Caduta sul lucernario del marciapiede: risarcisce il condominio

Il caso di specie trae origine dalla caduta di una passante. L’anziana signora, camminado sul marciapiede antistante uno stabile condominiale, inciampava a causa della mancanza di una piastrella di vetrocemento che ricopriva il sottostante lucernario condominiale.

Agendo in giudizio nei confronti del Comune per ottenere il risarcimento del danno, quest’ultimo dichiarava che la manutenzione del marciapiede sarebbe spettata al condominio, in base alla proprietà del lucernario. Il condominio tuttavia contestava la propria responsabilità, affermando che la piastrella mancante è una parte integrante del marciapiede, zona soggetta al pubblico transito.

In tale contesto il Tribunale rigettava la domanda, ritenendo in base agli atti di non poter individuare in modo chiaro il custode del marciapiede.

La Corte d’Appello, in riforma della sentenza di primo grado, aveva però riconosciuto la responsabilità solidale di entrambi i soggetti convenuti. Il condominio ricorreva dunque per Cassazione, lamentando il vizio di motivazione da parte del Giudice di secondo grado.

La sezione III Civile della Suprema Corte, investita della questione, con una ordinanza del 19 aprile 2018 n. 9625, ha affermato che quando un bene svolge la funzione di calpestio per i passanti e la funzione di copertura per una proprietà sottostante, il ruolo di custode spetta anche a chi si giova della copertura. Ne consegue dunque che spetta al condominio risarcire i danni subiti dal passante che inciampa per mancanza di una piastrella del marciapiede.

Chiara Bellinimarciapiede-sconnesso

Diritto d’autore: chi può praticare la sincronizzazione di opere musicali?

Il diritto d’autore è finalizzato ad assicurare il controllo sull’utilizzazione economica dell’opera d’ingegno, riconoscendo in capo al creatore una serie di diritti esclusivi. Questi diritti, che tutelano interessi prettamente patrimoniali, possono (e normalmente così accade) essere ceduti a soggetti terzi; nell’eventualità che ciò si verifichi, l’autore resta titolare di residuali diritti inalienabili cui non può rinunciare, finalizzati a tutelare interessi di carattere prettamente morale.

L’art. 3 LDA accorda la tutela alle c.d. “opere collettive”, frutto della riunione di più opere o di parti di esse, aventi carattere di creazione autonoma, come risultato della scelta e coordinazione ad un determinato fine artistico o culturale. L’art. 7 LDA riconosce come autore dell’opera collettiva “colui che organizza e dirige la creazione stessa”.

Una composizione musicale, dunque, spesso entra a far parte di opere collettive più complesse, tramite una particolare attività detta sincronizzazione. Le questioni che occorre chiarire in tale ambito sono principalmente due: in primo luogo è necessario definire in modo puntuale il termine sincronizzazione; in secondo luogo si deve individuare il soggetto avente diritto a porre in essere tale attività. L’art. 3 difatti, precisa che l’opera collettiva è considerata opera originale senza pregiudizio dei diritti d’autore sulle opere di cui è composta; è qui che ci si chiede se la predetta operazione rientri nelle facoltà esclusive riconosciute all’autore, o possa essere realizzata da chi organizza e dirige l’opera collettiva.

La Suprema Corte si è recentemente pronunciata sul caso, definendo in primis l’attività di sincronizzazione, chiarendo in secundis sul dubbio di cui sopra. Con il seguente principio, la Cassazione afferma che “in tema di diritto d’autore, l’attività di “sincronizzazione” di un’opera musicale – intesa quale abbinamento od associazione permanente tra l’opera e le immagini (fisse o in movimento) – integra un abbinamento della stessa a immagini che dà luogo ad un prodotto diverso (un’opera cinematografica, audiovisiva, un filmato pubblicitario, un prodotto multimediale, uno sceneggiato televisivo e simili)” Sent. Cass. n. 29811/17. Ed ancora “La predetta attività rientra nell’ambito delle facoltà esclusive dell’autore della composizione stessa, ai sensi dell’art. 12, secondo comma, LDA e laddove essa sia effettuata in difetto di preventivo consenso, costituisce violazione anche degli artt. 18 e 61 LDA“.

La Cassazione precisa poi il ruolo della SIAE (ente adibito alla gestione collettiva dei diritti di utilizzazione) in tale ambito: “In tema di protezione del diritto d’autore e con riferimento alle opere musicali, l’art. 180 LDA non autorizza la SIAE a concedere il diritto alla “sincronizzazione” delle opere musicali attraverso la loro diffusione coniugata – in via elettronica – con le immagini, nei vari formati, in cui esse vengono telediffuse, non essendo tale facoltà ricompresa nella richiamata previsione di legge (l’art. 180) e non rientrando tra i compiti istituzionali della SIAE.

Il diritto di sincronizzazione non viene dunque intermediato dalla SIAE, e rientra nell’ambito delle facoltà esclusive accordate all’autore dell’opera musicale.

Chiara Bellini

Generazione snowflake: verso una eccessiva sensibilizzazione del diritto?

Il termine inglese “snowflake” è oggi utilizzato per indicare quella fetta della popolazione mondiale incapace di affrontare le difficoltà della vita, ovvero i ventenni. Tutto ciò che si palesa alla generazione “fiocco di neve” come diverso dal proprio modo di essere o di pensare, viene recepito come offensivo, critico, e dunque non accettabile e degno di essere eliminato. Eterni incompresi, estremamente sensibili, non hanno il coraggio di aprirsi ad una visione adulta del mondo, rimanendo rifugiati in una dimensione evanescente ed eterea della vita, dove ogni individuo deve essere accettato per quello che è. Questa concezione ha lo scopo preciso di rifiutare una realtà più dura, che li costringerebbe a cambiare e a crescere. Del resto, riprendendo la concezione aristotelica di felicità, la maturazione dell’uomo consiste proprio nell’essere flessibile, e nel sapersi adattare in un ambiente a noi sconosciuto od ostile. Giovani dalle idee inconsistenti, ma sulle quali imbastiscono il loro intero universo.

Questa incapacità di opporsi razionalmente all’argomentazione altrui, può riflettersi negativamente sul modo di concepire il diritto: da strumento dedito alla regolazione razionale e composta di una controversia, può difatti divenire il presupposto di una pretesa irrazionale e infantile, scaturita da una insicurezza personale, più che da una legittima istanza. La giurisprudenza, sensibile al cambio generazionale e specchio di un atteggiamento sempre più protezionistico, ha riconosciuto la protezione a numerosi “diritti” sorti proprio da assurde esigenze infantili; queste continue concessioni, a discapito dei doveri che ogni individuo ha verso l’altro, rischiano di spogliare del tutto la persona di ogni responsabilità inerente alle proprie azioni.

Chiara Bellini

Venditti contro la RAI: la Cassazione riconosce la lesione al diritto all’oblio

Con l’avanzare della tecnologia e l’ideazione di meccanismi sempre più sofisticati di diffusione dell’informazione, è sorta l’ esigenza sempre più impellente di proteggere la propria sfera intima e personale riguardo determinati fatti o vicende che possono distorcere l’immagine e l’idea che il pubblico può farsi di noi stessi.

In tale ambito rileva il c.d. diritto all’oblio, cioè il diritto a non rimanere esposti, per un periodo di tempo indeterminato, alle conseguenze dannose che possono ripercuotersi sul nostro onore o sulla nostra reputazione a causa di accadimenti passati o vicende nelle quali si è rimasti in qualche modo coinvolti, e che sono divenuti all’epoca oggetto di cronaca. Tale diritto dunque, che va di pari passo con il diritto di cronaca, riconosce la possibilità di essere “dimenticati”, salvo il caso in cui gli accadimenti passati tornino di attualità, e facciano conseguentemente sorgere un nuovo ed evidente interesse nella popolazione all’informazione su di essi. Non per niente il fatto, adeguatamente recepito dalla comunità, viene poi riassorbito nella sfera privata del soggetto, per garantire a pieno la sua riservatezza, venendo meno l’interesse pubblico ad una sua conoscenza.

Sul tema si è pronunciata di recente la Suprema Corte in merito ad una controversia sorta a Roma, a seguito di uno spiacevole episodio che ha coinvolto in prima persona Antonio Venditti, meglio conosciuto come “Antonello”. Il cantante aveva citato in giudizio nell’anno 2005 la RAI -Radiotelevisione italiana s.p.a., a seguito della messa in onda sulla trasmissione “La vita in diretta” di un servizio che concerneva una tentata intervista non andata a buon fine a causa del categorico rifiuto di Antonio, già mandato in onda dalla RAI nel 2000.

La Cassazione, con ordinanza n. 6919, depositata in data 20 marzo 2018, in tema di riservatezza, dichiara che dal quadro normativo e giurisprudenziale nazionale ed europeo (artt. 8 e 10 comma 2 CEDU e artt. 7 e 8 della Carta di Nizza) si ricava che il diritto all’oblio “può subire una compressione a favore dell’altrettanto fondamentale diritto di cronaca nel solo caso in cui sussistano determinati presupposti, quali: contributo arrecato dalla diffusione dell’immagine o della notizia ad un dibattito di interesse pubblico; interesse effettivo ed attuale alla diffusione dell’immagine o della notizia; elevato grado di notorietà del soggetto rappresentato, per la peculiare posizione rivestita nella vita pubblica del paese; modalità impiegate per ottenere o dare informazione, che deve essere veritiera, diffusa in modo non eccedente lo scopo informativo, nell’interesse del pubblico, e scevra da insinuazioni o considerazioni personali; la preventiva informazione circa la pubblicazione o trasmissione della notizia o dell’immagine a distanza di tempo , in modo da consentire il diritto di replica prima della sua divulgazione al pubblico.”

Nel caso di specie, la giurisprudenza di legittimità non ha riconosciuto la sussistenza di tali presupposti, e ha accolto i motivi di ricorso avanzati dal cantante. Nel tentativo di intervista difatti, i commenti ironici dei giornalisti, tenuto conto del notevole lasso di tempo trascorso dall’episodio, sono stati ritenuti “chiaramente diretti ad una mera ed ingiustificata denigrazione dell’artista, fatto apparire come una persona costantemente scorbutica ed antipatica”.

Chiara Bellini

STRAINING: IL DANNO VA RISARCITO ALLA PARI DEL MOBBING

All’interno di un contesto lavorativo possono manifestarsi dinamiche relazionali spiacevoli, che si concretizzano nell’attuazione di atteggiamenti discriminatori gravemente lesivi della dignità del lavoratore, e che sono potenzialmente in grado minarne la salute psico-fisica. Tali condotte vessaorie vengono riassunte sotto il termine inglese straining, spesso confuso con il mobbing: se il secondo prevede una strategia comportamentale caratterizzata da una serie di atti persecutori ripetuti nel tempo, il primo si realizza in presenza anche solo di un atto lesivo, in grado però di originare gravi danni psico-fisici, senza necessità di continuità nel tempo.

In tale ambito difatti, con la sentenza n. 7844/2018, la Suprema Corte ha riconosciuto il risarcimento del danno in favore del lavoratore a seguito della condotta vessatoria posta in essere nei suoi confronti dal datore di lavoro. Nel caso di specie, la vittima era un impiegato di banca che si era trovato per anni a dover svolgere la propria attività lavorativa in un ambiente assolutamente ostile, cadendo oggetto di atteggiamenti di scherno da parte dei suoi superiori (era divenuto ad esempio destinatario di lettere discriminatorie); ciò aveva causato nell’uomo una condizione di profondo stress, di gravità tale da condizionare non solo la sua vita privata, ma anche quella professionale, con ricadute sgradevoli sulle sue prestazioni lavorative.

Il danno deve essere risarcito al pari delle pratiche vessatorie ripetute nel tempo, poichè in base all’art. 2087 c.c., vige in capo al datore di lavoro l’obbligo di garantire e tutelare la salute psico-fisica dei dipendenti; egli deve adoperarsi attivamente, con tutti i mezzi a propria disposizione, per evitare il verificarsi di episodi altamente lesivi per il lavoratore, come quello realizzatosi nel caso di specie.

La Cassazione ha poi in particolare riconosciuto la sussistenza di un danno non patrimoniale, che consiste nel subire una lesione del proprio diritto di svolgere in modo del tutto normale, ed in un ambiente sereno e tranquillo, la propria attività lavorativa.

Chiara Bellini

Ne bis in idem: lo scenario italiano dopo le recenti pronunce della Corte UE

In data 20 marzo 2018, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è pronunciata sulla compatibilità del c.d. “doppio binario” sanzionatorio (previsto nel nostro ordinamento per quanto riguarda la doppia pronuncia di una sanzione amministrativa e di una sanzione penale nei confronti della medesima condotta di un soggetto) rispetto al divieto del c.d. ne bis in idem sancito all’art. 50 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, che impedisce la compresenza di due pronunce sanzionatorie. In tale ambito, la Corte UE ha riconosciuto l’impossibilità per un soggetto di essere sanzionato due volte nel solo caso in cui la prima sanzione risulti idonea a reprimere la violazione in modo efficace, proporzionato e dissuasivo. Spetterà al giudice del secondo procedimento stabilire la sussistenza delle condizioni sopraelencate.

Un significativo cambio di orientamento rispetto alla pronuncia del 2014 in merito al caso Grande Stevens si ebbe nel 2016 con il caso A & B contro Norvegia. In questo ambito venivano dettate delle condizioni in presenza delle quali il doppio binario era da considerarsi pienamente legittimo, prevedendo un’ interpretazione decisamente penalizzante per l’indagato: la doppia sanzione veniva considerata legittima nel caso in cui i due procedimenti fossero preordinati ad una risposta sanzionatoria unica, prevedibile e non sproporzionata.

In seguito a tale orientamento, i tribunali italiani si erano espressi in generale per la sostanziale compatibilità del doppio binario per quanto riguarda la contemporanea pendenza del procedimento sanzionatorio Consob e del procedimento penale.

Nel contesto considerato, la Corte UE è stata chiamata a pronunciarsi su tre rinvii pregiudiziali, due dei quali riguardavano proprio la compresenza del procedimento Consob e del procedimento penale per violazioni di market abuse e insider trading a seguito della medesima condotta (C-537/16 e C-596/16); il terzo riguardava invece un procedimento fiscale per mancato pagamento dell’IVA ed un procedimento penale per la medesima condotta (C-597/16). Con una pronuncia che tutela maggiormente il soggetto rispetto a quella sopracitata, la Corte ha affrontato il tema della natura della sanzione amministrativa, per valutarne l’assimilabilità con quella penale. A tal fine, si deve tener conto di tre elementi: qualificazione giuridica dell’illecito, natura dell’illecito e severità della sanzione. Analizzando l’art. 187 ter del TUF in materia di market abuse, alla luce di tali criteri, sarebbe emerso che poiché la norma prevedeva una sanzione di entità potenzialmente molto elevata, presentava una finalità repressiva tale da avere natura sostanzialmente penale.

Alla luce di ciò, la Corte ha stabilito che il principio di ne bis in idem può essere sottoposto a determinate limitazioni, che devono essere proporzionate all’esigenza sanzionatoria nel caso specifico.

I giudici italiani e la Consob dovranno dunque determinare, di volta in volta, la proporzionalità delle diverse sanzioni: se la sanzione penale risulta proporzionata, efficace e dissuasiva, la sanzione amministrativa potrebbe non essere inflitta, applicando così il principio di ne bis in idem.

Chiara Bellini

Perchè l’uomo commette crimini?

è la totale mancanza di empatia a spingere l’uomo a commettere crimini.

Olocausto, guerre, torture, omicidi. Dinanzi a queste mostruosità ci si pone da sempre il quesito fondamentale: perchè l’uomo commette atti malvagi? O meglio, come fa a rendersi capace di commettere le azioni più crudeli?

Nel corso della storia notiamo come si ricorra al concetto del c.d. male per spiegare come le persone siano in grado di causare estremo dolore le une alle altre. Trattato fin dai tempi antichi in ambito filosofico-religioso, il concetto di male è sempre stato interpretato come una forza immanente ed incomprensibile nella vita umana, una entità da accettare come componente essenziale della stessa esistenza, sanza fornire una soddisfacente risposta alla tormentata magna quaestio, né un’analisi scientifica munita di effettiva capacità esplicativa.

In ambito giuridico dunque, l’autore della condotta criminosa potrà solamente essere collocato in due categorie omnicomprensive: mentalmente malato o mentalmente sano. In base al DSM-IV (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) difatti, se il comportamento non rientra nella classifica delle malattie mentali individuata dalla psichiatria, il criminale verrà considerato sano di mente, e sarà dunque pienamente imputabile, poichè capace di intendere e di volere (art. 85 c.p.).

Ma se si sostituisse al concetto di male quello di assenza di empatia? Il professore americano S. Baron-Cohen, insegnante di Psicologia e Psichiatria all’università di Cambridge e dirigente del Centro di ricerca sull’autismo, avrebbe individuato la causa del comportamento deviato delle persone in un malfunzionamento del “circuito dell’empatia”, a seguito di diversi studi sul cervello umano. Egli spiega come siano rilevanti non solo i fattori sociali ed ambientali nell’ambito della devianza (una delle principali teorie sposate nell’ambito della sociologia giuridico-penale per spiegare il comportamento criminale), ma anche quelli più propriamente biologici, invitandoci ad esplorare come i nostri geni possano renderci più o meno capaci di comprendere ciò che provano le altre persone, e più o meno capaci dunque di commettere crimini efferati.

In base alle teorie di tale studioso dunque, il sistema medico e psichiatrico di classificazione necessiterebbe dell’aggiunta di una nuova categoria, quella dei “disturbi dell’empatia”, nella quale i criminali, pur non mostrando una menomazione classica, dovrebbero rientrare ai fini di un loro più coretto inquadramento giuridico nelle aule di tribunale. Accogliere tale teoria del resto, rischierebbe di escludere nella maggior parte dei casi  la piena imputabilità del soggetto, comportando importanti riduzioni di pena per coloro che commettono crimini di tale gravità, soluzione che non si sposa di certo con una politica criminale con intenti di neutralizzazione riguardo questo tipo di allarme sociale.

                                                                                                                                         Chiara Bellini

NESSUNA ATTENUANTE PER L’UXORICIDA DELLA MOGLIE MALATA

Il nostro codice penale disciplina diversi tipi di circostanze, al verificarsi delle quali, la pena prevista per il reato viene attenuata. Tra le varie circostanze attenuanti comuni previste all’art. 62 comma 1 c.p., vi è quella al n. 1 dell’ “aver agito per motivi di particolare valore morale o sociale”.

La predetta attenuante può essere applicata al reato di cui all’art. 575 c.p. quando si tratta di uxoricidio della moglie malata?

Il quesito si riferisce al caso di un uomo, dell’età di 88 anni, che decide nel cuore della notte di soffocare con una sciarpa la moglie gravemente malata, il cui stato di salute era progressivamente peggiorato negli ultimi anni. Dopo aver commesso il fatto, l’anziano si è tempestivamente consegnato alla polizia, dichiarando che la moglie avrebbe preferito morire piuttosto che patire ancora sofferenti pene psichiche e fisiche. Il giudice di prime cure ha riconosciuto l’attenuante comune di cui all’art. 62 comma 1 n.1, ma la Suprema Corte, con una recente pronuncia, si è espressa diversamente.

Con la sentenza n. 7390, depositata il 15 febbraio 2018, la Prima sezione penale della Corte di Cassazione nega l’applicabilità della sopracitata attenuante nel caso di specie, poiché per essere riconosciuta “avrebbe dovuto risultare che il motivo che lo aveva determinato all’azione fosse da considerarsi espressione del comune sentire sociale: e ciò non poteva dirsi essere in concreto sussistente, afferendo la questione a tematiche – quali l’eutanasia ed i trattamenti di fine vita – ancora oggetto di ampi dibattiti”. Tale circostanza difatti, rileva quando la condotta dell’agente presenta come movente delle ragioni corrispondenti ad un’etica che ponga l’accento sui valori più alti della natura umana, rientranti nella sfera morale o comunque di alto spessore civile; uccidere la moglie nella notte per “porre fine” alla sua agonia, non rientrerebbe pertanto negli estremi di una condotta attenuativa del fatto.

In particolare poi, la Suprema Corte aveva rilevato che “(…)il fatto omicidiario era da ascriversi allo stato d’animo dell’imputato, che lo rendeva ormai incapace di sopportare le sofferenze e l’inarrestabile decadimento fisico e cognitivo della moglie: in questa condizione psicologica, si era probabilmente radicato il suo convincimento di esaudire un desiderio della stessa.”

Chiara Bellini

Amore finito dopo 28 giorni? Nessun diritto al mantenimento

quando ci si sposa per i soldi

Quando il rapporto di coniugio fallisce, l’ordinamento prevede come rimedio la separazione (dove marito e moglie mantengono lo status coniugale), ed il divorzio (dove questo status si perde).

Nel primo caso l’art. 156 c.c. prevede che il giudice, nel pronunciare la separazione, stabilisca a vantaggio del coniuge “debole” il diritto di ricevere dall’altro quanto necessario per mantenersi nel caso in cui non disponga di un reddito proprio adeguato. La predetta previsione trova la sua ratio nella difficoltà di provvedere ai propri bisogni in seguito alla scissione della vita coniugale, che comporta un inevitabile aumento dei costi e l’impossibilità di realizzo delle economie proprie della vita condotta in due. In questo ambito la giurisprudenza ha fatto propria la direttiva generale della conservazione del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, nei limiti dei redditi dell’altro coniuge.

I presupposti essenziali espliciti per l’ottenimento dell’assegno di separazione, sono la disparità di condizioni economiche, la mancanza di addebito della separazione a carico del beneficiario e la scarsezza di redditi adeguati del coniuge più debole.

Ma il diritto al mantenimento vale anche nei casi in cui il matrimonio fallisce in tempi brevissimi oppure è sufficiente la contrazione del matrimonio?

L’assoluta brevità del rapporto, e dunque il difetto della pregressa instaurazione di una reale ed effettiva comunione materiale e spirituale tra coniugi (che sorge soprattutto con la convivenza), comporta la configurazione dell’ipotesi eccezionale per cui tale diritto non può essere riconosciuto. In tali condizioni difatti, la Suprema Corte di Cassazione, con l’ordinanza del 10 gennaio 2018 n. 402, ha confermato la decisione della Corte d’appello di Genova: quest’ultima aveva negato l’assegno di mantenimento alla moglie a seguito di un matrimonio durato 28 giorni, e dunque a malapena un mese. Nel caso specifico, è emerso che la moglie ed il marito non avevano praticamente convissuto, e che anzi il matrimonio fosse stato concordato per interesse, in particolare della donna.

La giurisprudenza di legittimità sottolinea dunque come il matrimonio si configuri non solo come mero atto, ma anche come rapporto, sul quale incidono una serie di diritti e doveri in capo a ciascun coniuge, tali da realizzare una effettiva comunione materiale ma soprattutto spirituale.

Chiara Bellini

L’IMPATTO DELLA ROBOTICA SUL DIRITTO PENALE

l’imputabilità dei robot

La robotica è quell’area della scienza volta alla costruzione di macchine sempre più sofisticate in grado di “sentire”, “pensare” ed “agire”. La comparsa di questi prodigiosi robot intelligenti, ha destato da parte degli studiosi non pochi quesiti dottrinali e giurisprudenziali circa la loro capacità d’agire ed una loro eventuale imputabilità in sede giuridica.

Oggi gli agenti artificiali “agiscono” proprio come gli esseri viventi: sono interattivi (rispondono agli stimoli dell’ambiente con un mutamento dello stato interno), autonomi (sono in grado di cambiare questo stato indipendentemente da uno stimolo esterno) e adattativi (sono capaci di accrescere o migliorare il modo in cui questo stato interno muta). Premesso ciò, il problema sorge se ci si sofferma sulla imprevedibilità delle loro azioni, che comporta una serie di ricadute sul tema della responsabilità giuridica per reati o danni di qualsivoglia genere.

Per quanto riguarda l’impatto della robotica sul diritto penale, la capacità d’agire delle macchine non rappresenta diretta conseguenza della loro imputabilità giuridica: per quanto evoluta sia la tecnologia, difatti, non si può ancora riconoscere nel robot una “coscienza” ed una intenzionalità d’azione, elementi che rimangono propri dell’uomo; ne consegue che la sussistenza della responsabilità penale dell’agente, scaturita da una condotta, potrà essere riconosciuta esclusivamente in capo ad un essere vivente.

Tuttavia i problemi non si limitano alla mera imputabilità. Nel campo militare, la ricerca e lo sviluppo di sistemi robotici è stata sempre più massiccia con il passare del tempo; si pensi all’inizio della guerra in Iraq (nel 2003) quando le truppe statunitensi non disponevano di alcun tipo di robot: nel 2004 i soldati artificiali (come droni o Terminators C-3PO) erano 150, per raggiungere l’anno successivo le 2400 unità. L’utilizzo di armate robot solleva quesiti cruciali inerenti al rispetto delle norme di diritto internazionale umanitario, tanto più che vi è una estrema difficoltà tecnica nel programmare le macchine in modo tale da rispettare i principi di discriminazione e di immunità propri del diritto bellico, distinguendo il nemico dall’alleato. Inoltre, l’impiego di queste macchine incide sulle clausole del c.d. “ius in bello” destando dubbi circa la definizione di bellum iuistum (guerra legittima) per le armi robotiche letali poste in gioco. La paura poi che i c.d. “robot killer” progettati per uso militare possano essere usati da gruppi terroristici per uccidere a comando, ha spinto 116 leader dell’industria informatica di 24 paesi ( tra cui  Elon Musk della Tesla e Mustafa Suleyman di Google) a chiederne formalmente alle Nazioni Unite la messa al bando, e dunque a proporre l’inserimento di queste macchine nell’elenco delle armi letali proibite dalla convenzione ONU del 1983 (insieme alle armi chimiche e alle armi laser accecanti).  L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha promosso discussioni formali su tali armi, che includono oltre a droni, anche mitragliatrici automatizzate.

Tuttavia in questo quadro estremamente problematico, formato da un vuoto normativo e da delicati equilibri politici, appare urgente e necessaria una nuova Convenzione dell’ONU che vada a disciplinare e regolare l’impiego dei soldati robot, non solo dal punto di vista del diritto bellico e penale, ma anche dal punto di vista del diritto dei contratti e della responsabilità civile extra-contrattuale, dove si dovrebbero introdurre nuove forme di assicurazione e autenticazione dei robot, oltre che forme di responsabilità limitata per eventuali danni.

Chiara Bellini