cinese ha creato danni ingenti nei settori in cui l’apporto manifatturiero è preponderante: “Le regioni a forte vocazione manifatturiera, più esposte alla concorrenza cinese, hanno subito «significativi cali di occupazione e salari, soprattutto tra i lavoratori poco qualificati». 3

Lo scopo di Fmi, Wto e Banca Mondiale è di spronare con questo report le politiche interne nazionali non tanto ad istituire dei sussidi di disoccupazioni per i lavoratori, vittime di questo fenomeno, ma a contrastarlo in maniera decisa, prevedendo delle politiche di riorganizzazione e flessibilità del lavoro che incentivino il reimpiego di lavoratori che spesso sono più anziani e che perciò fanno più fatica a ricollocarsi.

Il fenomeno italiano che ha visto la città di Prato protagonista non è sfuggito alla reporter del New York Times Rachel Donadio, la quale il 12 settembre 2010 ha pubblicato un articolo, finito in prima pagina, dove raccontava della sensazione di risentimento sempre più crescente nei cittadini italiani. Questo risentimento sarebbe dovuto non solo al fatto che i cittadini cinesi non fanno rimanere in Italia gli utili che conseguono con le loro attività (I cinesi di Prato mandano in Cina, secondo la Banca d’Italia, 1,5 milioni di dollari al giorno), ma anche perché sono riusciti a superare gli italiani in ciò che ci ha reso tristemente noti in tutto il mondo <tax evasion and brilliant ways of navigating Italy’s notoriously complex bureaucracy>

Risulta inoltre opportuno analizzare come si sia riusciti a creare un tale sistema produttivo nonostante la rigorosa burocrazia, le politiche protezioniste e il pericolo delle organizzazioni criminali, in uno dei paesi che può essere considerato tra i meno all’ avanguardia, sotto questo punto di vista, nell’ Europa meridionale.
La città di Prato è diventata un punto nevralgico e di interesse strategico, infatti ultimamente la convinzione, da parte degli organi ufficiali italiani, è che il governo cinese non abbia fatto abbastanza per arrestare il flusso di immigrati illegali e abbia attuato politiche di ostracismo al fine di siglare un accordo bilaterale per identificare e deportare i clandestini. Alcuni residenti hanno il sospetto che questo enorme flusso sia una strategia di Beijing per sfruttare il mercato italiano.

La possibilità per queste aziende e laboratori di produrre utili a discapito delle aziende italiane, insediatesi da generazioni in questa zona, è anche data dal fatto che la politica dei prezzi bassi attira compratori e retailer del mondo della moda da tutta Europa, i quali, complici le politiche di liberalizzazione e libera circolazione di merci e servizi per tutto il continente consentono a prodotti pericolosi di circolare senza che vengano effettuati controlli troppo stringenti sulla qualità della merce prodotta .4

Al fine di trovare un piano comune di contrasto all’incessante crisi che dal 2007 affligge l’economia mondiale, e in particolar modo quella italiana, si è cercato adottare diverse teorie importate da paesi che per primi hanno dato vita nel XIX alla seconda Rivoluzione industriale e per restare al passo coi tempi si sono dovute evolvere. Secondo le teorie di Bill Macbeth, direttore centro di eccellenza tessile (TCoE) di Huddersfield c’è la necessità di riunire le produzioni di piccoli lotti al fine di unire le forze per essere più competitivi nel mercato globale. Infatti secondo le teorie di Macbeth le due aree produttive sono paragonabili in quanto a Prato le aziende che hanno superato la crisi si sono dovute specializzare in produzioni di nicchia. Produzioni di nicchia che si traducono in ordini frammentati e piccoli lotti, ordini che per essere evasi comportano una notevole sforzo commerciale e un network articolato in modo tale che ogni singola impresa addetta ad un determinato passaggio produttivo lo compia in totale sintonia al fine di sopravvivere tutti e cercare di creare una situazione che convenga all’intero distretto e settore.5

La beffa del Made in Italy e la delocalizzazione


La merce prodotta riporta sempre la dicitura “Made in Italy” come fregio di qualità e alta maestria nel confezionamento, agli occhi di un tedesco o di uno scandinavo, che una camicia sia prodotta in uno scantinato buio del
Macrolotto di Prato o sia opera di sarto napoletano è la stessa cosa.
Un capo di abbigliamento, al fine di poter essere etichettato come “ Made in Italy” Secondo quanto regolamentato dall’art.16 della legge 166 del 2009, legge di conversione del Decreto legge 135/2009 deve essere progettato, fabbricato e confezionato in Italia.
La Legge Reguzzoni (
legge n.55 dell’8 aprile 2010) ha tentato di irrigidire i parametri per beneficiare della dicitura “Made in Italy”, consentendo l’applicazione del marchio anche su prodotti che abbiano eseguito almeno due delle fasi di lavorazione per ciascun settore nel territorio medesimo e se per le rimanenti fasi è verificabile la tracciabilità. Purtroppo però questo normativa interna è in contrasto con le direttive e i regolamenti comunitari, non trovando perciò concreta applicazione.

Infatti nella maggior parte dei paesi europei circola un’ingente quantità di prodotti, i quali omettono di riportare sull’etichetta interna il Paese di effettiva produzione del manufatto. La normativa generale prevede appunto che sull’etichetta debba essere riportata, oltre alla composizione del capo, solamente il Paese in cui è avvenuto il confezionamento del prodotto, ciò vuol dire che una qualsiasi azienda nel settore dell’abbigliamento, operativa nel mercato europeo, può benissimo produrre la maggior parte dei semilavorati di cui si avvale in Paesi il cui costo di produzione è notevolmente inferiore. Questo fenomeno di delocalizzazione prevede che rimangano sul territorio natio dell’azienda soltanto le fabbriche destinate ai residui passaggi che consentono di avvalersi della dicitura “Made in EU”.
La risposta italiana a ciò è stata, come sopra menzionato, la Legge Reguzzoni che ha cercato di limitare l’accesso al marchio “Made in Italy” alle aziende che completassero le tre fasi più importanti (progettazione, fabbricazione e confezionamento) sul territorio italiano.
Il fenomeno della delocalizzazione ha visto un picco negli anni ’90 e agli inizi del 2000, il fenomeno è andato tuttavia attenuandosi quando i consumatori hanno scoperto a proprie spese quanto potesse essere dannoso e improduttivo risparmiare sulla qualità. Ciò ha spinto alcune aziende verso il cosiddetto “
reshoring”, che non è altro che il rientro delle aziende sul suolo italiano. Infatti i motivi che potevano spingere alla delocalizzazione negli anni passati sono gli stessi che comportano la ri-localizzazione, perciò Paesi del Sud-Est Asiatico quali Cina, Bangladesh, Taiwan ecc. hanno aumentato i loro costi di produzione e hanno adottato politiche di tutela dei lavoratori all’interno delle fabbriche. Tutti questi accorgimenti politici e giuslavoristici hanno portato ad un innalzamento del costo del lavoro e ad una preoccupazione maggiore nel consumatore finale.

Un caso particolare relativo al fenomeno della delocalizzazione è quello americano che ha visto la sua economia particolarmente danneggiata dalle produzioni a basso costo asiatiche, tanto che sotto il governo Obama c’è stato un intervento federale che ha obbligato a esporre sugli edifici pubblici solo bandiere al 100% made in Usa, una produzione di nicchia che però era diventata al 100% di fabbricazione cinese. Da un punto di vista comunicativo questi imprenditori “rimpatriati” furono presentati come eroi nazionali.6

A differenza del modello prettamente sovranista e protettore dell’economia interna statunitense, in Europa, anche grazie alla cospicua cessione di poteri da parte degli stati ad organi sovrastatali, le politiche di protezione sono molto flebili e quasi sempre lacunose. Tra queste politiche adottate dall’Unione Europea che hanno, formalmente lo scopo di tutelare il mercato comunitario ma sostanzialmente creano un blocco alla sua espansione e al contempo consentono un’eccessiva flessibilità per i paesi che importano sul continente, c’è il cosiddetto regolamento REACH (dall’acronimo “Registration, Evaluation, Authorisation of Chemicals) n. 1907/2006 il quale concerne la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche circolanti su suolo europeo.
Questo regolamento
penalizza i produttori europei, ma di fatto non c’è vigilanza sui prodotti che arrivano da paesi terzi. In questa situazione complessiva di assenza di reciprocità, i cittadini europei sono quindi penalizzati tre volte: nei condizionamenti allo sviluppo economico determinati di fatto dal Reach, che incide sulla nostra competitività; nelle limitazioni all’export causate dalle regole molto restrittive di mercati di importanti paesi terzi come appunto la Cina; ultimo ma non per importanza, nell’insalubrità di prodotti di importazione, cui si aggiunge la scarsa affidabilità delle informazioni merceologiche riportate sulle etichette.” Sostengono gli studi di 2 laboratori di analisi tessile della zona di Prato: il “Buzzi” e il “Brachi7.
La sottoposizione dei prodotti alle rigide regole imposte dal REACH stabilisce l’idoneità del prodotto a circolare liberamente nel nostro continente ed essere approvato come prodotto autorizzato dalla Comunità Europea, ma non costituisce nessun vincolo per i prodotti provenienti da altri paesi extracomunitari che omettono o falsificano la presenza di determinate sostanze al loro interno.

In un’analisi condotta dalla Banca Mondiale nel 2012, il mercato Italiano è protagonista di un’ingente importazione di tessuti, lavorati per intero o parzialmente, da paesi in cui il costo di manodopera è molto più basso e che hanno affossato la recente economia del nostro Paese. Nel grafico sottostante si nota come sia aumentata l’importazione di tessuti da paesi esteri (Cina, Tunisia, Francia, Romania e Turchia) dal 1988 al 2011, sull’asse delle ascisse; sull’asse delle ordinate si trova la quantità di merce importata in (‘000 $).
Fonte: Banca Mondiale

Il Modello Interno Cinese e Lo Sfruttamento Minorile

La Cina venne inserita per la prima volta nei BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) nel 2001 dalla banca d’investimenti Goldman Sachs, la quale spiegava che i quattro Paesi avrebbero dominato l’economia mondiale nel prossimo mezzo secolo, fino a raggiungere nel 2050 il PIL dei Paesi membri del G6 (USA, Francia, Canada, Giappone, Italia, Germania).
Questa bolla speculativa ha portato una rapida ascesa di suddetti Paesi, i quali hanno visto le loro economie fortemente prese di mira da parte di investitori stranieri attratti da notevoli tassi d’interesse per i loro titoli di Stato. Tuttavia, così come è stata rapida l’ascesa, altrettanto veloce è stato il declino, dove in alcuni Paesi, quali la Russia e il Brasile, si è pagata una forte instabilità politica che ha visto più volte svalutazioni pesanti delle monete interne rispetto alla moneta comunitaria e al dollaro. L’unica economia che sembrava aver retto anche alle ripercussioni che la crisi economica del 2008 ha avuto sul mondo sembrava la Cina, la quale con riguardo alla politica interna ha sempre avuto delle dinamiche piuttosto oscure anche agli analisti di mercato più esperti. L’economia cinese è sempre stata avvolta da un velo di mistero e oscurità dovuto sia a evidenti difficoltà linguistiche nell’approccio, in quanto i cinesi non sono propensi ad imparare nuove lingue, sia in riferimento alla struttura tentacolare delle società cinesi, private e pubbliche. Per tanti, infatti, l’investire nel mercato cinese ha portato al cosiddetto “
Hotel California Effect”, termine da attribuire al titolo del paper di Holger Gorg,8 il quale illustra quanto sia attraente e, nei primi tempi, proficuo investire nel mercato cinese, ma, allo stesso tempo, nonostante sia manifesta la volontà di uscire dall’investimento essa risulta impossibile.
La Cina ha dovuto inoltre affrontare nel 2015 una bolla speculativa che ha portato alla radicale svalutazione dello yuan e al crollo del mercato interno. La Cina da sempre è vista come una frontiera tecnologica per quanto inerisce gli investimenti urbani ed edilizi, ma la maggior parte di essi risultano investimenti volti solo all’arricchimento di una determinata categoria di imprenditori senza un effettivo beneficio per la comunità. Queste grandi opere infatti vengono costruite in delle zone che non hanno bisogno di tali infrastrutture e molto spesso rimangono delle cattedrali nel deserto vuote e sintomatiche del degrado urbano e culturale della periferia cinese.

Al contrario di quanto si possa pensare, l’industria tessile cinese è una delle più antiche del mondo, sin dalle suo origini infatti, la conformazione territoriale e la fauna spontanea hanno potuto far sì che sul territorio si potessero creare allevamenti di bachi da seta (Bachicoltura). L’inizio della bachicoltura si può far risalire al 3000 a.C. grazie all’imperatrice Xi Ling Shi. L’industria tessile cinese nel corso dei secoli si è sempre attestata ad alti vertici, una volta per qualità, mentre in tempi più recenti per quantità. In Cina il settore dell’abbigliamento e del tessile-moda funzionano diversamente rispetto all’Italia e alla Francia che hanno una storia di alta moda alle spalle. La cultura italiana ci ha portato a considerare i capi d’abbigliamento e di calzatura come degli status quo che trascendono il loro semplice utilizzo. Il comportamento delle industrie italiane è quello di produrre capi d’abbigliamento e caratterizzarli con il loro marchio creando una disponibilità e una domanda esorbitante per i clienti. In Europa e nei Paesi di stampo anglosassone il comportamento è diverso, infatti i capi d’abbigliamento vengono principalmente comprati non in negozi o boutique, ma nei banchi del mercato e, i capi acquistati, raramente riportano “griffe” famose. L’investimento per un capo confezionato sartoriale o per abiti “di marca” è esclusivo di una clientela educata al ben vestire.
I cinesi invece hanno una produzione di abbigliamento che non è legata ad una marca in quanto la maggior parte dei capi difficilmente riporta etichette rigide come quelle imposte dall’Europa per la tutela dei consumatori. Il punto di criticità del modello cinese risiede nel fatto che la sua maggior produzione si rifà a merce contraffatta, venduta legalmente in grandi
multistore a più piani che riportano la maggior parte delle marche occidentali e che non sono soggette a nessun controllo sulla tutela del marchio o del brevetto (vengono inoltre venduti orologi svizzeri e componenti elettroniche). Questo enorme mercato del falso si ripercuote anche sulle economie occidentali e in particolare sulla nostra che vede nell’abbigliamento uno dei settori trainanti insieme a quello enogastronomico.
Il Mercato del falso in Italia infatti genera un fatturato di 6,5 miliardi di euro, di cui 2,2 soltanto nel settore dell’abbigliamento e accessoristica, secondo le stime di Confindustria questa enorme macchina del falso, che non sempre parte dalla Cina ma che vede da li partire le materie prime già parzialmente lavorate,
assorbirebbe 100 mila lavoratori regolari occupati a tempo pieno. Il prezzo che si paga in termini di salute e welfare è molto alto e di certo non vale il minor prezzo d’acquisto rispetto a un capo prodotto in Italia seguendo le normative UE in tema di controlli sulle sostanze chimiche utilizzate.

Posti di fronte ad una scelta puramente economica ogni persona tenderebbe a scegliere il prodotto col prezzo più basso, senza interrogarsi mai sul perché alcuni capi d’abbigliamento abbiano una differenza di prezzo così ampia, pur sembrando nella loro forma e composizione uguali. Tralasciando i fattori tecnici e di tecnologia dei materiali che vengono impiegati dalle aziende, quello che più ci preme analizzare è il modo in cui i vestiti vengono prodotti in paesi del SudEst Asiatico e in particolare la Cina. La struttura delle industrie tessili e dell’abbigliamento in molti Paesi in via di sviluppo e Paesi meno sviluppati è simile a quello della Cina, dalla quale è partito, come una sorta di recente “taylorismo”, un nuovo concetto di fabbrica figlia della globalizzazione. In determinati Paesi infatti al solo scopo di aumentare la produttività, ridurre i costi di fabbrica e aumentare la quantità prodotta, gli imprenditori, anche di brand importanti a livello globale, hanno deciso di sacrificare la tutela dei diritti umani e dei lavoratori al solo fine di estremizzare i guadagni. Il fenomeno dello schiavismo delle multinazionali è stato più volte denunciato da numerose ONG, le quali si sono battute in più di un’occasione per rivendicare i diritti dei lavoratori e dei minori. Nonostante ciò però rimane un crimine difficile da stanare, anche grazie all’insabbiamento delle notizie e delle denunce da parte delle istituzioni pubbliche che vedrebbero la crescita del PIL del loro Paese minacciata da un’ipotetica cessazione del rapporto con tali multinazionali. Infatti il rischio maggiore per un padrone colto in flagranza reato di sfruttamento del lavoro minorile, il rischio sarebbe una multa di 10.000 yuan (mille euro), cioè una piccola percentuale dei profitti di queste imprese. La revoca della licenza invece scatta solo se un bambino “diventa invalido o muore sul lavoro”. Le notizie di processi e multe di questo tipo scarseggiano. La battaglia contro lo sfruttamento del lavoro minorile non sembra una priorità per le forze dell’ordine. Nel 2005 infatti l’ex Presidente della Repubblica Popolare Cinese ed ex segretario generale del partito comunista cinese Hu Jintao, accolse a Pechino centinaia di top manager, industriali e banchieri stranieri venuti per il Global Forum di Fortune. Il discorso di Hu Jintao di fronte ai rappresentanti del capitalismo mondiale è stato interrotto da applausi a scena aperta. Il quotidiano ufficiale China Daily ha riassunto il suo comizio con un grande titolo in prima pagina: “You come, you profit, we all prosper“.9 Non si sa a chi si riferisca il giornale con “we all” ma pare certo che lavoratori minorenni costretti a lavorare dalle 7 alle 23 per sei giorni alla settimana, per una paga di 80 euro al mese, non siano dello stesso avviso.

 

Riccardo Salvadori

L’impatto della globalizzazione sul Made in Italy

Storia Della Mia Gente. La Rabbia E L’amore Della Mia Vita Da Industriale Di Provincia”

Il rumore di una tessitura ti fa socchiudere gli occhi e sorridere, come quando si corre mentre nevica. Il rumore della tessitura non si ferma mai, ed è il canto più antico della nostra città, e ai bambini pratesi fa da ninna nanna.”1

Da queste poche righe si intuisce la dimensione del romanzo “Storia della mia gente”, scritto da Edoardo Nesi, imprenditore tessile pratese costretto nel 2004 alla vendita del lanificio T.O Nesi & figli s.p.a. “Storia della mia Gente” racconta la drammatica crisi economico-finanziaria che ha colpito il nostro Paese a partire dal 2003, dalla prospettiva di chi, come imprenditore ma soprattutto come pratese, al tessile ha consacrato la propria vita, scandita dal rumore delle fabbriche.

Questa è la mia gente. La mia gente che in tutta la vita non ha fatto altro che lavorare.2

Nesi dà dunque voce all’imprenditoria pratese messa in ginocchio dall’apertura del mercato globale. Nel capitolo “Questa storia” l’autore dipinge un affresco del panorama pratese al proprio esordio nell’azienda di famiglia, costellato di decine e decine di aziende tessili, che producono sempre lo stesso prodotto senza bisogno di cambiarlo, senza dover investire in pubblicità, fiere, ricerca e sviluppo, dove le fatture vengono pagate senza ritardo, senza criticarne l’ammontare, dove non esistono rimanenze di magazzino ed è ignota, se non assurda, la presenza di un dirigente esterno. A questo ritratto, quasi idilliaco, Nesi aggiunge Ma la cosa davvero bella, la cosa assolutamente strepitosa era che non bisognava essere un genio per emergere, perché il sistema funzionava così bene che facevano soldi anche i testoni, purché si impegnassero; anche i tonti, purché dedicassero tutta la loro vita al lavoro. Emerge quindi, in questo passo, la fiducia smisurata nel sistema pratese e la ferma convinzione che l’ingranaggio non si sarebbe mai inceppato, che le fabbriche avrebbero potuto continuare in eterno a produrre allo stesso modo la stessa ricchezza e che anche l’operaio volenteroso potesse mettersi in proprio e diventare imprenditore di successo. Nesi sottolinea la mobilità inarrestabile della scala sociale che crea ricchezza distribuendola capillarmente; si è sempre calati in una dimensione corale, dove l’interesse dell’imprenditore coincide con l’interesse dell’operaio, dove un settore tessile in acque floride porta prosperità alla collettività intera.

Le nuove e crescenti esigenze di mercato hanno fatto del tessuto una mera fase all’interno del processo di produzione e commercializzazione del prodotto tessile, dove, con ruolo dominante, la figura del designer entra prepotentemente nel ciclo di produzione. Secondo Nesi proprio qui si può riscontrare un elemento decisivo del declino: gli imprenditori non sono stati in grado di fronteggiare il “ricatto” sui prezzi da parte dei designer, probabilmente forti dell’abitudine alla ricchezza solida e sicura che il tessile aveva sempre garantito, si sono dimostrati refrattari nel formulare nuove strategie per adeguarsi alle esigenze del mercato senza sacrificare la qualità del prodotto.

Il tema viene ripreso nel capitolo “I tessuti più belli del mondo”, che riguarda gli anni a cavallo del nuovo millennio, anni di rabbia e rassegnazione. Qui la critica alla globalizzazione e alle teorie del libero mercato assume toni aspri, in balia della spirale per la quale il prodotto, fabbricato come negli anni 80, deve necessariamente essere venduto al prezzo più basso per non perdere l’ordine, gli artigiani di Prato sono costretti a rimanere in una posizione di mercato marginale. Non guadagnando più nessuno si diffonde il pensiero per cui il tessile sia senza futuro e gli imprenditori finiscono per essere “prigionieri di una mentalità da ragionieri che avevano sempre sdegnato. Gli stipendi dei dipendenti, le spese generali di struttura, gli interessi passivi, l’affitto del capannone e tutte le tasse diventano insostenibili. Emerge anche il noto tema della pressione fiscale nel nostro Paese, secondo Nesi, infatti, l’introduzione dell’IRAP ha contribuito pesantemente al massacro delle piccole imprese. In questo tetro scenario si vedono le aziende italiane risucchiate dal mercato globale, dall’idea che il prezzo ideale di un prodotto lo decida il mercato stesso, dall’illusione della moda al prezzo più basso, dai giganti dell’abbigliamento, quotati in tutte le principali Borse internazionali. Nesi si dimostra molto amareggiato dal fatto che nel mercato globale il tessuto risulti così svilito e che nessuno si batta per difenderne l’eccellenza, lasciando che l’utile del confezionista sia la parte preponderante. “E’ così che si entra nella fase terminale della piccola imprenditoria tessile italiana, quando alla fisiologica concorrenza, alla sana lotta per il guadagno si sostituisce una furibonda battaglia per assicurarsi niente più che una sopravvivenza tiepida e sempre più stenta; quando gli imprenditori si sentono consolati dal solo fatto di poter continuare ogni giorno ad andare in fabbrica a fare il loro lavoro, di poter continuare a dirsi e farsi chiamare industriali quando invece non fanno che scimmiottare il loro recente passato.

La critica alle istituzioni agli economisti raggiunge il culmine nei capitoli “Sistema Italia” e “Smarriti”. Nesi denuncia dapprima le false speranze ingenerate nei confronti dei vantaggi derivanti dalla globalizzazione, a riguardo dei quali politici ed economisti predicevano la possibilità di acquistare prodotti tecnologici, elettrodomestici e beni di consumo primario “Made in China” a prezzi più che convenienti grazie all’abolizione di dazi, tariffe e contingenti; ipotizzavano il proliferarsi di boutique di grandi stilisti italiani e varie eccellenze del “Made in Italy” nelle metropoli cinesi, che tutto ciò avrebbe portato notevoli guadagni agli italiani, ai quali addirittura si consigliava di trasferire proprio in Cina le fabbriche per poter produrre ad un costo nettamente più basso e vendere là i prodotti, nel mercato del futuro. Purtroppo nella realtà dei fatti andò diversamente, i cinesi non corsero a compare il “Made in Italy” ma iniziarono a produrlo causando il tracollo del nostro sistema industriale manifatturiero con conseguenti fallimenti, licenziamenti, richieste di cassa integrazione. A questo punto gli economisti, consigliarono di immettersi nel mercato globale collocandosi nelle nicchie di specializzazione. Qui l’autore riprende il significato letterale di nicchia (incavo nello spessore di un muro, di solito in forma di semicilindro verticale terminato in alto con un quarto di sfera; un elemento decorativo, per lo più destinato ad accogliere una statua; si definisce nicchia anche un piccolo ripostiglio; nel gergo degli alpinisti si definisce nicchia una piccola rientranza in una parete di roccia, sufficiente al riparo di una sola persona; in riferimento all’economia indica uno spazio economico particolare e circoscritto) per demolire tale tesi, sostenendo che nella cosiddetta produzione di nicchia possano trovare ristoro una scarsa quantità di aziende, non tutta l’Italia e aggiunge che non a caso di Ferrari ce n’è una sola in tutto il mondo. Rimprovera politici ed economisti di aver esortato i piccoli industriali italiani a delocalizzare in Cina senza conoscerli minimamente, senza sapere che le loro aziende erano potute nascere e prosperare solo nell’humus prezioso in cui erano nate e prosperate: al riparo dall’occhio del fisco e delle leggi, in un mondo perfetto e chiuso, protetto dai muri e dai missili nucleari, dai dazi e dalle tariffe. Che si facevano chiamare industriali, ma industriali non erano e non erano mai stati. Erano artigiani, straordinari e fragilissimi artigiani, lontani pronipoti dei maestri di bottega medievali, e ciononostante rappresentavano l’ossatura di un sistema economico che incredibilmente si reggeva su di loro, e anche se era ben lungi dall’essere perfetto, funzionava, eccome se funzionava, e si basava su quelle che all’epoca erano le regole del libero mercato. Un sistema che aveva consentito all’Italia di risorgere dalle macerie della guerra, garantito diritti e stabilito doveri, sparso benessere e dato lavoro a milioni di persone, pagato pensioni e ricoveri in ospedale, case e automobili, televisori e vestiti, creato e realizzato sogni e alimentato illusioni”.3

Nesi prosegue censurando la leggerezza con la quale i politici italiani abbiano firmato l’accordo di Schengen, da sempre insensibili alle problematiche del settore manifatturiero del Paese e noncuranti delle conseguenze all’ingresso del paese in un libero mercato così disciplinato; condanna anche l’inerzia da parte della classe dirigente di fronte alla deriva che tante industrie italiane hanno preso, secondo l’autore si sarebbe dovuto lottare di fronte all’Unione Europea per attuare una politica che favorisse gli agenti economici più deboli e ci si sarebbe dovuti battere per la salvaguardia del “Made in Italy”, delle aziende e dei dipendenti.

Dopo questi due capitoli di denso livore il romanzo si conclude con il racconto di un corteo per le vie della città. Nel vedere gli striscioni dei manifestanti recanti scritte come “E un se ne può più”, “Anche noi siamo made in Italy” e nel sentirsi domandare da un vecchio amico di chi sia la colpa della disgrazia abbattutasi sulla loro città, Nesi viene colto da emozioni contrastanti e si abbandona ad alcune interessanti riflessioni. La rabbia lascia il posto al rammarico e alla nostalgia, tanto da ammettere che la colpa è in gran parte degli imprenditori stessi, convinti di poter perpetrare all’infinito il mestiere dei loro padri, percepito come un diritto acquisito e inattaccabile, continuando a offrire sul mercato lo stesso prodotto, identico da lustri, senza fare i conti con le esigenze del terzo millennio. Dietro la bandiera recante la scritta “Prato non deve chiudere” ci sono i visi di tanti uomini, operai e imprenditori, per nulla tristi e per nulla sconfitti che lottano per portare avanti quella bandiera, perché la loro città vada avanti, deve andare avanti. E dopo tanta rabbia, tristezza e frustrazione Nesi saluta il lettore con un messaggio di speranza Oggi però voglio continuare a camminare insieme alla mia gente. Non so bene dove stiamo andando, ma di certo non siamo fermi.”

Dopo la presentazione della crisi pratese dal punto di vista di Edoardo Nesi, illustriamo brevemente i dati del fenomeno pratese e i punti di forza e di debolezza del suddetto.

Il 2001 si è chiuso con 5,54 miliardi di euro di fatturato (-1,5% rispetto al 2000) e 3,39 miliardi di esportazioni (-0,4%). Il 2002 è stato un altro anno difficile che, secondo il Centro studi dell’Unione industriale pratese, ha fatto registrare un calo della produzione (vicino al 7%), del fatturato (del 5,4%, a 5,16 miliardi) e dell’export (8%). Inevitabile la flessione di redditività. I prodotti pratesi hanno perso quote sui mercati internazionali, penalizzati dalla debolezza della domanda tedesca, dal rafforzamento del dollaro e dall’invasione di offerta a basso costo proveniente dai paesi in via di sviluppo.4

Prato viene considerato il distretto tessile per antonomasia grazie alle relazioni tra le imprese, lo stretto legame con il contesto sociale, la forte specializzazione, la frammentazione e la ricomposizione del ciclo produttivo. Da sempre le aziende pratesi hanno mostrato grande abilità nell’interpretare i mutamenti del mercato dai quali hanno tratto nuove opportunità e hanno condotto il distretto alla diversificazione, concentrandosi sulla lavorazione di nuove fibre e favorendo la crescita di software house specializzate in soluzioni per il tessile. Un ulteriore fattore di forza riguarda il coinvolgimento di un gran numero di soggetti, pubblici e privati (UE, enti locali, associazioni di categoria, istituti di credito), nei progetti e negli interventi di politica industriale a favore dello sviluppo del distretto: nel campo dell’innovazione tecnologica, delle politiche promozionali, dei sistemi di qualità, del supporto alla collaborazione tra imprese nello sviluppo di attività innovative e nella commercializzazione, formazione, ecc.

Con l’avvento della globalizzazione il distretto è stato inserito in una dinamica competitiva con paesi produttori di merce a basso costo decisamente più appetibili per i mutati stili di vita della domanda con conseguente richiesta di fibre innovative. La frammentazione del tessuto produttivo in piccole imprese ha garantito flessibilità ma ha anche rallentato scelte strategiche come la delocalizzazione produttiva o i processi di innovazione commerciale, il distretto dunque ha sempre posto la propria attenzione sul prodotto a discapito della tecnologicizzazione.5

Interventi Legislativi A Tutela Del “Made In”

Non solo a Prato ma anche a Biella, Lecco, Como, Carpi, Chieri e tanti altri distretti tessili italiani, gli industriali hanno alzato la voce, riunendosi in comitati e proteste, perché lo Stato Italiano e l’Europa non lasciassero morire le aziende e riconoscessero all’eccellenza del Made In Italy l’adeguata tutela.

Il Regolamento CE 23 aprile 2008 n. 450/98 istituisce il Codice doganale comunitario che definisce l’ “origine delle merci”, non allo scopo di attribuire una “denominazione di vendita” ma di determinarne la tariffa doganale applicabile; l’ “origine non preferenziale delle merci” è regolata negli articoli 23 e 24 del Regolamento CEE n. 2913/92: l’art. 23.1 dispone che sono originarie di un paese le merci interamente ottenute in tale paese”, il 23.2 stabilisce che “per merci interamente ottenute in un paese s’intendono a) i prodotti minerali estratti in tale paese, b) i prodotti del regno vegetale ivi raccolti,c) gli animali vivi, ivi nati ed allevati, d) i prodotti che provengono da animali vivi, ivi allevati, e) i prodotti della caccia e della pesca ivi praticate, f) i prodotti della pesca marittima e gli altri prodotti estratti dal mare, al di fuori delle acque territoriali di un paese, da navi immatricolate o registrate in tale paese e battenti bandiera del medesimo, g) le merci ottenute a bordo di navi-officina utilizzando prodotti di cui alla lettera f),originari di tale paese, semprechè tali navi-officina siano immatricolate o registrate in detto paese e ne battano la bandiera, i prodotti estratti dal suolo o dal sottosuolo marino situato al di fuori delle acque territoriali, semprechè tale paese eserciti diritti esclusivi per lo sfruttamento di tale suolo o sottosuolo. Si tratta dunque di prodotti appartenenti alla cosiddetta “industria primaria”, non riconducibili a quelli dell’industria manifatturiera; si propende quindi ad interpretare il dettato normativo nel senso che l’elenco di merci contenuto nel paragrafo 2 esemplifichi casi di merci interamente ottenute in tale paese. L’art. 24 poi stabilisce che una merce alla cui produzione hanno contribuito due o più paesi è originaria del paese in cui è avvenuta l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale, economicamente giustificata ed effettuata in un’impresa attrezzata a tale scopo, che si sia conclusa con la fabbricazione di un prodotto nuovo od abbia rappresentato una fase importante del processo di fabbricazione.6

La Commissione è intervenuta per specificare cosa costituisca trasformazione sostanziale, in generale si ha quando ha l’effetto di classificare i prodotti ottenuti in una voce del Sistema Armonizzato diversa da quella relativa a ciascuna delle merci non originarie utilizzate, altre volte si realizza con una percentuale di valore aggiunto al termine della lavorazione, oppure può essere ottenuta da lavorazioni specifiche. La Commissione elenca le lavorazioni che possono essere ritenute utili all’acquisizione dell’origine preferenziale. La Corte di giustizia europea ha interpretato il concetto di trasformazione sostanziale secondo cui essa si realizza solo qualora il prodotto che ne risulta abbia composizione e proprietà specifiche che non possedeva prima di essere sottoposto a tale trasformazione o lavorazione”.

Con l’introduzione del Codice doganale comunitario si ha la disciplina dell’“acquisizione dell’origine della merce” in un unico articolo, il 36, che stabilisce che le merci interamente ottenute in un unico paese o territorio sono considerate originarie di tale paese o territorio e che le merci alla cui produzione hanno contribuito due o più paesi o territori sono considerate originarie del paese o territorio in cui hanno subito l’ultima trasformazione sostanziale. Sparisce quindi il dettato del precedente articolo 23.2 eliminando così ogni dubbio circa la identificazione dell’origine.

Riguardo alla normativa interna l’art. 4 comma 49 della legge 24 dicembre 2003 n.350 stabiliva che costituisce falsa indicazione la stampigliatura Made in Italy su prodotti o merci non originati dell’Italia ai sensi della normativa europea sull’origine”.7

Questo comma estende dunque l’ambito di applicazione dell’art. 517 c.p. alle attività di importazione, esportazione e commercializzazione dei prodotti recanti false o fallaci indicazioni di provenienza, la falsa indicazione si sostanzia nella stampigliatura “Made in Italy” su prodotti e merci non originari dall’Italia ai sensi della normativa europea sull’origine mentre l’indicazione fallace ricorre in caso di uso di segni, figure, o quant’altro possa indurre il consumatore a ritenere che il prodotto o la merce sia di origine italiana”, e ciò anche qualora” sia indicata l’origine e la provenienza estera dei prodotti o delle merci”. L’interpretazione del comma 49 dell’art. 4 della legge 350/2003 fu oggetto d’intervento della Corte di Cassazione in un caso riguardante un sequestro probatorio operato dall’Agenzia delle Dogane di Padova su prodotti provenienti dalla Romania che riportavano sulle confezioni la dicitura “Fro Via Torricelli 15/a Verona-Italy” senza alcun riferimento alla provenienza rumena. La presenza del termine Italy nell’indirizzo dell’impresa importatrice aveva indotto l’autorità procedente ad ipotizzare il reato di cui all’art. 517 c.p. e all’art. 4 comma 9 della legge 350/2003. La Corte di Cassazione ricostruisce così le fattispecie in questione: precisa innanzitutto che il concetto di “provenienza” di cui al 517 c.p. si riferisce alla provenienza da un determinato produttore e non da un determinato luogo di fabbricazione e sottolinea che la disciplina generale del marchio non esige che venga pure indicato il luogo di produzione del prodotto, ricorda inoltre che il marchio non garantisce la qualità del prodotto ma rappresenta solo il collegamento tra un determinato prodotto e l’impresa, sancendo la sola responsabilità del produttore nei confronti dell’acquirente. Sempre sulla base della disciplina del marchio non sussiste alcun obbligo in capo all’imprenditore di informare che egli non fabbrichi direttamente i prodotti. A giudizio della Suprema Corte allo stato attuale della legislazione solo in alcuni casi la legge ha attribuito rilevanza al luogo ed ha quindi imposto la specifica indicazione del luogo di origine delle merci e dei prodotti, e ciò lo ha fatto sempre in modo espresso ed in quei casi in cui i fattori climatici o ambientali possono avere una incidenza sulla qualità del prodotto.8
La sentenza riconosce quindi legittimo il ricorso alla delocalizzazione da parte delle imprese italiane.

Sicuramente il discorso cambia quando il marchio ha l’apposita funzione di indicare l’origine del prodotto da un determinato stato (marchio d’origine), a riguardo il codice della proprietà industriale stabilisce che “i soggetti che svolgono la funzione di garantire l’origine, la natura o la qualità di determinati prodotti o servizi, possono ottenere la registrazione per appositi marchi come marchi collettivi, ed hanno la facoltà di concedere l’uso dei marchi stessi a produttori o commercianti. Con riferimento al marchio d’origine il comma 6 dell’art. 4 del d.lgs. 350/2003 prevede l’istituzione di un marchio a tutela del “Made in Italy” distinguendo tra beni integralmente prodotti in Italia o beni non integralmente prodotti in Italia.

Vennero introdotte alcune novità dal d.l. 14 marzo 2005 n. 35 recante disposizioni urgenti nell’ambito del piano di azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale, tra le più rilevanti l’onere, in capo all’acquirente, di accertare la “legittima provenienza” dei beni che intende acquistare, qualora sia possibile ritenere che siano state violate le norme in materia di origine e provenienza dei prodotti, ed in materia di proprietà intellettuale (si ha violazione delle norme sull’origine in caso di mancato rispetto dei criteri di attribuzione contenuti nel Codice Doganale Europeo). Questo disegno di legge prevede inoltre l’istituzione del marchio “100 per cento Italia”, di proprietà dello stato italiano riservato a prodotti finiti per i quali l’ideazione, il disegno, la progettazione, la lavorazione e il confezionamento sono compiuti interamente sul territorio italiano utilizzando materia prime anche di importazione, nonché semilavorati grezzi (omissis) realizzati interamente in Italia.9

La disciplina prevede che l’imprenditore che volesse utilizzare tale marchio debba dimostrare il rispetto della normativa lavoristica, le norme in materia fiscale e contributiva e quelle in attuazione alla salvaguardia dell’ambiente; dovrà garantire che tutte le fasi della lavorazione si siano svolte in territorio nazionale e che i materiali utilizzati rispettino i canoni stabiliti per la salubrità e alla resistenza del prodotto. L’art. 1 comma 3 dispone che per lavorazione debba intendersi ogni attività del processo produttivo che porta alla realizzazione del prodotto finale”. All’articolo 7 di tale disegno di legge il legislatore stabilisce che il sistema di etichettatura deve evidenziare il paese d’origine del prodotto finito nonché dei prodotti intermedi e la loro realizzazione nel rispetto delle regole comunitarie e internazionali in materia di origine commerciale, di igiene e di sicurezza dei prodotti; al comma 2 prevede che il produttore o l’importatore debbano fornire informazioni specifiche circa la conformità alle norme internazionali vigenti in materia di lavoro, sulla certificazione di igiene e sicurezza dei prodotti e sull’esclusione dell’impiego di minori nella produzione, sul rispetto della normativa europea e degli accordi internazionali in materia ambientale.

Il d.l. 25 settembre 2009 n. 135 all’art. 16 comma 1 stabilisce che si intende realizzato interamente in Italia il prodotto o la merce, classificabile come Made In Italy, ai sensi della normativa vigente, e per il quale il disegno, la progettazione, la lavorazione ed il confezionamento sono compiuti esclusivamente sul territorio italiano”.10

Il sistema prevedeva quindi due diversi “Made in Italy” del quale possono recarne l’indicazione tanto i prodotti interamente fabbricati in Italia, quanto i prodotti che in Italia hanno subito l’’’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale e, quindi, anche i prodotti non interamente fabbricati in Italia. Ecco quindi la distinzione tra il marchio “100% Made in Italy” che possono utilizzare i prodotti totalmente fabbricati in Italia e il “Made in Italy” semplice, del quale possono beneficiare i prodotti che nel nostro territorio hanno subito l’ultima trasformazione. Nonostante gli sforzi del legislatore i c.d. “contadini del tessile” si riunirono in un movimento per far sì che venisse riconosciuto un made in “fatto in casa” e sulla scia di queste iniziative nacque la proposta di legge Reguzzoni, Versace, Calearo, Ciman (n. 2624 Camera dei Deputati, intitolata disposizioni concernenti la commercializzazione dei prodotti tessili, della pelletteria e calzaturieri) che divenne la legge 8 aprile 2010 n.55.11

Questa legge crea un tertium genus di Made in Italy, all’articolo 1 stabilisce il proprio ambito di applicazione circoscritto al settore tessile, a quello della pelletteria, a quello calzaturiero, a quello dei divani e a quello dei prodotti conciari. Il comma 3 di detta legge stabilisce che l’etichetta deve fornire informazioni chiare e specifiche sulla conformità dei processi di lavorazione alle norme vigenti in materia di lavoro (rispetto degli obblighi derivanti dalle convenzioni con l’OIL), sulla certificazione di igiene e sicurezza dei prodotti, sull’esclusione dell’impiego di minori nella produzione, sull’osservanza della normativa europea e sul rispetto degli accordi internazionali in materia ambientale. In base al comma 4 del suddetto articolo può essere applicata la dicitura “Made in Italy” solo su prodotti finiti che siano stati prevalentemente realizzati in Italia e specifica che almeno due delle fasi di lavorazione di questi prodotti devono essere avvenute in Italia e per le altre fasi deve essere verificabile la tracciabilità. Ai successivi commi vengono elencate le fasi di lavorazione per ogni settore merceologico interessato (ad esempio, per il tessile, comma 5: filatura, tessitura, nobilitazione e confezione, anche utilizzando fibre naturali, artificiali o sintetiche di importazione).

Questa legge si pone in conflitto con l’art. 36 del Nuovo Codice Doganale Comunitario che dispone le merci alla cui produzione hanno contribuito due o più paesi o territori sono considerate originarie del paese o territorio in cui hanno subito l’ultima trasformazione sostanziale”;12 la legge Reguzzoni infatti prescinde totalmente dal concetto di trasformazione sostanziale e il legislatore pare conscio di tale contrasto, premettendo appunto nel Dossier relativo al progetto di legge che La disposizione che consente l’uso dell’indicazione “Made in Italy” esclusivamente per i prodotti finiti le cui fasi di lavorazione abbiano avuto luogo prevalentemente nel territorio italiano appare in contrasto con l’art. 36 del codice doganale comunitario di cui al regolamento (CE) n. 450/2008. Questo contrasto comporta l’inapplicabilità della norma italiana.

Nel 2010 il Parlamento Europeo accolse favorevolmente l’introduzione dell’obbligo di indicazione del Paese di origine per taluni prodotti importati da Paesi Terzi, specificando che tale disciplina viene applicata esclusivamente ai prodotti industriali, e mettendo in luce i vantaggi derivanti dall’applicazione della stessa: vi sarebbe senz’altro una più estesa tutela del consumatore che avrebbe a disposizione un quadro informativo sul prodotto maggiormente dettagliato, inoltre si favorirebbe la competitività delle piccole e medie imprese concentrate sulla qualità del prodotto ottenuto con metodi artigianali, ultima ma non meno importante considerazione, il marchio d’origine costituirebbe uno strumento efficace contro la contraffazione e la concorrenza sleale. Tale proposta non riuscì ad ottenere l’approvazione del Consiglio Europeo, le ragioni alla base del ritiro di tale proposta risiedono nella constatazione che essa violi gli obblighi imposti all’Unione Europea dalla giurisprudenza OMC (prevedendo l’obbligo di indicazione di origine solo per i Paesi terzi poneva in disparità i prodotti intracomunitari e quelli extracomunitari, venendo quindi accusata di protezionismo)

Nel 2013 la Direzione Generale Imprese e Industria della Commissione ha presentato un pacchetto di norme volte a migliorare la sicurezza dei prodotti e a disciplinare la sorveglianza del mercato. La prima delle proposte ha introdotto una serie di regole volte a stabilire la piena tracciabilità dei prodotti stabilendo una presunzione generale di sicurezza per i prodotti conformi alla normativa settoriale di armonizzazione dell’Unione. Tale proposta è rivolta a tutti i prodotti manifatturieri, compresi quelli importati dai Paesi terzi. Qui l’obbligo di indicazione dell’origine si estende a tutti i prodotti industriali destinati ai consumatori e quindi sia a quelli nati in seno all’Unione Europea sia a quelli importati, vengono quindi sciolti i dubbi circa la compatibilità della proposta con gli obblighi assunti verso l’OMC. In data 15 aprile 2014 la proposta è stata approvata statuendo la sua entrata in vigore nel 2015.

 

Riccardo Salvadori

Effetto Tajani: nuovo vicepresidente per Forza Italia

Antonio Tajani, attuale Presidente del Parlamento Europeo è il nuovo vicepresidente di Forza Italia. Silvio Berlusconi lo ha scelto come secondo e, considerata l’eta del Cavaliere, sarà  proprio Tajani il nuovo leader di Forza Italia.

Il futuro di Forza Italia senza Berlusconi è sconosciuto: tale partito infatti è stato fin troppo spesso identificato unicamente con la figura del Cavaliere. Il bacino elettorale a cui può accedere Tajani sembrerebbe essere parzialmente differente rispetto a quello di Berlusconi.

Il primo vero banco di prova, dopo 20 anni di berlusconismo, saranno le elezioni europee del prossimo 2019.

 

Valerio Del Signore

Matteo Salvini sfida l’Europa

Sul palco del tradizionale raduno leghista di Pontida, in cui hanno partecipato più di 70.000 persone, il neo Ministro dell’Interno Matteo Salvini ha dichiarato che sull’immigrazione non si fiderà più dell’Unione Europea ed ha confermato che i porti italiani resteranno chiusi.

Salvini inoltre ha annunciato che alle prossime elezioni europee (maggio 2019) vorrà creare una coalizione di populisti in tutta Europa e che incontrerà i prossimi leader per formare una lega europea. A Pontida era presente anche il Presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, di Forza Italia. Assenti, per la prima volta, Bossi e Maroni che ormai sembrano rappresentare il passato del partito leghista.

 

Valerio Del Signore

DA STUDENTE AD AGENTE: INTERVISTA A F. D.

Dopo i giuramenti dei Carabinieri di tutta Italia di questi ultimi giorni, segue una breve intervista a F. D.: studente di giurisprudenza a Torino appena diventato Carabiniere a Reggio Calabria. L’augurio è che si possa distinguere come membro dell’Arma e che riesca a realizzare i suoi obiettivi.

– Cosa è significato per te partecipare ad un concorso pubblico tanto selettivo ed importante?

E’ significato, in primo luogo, mettersi in gioco: combattere per il proprio futuro e per i propri sogni. In seconda analisi, è significato anche fare tanti sacrifici (niente vacanze per poter sutidiare, risparmiare per pesare meno sulla famiglia, dare meno esami) e rischiare, poiché la riuscita del concorso è stata tutt’altro che scontata.

– Come sono state le prove e quale hai considerato come più difficile?

Le prove sono state tutte quante impegnative e, in ordine cronologico, sono state le seguenti: il quiz preselettivo a crocette, le prove fisiche, 2 interi giorni di visite mediche ed un colloquio con un perito selettore ed una commissione. Superata una prova si andava a quella successiva. Sono giorni di grande tensione, stress e concentrazione.

– A chi dedichi il tuo successo in questo percorso e perché?

In primo luogo a me stesso: io ho studiato, ho fatto il test, ho affrontato le prove e i colloqui; in secondo luogo ad amici e parenti che mi hanno supportato.

– Come senti di poter essere utile nei confronti della società che andrai a tutelare?

Offrendo la mia opera come membro delle forze armate per garantirne la sicurezza e per salvaguardarne i principi di libertà e democrazìa.

– Continuerai il tuo percorso di studi presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino?

Si, anche se impiegherò più tempo del dovuto o della media dei miei compagni di università.

– Cosa ti aspetti da questa esperienza?

Enormi soddisfazioni e grande crescita personale nonché coronare un sogno che ho sin da bambino.

 

Fabrizio Alberto Morabito

LA TORTURA E L’ABUSO DI POTERE AI GIORNI NOSTRI

<<La più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale.>>

Amnesty International

ITER DEL REATO DI TORTURA IN ITALIA

La frase sopra citata, attribuita all’ONG Amnesty International, si attribuisce ai fatti precedentemente analizzati del G8 di Genova.

Prendendo spunto da una delle ultime frasi del film, emerge come l’Italia, pur essendo uno dei Paesi più sviluppati a livello mondiale, non abbia ancora introdotto, all’interno del codice penale, una fattispecie che condanni la tortura, nonostante la condanna di questa fosse già stata discussa nella Convezione delle Nazioni Unite contro la tortura nel 1984, da noi ratificata nel 1988. Un’argomentazione spesso utilizzata dall’Italia, in risposta alle preoccupazioni provenienti dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti disumani e degradanti (CPT), è fondata sull’idea che le condotte descritte all’art. 1 e 2 della Convenzione, siano coperte da norme che erano già in vigore prima della ratifica della convenzione sopra citata.

Art.1 e 2 Convenzione:

  1. Ai fini della presente Convenzione, il termine «tortura» designa qualsiasi

Atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o Psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona Informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha Commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla od esercitare pressioni su Di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque Altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o Tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona Che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso Espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze derivanti Unicamente da sanzioni legittime, ad esse inerenti o da esse provocate.

  1. Il presente articolo lascia impregiudicato ogni strumento internazionale e

Ogni legge nazionale che contiene o può contenere disposizioni di portata più ampia.21

Il primo disegno di legge, contenente il reato di tortura in Italia, fu fatto nel 1989 dal senatore

Nereo Battello, subito dopo la ratifica della Convenzione del 1984.

Il testo non fu mai sottoposto al voto dell’assemblea.

Stessa sorte toccò nel 1991 al disegno di legge proposto da Franco Corleone.

  1. Convenzione nazioni unite contro la tortura, 1984

21

Successivamente, durante la XIII e la XIV legislatura, vennero proposti vari disegni di legge, come quello di natura governativa di Dini-Fassino o quello proposto da Pecorella, ma entrambi, come i loro precursori, non riscontrarono un interesse da parte del Parlamento e non giunsero mai ad un’utilità concreta.

Durante la XV legislatura vennero presentati in parlamento otto progetti riguardanti il reato di tortura, che vedevano come relatori gli onorevoli Pecorella, Forgione, Biondi, Bulgarelli, Pianetta, Iovene, De Zulueta e Suppa.

Le quattro proposte di legge, presentate alla Camera da Pecorella, Forgione, De Zulueta e Suppa, furono unificate in un testo unico, avente come obiettivo l’introduzione, nel codice penale, di due articoli:

Il primo contenente la norma incriminatrice, delineava la tortura come reato comune, con la previsione di un’aggravante se commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio;

La seconda collocava la tortura fra i delitti contro la persona, in particolare nel settore dei delitti contro la libertà morale, sottolineando, in questo modo, il ruolo sadico della tortura, in quanto comportava sia una lesione dell’integrità fisica ma anche, e soprattutto, una forte componente di vessazione psicologica.

Il testo prevedeva che la violenza e la minaccia dovessero essere gravi, portando però ad una difficile valutazione della gravità, in quanto non fu fatto nessun riferimento specifico all’ interno della norma.

Tuttavia il disegno di legge si arenò a causa della crisi di governo e la chiusura anticipata della legislatura.

L’attuale legislatura, la XVII, ha apportato un’unificazione dei testi precedenti, dando vita a una proposta, avente come relatore il senatore Luigi Manconi, presentata il 17 settembre 2013 alla commissione di Giustizia e approvata, definitivamente, in assemblea il 5 marzo 2014. Questo disegno di legge non contempla il requisito della reiterazione degli atti di violenza o minaccia e non contempla le condotte omissive, pur rimanendo presente il requisito della gravità.

Il reato di tortura rimane un reato comune pur prevedendo l’aggravante se commessa da pubblico ufficiale.

Le ultime notizie sull’ iter della proposta di legge 216822 risalgono a più di un anno fa, periodo nel quale la Camera dei Deputati approvò, con modificazioni, la proposta di legge in data 9 aprile 2015, rimandando successivamente la proposta in Senato, dove si fermò.

La proposta di legge introduce nel Titolo XII sez. III del codice penale i reati di tortura (art.613 bis) e di istigazione alla tortura (art.613 ter).

Essi prevedono rispettivamente:

  1. http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/stampati/pdf/17PDL0018050.pdf

22

Tortura: Chiunque, con violenze o minacce gravi, ovvero mediante trattamenti inumani o degradanti la dignità umana, cagiona acute sofferenze fisiche o psichiche ad una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia o autorità o potestà o cura o assistenza ovvero che si trovi in una condizione di minorata difesa, è punito con la reclusione da tre a dieci anni. Se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale nell’esercizio delle funzioni ovvero da un incaricato di un pubblico servizio nell’esercizio del servizio, la pena è della reclusione da cinque a dodici anni. Se dal fatto deriva una lesione personale le pene di cui ai commi precedenti sono aumentate. Se dal fatto deriva una lesione personale grave le pene sono aumentate di un terzo e della metà in caso di lesione personale gravissima. Se dal fatto deriva la morte quale conseguenza non voluta, la pena è della reclusione di anni trenta. Se il colpevole cagiona volontariamente la morte, la pena è dell’ergastolo (Art 613 bis);

Istigazione di pubblico ufficiale a commettere tortura: Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio il quale, nell’esercizio delle funzioni o del servizio, istiga altro pubblico ufficiale o altro incaricato di un pubblico servizio a commettere il delitto di tortura, se l’istigazione non è accolta ovvero se l’istigazione è accolta ma il delitto non è commesso, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. (Art.613 ter)

La proposta di legge modifica inoltre l’art.191 del codice di procedura penale, aggiungendovi il comma 2-bis, il quale stabilisce che:

Le dichiarazioni o le informazioni ottenute mediante il delitto di tortura non sono comunque utilizzabili, salvo che contro le persone accusate di tale delitto e al solo fine di provarne la responsabilità penale

Interviene poi sul codice penale in modo da raddoppiare i termini di prescrizione per il delitto di tortura.

La tortura nel diritto internazionale

Come è stato più volte detto, l’impegno nazionale a riconoscere una fattispecie che incrimini il reato di tortura va aldilà dei normali impegni morali e di civilizzazione che sarebbe giusto aspettarsi da un paese come l’Italia.

I trattati, le convenzioni e le dichiarazioni universali, firmate e ratificate dall’Italia, prevedono ognuna una definizione che spieghi e incrimini il reato di tortura a livello mondiale. Tra questi si citano, in ordine di sottoscrizione:

Convenzione di Ginevra del 1949 relativa al trattamento dei prigionieri di guerra; Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948;

Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950 (ratificata dalla legge 848/1955); Il Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici del 1966(ratificata da legge

881/1977);

Convenzione ONU del 1984 contro la tortura ed altri trattamenti e pene crudeli, inumane e degradanti (ratificata con legge 489/1988);

Statuto di Roma istitutivo della Corte penale internazionale del 1998 (legge 232/1999)

La tortura, al contrario di quanto si possa pensare, non è una pratica relegata soltanto a Paesi considerati sottosviluppati, infatti, stando ai dati riportati da Amnesty International, tra il gennaio

23

2009 e il marzo 2014 si sono verificati episodi di tortura in almeno tre quarti dei paesi del mondo: le denunce ricevute riguardano i maltrattamenti commessi da funzionari statali in 141 paesi, in ogni regione del mondo, compresi quelli considerati “sviluppati”.

Nonostante lo scenario politico sia radicalmente cambiato rispetto ai regimi di Terrore dell’800 o totalitari dell’ 900, ancora oggi, le categorie prese maggiormente di mira sono quelle che manifestano le proprie idee politiche o che esercitano il loro diritto alla libertà di espressione, come i gruppi di una particolare religione o altre minoranze.

Molte vittime provengono da gruppi già svantaggiati, come omosessuali o trasgender, che nonostante le continue lotte per il riconoscimento dei propri diritti, non riescono a trovare la piena considerazione e pariteticità sociale da parte della comunità.

Le donne vengono tuttora sottoposte a supplizi e vessazioni da parte di soggetti che dovrebbero proteggerle. Esse sono infatti vittime, nello specifico, di barbarie, quali gli aborti forzati, il rifiuto dell’aborto, la sterilizzazione forzata e le varie mutilazioni genitali femminili, alle quali si aggiungono altre forme di violenza che non vengono nemmeno riconosciute come reati in determinati stati.

I motivi, per cui ci si avvale della pratica della tortura, come abbiamo sottolineato precedentemente sia nei Paesi considerati sviluppati sia in quelli meno sviluppati, si basa principalmente su due ragioni principali: da un lato, l’esistenza della cultura dell’impunità che fa si che nessuno porti davanti ad una corte gli eventuali responsabili; dall’altro i governi traggono o credono di trarre beneficio dal ricorso a questa pratica.

Tra gli ostacoli che impediscono la prevenzione della tortura, l’assunzione di responsabilità e l’accesso alla giustizia, vi sono:

L’isolamento dei detenuti dal mondo esterno;

L’incapacità di alcuni PM di portare avanti con determinazione le indagini;

La paura di ritorsioni da parte di un soggetto più forte: basti pensare al timore reverenziale che può incutere una guardia carceraria e alla situazione di evidente svantaggio in cui si

trova il detenuto vittima di atti vessatori;

Mancanza di meccanismi indipendenti e finanziati adeguatamente per monitorare le denunce e indagare su presunte violazioni;

Un inappropriato “spirito corporativo” tra i funzionari statali, che comporta la copertura delle condotte abusive da parte dei colleghi;

Desaparecidos e Pinochet.

I fatti, che nel precedente capitolo sono stati narrati in merito ai soprusi subiti dalle vittime nella caserma di Bolzaneto, non sono da considerarsi come rari ed eventuali.

Un fenomeno collegato a ciò è quello dei cosiddetti Desaparecidos: persone che furono arrestate per motivi politici, o anche semplicemente accusate di avere compiuto attività “anti governative” dalla polizia dei regimi militari. Questo fenomeno si riscontrò maggiormente in varie aree del Sud America, soprattutto in Cile.

Anche in Italia tale fenomeno sussiste e prende il nome di sparizione forzata: consiste in una forma

24

di tortura per la persona scomparsa, in quanto lo scopo principale della sparizione è quello di ricavare ed estorcere informazioni da parte di dittatori o autori di colpi di Stato.

In Cile, questo fenomeno, è attribuibile al generale Augusto Pinochet il quale “fece sparire” dall’11 settembre 1973 al 10 marzo 2010, secondo un articolo del 2011 della BBC23, circa 40’000 persone, numero che purtroppo aumentò nel momento in cui fu aperta un’inchiesta da parte di una commissione, diretta da Maria Luisa Sepulveda, per portare alla luce i fatti realmente accaduti. Secondo i criteri esaminati dalla commissione, per essere riconosciuti vittime del regime dittatoriale e avere quindi diritto all’indennizzo di £157 al mese, le persone sarebbero dovute risultare:

Detenute e/o torturate per ragioni politiche da agenti statali o da persone al loro servizio; Vittime di sparizione forzata o essere state giustiziate da agenti statali o da persone al loro

servizio;

Vittime di sequestro/rapimento o vittime di tentativi di assassinio per ragioni politiche.

Nel XXI sec. le tecniche si sono sviluppate anche grazie alla diffusione della tecnologia, e sono diventate più subdole e perpetrate nel tempo.

Il dolore inferto, dalla maggior parte di queste tecniche, è molto alto al fine di provare la tenuta psico-fisica della vittima.

Come riportato nel seguente documento di Amnesty International infatti le tecniche che vengono utilizzate sono le più disparate: dalla privazione del sonno (utilizzata dai soldati americani sui prigionieri del Bagram Collection point in Afghanistan) ai pestaggi, passando per tecniche di una crudeltà inaudita quali la recisione dei tendini e l’applicazione di plastica fusa sulla schiena.

Al fine di ridurre i casi che possono poi portare alla tortura, la soluzione preventivata e proposta da Amnesty è quella di introdurre e mettere in atto delle garanzie efficaci che si suddividano in garanzie da attuare in quattro distinte fasi:

  1. http://www.bbc.com/news/world-latin-america-14584095

25

  1. Al momento dell’arresto;
  1. Durante la detenzione;
  1. Durante il procedimento giudiziario;
  1. Durante l’interrogatorio.

Uno dei punti chiave su cui l’OGN insiste particolarmente, è quello di assicurare alla giustizia chi commette tali atti e, al fine di prevenire ciò, reputa fondamentale assicurare che tutti i luoghi nei quali gli individui sono privati della libertà, siano monitorati in modo efficace e indipendente. Allo stesso modo, meccanismi efficaci di sorveglianza, dovrebbero monitorare il comportamento delle forze di sicurezza.

L’abuso di potere in Italia

La sicurezza dei cittadini italiani e di tutte le persone che vivono in Italia è garantita dalla Polizia di Stato, dai Carabinieri e dalla Guardia di Finanza, che insieme alla Polizia Penitenziaria e al Corpo Forestale costituiscono le Forze dell’Ordine24

Molte volte però accade che, proprio nei luoghi in cui dovrebbe regnare sovrano il diritto ed il rispetto di regole e norme, accadano situazioni quantomeno equivoche che portano alla luce una serie di dubbi sull’effettiva sicurezza che le forze dell’ordine possano garantire ai cittadini.

Negli ultimi anni, le pagine della cronaca nera hanno visto molti individui morire in circostanze non chiare, in seguito al fermo per stato di ubriachezza o per altri reati minori.

Tra questi vanno annoverati i casi che videro protagonisti Stefano Cucchi e Federico Aldovrandi. Nell’analisi dei singoli casi che seguirà, ci si atterrà solamente agli atti e alle sentenze già depositate, non lasciando spazio alle conseguenze create sull’opinione pubblica.

Federico Aldovrandi

Il primo caso di incertezza ed accusa di utilizzo di eccesso colposo, da parte dei membri delle forze dell’ordine, avviene la sera del 25 settembre 2005 a Ferrara, dove un giovane ragazzo di nome Federico Aldovrandi perse la vita in seguito ad una colluttazione con quattro agenti.

Il ragazzo, quella sera, stava tornando da una serata in discoteca e, stando anche ai risultati tossicologici fatti sul corpo successivamente, mostrava un evidente stato di assuefazione dovuto all’ingerimento di diverse sostanza psicotrope e un forte abuso di alcool.

La pattuglia “Alfa 3”, impegnata in un giro di perlustrazione intorno la zona di Viale Ippodromo a Ferrara, decise di fermare per un normale controllo il ragazzo.

Stando agli atti e alle parole degli agenti il ragazzo, reagì alla richiesta di controllo come un

invasato violento in evidente stato di agitazione” sostenendo inoltre di “essere stati aggrediti dallo stesso a colpi di karate e senza un motivo apparente“.

In seguito a ciò, i due agenti della mobile Alfa 3 richiesero l’intervento della pattuglia Alfa 2.

Il duro scontro tra la prima pattuglia e il giovane portò alla rottura dei due manganelli in dotazione dei poliziotti. La morte sopraggiunse dopo l’arrivo della seconda pattuglia.

  1. http://www.italiano.rai.it/articoli/la-sicurezza-e-le-forze-dell%E2%80%99ordine-in-italia/20944/default.aspx

26

All’arrivo dei soccorsi il ragazzo era riversato a terra in posizione prona, con le braccia ammanettate dietro la schiena e le ginocchia degli agenti sulla colonna vertebrale a comprimergli il torace.

Il caso destò fin da subito molti sospetti, in quanto i fatti avvennero in un luogo pubblico e le grida dovute alla colluttazione furono sentite da diversi testimoni che confermarono la versione che vede i poliziotti intenti a malmenare il giovane.

Le indagini

Le indagini furono contrastanti in quanto i periti nominati da accusa e dalla parte civile presentavano esiti esattamente agli antipodi circa la sopravvenienza della morte del ragazzo.

La prima teoria, fornita da una perizia medico legale richiesta dal PM, individua nell’eccessivo sforzo fisico dovuto alla colluttazione, nel tentativo di liberarsi e nell’alterazione respiratoria conseguente all’ingerimento di sostanze, la causa principale della morte.

Adducendo inoltre che la singola assunzione di droghe e alcool non potesse portare alla morte del ragazzo.

Tesi che non viene avvallata e condivisa dai risultati dell’indagine medico legale richiesta dalla famiglia, dai quali risulta che la morte sia stata causata da “un’anossia posturale”, dovuta alla pressione sulla schiena di uno o più poliziotti durante l’immobilizzazione.

Inoltre condivide l’idea che la quantità di droghe trovate nel corpo del ragazzo non potesse portare alla morte, ma contrasta la teoria che vede nelle droghe la causa dello stato di agitazione del ragazzo, in quanto l’effetto che le sostanze oppiacee, come l’eroina hanno sul corpo, è un effetto sedativo.

La definitiva irrilevanza di nesso tra la morte e l’assunzione di sostanze psicotrope si ha grazie alla perizia super-partes disposta durante l’indagine e affidata all’Istituto di medicina legale di Torino.

Ai quattro agenti intervenuti , Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri, viene imputato di aver:

Ecceduto i limiti dell’adempimento di un dovere;

Procrastinato la violenza dopo aver vinto la resistenza del giovane; Ritardato l’intervento dell’ambulanza.

L’iter giudiziario ebbe fine nel giugno 2012, dove la Corte di Cassazione stabilì per i quattro agenti la reclusione per mesi quarantadue (3 anni e 6 mesi) a fronte dei quarantaquattro richiesti dal PM. Agli agenti si riconobbe “L’eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi” ex art. 55 c.p.

Quando, nel commettere alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 51, 52, 53 e 54 , si eccedono colposamente i limiti stabiliti dalla legge o dall’ordine dell’Autorità ovvero imposti dalla necessità,

si applicano le disposizioni concernenti i delitti colposi, se il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo”25

  1. Art. 55, Codice Penale,Zanichelli, 2015

27

Gli agenti beneficiarono dell’indulto introdotto nel 2006 che scontò loro la pena di mesi trenta, costringendoli alla reclusione per i restanti sei mesi. L’unico agente donna condannato, Monica Segatto, beneficiò inoltre del decreto svuota carceri dell’ex ministro della Giustizia Severino, scontando, in questo modo, i restanti cinque mesi di condanna agli arresti domiciliari.

La richiesta degli altri tre agenti venne respinta.

Al termine della loro pena tre, dei quattro poliziotti ,eccetto Forlani ,furono reintegrati in servizio nel gennaio 2014 e destinati a servizi amministrativi.

La famiglia Aldovrandi venne liquidata con un risarcimento di 2’000’000 di euro, che verranno trattenuti dagli stipendi dei quattro agenti dal ministero delle entrate, per un ammontare di circa 437’000 euro ciascuno.

Stefano Cucchi

I fatti:

Roma, 15 ottobre 2009, un ragazzo 32enne che corrisponde al nome di Stefano Cucchi viene fermato, poiché colto nell’atto di cedere ad un altro soggetto una serie di confezioni trasparenti in cambio di una banconota. Successivamente viene condotto in caserma. Qua, durante la perquisizione, vengono rinvenuti addosso al ragazzo 21 grammi di hashish, tre dosi di cocaina, una pasticca di sostanza inerte e una di un medicinale.

Il ragazzo, che al momento dei fatti pesava 43 kg per 1,76 cm di altezza viene sottoposto a regime di custodia cautelare ex art. 285 CPP.

Il giorno seguente Stefano viene processato per direttissima ex art 449.2 CPP e già durante il processo si notano evidenti difficoltà nel camminare e degli ematomi intono agli occhi. Tuttavia il giudice dispone una nuova udienza da celebrare qualche settimana dopo, stabilendo inoltre la perdurata della permanenza di Cucchi in carcere a Regina Coeli.

In seguito, le condizioni fisiche iniziarono a peggiore e durante una visita all’ospedale Fatebenefratelli vengono messe a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso (inclusa una frattura della mascella), all’addome (inclusa un’emorragia alla vescica) e al torace (incluse due fratture alla colonna vertebrale).

Le condizioni del ragazzo andarono via via peggiorando fino al momento della morte sopravvenuta il 22 Ottobre 2009.

Al momento del decesso il peso era di 37 Kg.

28

Le indagini e la sentenza:

Le indagini fecero emergere che secondo alcuni testimoni oculari, rinchiusi all’interno del carcere di Regina Coeli, il detenuto Stefano Cucchi fosse stato pestato dagli agenti di polizia penitenziaria.

I familiari di Stefano, in particolare la sorella Ilaria, al fine di dimostrare ciò, decise di rendere pubbliche le foto del fratello scattate all’obitorio.

Le indagini preliminari sostennero che a causare la morte sarebbero stati i traumi conseguenti alle percosse, il digiuno e la mancata assistenza medica.

La lista degli indagati comprendeva: tre agenti di polizia penitenziari (Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Dominici) colpevoli di aver percosso ripetutamente con calci e pugni al torace, infierendo anche sul suo corpo dopo una caduta; tre medici (Aldo Fierro, Stefania Corbi e Rosita Caponnetti) colpevoli di aver fatto morire il giovane di inedia.

Nel novembre del 2009 la Procura di Roma contesta il reato di omicidio colposo ai medici dell’ospedale Pertini e di omicidio preterintenzionale agli agenti di polizia penitenziaria.

Il 30 aprile 2010 la procura di Roma contesta ai medici del Pertini, a seconda delle posizioni, il favoreggiamento, l’abbandono di incapace, l’abuso d’ufficio e il falso ideologico. Agli agenti della polizia penitenziaria vengono contestati invece lesioni e abuso di autorità.

L’iter giurisdizionale di questo caso fu fortemente criticato dall’opinione pubblica, dai familiari e dai sindacati autonomi di polizia penitenziaria, in quanto inizialmente il 31 ottobre 2014, in appello, furono assolti tutti gli imputati legati al settore sanitario. Sentenza che venne parzialmente annullata il 15 dicembre 2015 dalla Cassazione.

Nel settembre 2015 fu fatta una seconda inchiesta, al fine di stabilire la responsabilità dei carabinieri presenti all’interno delle caserme tra la sera del 15 e la mattina del 16 ottobre 2009: l’inchiesta vede l’introduzione della fattispecie di falsa testimonianza, ex art. 372 c.p, e di lesioni, ex art.582 c.p., in capo a cinque militari.

 

Riccardo Salvadori

La tortura nel caso Diaz: tra fiction e realtà

Nell’immaginario collettivo italiano, quando si pronuncia la parola Diaz, si fa riferimento alle azioni compiute dal corpo di polizia statale ai danni dei manifestanti accorsi a Genova in occasione del summit del G8 tra il 19 luglio e il 22 luglio del 2001.

In questo incontro si affrontarono tematiche inerenti la finanza, l’accesso alle tecnologie informatiche, ma l’attenzione si pose maggiormente sul bisogno di ridefinire il ruolo e gli strumenti delle Istituzioni Finanziarie Internazionali, quali la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale.

IL G8

Con la sigla G8 si intende il gruppo che riunisce gli otto paesi più industrializzati del mondo. Creato nel 1973 i paesi membri erano, inizialmente, cinque (Francia, Inghilterra, USA, Germania e Giappone).

L’idea era di riunire regolarmente i paesi più importanti economicamente per concordare insieme decisioni ed eventuali comportamenti da tenere, in seguito ad una fase finanziariamente molto difficile: si era infatti all’indomani della prima crisi petrolifera. Solo successivamente vennero integrate altre potenze:

Italia nel 1974 (Formazione del G6);

Canada nel 1975 (da quell’anno in avanti partecipò in pianta stabile anche la CEE, rappresentata dal Presidente della Commissione Europea e dal Presidente del Consiglio

Europeo);

Russia nel 1994

Il G8 è caratterizzato principalmente da due fattori: un carattere intergovernativo del processo preparatorio e la sua informalità, in quanto non dispone di un quartiere generale o di un Segretariato, né di un budget o di staff permanente. La Presidenza viene assunta ogni anno a rotazione da uno dei Paesi membri e il Paese che detiene la Presidenza in un determinato anno ha la responsabilità di organizzare il Vertice e di coprire i costi ad esso associati, nonché di proporre l’agenda di lavoro.

MOVIMENTO NO GLOBAL

primi moti di protesta ai temi trattati all’interno del G8 e alla globalizzazione dilagante nella società odierna, furono quelli del 1999 a Seattle, ove si formò, per la prima volta, l’ideologia del movimento No Global, in occasione della Conferenza ministeriale del WTO (World Trade Organization).

Il movimento, guidato da cittadini, si scaglia da una parte contro le Multinazionali, ree di condizionare le scelte dei singoli governi verso politiche non sostenibili da un punto di vista ambientale ed energetico; e dall’altra contro i processi di globalizzazione dell’economia, resi possibili dagli accordi sul commercio internazionale e dalle scelte effettuate da parlamenti e governi, riuniti in organismi quali il G8.

Il movimento presenta una struttura acefala, priva di un capo che ne detti le linee guida e che ispiri, nei membri del movimento, un potere verso un fine ultimo. Una delle maggiori critiche mosse a questa esperienza politica riguarda la mancanza di propositività, dovuta alla presunta impossibilità di coordinare le forze politiche eterogenee che lo costituiscono entro uno schema di progettualità

11

politica di lungo termine. Il movimento è, inoltre, accusato da alcuni di non possedere realismo politico e di essere ideologicamente una collezione di spinte utopiche talvolta incompatibili tra loro.

BLACK BLOC

Con il termine Black Bloc si intende un gruppo organizzato di anarco-insurrezionalisti il cui unico scopo è quello di distruggere, saccheggiare e deturpare qualsiasi effige rappresentante il capitalismo moderno. Gli obiettivi includono le costruzioni istituzionali, le banche, i negozi in franchising di società multinazionali, le stazioni di benzina e gli apparati di videosorveglianza (per esempio gli atti di vandalismo contro le banche di Genova nel 2001)

Il movimento dei Black Bloc è molto difficile da contrastare in quanto la normale prevenzione pre-organizzazioni non prevede strumenti di controllo, quali ispezioni, registro degli accessi o registro delle impronte digitali, in quanto lesivi della libertà personale.

La maggior parte dei soggetti presenti alle azioni dei Black Bloc non condividono alcun ideale a cui stanno facendo fronte: sono spinti solamente dalla volontà di saccheggiare e vandalizzare la città, puntando sull’eco mediatico che le loro azioni alzeranno.

13

Il termine Black Bloc, al contrario di quanto si possa pensare, non ha origine inglese, in quanto deriva dalla traduzione dell’espressione tedesca Schwarzer Block. Quest’espressione fu utilizzata per identificare un gruppo di attivisti che facevano parte del movimento degli Automen, i quali per rendere difficile l’identificazione da parte delle forze dell’ordine, si vestivano di nero adottando inoltre caschi integrali, passamontagna e maschere.

E’ inoltre fondamentale distinguere il termine Bloc dal termine Block.

Il primo infatti fa riferimento a una massa compatta di persone, riunite in un determinato luogo spinte da un’ideale comune. Il secondo invece indica un blocco solido di materia inanimata o l’atto del bloccare.

  1. Luca Nicola, Corriere.it, Milano 1 Maggio 2015

12

Col movimento No global, i Black Bloc, condividono alcune caratteristiche, quali la struttura acefala e l’assenza di una qualsiasi gerarchia all’interno del gruppo.

Risulta inoltre difficile catalogarli come organizzazione o gruppo, poiché privi di una sede, ideologia di base e di un organo di stampa che esponga la loro ideologia

14

15

Per avere una definizione più coerente sui Black Bloc, si citerà, qua di seguito, il parere della Corte di Cassazione di Genova, espressasi a riguardo nelle motivazioni della sentenza di secondo grado sui fatti della scuola Diaz:

«Il termine Black Bloc non individua una particolare e specifica associazione di soggetti, ma solo una tecnica di guerriglia adottata da estremisti che intendono manifestare violentemente il loro dissenso rispetto a eventi o simboli del sistema capitalista: si tratta di una tecnica sorta in Germania e utilizzata in diverse occasioni in altri stati, quale in particolare gli Stati Uniti d’America. Al di là del modus operandi che in qualche modo individua tale tecnica, l’unico elemento soggettivo che ne accomuna i fautori è l’uso di abbigliamento e di maschera neri, da cui il nome della tecnica. Ciò premesso risulta evidente che non esiste una sorta di “tipo di autore” definibile Black Bloc, e come tale individuabile senza ombra di dubbio per il solo colore dell’abbigliamento usato. In altri termini gli autori delle devastazioni e saccheggi compiuti a Genova durante il vertice G8 del 2001 erano riconoscibili come tali o perché colti nella flagranza dei relativi reati, o, secondo le ordinarie regole di valutazione della prova indiziaria, per il concorso di elementi oggettivi sintomatici della

  1. Bachschimdt Carlo Augusto, Black Block, Fandango, 2011
  1. Bachschimdt Carlo Augusto, Black Block, Fandango, 2011

13

responsabilità, fra i quali il colore nero dell’abbigliamento o il possesso di maschere nere hanno un ruolo certamente utile ma non risolutivo.» 16

I FATTI DI GENOVA

Venerdì 20 luglio

  • La zona rossa e i limiti costituzionali

Così come la maggior parte delle organizzazioni di protesta contro i grandi poteri, non furono poche le fazioni protestanti in quei giorni. Infatti, secondo una stima delle sigle sindacali, dei gruppi autonomi e delle ONG, alle manifestazioni di protesta parteciparono 700 gruppi e associazioni di diversa ispirazione e nazionalità, aderenti o fiancheggianti il Genoa Social Forum (GSF), responsabile dell’organizzazione e del coordinamento delle manifestazioni.

Mischiati tra i manifestanti pacifici erano presenti anche un nutrito gruppo di militanti europei del “blocco nero”.

Nonostante le difficoltà nell’identificare, almeno inizialmente, questi fautori violenti, durante le giornate del 20 luglio, le forze di polizia locali riuscirono a separare in 2 distinti cordoni gli esponenti del Black Bloc e i manifestanti pacifici.

L’obiettivo principale degli anarchici e dei partecipanti al blocco nero per il 20 luglio era quello di violare la zona rossa della città: questa era una zona severamente riservata, chiamata gergalmente anche Fortezza Genova, accessibile ai soli residenti attraverso un numero limitato di varchi.

Furono poste sotto controllo strade e autostrade; chiusi il porto, le stazioni ferroviarie e l’aeroporto di Genova-Sestri Ponente, dove furono installate batterie di missili terra-aria in seguito alla segnalazione da parte dei servizi segreti

del rischio di attentati per via aerea; vennero sigillati i tombini delle fognature nelle adiacenze della “zona rossa” e installate inferriate per separare le zone “rossa” e “gialla”.

Secondo il parere del GSF, l’istituzione di questa zona rossa costitutiva un’evidente limite gli art. 17 e 21 della Costituzione:

Art 17: “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi.

Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso.

Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità,

che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica”

Art 21: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”

  1. (Sentenza 38085/12 della V sezione penale della corte suprema di Cassazione, 5 Luglio 2012)

14

I due giorni che videro maggior tensione in città furono venerdì 20 e sabato 21 luglio. Teatro degli scontri principali furono la Stazione di Genova Brignole, dove un gruppo di sovversivi attaccò un cordone dei carabinieri con lancio di sassi e bottiglie molotov.

Il comportamento delle forze dell’ordine in queste situazioni suscitò diverse polemiche. In seguito ad alcune registrazioni avvenute durante il processo, emerse l’ipotesi che, forse, alcuni degli esponenti delle Tute Bianche e del Blocco Nero non fossero altro che agenti in incognito, destinati a coordinare le azioni contro i loro stessi colleghi. Queste ipotesi complottiste vennero sostenute in diverse conferenze stampa del Genoa Social Forum (GSF) tenutesi all’indomani degli scontri alla scuola Diaz il 21 luglio. Il presidente del GSF, Vittorio Agnoletto, puntò il dito direttamente contro il Presidente del Consiglio in carica all’epoca, Silvio Berlusconi, reo di aver autorizzato l’infiltrazione all’interno della scuola Diaz. 17

La morte di Carlo Giuliani

Durante gli scontri di quei giorni, tra manifestanti e corpi di polizia, l’attenzione si posò sull’uccisione del manifestante 23enne Carlo Giuliani avvenuta a causa di un’esplosione di un colpo, sparato dall’agente Mario Placanica, in piazza Alimonda.

Nelle sedi nazionali il processo andò incontro ad archiviazione nel maggio del 2003 in seguito alla pronuncia del GIP Elena Daloiso, la quale riscontrò nello scoppio del colpo, non un tentativo di uccidere o di ledere la persona, ma soltanto un tentativo di intimidire la folla che stava caricando con estintori e bastoni il Defender, su cui erano presenti l’agente Mario Placanica e altri due colleghi.

Secondo la ricostruzione dei fatti prodotta dal Gip si rilevano: “la presenza di caus[e] di giustificazione che esclud[ono] la punibilità del fatto” che prosciolgono l’agente Placanica per uso legittimo delle armi (art. 52 c.p.) oltre che per legittima difesa (art. 53 c.p.) come richiesto dal PM Silvio Franz.

La perizia, basata su un filmato, ha concluso che il colpo che ha ucciso Carlo Giuliani fosse stato sparato verso l’alto e fosse, successivamente, rimbalzato su un sasso scagliato da un altro manifestante.

La seguente ricostruzione, chiamata anche “Teoria del Sasso”, non venne accolta però dall’ONLUS “Piazza Carlo Giuliani”, promossa dagli stessi familiari del ragazzo ucciso: essi sostennero che non fosse stato il giovane agente Placanica a far esplodere il colpo, ma che il giovane carabiniere di leva si sia addossato le colpe per proteggere un altro degli agenti presenti con lui all’interno della camionetta.

In seguito, precisamente il 13 marzo 2007 la Corte Europea dei diritti dell’uomo dichiarò “ricevibile” il ricorso presentato il 18 giugno 2002 dalla famiglia Giuliani, ove si sosteneva che la morte del figlio fosse dovuta a “un uso eccessivo della forza” in violazione dell’articolo 2 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

La famiglia Giuliani decise inoltre di interpellare la Corte in merito alle violazioni dei seguenti articoli della CEDU:

Art 3: per i trattamenti inumani dovuti al fatto che, nell’immediata prossimità all’uccisione, non si sia effettuato un servizio di primo soccorso. Teoria che porta come aggravante il

  1. Min. 17:00 https://www.youtube.com/watch?v=PDC4Pb0WBrg

15

calpestamento del corpo giacente a terra da parte del mezzo (Defender) sia in marcia che in retro;

Art 6 e Art 13: rispettivamente per la mancata equità e pubblicità dell’udienza e rimedio effettivo. Le indagini svolte, che hanno portato all’assoluzione di Placanica, sono parse incomplete e con risultati contraddittori;

Art 38: mancanza di collaborazione tra le due parti del contraddittorio. L’accusa riguarda il non aver fornito alla controparte risposte complete e veritiere, mancanti di dettagli essenziali relativi alle indagini;

Art 41: risarcimento del danno e rimborso delle spese legali.

Precisamente due anni dopo il ricorso in appello da parte dei genitori della vittima, nell’agosto del 2009, i giudici di Strasburgo stabilirono che Mario Placanica agì per legittima difesa, affermando che «il militare non è ricorso a un uso eccessivo della forza. La sua è stata solo una risposta a quello che ha percepito come un reale e imminente pericolo per la sua vita e quella dei colleghi».

Questa sentenza rilevava comunque alcune carenze nel rispetto degli obblighi procedurali previsti dallo stesso articolo, in base al quale si condannava lo Stato italiano a pagare 40.000 euro ai familiari di Carlo Giuliani (15.000 euro a ciascuno dei genitori e 10.000 euro alla sorella), in quanto «le autorità italiane non hanno condotto un’inchiesta adeguata sulle circostanze della morte del giovane manifestante» e perché non fu avviata un’inchiesta per identificare «le eventuali mancanze nella pianificazione e gestione delle operazioni di ordine pubblico».

Deplorando queste mancanze la Corte ha dichiarato di trovarsi nell’impossibilità di stabilire l’esistenza di una correlazione diretta e immediata tra gli errori nella preparazione delle operazioni di ordine pubblico e la morte di Carlo Giuliani. Sia i familiari che lo stato italiano hanno fatto ricorso contro la sentenza, ricorso che è stato accolto nel marzo 2010.

In data 24 marzo 2011 la Corte ha emesso la nuova sentenza, assolvendo pienamente lo Stato Italiano, per non aver violato la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali ma criticando la gestione italiana degli scontri e l’assenza di indagini sulle mancanze del dispositivo di sicurezza della conferenza.

Sabato 21 Luglio: l’assalto alla scuola Diaz

L’incursione all’interno della scuola Diaz fu decisa in seguito alle segnalazioni da parte di alcune pattuglie mobili, le quali sospettavano che, all’interno del complesso scolastico, fossero presenti alcuni esponenti dei Black Bloc.

Intorno alle ore 21.00 di sabato 21 luglio, in seguito alle segnalazioni dei cittadini di uno spostamento dei cassonetti con lo scopo di bloccare la strada adiacente la scuola, quattro pattuglie intervennero per controllare la situazione. Alla vista della squadra mobile della polizia, stando ai referti di questa, sarebbe iniziata una sassaiola contro le macchine. La reazione fu usata come pretesto perché venisse autorizzata una perquisizione all’interno della scuola, programmata per la sera stessa.

Secondo il referto mostrato dal vicequestore Massimiliano Di Bernardini, in servizio alla squadra mobile di Roma e in quei giorni aggregato a Genova, dopo aver transitato “a passo d’uomo“, a causa di alcune vetture presenti nella strada molto stretta, il corpo di polizia notò che il cortile della scuola e i marciapiedi “erano occupati da un nutrito gruppo, circa 200 persone, molti dei quali indossavano capi di abbigliamento di color nero, simile a quello tipicamente usato dai gruppi definiti Black Bloc” e che questi stessero facendo il tiro a bersaglio con “un folto lancio di oggetti

16

e pietre contro il contingente, cercando di assalire le autovetture”, le quali riuscirono ad allontanarsi, nonostante la folla li inseguisse, “azionando anche i segnali di emergenza”.

Le dinamiche antecedenti all’assalto furono tanto dibattute da mettere persino in dubbio l’effettiva legittimità del motivo addotto all’irruzione: la perquisizione locale, secondo le disposizioni dell’art.250 del c.p.p., dovrebbe essere prevista quando “vi è il fondato motivo trovare oggetto del reato o cose pertinenti al reato”. Il verbale della polizia parlò di una “perquisizione” poiché si sospettava la presenza di individui simpatizzanti dei Black Bloc; tuttavia resta senza motivazione ufficiale l’uso della tenuta antisommossa per effettuare una semplice “perquisizione”. L’irruzione, secondo i dati ufficiali emersi in seguito ai processi, è da stimarsi intorno alle 23.59 circa. Le forze dell’ordine impiegate per l’irruzione furono ingenti, identificabili intorno alle 500 persone, destinate a fronteggiare 93 persone presenti all’interno delle scuole Diaz e Pascoli. Tutti gli occupanti furono arrestati, di cui buona parte anche malmenata, sebbene non avesse opposto alcuna resistenza.

I giornalisti accorsi nei pressi della scuola Diaz videro decine di persone portate fuori in barella. Tuttavia la portavoce della questura dichiarò, in una conferenza stampa tenutasi poco dopo l’evento, che 63 tra questi avevano pregresse ferite e contusioni. Inoltre mostrò del materiale indicato come sequestrato all’interno dell’edificio: le immagini mostrarono la presenza di coltelli multiuso, sbarre metalliche e attrezzi che solo successivamente si rivelarono provenire dal cantiere allestito per la ristrutturazione della scuola, e due bombe molotov. Riguardo quest’ultime, solo in un secondo momento, si scoprirà essere state sequestrate in tutt’altro luogo e portate all’interno dell’edificio dalle stesse forze dell’ordine al fine di creare false prove: ciò è stato dimostrato in un video dell’emittente locale, visionato un anno dopo i fatti, ove si notò il sacchetto contenente le molotov in mano ai funzionari di polizia posti davanti alla scuola.

Successivamente si scoprì che a nessuno dei fermati venne comunicato di essere in stato di arresto e dell’eventuale accusa posta nei loro riguardi, tanto che molti di loro scoprirono solo in ospedale, di essere stati arrestati per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio, di resistenza aggravata e di detenzione di armi in ambiente chiuso, quest’ultimo usato anche per giustificare l’arresto in massa senza mandato di cattura.18

  1. Calandri, M. (2002, Agosto 2). Tratto da http://www.repubblica.it/online/politica/genovagente/video/video.html

17

DIAZ: DON’T CLEAN UP THIS BLOOD

Il film del 2012 del regista Daniele Vicari è incentrato sugli avvenimenti del G8 di Genova, in particolare sui fatti avvenuti la sera del 21 luglio 2001 all’interno della scuola Diaz. Il regista affronta un tema difficile restando, però, neutrale perché è solo attraverso i fatti che lo spettatore potrà poi, individualmente, crearsi il suo giudizio e, per far si che ciò accada, l’autore narra il susseguirsi degli eventi di quelle ore sia dal punto di vista dei Black Bloc che delle forze dell’ordine.

Una delle caratteristiche principali del film è manifestata dall’assenza di un personaggio principale L’assenza di un personaggio principale è utile per far capire come l’intera storia non preveda la responsabilità di un singolo ma delle intere fazioni in gioco.

Il film alterna immagini di fiction e documenti reali dei fatti mantenendo, grazie al montaggio, la fluidità del film ponendo l’attenzione su particolari scene:

Il film inizia con la cinepresa che segue il percorso di avvicinamento di alcuni personaggi che si ritroveranno all’interno della Scuola Diaz il 20 luglio 2001, uno dei tanti luoghi messi a disposizione dal Genova Social Forum per far dormire parte delle migliaia di manifestanti arrivati da tutto il mondo.

Tra le prime scene del film ritroviamo due immagini che segneranno un punto di svolta sia all’interno della fiction sia nella realtà dei fatti avvenuti in quel famoso pomeriggio: da una parte il ritrovamento delle due molotov, in seguito utilizzate come falsa prova di rinvenimento da parte del corpo di polizia; dall’altra il lancio di una bottiglia di vetro vuota da parte di un manifestante (rappresentata anche successivamente al minuto 61 ma dalla prospettiva dell’abitacolo interno della vettura andata in sopralluogo alla scuola). La sequenza viene rappresentata con la tecnica dello slow-motion, e l’obiettivo del regista è enfatizzare, in questo modo, la sproporzione tra un atto “innocuo”, in quanto la bottiglia si infranse sul marciapiede, e l’uso della forza da parte della polizia avvenuto all’interno della scuola, utilizzando il pretesto citato poc’anzi. Scena che nella realtà avvenne alle ore 21.00 del 21 luglio, nel film viene rappresentata in pieno giorno.

Durante le scene successive il regista cerca di attirare l’attenzione dello spettatore sottolineando, attraverso una serie di immagini, la presenza, tra manifestanti, di individui pacifici da un lato e i militanti dei Black Bloc dall’altro.

Poco dopo la cinepresa si sposta sulla zona mensa della caserma delle forze dell’ordine, le quali vengono informate dell’irruzione che sarebbe avvenuta la sera stessa.

Le scene rappresentate intorno al minuto 40 sono un assemblaggio di documenti reali recuperati dal regista per la produzione di questo film: le riprese raffigurano l’ingresso della polizia, in tenuta da celerini, all’interno della scuola; irruzione avvenuta sfondando il cancello del cortile con una macchina blindata.

Le scene successive, in particolare quelle che vanno dal min. 45 al 55, puntano ad enfatizzare le violenze perpetrate dalle forze di polizia contro le persone stanziate nelle palestre e nei corridoi della scuola. L’efferatezza dell’azione emerge nelle scene in cui gli agenti, noncuranti della resa dei ragazzi, i quali, nel momento in cui si resero conto dell’irruzione, alzarono le braccia, rimanendo immobili, hanno continuato a percuoterli, fino a quando non ricevettero l’ordine, da parte del capo della polizia, di abbandonare l’edificio.

Una delle scene più importanti, se non la fondamentale, è quella messa in atto al minuto 63, in quanto rappresenta l’anello di congiunzione tra il momento dell’assalto e quello dell’irruzione. L’attenzione, in questa scena è incentrata attorno a coloro i quali autorizzarono il sopralluogo al complesso scolastico la notte del 21 Luglio, additando come motivo straordinario della perquisizione notturna, l’art. 41 TULPS (Testo Unico Leggi di Pubblica Sicurezza). La scena vede coinvolti diversi attori che impersonificano i seguenti personaggi presenti quella sera:

18

Arnaldo La Barbera, il Prefetto, capo dell’UCIGOS, che dispose l’azione verso la

scuola Diaz;

Francesco Gratteri, capo dell’anticrimine;

Spartaco Mortola, dirigente della DIGOS di Genova

Ansoino Andreassi, vice capo della polizia all’epoca del G8

Tutti i soggetti citati precedentemente indicarono, come motivo straordinario della perquisizione notturna, l’art 41 dux del TULPS ( Testo Unico Leggi di Pubblica Sicurezza) il quale:

consente agli ufficiali e gli agenti della polizia giudiziaria, che abbiano notizia, anche se per indizio, della esistenza, in qualsiasi locale pubblico o privato o in qualsiasi abitazione, di armi, munizioni o materie esplodenti, non denunciate o non consegnate o comunque abusivamente detenute, di procedere immediatamente a perquisizione e sequestro”19

La differenza sostanziale tra il testo scritto e la manipolazione che viene effettuata all’interno della pellicola, risiede nel fatto che il capo dell’UCIGOS disponga l’azione basandosi su questi elementi :

Urgenza dell’intervento;

Rischio che si ripeta la situazione profilata durante il sopralluogo delle 21 davanti alla

scuola;

Presunzione fondata che all’interno del complesso si possano trovare armi

Seguendo sempre la cronistoria del film, una scena che raffigura un avvenimento centrale in questo fatto di cronaca è rappresentato dalla telefonata del capo dell’anticrimine ad un agente del carcere di Bolzaneto, il quale era incaricato di preparare una serie di certificati precompilati, ove venivano individuate delle ferite pregresse alle violenze di quella sera. Questa azione fu un tentativo di oscurantismo delle azioni fatte, al fine di far credere all’opinione pubblica che i manifestanti fossero già in quello stato prima del raid notturno.

Nella realtà questa versione fu smentita, in quanto il sangue trovato su pareti, termosifoni e parquet non poteva che essere sangue fresco; insieme di prove che facero emergere la responsabilità degli agenti di polizia penitenziaria della caserma, che avrebbero poi dovuto rispondere, in base all’ art. 476 C.P., di Falso in atto pubblico.20

Riponendo l’attenzione sulle ultime scene del film, precisamente al 94° minuto, la cinepresa riprende la scena in cui una detenuta richiede l’intervento da parte di un dottore ad un agente della polizia penitenziaria, il quale però, invece di chiamare il medico richiesto, inviti la ragazza a rimanere in piedi, con la faccia contro il muro e successivamente la accompagni in una sala della caserma, nella quale si trova un altro agente che inizia a schernirla, intonando una canzone “Manganello, manganello che rischiari il tuo cervello, mai la falce ed il martello su di te trionferà!”. Procedendo, in seguito, alla svestizione della ragazza di fronte a cinque agenti.

  1. Art. 41.2 TULPS
  1. Art. 476 Codice Penale, Art. 476 Falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici:

Il pubblico ufficiale, che, nell’esercizio delle sue funzioni, forma, in tutto o in parte, un atto falso o altera un atto vero, è punito con la reclusione da uno a sei anni.

Se la falsità concerne un atto o parte di un atto, che faccia fede fino a querela di falso, la reclusione è da tre a dieci anni.”

19

Le scene successive raffigurano il ritorno di alcuni manifestanti alla scuola Diaz, riusciti a sfuggire al raid dei corpi di polizia, i quali osservano i resti di ciò che è rimasto attoniti e sconcertati. Tra questi l’attenzione si sofferma su una ragazza, la quale raccoglie un foglio, sul quale scriverà poi la frase che farà da occhiello al film “Don’t clean up this blood”, come invito a non dimenticare gli orrori avvenuti.

Il film si conclude con la scarcerazione, dopo tre giorni dal carcere di Voghera, dei sessanta manifestanti, i quali vengono condotti alla frontiera con un decreto di espulsione dal nostro paese. In ultima battuta vengono riportate le conseguenze che tale irruzione comportò:

Delle trecento persone coinvolte nel Raid alla Diaz, solo ventinove furono identificate e

processate;

La Corte di Appello di Genova condannò ventisette persone per falso in atto pubblico e nove

per lesioni;

quarantacinque tra poliziotti, membri dello staff medico e guardie penitenziari furono

imputati per atti di violenza avvenuti nella caserma di Bolzaneto;

quarantaquattro di essi furono condannati per Abuso d’ufficio, Abuso d’autorità e per abuso

di violenza nei confronti dei detenuti;

Il parlamento italiano ha rifiutato due volte di istituire una commissione parlamentare

d’inchiesta, durante l’attesa del verdetto.

Nessuno, tra gli indagati, è stato sospeso dal servizio.

 

Riccardo Salvadori