Il grande romanzo della c.d. regola Taricco narrato dalla Corte Costituzionale

Dopo aver già in precedenza parlato della c.d. “Regola Taricco”(qui l’articolo del 15/04/2018), riportiamo in versione integrale il comunicato stampa del 31/05/2018 della Corte Costituzionale che ripercorre le principali tappe della vicenda.

FRODI UE E PRESCRIZIONE: LA “REGOLA TARICCO” E’ INCOMPATIBILE CON IL PRINCIPIO DI DETERMINATEZZA DELLA NORMA PENALE
UNA VICENDA EMBLEMATICA DI DIALOGO TRA CORTI
“La vicenda Taricco è un significativo esempio di “dialogo tra Corti”, dialogo che spesso si auspica, ma con qualche dubbio che possa effettivamente svolgersi. Sul caso Taricco però, attraverso i provvedimenti della Corte di giustizia dell’Unione europea e della Corte costituzionale italiana, si è svolto effettivamente un dialogo e l’esito è stato proficuo. Come emerge dalla motivazione della sentenza della Consulta, depositata oggi in cancelleria con il numero 115 (relatore il presidente Giorgio Lattanzi).
La prima sentenza Taricco
La sentenza 8 settembre 2015 della Grande sezione della Corte di giustizia Ue resa nella causa Taricco aveva stabilito che il giudice italiano dovesse disapplicare gli articoli 160, terzo comma, e 161, secondo comma, del Codice penale, omettendo di dichiarare prescritti i reati di frode in danno dell’Unione europea e procedendo nel giudizio penale, in due casi: innanzitutto, secondo una regola che è stata tratta dall’articolo 325, paragrafo 1, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), quando queste disposizioni, determinando la prescrizione, impediscono di
infliggere sanzioni effettive e dissuasive in un numero considerevole di gravi casi di
frode che ledono gli interessi finanziari dell’Unione; in secondo luogo, in base a una
regola desunta dall’articolo 325, paragrafo 2, TFUE (cosiddetto principio di
assimilazione), quando il termine di prescrizione, per effetto delle norme indicate,
risulta più breve di quello fissato dalla legge nazionale per casi analoghi di frode in
danno dello Stato membro.
Le Corti italiane
La Corte di cassazione e la Corte d’appello di Milano però hanno ritenuto che
le regole enunciate dalla sentenza Taricco fossero in contrasto con alcuni principi
supremi dell’ordine costituzionale italiano, e in particolare con gli articoli 3, 11, 24,
25, secondo comma, 27, terzo comma, e 101, secondo comma, della Costituzione
e, rimettendo alla Corte costituzionale gli atti di due processi che stavano trattando,
hanno sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’articolo 2 della legge 2
agosto 2008, n. 130, sulla ratifica ed esecuzione del Trattato di Lisbona, nella parte
in cui, imponendo di applicare l’articolo 325 TFUE, come interpretato dalla
sentenza Taricco, comporta che in taluni casi vengano disapplicati gli articoli 160,
terzo comma, e 161, secondo comma, del Codice penale nei confronti di reati in
materia di imposta sul valore aggiunto (IVA) che costituiscono frode in danno degli
interessi finanziari dell’Unione.
La Corte di cassazione, dopo aver ricordato che nell’ordinamento italiano
l’istituto della prescrizione appartiene alla legalità penale sostanziale, ha sottolineato
la violazione dell’articolo 25, secondo comma, della Costituzione per i profili della
riserva di legge in materia penale, posto che il regime della prescrizione cesserebbe
di essere legale, della determinatezza, a causa della genericità dei concetti di «grave
frode» e di «numero considerevole di casi», intorno ai quali ruota la “regola Taricco”,
e del divieto di retroattività, considerato che i fatti addebitati agli imputati sono
anteriori all’8 settembre 2015, data di pubblicazione della sentenza Taricco.
Inoltre, sarebbe leso l’articolo 101, secondo comma, della Costituzione, perché
verrebbe demandata al giudice un’attività implicante una «valutazione di natura
politico-criminale», che spetterebbe invece al legislatore.
La Consulta rinvia alla Corte Ue
La Corte costituzionale, a sua volta, con l’ordinanza n. 24 del 2017, anziché
decidere le questioni che le erano state rimesse, ha disposto un rinvio pregiudiziale
alla Corte di giustizia per l’interpretazione relativa al significato da attribuire
all’articolo 325 TFUE e alla sentenza Taricco.
Secondo la Corte costituzionale, l’eventuale applicazione della “regola Taricco”
nel nostro ordinamento violerebbe gli articoli 25, secondo comma, e 101, secondo
comma, della Costituzione e non potrebbe perciò essere consentita neppure alla luce
del primato del diritto dell’Unione. Tuttavia è sembrato alla Corte che la stessa
sentenza Taricco tendesse ad escludere questa applicazione ogni qual volta risultasse
in conflitto con l’identità costituzionale dello Stato membro, implicando una
violazione del principio di legalità penale.
Di ciò è stata chiesta conferma alla Corte di giustizia.
La nuova pronuncia della Corte Ue
La Grande sezione della Corte di giustizia, con sentenza 5 dicembre 2017, in
causa C-42/17, M.A. S. e M. B., comprendendo il dubbio prospettato dalla Corte
costituzionale ha riconosciuto che l’obbligo per il giudice nazionale di disapplicare,
sulla base della “regola Taricco”, la normativa interna in materia di prescrizione,
viene meno quando ciò comporta una violazione del principio di legalità dei reati e
delle pene, a causa dell’insufficiente determinatezza della legge applicabile o
dell’applicazione retroattiva di una normativa che prevede un regime di punibilità
più severo di quello vigente al momento della commissione del reato.
La nuova pronuncia della Corte di giustizia opera su due piani connessi.
In primo luogo chiarisce che, in virtù del divieto di retroattività in malam partem
della legge penale, la “regola Taricco” non può essere applicata ai fatti commessi
anteriormente alla data di pubblicazione della sentenza che l’ha dichiarata, ovvero
anteriormente all’8 settembre 2015. Si tratta di un divieto che discende
immediatamente dal diritto dell’Unione e non richiede alcuna ulteriore verifica da
parte delle autorità giudiziarie nazionali.
In secondo luogo demanda a queste ultime il compito di saggiare la compatibilità
della “regola Taricco” con il principio di determinatezza in materia penale, che è sia
principio supremo dell’ordine costituzionale italiano sia cardine del diritto
dell’Unione, in base all’articolo 49 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione
europea (CDFUE).
Parola finale alla Consulta: la “regola Taricco” contrasta col
principio di determinatezza in materia penale
Alla luce del chiarimento interpretativo offerto dalla sentenza M.A.S., la Corte
costituzionale ha ritenuto che tutte le questioni sollevate dai giudici rimettenti
fossero non fondate, perché la “regola Taricco” doveva ritenersi inapplicabile nei
rispettivi giudizi.
In entrambi i giudizi infatti si procedeva per fatti avvenuti prima dell’8
settembre 2015, sicché l’applicabilità degli artt. 160, terzo comma, e 161, secondo
comma, del Codice penale e la conseguente prescrizione dei reati oggetto dei
procedimenti a quibus erano riconosciute dalla stessa sentenza M.A.S., che aveva
escluso gli effetti della “regola Taricco” rispetto ai reati commessi prima di quella
data.
Comunque, secondo la Corte costituzionale, indipendentemente dalla
collocazione dei fatti, prima o dopo l’8 settembre 2015, i giudici rimettenti non
avrebbero potuto applicare la “regola Taricco”, perché in contrasto con il principio
di determinatezza in materia penale, consacrato dall’articolo 25, secondo comma,
della Costituzione.
Infatti, un istituto come la prescrizione, che incide sulla punibilità della persona
riconnettendo al decorso del tempo l’effetto di impedire l’applicazione della pena,
nell’ordinamento giuridico italiano rientra nell’alveo costituzionale del principio di
legalità penale sostanziale enunciato dall’articolo 25, secondo comma, della
Costituzione con formula di particolare ampiezza, ed è parso evidente il deficit di
determinatezza che caratterizza sia l’articolo 325, paragrafi 1 e 2, TFUE (per la parte
da cui si evince la “regola Taricco”) sia la “regola Taricco” in sé.
Quest’ultima, per la porzione che discende dal paragrafo 1 dell’art. 325 TFUE,
è stata ritenuta irrimediabilmente indeterminata nella definizione del «numero
considerevole di casi» in presenza dei quali può operare, perché il giudice penale non
dispone di alcun criterio applicativo della legge che gli consenta di trarre da questo
enunciato una regola sufficientemente definita. Né a tale giudice può essere
attribuito il compito di perseguire un obiettivo di politica criminale svincolandosi dal
governo della legge al quale è invece soggetto (articolo 101, secondo comma,
Costituzione).
Ancor prima è stato ritenuto indeterminato l’articolo 325 TFUE, perché il suo
testo non permette alla persona di prospettarsi la vigenza della “regola Taricco”, e
una scelta relativa alla punibilità deve essere autonomamente ricavabile dal testo
legislativo al quale i consociati hanno accesso. «Fermo restando – ha aggiunto la
Corte costituzionale – che compete alla sola Corte di giustizia interpretare con
uniformità il diritto dell’Unione, e specificare se esso abbia effetto diretto, è anche
indiscutibile che, come ha riconosciuto la sentenza M.A.S., un esito interpretativo
non conforme al principio di determinatezza in campo penale non possa avere
cittadinanza nel nostro ordinamento».
Un rilievo analogo è stato svolto anche per la porzione della “regola Taricco”
tratta dal paragrafo 2 dell’articolo 325 TFUE.
In questo caso, infatti, se anche il principio di assimilazione non desse luogo
sostanzialmente a un procedimento analogico in malam partem, e potesse permettere
al giudice penale di compiere un’attività priva di inaccettabili margini di
indeterminatezza, ciò comunque non potrebbe avvenire sulla base del paragrafo 2
dell’articolo 325 TFUE, dal quale una persona non potrebbe desumere i contorni
della “regola Taricco”.
In altri termini, qualora si reputasse possibile da parte del giudice penale il
confronto tra frodi fiscali in danno dello Stato e frodi fiscali in danno dell’Unione, al
fine di impedire che le seconde abbiamo un trattamento meno severo delle prime
quanto al termine di prescrizione, ugualmente l’articolo 325, paragrafo 2, TFUE non
perderebbe il suo tratto non adeguatamente determinato per fungere da base legale
di tale operazione in materia penale, posto che i consociati non avrebbero potuto, né
oggi potrebbero sulla base del solo quadro normativo, raffigurarsi tale effetto.
Ciò posto, la Corte ha concluso che «l’inapplicabilità della “regola Taricco”,
secondo quanto riconosciuto dalla sentenza M.A.S., ha la propria fonte non solo nella
Costituzione repubblicana, ma nello stesso diritto dell’Unione» e che quindi non
sono fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate nel presupposto che
tale regola fosse invece applicabile.

Fonte: https://www.cortecostituzionale.it/comunicatiAttualita.do

Salvatore Vergone

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