Quasi (DEF)initivo

Il governo ha ufficializzato il Documento di Economia e Finanza (DEF) con cui si ripromette l’abrogazione della legge Fornero, l’introduzione della cd. flat tax e, sopratutto, il reddito di cittadinanza. Nonostante le critiche da parte dell’Unione Europea il governo italiano non ha fatto passi indietro ma è andato fino in fondo. Il governo giallo-verde sta cercando di mantenere le promesse della campagna elettorale con non poche difficoltà.

Tra le misure scritte nel testo del DEF restano notevoli dubbi: riguardo il reddito di cittadinanza, ad esempio, rimangono ancora da definire quali saranno i requisiti per usufruirne (l’importo dovrebbe essere di 780€ al mese per 3 anni: nel caso in cui l’utente dovesse rifiutare 3 proposte di lavoro, esso non avrebbe più diritto al reddito). Questa proposta è stata una battaglia del Movimento 5 Stelle: se andrà in porto, il reddito di cittadinanza sostituirà l’attuale reddito d’inclusione. Riguardo poi l’abrogazione della legge Fornero si prevede l’introduzione della cd. quota 100. Un’ulteriore novità è il collegamento tra reddito di cittadinanza e sistema pensionistico: con esso infatti si prevede l’innalzamento delle pensioni minime da 450€ a 780€. In questi giorni il DEF dovrà essere approvato dal parlamento.

 

Valerio Del Signore

Esclusione di un fratello dal testamento

I fratelli rientrano tra le categorie di soggetti che possono essere esclusi dalla successione mediante una dichiarazione di esclusione contenuta all’interno di un testamento. Si tratta di una dichiarazione unilaterale posta in essere dal testatore, con la quale si intende privare il fratello di lasciti ereditari. Una parte della dottrina ha sollevato parecchi dubbi circa la possibilità di porre in essere un tipo di disposizione simile, in base al principio secondo il quale analizzando il contenuto dell’art. 587 c.c. relativo al testamento, pur ammettendo la possibilità che possa contenere disposizioni di carattere non patrimoniale, non sembrerebbe ammettere delle disposizioni di tipo negativo come appunto l’esclusione di un fratello. Quindi le uniche disposizioni possibili, oltre a quelle non patrimoniali, sarebbero le istituzioni di erede e legatario.

Altra parte della dottrina, ha previsto una visione meno restrittiva e pessimistica relativamente a tale punto: tale filone giurisprudenziale, infatti, pur mantenendo salvo il principio sancito dall’articolo del codice analizzato in precedenza, ammette la possibilità che un testamento possa contenere una disposizione negativa come l’esclusione di un fratello, purché siano presenti nella medesima scheda testamentaria anche disposizioni a contenuto prettamente patrimoniale. Dunque non si ammetterebbe un testamento fatto solo di esclusioni, ma sarebbe possibile un testamento con esclusioni, alternate ad altre disposizioni a contenuto patrimoniale.

L’orientamento più moderno e sicuramente prevalente, invece, partendo dal principio di totale libertà del testatore, non esclude a priori in nessun caso una disposizione come l’esclusione: il fondamento di tale filone giurisprudenziale, parte dal principio secondo il quale il termine “disporre” contenuto nell’art. 587 c.c. debba essere inteso non solo con il significato di gestire il proprio patrimonio, ma anche con il senso più ampio di “regolare” tutti gli aspetti di tipo patrimoniale, che ruotano intorno al de cuius, nel loro complesso. Dunque, pur sottolineando l’esigenza che il testamento abbia contenuto patrimoniale, non si ritiene necessario che le singole disposizioni al suo interno debbano necessariamente avere carattere attributivo. La Suprema Corte, sul punto in esame, ha sottolineato il fatto che una disposizione come l’esclusione di un fratello non può essere considerata attributiva in senso tecnico, ma comunque produce indirettamente degli effetti di natura patrimoniale: basti pensare alle conseguenze di una simile disposizione, vale a dire le eventuali ipotesi di rappresentazione dei discendenti o di accrescimento delle quote degli altri soggetti chiamati. A proposito del fenomeno della rappresentazione, salvo diversa disposizione da parte del testatore, non può ritenersi che l’atto con il quale si escluda un soggetto dal testamento, possa estendersi anche ai suoi discendenti, in quanto si tratterebbe di un atto di natura personale.

 

Dott. Marcello Cecchino

Verità “Sulla mia pelle”

Da quando il film “Sulla mia pelle” è stato presentato a Venezia, la cronaca nazionale e le riviste di settore hanno speso encomi per la magistrale interpretazione del protagonista Alessandro Borghi e per la regia di Alessio Cremonini. Per spirito d’informazione, sempre tali riviste si sono sentite in dovere, legittimo, di fornire una rappresentazione (quantomeno sommaria) dei fatti accaduti quella sera. Noi, come rivista che intende analizzare gli aspetti più puramente di diritto e attinenti alla realtà dei fatti, così come rappresentata dagli atti processuali, non possiamo basarci sulla cronaca dei rotocalchi ed ancor più non possiamo, e non dobbiamo, indirizzare il lettore ad un’unica lettura della realtà conforme al nostro pensiero personale. Il fine di questo articolo è fornire al lettore gli elementi necessari per distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato secondo la propria visione della giustizia, tenendo sempre presente i principi di diritto positivi e naturali. Con queste doverose premesse, si procederà ad una comparazione dei fatti di quella notte così come raccontati nella pellicola, con quelli fornitici dagli atti processuali.

I FATTI

Roma, 15 ottobre 2009, un ragazzo 32enne che corrisponde al nome di Stefano Cucchi viene fermato, colto nell’atto di cedere ad un altro soggetto una serie di confezioni trasparenti in cambio di una banconota. Successivamente viene condotto in caserma. Durante la perquisizione vengono rinvenuti addosso al ragazzo 21 grammi di hashish, tre dosi di cocaina, una pasticca di sostanza inerte e una di un medicinale.
Il ragazzo, che al momento dei fatti pesava 43 kg per 1,62 cm di altezza viene sottoposto a regime di custodia cautelare.
Il giorno seguente Stefano viene processato per direttissima e accusato di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. L’imputato, secondo quanto emerge da una registrazione dell’udienza, si dichiara innocente per il capo d’accusa di “spaccio” e si dichiara colpevole per l’addebito di “detenzione”, specificandone l’uso personale. Già durante l’udienza appaiono evidenti delle ecchimosi sul viso e difficoltà nel parlare.

Tuttavia il giudice dispone il rinvio a giudizio, fissando l’udienza per il 13 novembre 2009, stabilendo inoltre la perdurata della permanenza di Cucchi nel carcere di Regina Coeli, carcere che, a differenza di Re Bibbia, viene utilizzato per le misure cautelari.
A seguito del trasporto nella struttura carceraria, le condizioni fisiche iniziano a peggiorare e durante una visita all’ospedale Fatebenefratelli vengono  messe a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso (inclusa una frattura della mascella), all’addome (inclusa un’emorragia alla vescica) e al torace (incluse due fratture alla colonna vertebrale).
Le condizioni di Stefano si aggravarono in maniera molto celere, peggioramento che obbliga il trasporto alla struttura medico-carceraria Sandro Pertini il 17 ottobre.
Stefano Cucchi muore il 22 ottobre 2009, al momento del decesso il ragazzo pesa 27 kg.

L’obiettivo del regista è quello di focalizzare l’attenzione dello spettatore sull’ultima settimana di vita del Cucchi, ultima settimana che corrisponde alla sua incarcerazione, la scena saliente attorno alla quale ruota lo svolgimento del film si rinviene quando, immediatamente dopo l’arresto e la perquisizione a casa dei genitori, il Cucchi viene condotto in una stanza all’interno della caserma. Ciò che avviene all’interno di questa stanza è volontariamente omesso dal regista, il quale si limita ad un fermo immagine di un paio di secondi con l’intento di indurre lo spettatore a pensare che sia successo qualcosa all’interno, tuttavia la totale assenza di audio non mira ad indirizzare colui che guarda ad un’unica conclusione. Conclusione che si trae però nel fotogramma successivo in cui un primo piano al volto dell’attore Alessandro Borghi fa emergere la presenza di evidenti lividi sul viso e nelle scene successive si noterà come essi non siano gli unici, essendo inoltre presenti lividi nella zona addominale e lombare. Da lì in avanti, viene seguito tappa per tappa il movimento dell’imputato attraverso le varie strutture, sia mediche che carcerarie fino al fatale esito.

Il film si propone come un documentario e non come una rappresentazione soggettiva di quanto avvenuto in quei giorni, lo stesso regista e gli sceneggiatori hanno spulciato più di 10.000 pagine di verbali per rendere il più possibile reale ed attinente alla realtà il lungometraggio. Il protagonista, Alessandro Borghi, in una dichiarazione rilasciata a Netflix, piattaforma multimediale sulla quale il film è stato distribuito, ha apertamente dichiarato che l’intento del film è quello di far si che ognuno “riesca a farsi un’idea con i mezzi e gli strumenti che sono stati messi a disposizione”. Il racconto del reale non costringe nessuno a prendere una posizione, perché non vi sono due teorie opposte, non vi è un racconto in prima persona da parte della vittima o da parte delle guardie. Il film è una ricostruzione di eventi così come emersi dagli atti processuali, atti che in uno stato di diritto quantomeno dovrebbero rappresentare la cosa più vicina alla realtà dei fatti.

ghbmhnjLE INDAGINI E LA RESPONSABILITA

Ad oggi, a quasi nove anni dalla scomparsa di Stefano Cucchi, il processo per far luce sulle reali cause della morte di Stefano, non è ancora arrivato a conclusione. L’iter legale ha visto emergere dapprima una responsabilità delle guardie carcerarie, accusate di omicidio preterintenzionale e successivamente quella di omicidio colposo, falso ideologico, abuso d’ufficio e abbandono di incapace ai medici dell’ospedale Sandro Pertini. Il primo processo si concluse nel 2015 con il parziale annullamento della sentenza di appello, che aveva visto l’assoluzione dell’equipe medica, assolvendo per ogni capo di accusa gli agenti di polizia penitenziaria. Venne successivamente aperte una seconda inchiesta per fare ulteriore chiarezza sui reali interpreti intervenuti la note tra il 15 e il 16 ottobre, l’inchiesta portò all’iscrizione nel registro degli indagati di militari all’epoca presenti all’interno della caserma con l’accusa di favoreggiamento e falsa testimonianza. Il 10 luglio 2017 i cinque militari sono stati rinviati a giudizio per omicidio preterintenzionale, calunnia e falso in atto pubblico.

Aldilà di ogni commento in merito alla vicenda, la cosa più importante che bisogna andare ad analizzare in queste situazioni qua è come, nonostante l’art. 27 comma 2 e 3 della Costituzione reciti che “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” la condizione mediatica di colui che per la prima volta attraversa le porte del carcere è irrimediabilmente irreversibile. Nell’opinione pubblica e soprattutto all’interno delle strutture carcerarie, il pregiudizio nei confronti delle persone in attesa di giudizio è pari a quello delle persone che stanno scontando la pena, senza alcuna distinzione tra le due figure, ma ponendoli entrambi sullo stesso piano, senza aspettare che la giustizia faccia il suo corso e si pronunci sulla colpevolezza o meno di una persona. Un altro aspetto che molto spesso non viene adeguatamente considerato è quello della funzione rieducativa della pena. Il nostro sistema carcerario non mira ad infliggere una pena detentiva fine a sé stessa al detenuto ma a rieducarlo con una serie di interventi in tal guisa volti al suo reinserimento nella società al termine del periodo di detenzione. L’Italia da questo punto di vista, anche per colpa di numerosi problemi all’interno degli istituti rieducativi, si attesta come uno dei paesi in cui vi è il più alto indice di omicidi e morti per suicidio nelle proprie strutture, sia per i marchiani problemi interni di convivenza sia per la mancanza di un a prospettiva di futuro per le persone che hanno terminato il loro percorso rieducativo, basti pensare che il 67 % delle persone che esce dalle strutture dello Stato, nell’arco di 36 mesi ci ritorna. (Fonte Amnesty International)

La condizione di necessità di un essere umano deve andare aldilà del pregiudizio e dal passato che uno porta con sé, purtroppo un ragionamento del genere è quantomeno raro, probabilmente non solo in Italia, ma anche in altri luoghi. Colui che, a seguito del fallimento delle misure alternative proposte dalla società (cliniche, case di cura, SERT), si ritrovi ancora vittima della tossicodipendenza, per sopravvivere ahimè ha dinnanzi una sola strada, quello dello spaccio.

Il compito di una struttura statale è quello di garantire sicurezza, di garantire l’applicazione trasparente delle regole di condotta, di garantire che una persona entri viva e nella peggiore delle ipotesi esca tale, senza aver paura che una persona, versante in evidente stato di difficoltà, trovi la morte là dove dovrebbe esserci la certezza che non può succedere nulla, nel posto più di tutti adibito alla sicurezza della persona e della società. In uno stato di diritto l’unico figura eletta a giudicare i crimini delle persone è il giudice, ed è l ’unico al quale spetta il potere di infliggere pene e sanzioni, ma nemmeno ad egli spetta lo Ius vitae ac necis sulla persona, nessuno può giudicare se una persona è meritevole o meno di vivere, se essa possa essere considerata una risorsa o un peso per la comunità. Il cameratismo, l’abuso di potere, l’omertà tra colleghi, la menzogna, l’insabbiamento di notizie e la manipolazione della verità sono dei crimini imperdonabili, specie se compiuti da una pubblica autorità. I processi faranno luce su queste terribili accuse e porteranno la giustizia e la verità alla famiglia Cucchi e ai cittadini italiani.

 

Riccardo Salvadori

Salvini determinato nella creazione di un partito unico di Centrodestra.

Il ministro dell’interno, Matteo Salvini pensa al futuro e, data la crescita della sua popolarità nei sondaggi, dopo il 5 settembre intende fondare un unico partito di centrodestra. Sarebbe una vera rivoluzionerei il Centrodestra italiano ma i dubbi rimangono: secondo alcuni esperti di politica, Matteo Salvini starebbe pensando di andare ad elezioni anticipate per diventare leader indiscusso del Centrodestra. Bisognerà attendere come tutto ciò riesca a coniugarsi con i pareri di Berlusconi, Tajani e Toti.

 

Valerio Del Signore

BERLUSCONI LANCIA L’ALTRA ITALIA

Lo scorso 26 luglio, alla convention di Forza Italia, Silvio Berlusconi è tornato a parlare dopo alcuni mesi di silenzio ed ha ribadito l’opposizione dura al governo Conte; in seguito ha lanciato un nuovo movimento chiamato L’altra Italia. Il Cavaliere l’ha definito come quel movimento di tutti i moderati che non si riconoscono nel governo giallo-verde. A tale convention tuttavia non è parso immediato il ruolo del leader di tale nuovo movimento: Berlusconi, ormai in età avanzata, potrebbe cedere il passo ad una figura leggermente meno datata del Cavaliere stesso ossia Antonio Tajani. Si formeranno sicuramente nuove alleanze a causa dell’eccessivo malcontento, non si preannunciano semplici le prossime settimane.

 

Valerio Del Signore

Il piccolo imprenditore

L’art 2083 c.c. mette in evidenza la figura di piccolo imprenditore, una speciale figura che andrebbe sottratta al rigore negativo della disciplina relativa alla fattispecie di imprenditore generale. La definizione proposta dal codice non è unitaria, ma appare frammentata in quattro distinte categorie, secondo un elenco tassativo che presenta degli elementi di interesse: le prime tre categorie, infatti, sono imprenditori istituzionali (coltivatori diretti, piccoli commercianti e artigiani) la quarta, invece, comprende un tipo di attività imprenditoriale non ben definita, infatti vi rientra qualunque imprenditore che eserciti la propria attività prevalentemente con il lavoro proprio e con quello dei membri della sua famiglia.

L’analisi corretta dal punto di vista letterale, da dare a tale disposizione è quella secondo la quale, per imprenditore piccolo si intenda un soggetto appartenente ad una delle quattro categorie sopra citate, che devono essere considerate assolutamente indipendenti l’una dall’altra, in quanto essendo un elenco tassativo, non si richiede che il soggetto debba essere in possesso di più di una peculiarità facente parte le singole categorie esposte.

Secondo un’altra lettura, invece, il piccolo imprenditore deve necessariamente essere contraddistinto dal fatto che eserciti una attività con il proprio lavoro e con quello dei membri della propria famiglia. Assistiamo quindi al venir meno del significato proprio dell’elenco tassativo, che si ricava analizzando letteralmente la norma del Codice, in favore di una interpretazione che ritiene l’ultimo punto di tale elenco (quello relativo al lavoro proprio e familiare) come elemento essenziale affinchè si possa qualificare un imprenditore come piccolo, e gli altri tre punti, come possibile attività esercitabile tenendo presente le peculiarità del punto quattro.

Questo tipo di lettura, assolutamente fuorviante e priva di un reale fondamento dal punto di vista giurisprudenziale, si giustifica tenendo in considerazione il principio secondo il quale, le tre categorie nominate, sono prive di una reale definizione all’interno dell’ordinamento. Per quanto riguarda il coltivatore diretto del fondo, la definizione adeguata è desumibile da un’altra norma del codice (art. 1647), per il piccolo commerciante vi è un assoluto silenzio delle norme, per quanto riguarda l’artigiano vi è solo una normativa speciale di riferimento che non pochi problemi ha creato all’interprete di diritto: infatti, in questo caso, partendo dal principio secondo il quale gli imprenditori possono essere distinti in due categorie, commerciale e agricolo, appare molto complicato stabilire con certezza a quale categoria possa appartenere un artigiano. Partendo dal presupposto che non possiede le peculiarità per poter essere considerato un imprenditore agricolo, per ovvi motivi; non potrebbe neppure essere considerato commerciale, poiché la sua attività sarebbe priva del requisito necessario per poter appartenere a tale categoria, vale a dire l’industrialità.

Partendo da tali problematiche interpretative e da tali lacune normative, l’opinione più diffusa relativamente a quella del piccolo imprenditore è quella di andare oltre l’elencazione tassativa, in favore di una visione unitaria della figura, con la prevalenza del lavoro personale e dei familiari, considerata come elemento essenziale.

Dott. Marcello Cecchino

Globalizzazione e Made in Italy: il distretto biellese

Nell’età dell’oro della lana, la provincia piemontese metteva in mostra la sua opulenza, oggi che i redditi pro capite rimangono tra i più alti d’Italia solo per i patrimoni familiari accumulati fino agli anni novanta, gli ampi spazi vuoti e le abitazioni in vendita per poche decine di migliaia di euro restituiscono un’immagine da fin d’époque che è arrivata in sordina, senza boati e senza l’acclamazione della stampa come invece è stato per altre zone.

Fu proprio in questo territorio che per la prima volta si ebbe una regolamentazione delle produzioni laniere con degli Statuti fin dal 1245. Produzioni che si mantennero stabili e anzi crebbero, costringendo nel 1582 l’allora Duca di Savoia Carlo Emanuele a censire, per fini fiscali, tutti gli artefici, i mercanti e i loro dipendenti, in un documento di particolare interesse: il Consegnamento di Mosso. Dall’analisi delle dichiarazioni dei capifamiglia risulta evidente come l’intera comunità di Mosso fosse impegnata nelle lavorazioni laniere. Il comune aveva all’epoca una popolazione di circa 3500 abitanti. La trasformazione avvenne all’inizio dell’Ottocento, favorita dall’introduzione delle prime macchine tessili e in particolare dei filatoi automatici, detti mule, a opera di Pietro Sella (1784-1827), presto imitato dalla maggior parte dei principali imprenditori lanieri che in un primo tempo avevano inutilmente tentato di opporsi a tale innovazione. L’industria laniera nel Biellese si sviluppa, lungo tutto il Novecento, grazie anche al continuo miglioramento qualitativo, superando alternanti periodi di difficoltà e raddoppiando, nell’arco di mezzo secolo, la propria capacità produttiva. I telai passano infatti dai 3000 censiti nel 1900 ai 6700 del 1952, corrispondenti al 72,4% di quelli attivi in Piemonte ed al 30,4% di quelli esistenti in Italia.1

L’importanza di questa zona industriale per il nostro Paese e per l’Europa non si può ridurre ad un discorso meramente economico e di numeri. Di fondamentale rilevanza storica fu infatti il “Patto della Montagna”, siglato a Biella, nel 1944, da imprenditori, sindacati e partigiani. Il Patto si prefissava di mantenere attive le fabbriche tessili e migliorare le condizioni di lavoro, affermando parità retributiva a parità di lavoro anche durante il difficile momento dell’occupazione. Una conquista che diverrà nazionale ed europea solo negli anni Sessanta. Allora si cercava di uscire da una guerra devastante che aveva lasciato un continente, l’Europa, e il nostro Paese, in ginocchio. Quel patto, quasi un anno prima della fine del conflitto – quindi siglato ancora sotto l’occupazione nazifascista – diventava una sfida, assumeva un valore simbolico e poneva le basi per la ricostruzione.2
Negli anni 60 la città era divenuta la capitale mondiale della lana grazie a un know how antico: i primi statuti per regolare l’attività tessile risalgono alla metà del duecento e le prime tracce della lavorazione della lana addirittura all’età preromana. Oggi che quella stagione è agli sgoccioli, Biella vive una crisi d’identità, come se non riuscisse a farsi una ragione del tramonto della “città-fabbrica” e di quella monocultura industriale che l’ha contraddistinta in Italia, permettendole con 1.870 aziende e 50mila operai negli anni del boom economico, di dare un’opportunità a numerose famiglie, gran parte dei quali arrivati dal Veneto e dal sud Italia.3 L’idea pionieristica della città fabbrica è da attribuire ad una delle mente più brillanti dell’Italia del primo 900, l’ing. Adriano Olivetti, nativo di Ivrea che al di là dei risultati conseguiti come imprenditore riuscì a lasciare un’impronta significativa nel modo di fare fabbrica. La dicotomia che vedeva solamente l’idea capitalistica di fabbrica gli andava stretta, Adriano Olivetti riuscì a creare nel secondo dopoguerra italiano un’esperienza di fabbrica nuova ed unica al mondo in cui l’organizzazione del lavoro comprendeva un’idea di felicità collettiva che generava efficienza. Gli operai vivevano in condizioni migliori rispetto alle altre grandi fabbriche italiane: ricevevano salari più alti, vi erano asili e abitazioni vicino alla fabbrica che rispettavano la bellezza dell’ambiente, i dipendenti godevano di convenzioni. Anche all’interno della fabbrica l’ambiente era diverso: durante le pause i dipendenti potevano servirsi delle biblioteche, in quanto l’ingegnere credeva nelle capacità dei propri dipendenti e credeva anche che consentendo loro di migliorarsi, loro in primis ma anche la fabbrica ne avrebbe beneficiato; seguire dibattiti con ospiti direttamente invitati a tenere conferenze e interventi in azienda, e non c’era una divisione netta tra ingegneri e operai, in modo che conoscenze e competenze fossero alla portata di tutti.4

Oggigiorno, ci si pone davanti una situazione non rosea del Biellese, i numeri appaiono impietosii e le percentuali di disoccupazione e di chiusura delle fabbriche non consolano. Ci troviamo di fronte ad una crisi che sta minando profondamente il contesto socioeconomico e mettendo a rischio il futuro del territorio. Gli occupati dell’industria tessile oggi sono 11.300, con una flessione di oltre il 40% rispetto alla situazione ante crisi. La disoccupazione è al 9,5%, prima era fisiologica: tra il 3 e il 4%. Le imprese attive a fine 2007 nel tessile-abbigliamento erano 968; mentre oggi sono 761. Ma la situazione non si può certo imputare alla sola crisi economica ma anche alle scelte fatte da alcuni industriali in periodi in cui di recessione non si sentiva nemmeno parlare. Il declino, lento, è cominciato quindi ben prima della crisi globale. Nel 2000, quando accorpamenti e delocalizzazioni avevano già ridotto a un terzo il numero delle imprese, i lavoratori erano scesi a 28mila e si producevano 36 milioni di metri di tessuto. Nel 2008, ancora prima che la recessione piombasse come uno tsunami sull’industria biellese, erano scesi a 30 milioni. La crisi economica ha travolto un settore già in declino. Il ridimensionamento è stato brutale: nel 2015 ha superato il 10 per cento, mentre quella giovanile è arrivata al 27 per cento. 5

Figura sopra: Variazione dell’impiego nelle regioni italiane nel settore tessile e abbigliamento, 1971–2007; Fonte: ISTAT (2011).

 

 

 

La Rinascita

La passività del legislatore statale ed europeo, che ha affossato numerose aziende e famiglie non ha scoraggiato lo spirito del popolo. La reazione è stata la specializzazione in singole fasi di lavorazione, una per ogni azienda. L’idea che un’intera azienda affrontasse da sola i passaggi di lavatura, pettinatura, tintura non era più possibile in quanto le aziende non potevano più affrontare uno sforzo economico così grande. Carlo Piacenza, presidente dell’Unione Industriali di Biella ammette con rammarico che non è più possibile avere tutti i macchinari necessari, è così che nasce l’idea del lavoro di distretto: «Il distretto consente di rispondere a quella richiesta particolare tenendo un unico macchinario per tutte le aziende in modo da ammortizzare l’investimento e abbattere i costi». Si fa squadra insomma. «Il pericolo da scongiurare è quello che si perda un anello della filiera. E a questo serve il lavoro di distretto. Altrimenti le grandi aziende del territorio sono costrette a crearsi una filiera specifica per le loro esigenze rischiando però di perdere il treno delle produzioni di nicchia, che non reggerebbero mai un’economia dei grandi numeri».6

Allo stesso modo l’azienda tessile Reda 1865 ne è un chiaro esempio, fondata appunto nel 1865 a Valle Mosso dall’omonima famiglia e acquistata dalla famiglia Botto Poala nel 1919 che tutt’oggi ne conserva la proprietà e la gestione, ha combattuto la crisi investendo nella materia prima, allevando direttamente il bestiame. L’azienda infatti possiede numerose “farm” in Nuova Zelanda, terra d’eccellenza della lana merino, per un totale di trentamila pecore che offrono un milione e ottocentomila chili di pregiatissima lana, destinata non solo alla produzione interna ma anche alla vendita nelle aste. Grazie alle acquisizioni in Nuova Zelanda abbiamo l’intero controllo della filiera della lana: la coltivazione dei terreni, l’allevamento di 30 mila pecore merino, la tosatura, la lavatura della lana greggia ci consentono di conoscere tutti i processi e non solo la trasformazione della lana in tessuto, con filatura, tessitura e finissaggio realizzati a Biella. L’esperienza che abbiamo acquisito negli ultimi vent’anni ci consente di garantire quella qualità che ci richiedono i nostri clienti più esclusivi, parlo di Armani, Zegna, Ralph Lauren, Canali, Corneliani, Hugo Boss e Paul Smith. Inoltre, grazie a pastorizia e allevamento, i nostri terreni in Nuova Zelanda garantiscono un rendimento del 4 al 7%, meglio di azioni e Btp.  Così, Ercole Botto Poala, amministratore delegato dell’azienda, spiega i grandi vantaggi derivanti dalla scelta dell’acquisto delle “farm” e, riguardo all’export dice: «L’Italia che è il nostro secondo mercato non basta più, bisogna aumentare l’export e noi lo stiamo facendo da tempo. Per esempio rafforzandoci in Germania, che è già il nostro primo mercato visto che rappresenta il 25% del giro d’affari. Poi puntiamo su Cina e Giappone, dove siamo presenti anche con sedi commerciali a Shanghai e Tokyo».7  

Il motto di Reda è “Il cambiamento è inevitabile”, questa filosofia si è concretizzata in Rewoolution, linea sportiva lanciata dall’azienda nel 2009, momento difficile per il tessile biellese ma, precisa Francesco Botto Poala (direttore generale di Reda 1865), le cose migliori derivano sempre dalle sofferenze. Si tratta di una linea di abbigliamento sportivo, altamente tecnico, realizzato interamente in leggerissima lana merino biodegradabile in fibra naturale al 100%, una scommessa vincente per l’azienda e una vera rivoluzione nel mondo dello sportswear, molto apprezzata in Svizzera, Inghilterra, Austria e Germania e venduta sul colosso dell’e-commerce Yoox. L’azienda ha sempre investito molto in ricerca e sviluppo e ha fatto dell’ecosostenibilità la linea guida per la produzione tant’è che è l’unica azienda tessile al mondo ad essere certificata Emas, attestato rilasciato a quanti rispettano scrupolosamente rigorosi parametri di sicurezza dei lavoratori e qualità dei sistemi produttivi; l’inestricabile interazione tra passato e futuro, tradizione e innovazione fa del Lanificio Reda un’eccellenza del “Made in Italy”, la cui forza, secondo Ercole Botto Poala sta appunto nell’essere un network di persone appassionate e altamente specializzate”.

Un contributo molto importante alla città, sempre legato al tessile, è stato dato dal progetto “In Biella Factory Stores”, promosso dall’Associazione 015 che si è adoperata per la rivitalizzazione del centro storico attraverso l’apertura di punti vendita dei grandi marchi di abbigliamento del territorio. Molte aziende hanno aderito al progetto, sintomo di ripresa economica e volontà di riscatto. A novembre ha infatti inaugurato lo store “Masala”, di Rita Mancini, creatrice biellese di borse, t-shirt, gioielli e accessori vari realizzati con i filati dell’azienda di famiglia. 8

Il 3 dicembre c’è stata l’apertura del negozio di “Piacenza Cashmere” che ha aderito con grande impegno al Progetto 015, dice Vasily Piacenza «L’unione fa la forza anche gli imprenditori locali devono collaborare per la città. E’ il momento di ridare alla terra che ci ha resi famosi nel mondo». L’azienda infatti, fino a quel momento aveva sempre avuto lo spazio vendita all’interno della fabbrica di Pollone mentre ora le collezioni del brand, la maglieria e l’homewear sono ospitate in centro città.

L’apertura più recente è quella del “Lanificio Angelico”, marchio nato all’inizio degli anni 50 a Ronco Biellese per mano di Giuseppe Angelico e oggi portato avanti dai figli Massimo e Alberto che unendo tradizione e innovazione hanno ampliato la gamma produttiva dell’azienda facendolo diventare un marchio affermato a livello mondiale nel panorama dell’abbigliamento uomo. Così i due fratelli commentano l’apertura del punto vendita in centro città: Dopo aver esaminato il progetto, promosso dall’Associazione 015 Biella, abbiamo, con grande entusiasmo, deciso di aderire, in quanto accanto alla sostenibilità del business plan e delle iniziative di marketing, condividiamo lo spirito che anima i promotori. La nostra azienda è da sempre al fianco di progetti, che abbiano un’ampia condivisione, che rivitalizzino il Biellese e lo rendano visibile all’estero. Il progetto «In Biella Factory Stores» è in grado di dare nuova vita al centro di Biella, creando flussi turistici di cui potrà beneficiare l’intero territorio9

All’interno dello stabile dell’ex Lanificio Maurizio Sella, acquistato dall’omonimo imprenditore nel 1835 e rimasto in attività fino agli anni 50, è nato SellaLab, un polo di innovazione e accelerazione d’impresa con l’obiettivo di aiutare e far crescere i progetti di giovani talenti e supportare le aziende nel processo digitale, dove si gestiscono programmi di accelerazione dedicati a start-up fintech, digitali e laboratori sperimentali dedicati a tecnologie e internet of things.10

Il SellaLab fornisce anche numerosi corsi di formazione per manager e professionisti tra i quali il corso di strategia di social personal branding, di ad-words, e-commerce, web performance marketing. L’animo giovane e innovativo del polo è ben rappresentato da “#digitaldrink”, incontri formativi gratuiti dedicati al digitale, all’innovazione, alle nuove professioni dove il pubblico, gustando un aperitivo, ha la possibilità di ascoltare relatori di spicco, esperti del settore. Gli spazi coworking di SellaLab non sono presenti solo a Biella ma anche a Torino e Lecce, con l’obiettivo di espandere ancora la rete in altri territori, sempre con l’obiettivo di aiutare le imprese a crescere e collegare sempre più i talenti e le imprese. La location biellese ospita eccellenze territoriali tra startup digitali, agenzie media, professionisti digitali, designer, grafici e fotografi che collaborano in corsi di formazione, eventi e incontri di lavoro. SellaLab, grazie all’alto livello di qualità dei corsi e agli investimenti nel capitale umano, con particolare attenzione alla valorizzazione dei talenti nostrani, ha dato la possibilità a molti giovani biellesi di trovare occupazione ma anche di reinstaurare la fiducia nel mondo del lavoro e nel territorio, le cui risorse sono sempre state sottovalutate. Negli ultimi anni, infatti, il biellese, ha assunto una nuova fisionomia, non più legata solo al tessile ma anche al turismo e allo sport, grazie alla bellezza dei paesaggi montani che ospitano percorsi di trekking, free climbing, rafting, escursioni di sci-alpinismo e freeride, attrattiva di molti turisti soprattutto olandesi e tedeschi.

 

Riccardo Salvadori