L’impatto della globalizzazione sul Made in Italy

Storia Della Mia Gente. La Rabbia E L’amore Della Mia Vita Da Industriale Di Provincia”

Il rumore di una tessitura ti fa socchiudere gli occhi e sorridere, come quando si corre mentre nevica. Il rumore della tessitura non si ferma mai, ed è il canto più antico della nostra città, e ai bambini pratesi fa da ninna nanna.”1

Da queste poche righe si intuisce la dimensione del romanzo “Storia della mia gente”, scritto da Edoardo Nesi, imprenditore tessile pratese costretto nel 2004 alla vendita del lanificio T.O Nesi & figli s.p.a. “Storia della mia Gente” racconta la drammatica crisi economico-finanziaria che ha colpito il nostro Paese a partire dal 2003, dalla prospettiva di chi, come imprenditore ma soprattutto come pratese, al tessile ha consacrato la propria vita, scandita dal rumore delle fabbriche.

Questa è la mia gente. La mia gente che in tutta la vita non ha fatto altro che lavorare.2

Nesi dà dunque voce all’imprenditoria pratese messa in ginocchio dall’apertura del mercato globale. Nel capitolo “Questa storia” l’autore dipinge un affresco del panorama pratese al proprio esordio nell’azienda di famiglia, costellato di decine e decine di aziende tessili, che producono sempre lo stesso prodotto senza bisogno di cambiarlo, senza dover investire in pubblicità, fiere, ricerca e sviluppo, dove le fatture vengono pagate senza ritardo, senza criticarne l’ammontare, dove non esistono rimanenze di magazzino ed è ignota, se non assurda, la presenza di un dirigente esterno. A questo ritratto, quasi idilliaco, Nesi aggiunge Ma la cosa davvero bella, la cosa assolutamente strepitosa era che non bisognava essere un genio per emergere, perché il sistema funzionava così bene che facevano soldi anche i testoni, purché si impegnassero; anche i tonti, purché dedicassero tutta la loro vita al lavoro. Emerge quindi, in questo passo, la fiducia smisurata nel sistema pratese e la ferma convinzione che l’ingranaggio non si sarebbe mai inceppato, che le fabbriche avrebbero potuto continuare in eterno a produrre allo stesso modo la stessa ricchezza e che anche l’operaio volenteroso potesse mettersi in proprio e diventare imprenditore di successo. Nesi sottolinea la mobilità inarrestabile della scala sociale che crea ricchezza distribuendola capillarmente; si è sempre calati in una dimensione corale, dove l’interesse dell’imprenditore coincide con l’interesse dell’operaio, dove un settore tessile in acque floride porta prosperità alla collettività intera.

Le nuove e crescenti esigenze di mercato hanno fatto del tessuto una mera fase all’interno del processo di produzione e commercializzazione del prodotto tessile, dove, con ruolo dominante, la figura del designer entra prepotentemente nel ciclo di produzione. Secondo Nesi proprio qui si può riscontrare un elemento decisivo del declino: gli imprenditori non sono stati in grado di fronteggiare il “ricatto” sui prezzi da parte dei designer, probabilmente forti dell’abitudine alla ricchezza solida e sicura che il tessile aveva sempre garantito, si sono dimostrati refrattari nel formulare nuove strategie per adeguarsi alle esigenze del mercato senza sacrificare la qualità del prodotto.

Il tema viene ripreso nel capitolo “I tessuti più belli del mondo”, che riguarda gli anni a cavallo del nuovo millennio, anni di rabbia e rassegnazione. Qui la critica alla globalizzazione e alle teorie del libero mercato assume toni aspri, in balia della spirale per la quale il prodotto, fabbricato come negli anni 80, deve necessariamente essere venduto al prezzo più basso per non perdere l’ordine, gli artigiani di Prato sono costretti a rimanere in una posizione di mercato marginale. Non guadagnando più nessuno si diffonde il pensiero per cui il tessile sia senza futuro e gli imprenditori finiscono per essere “prigionieri di una mentalità da ragionieri che avevano sempre sdegnato. Gli stipendi dei dipendenti, le spese generali di struttura, gli interessi passivi, l’affitto del capannone e tutte le tasse diventano insostenibili. Emerge anche il noto tema della pressione fiscale nel nostro Paese, secondo Nesi, infatti, l’introduzione dell’IRAP ha contribuito pesantemente al massacro delle piccole imprese. In questo tetro scenario si vedono le aziende italiane risucchiate dal mercato globale, dall’idea che il prezzo ideale di un prodotto lo decida il mercato stesso, dall’illusione della moda al prezzo più basso, dai giganti dell’abbigliamento, quotati in tutte le principali Borse internazionali. Nesi si dimostra molto amareggiato dal fatto che nel mercato globale il tessuto risulti così svilito e che nessuno si batta per difenderne l’eccellenza, lasciando che l’utile del confezionista sia la parte preponderante. “E’ così che si entra nella fase terminale della piccola imprenditoria tessile italiana, quando alla fisiologica concorrenza, alla sana lotta per il guadagno si sostituisce una furibonda battaglia per assicurarsi niente più che una sopravvivenza tiepida e sempre più stenta; quando gli imprenditori si sentono consolati dal solo fatto di poter continuare ogni giorno ad andare in fabbrica a fare il loro lavoro, di poter continuare a dirsi e farsi chiamare industriali quando invece non fanno che scimmiottare il loro recente passato.

La critica alle istituzioni agli economisti raggiunge il culmine nei capitoli “Sistema Italia” e “Smarriti”. Nesi denuncia dapprima le false speranze ingenerate nei confronti dei vantaggi derivanti dalla globalizzazione, a riguardo dei quali politici ed economisti predicevano la possibilità di acquistare prodotti tecnologici, elettrodomestici e beni di consumo primario “Made in China” a prezzi più che convenienti grazie all’abolizione di dazi, tariffe e contingenti; ipotizzavano il proliferarsi di boutique di grandi stilisti italiani e varie eccellenze del “Made in Italy” nelle metropoli cinesi, che tutto ciò avrebbe portato notevoli guadagni agli italiani, ai quali addirittura si consigliava di trasferire proprio in Cina le fabbriche per poter produrre ad un costo nettamente più basso e vendere là i prodotti, nel mercato del futuro. Purtroppo nella realtà dei fatti andò diversamente, i cinesi non corsero a compare il “Made in Italy” ma iniziarono a produrlo causando il tracollo del nostro sistema industriale manifatturiero con conseguenti fallimenti, licenziamenti, richieste di cassa integrazione. A questo punto gli economisti, consigliarono di immettersi nel mercato globale collocandosi nelle nicchie di specializzazione. Qui l’autore riprende il significato letterale di nicchia (incavo nello spessore di un muro, di solito in forma di semicilindro verticale terminato in alto con un quarto di sfera; un elemento decorativo, per lo più destinato ad accogliere una statua; si definisce nicchia anche un piccolo ripostiglio; nel gergo degli alpinisti si definisce nicchia una piccola rientranza in una parete di roccia, sufficiente al riparo di una sola persona; in riferimento all’economia indica uno spazio economico particolare e circoscritto) per demolire tale tesi, sostenendo che nella cosiddetta produzione di nicchia possano trovare ristoro una scarsa quantità di aziende, non tutta l’Italia e aggiunge che non a caso di Ferrari ce n’è una sola in tutto il mondo. Rimprovera politici ed economisti di aver esortato i piccoli industriali italiani a delocalizzare in Cina senza conoscerli minimamente, senza sapere che le loro aziende erano potute nascere e prosperare solo nell’humus prezioso in cui erano nate e prosperate: al riparo dall’occhio del fisco e delle leggi, in un mondo perfetto e chiuso, protetto dai muri e dai missili nucleari, dai dazi e dalle tariffe. Che si facevano chiamare industriali, ma industriali non erano e non erano mai stati. Erano artigiani, straordinari e fragilissimi artigiani, lontani pronipoti dei maestri di bottega medievali, e ciononostante rappresentavano l’ossatura di un sistema economico che incredibilmente si reggeva su di loro, e anche se era ben lungi dall’essere perfetto, funzionava, eccome se funzionava, e si basava su quelle che all’epoca erano le regole del libero mercato. Un sistema che aveva consentito all’Italia di risorgere dalle macerie della guerra, garantito diritti e stabilito doveri, sparso benessere e dato lavoro a milioni di persone, pagato pensioni e ricoveri in ospedale, case e automobili, televisori e vestiti, creato e realizzato sogni e alimentato illusioni”.3

Nesi prosegue censurando la leggerezza con la quale i politici italiani abbiano firmato l’accordo di Schengen, da sempre insensibili alle problematiche del settore manifatturiero del Paese e noncuranti delle conseguenze all’ingresso del paese in un libero mercato così disciplinato; condanna anche l’inerzia da parte della classe dirigente di fronte alla deriva che tante industrie italiane hanno preso, secondo l’autore si sarebbe dovuto lottare di fronte all’Unione Europea per attuare una politica che favorisse gli agenti economici più deboli e ci si sarebbe dovuti battere per la salvaguardia del “Made in Italy”, delle aziende e dei dipendenti.

Dopo questi due capitoli di denso livore il romanzo si conclude con il racconto di un corteo per le vie della città. Nel vedere gli striscioni dei manifestanti recanti scritte come “E un se ne può più”, “Anche noi siamo made in Italy” e nel sentirsi domandare da un vecchio amico di chi sia la colpa della disgrazia abbattutasi sulla loro città, Nesi viene colto da emozioni contrastanti e si abbandona ad alcune interessanti riflessioni. La rabbia lascia il posto al rammarico e alla nostalgia, tanto da ammettere che la colpa è in gran parte degli imprenditori stessi, convinti di poter perpetrare all’infinito il mestiere dei loro padri, percepito come un diritto acquisito e inattaccabile, continuando a offrire sul mercato lo stesso prodotto, identico da lustri, senza fare i conti con le esigenze del terzo millennio. Dietro la bandiera recante la scritta “Prato non deve chiudere” ci sono i visi di tanti uomini, operai e imprenditori, per nulla tristi e per nulla sconfitti che lottano per portare avanti quella bandiera, perché la loro città vada avanti, deve andare avanti. E dopo tanta rabbia, tristezza e frustrazione Nesi saluta il lettore con un messaggio di speranza Oggi però voglio continuare a camminare insieme alla mia gente. Non so bene dove stiamo andando, ma di certo non siamo fermi.”

Dopo la presentazione della crisi pratese dal punto di vista di Edoardo Nesi, illustriamo brevemente i dati del fenomeno pratese e i punti di forza e di debolezza del suddetto.

Il 2001 si è chiuso con 5,54 miliardi di euro di fatturato (-1,5% rispetto al 2000) e 3,39 miliardi di esportazioni (-0,4%). Il 2002 è stato un altro anno difficile che, secondo il Centro studi dell’Unione industriale pratese, ha fatto registrare un calo della produzione (vicino al 7%), del fatturato (del 5,4%, a 5,16 miliardi) e dell’export (8%). Inevitabile la flessione di redditività. I prodotti pratesi hanno perso quote sui mercati internazionali, penalizzati dalla debolezza della domanda tedesca, dal rafforzamento del dollaro e dall’invasione di offerta a basso costo proveniente dai paesi in via di sviluppo.4

Prato viene considerato il distretto tessile per antonomasia grazie alle relazioni tra le imprese, lo stretto legame con il contesto sociale, la forte specializzazione, la frammentazione e la ricomposizione del ciclo produttivo. Da sempre le aziende pratesi hanno mostrato grande abilità nell’interpretare i mutamenti del mercato dai quali hanno tratto nuove opportunità e hanno condotto il distretto alla diversificazione, concentrandosi sulla lavorazione di nuove fibre e favorendo la crescita di software house specializzate in soluzioni per il tessile. Un ulteriore fattore di forza riguarda il coinvolgimento di un gran numero di soggetti, pubblici e privati (UE, enti locali, associazioni di categoria, istituti di credito), nei progetti e negli interventi di politica industriale a favore dello sviluppo del distretto: nel campo dell’innovazione tecnologica, delle politiche promozionali, dei sistemi di qualità, del supporto alla collaborazione tra imprese nello sviluppo di attività innovative e nella commercializzazione, formazione, ecc.

Con l’avvento della globalizzazione il distretto è stato inserito in una dinamica competitiva con paesi produttori di merce a basso costo decisamente più appetibili per i mutati stili di vita della domanda con conseguente richiesta di fibre innovative. La frammentazione del tessuto produttivo in piccole imprese ha garantito flessibilità ma ha anche rallentato scelte strategiche come la delocalizzazione produttiva o i processi di innovazione commerciale, il distretto dunque ha sempre posto la propria attenzione sul prodotto a discapito della tecnologicizzazione.5

Interventi Legislativi A Tutela Del “Made In”

Non solo a Prato ma anche a Biella, Lecco, Como, Carpi, Chieri e tanti altri distretti tessili italiani, gli industriali hanno alzato la voce, riunendosi in comitati e proteste, perché lo Stato Italiano e l’Europa non lasciassero morire le aziende e riconoscessero all’eccellenza del Made In Italy l’adeguata tutela.

Il Regolamento CE 23 aprile 2008 n. 450/98 istituisce il Codice doganale comunitario che definisce l’ “origine delle merci”, non allo scopo di attribuire una “denominazione di vendita” ma di determinarne la tariffa doganale applicabile; l’ “origine non preferenziale delle merci” è regolata negli articoli 23 e 24 del Regolamento CEE n. 2913/92: l’art. 23.1 dispone che sono originarie di un paese le merci interamente ottenute in tale paese”, il 23.2 stabilisce che “per merci interamente ottenute in un paese s’intendono a) i prodotti minerali estratti in tale paese, b) i prodotti del regno vegetale ivi raccolti,c) gli animali vivi, ivi nati ed allevati, d) i prodotti che provengono da animali vivi, ivi allevati, e) i prodotti della caccia e della pesca ivi praticate, f) i prodotti della pesca marittima e gli altri prodotti estratti dal mare, al di fuori delle acque territoriali di un paese, da navi immatricolate o registrate in tale paese e battenti bandiera del medesimo, g) le merci ottenute a bordo di navi-officina utilizzando prodotti di cui alla lettera f),originari di tale paese, semprechè tali navi-officina siano immatricolate o registrate in detto paese e ne battano la bandiera, i prodotti estratti dal suolo o dal sottosuolo marino situato al di fuori delle acque territoriali, semprechè tale paese eserciti diritti esclusivi per lo sfruttamento di tale suolo o sottosuolo. Si tratta dunque di prodotti appartenenti alla cosiddetta “industria primaria”, non riconducibili a quelli dell’industria manifatturiera; si propende quindi ad interpretare il dettato normativo nel senso che l’elenco di merci contenuto nel paragrafo 2 esemplifichi casi di merci interamente ottenute in tale paese. L’art. 24 poi stabilisce che una merce alla cui produzione hanno contribuito due o più paesi è originaria del paese in cui è avvenuta l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale, economicamente giustificata ed effettuata in un’impresa attrezzata a tale scopo, che si sia conclusa con la fabbricazione di un prodotto nuovo od abbia rappresentato una fase importante del processo di fabbricazione.6

La Commissione è intervenuta per specificare cosa costituisca trasformazione sostanziale, in generale si ha quando ha l’effetto di classificare i prodotti ottenuti in una voce del Sistema Armonizzato diversa da quella relativa a ciascuna delle merci non originarie utilizzate, altre volte si realizza con una percentuale di valore aggiunto al termine della lavorazione, oppure può essere ottenuta da lavorazioni specifiche. La Commissione elenca le lavorazioni che possono essere ritenute utili all’acquisizione dell’origine preferenziale. La Corte di giustizia europea ha interpretato il concetto di trasformazione sostanziale secondo cui essa si realizza solo qualora il prodotto che ne risulta abbia composizione e proprietà specifiche che non possedeva prima di essere sottoposto a tale trasformazione o lavorazione”.

Con l’introduzione del Codice doganale comunitario si ha la disciplina dell’“acquisizione dell’origine della merce” in un unico articolo, il 36, che stabilisce che le merci interamente ottenute in un unico paese o territorio sono considerate originarie di tale paese o territorio e che le merci alla cui produzione hanno contribuito due o più paesi o territori sono considerate originarie del paese o territorio in cui hanno subito l’ultima trasformazione sostanziale. Sparisce quindi il dettato del precedente articolo 23.2 eliminando così ogni dubbio circa la identificazione dell’origine.

Riguardo alla normativa interna l’art. 4 comma 49 della legge 24 dicembre 2003 n.350 stabiliva che costituisce falsa indicazione la stampigliatura Made in Italy su prodotti o merci non originati dell’Italia ai sensi della normativa europea sull’origine”.7

Questo comma estende dunque l’ambito di applicazione dell’art. 517 c.p. alle attività di importazione, esportazione e commercializzazione dei prodotti recanti false o fallaci indicazioni di provenienza, la falsa indicazione si sostanzia nella stampigliatura “Made in Italy” su prodotti e merci non originari dall’Italia ai sensi della normativa europea sull’origine mentre l’indicazione fallace ricorre in caso di uso di segni, figure, o quant’altro possa indurre il consumatore a ritenere che il prodotto o la merce sia di origine italiana”, e ciò anche qualora” sia indicata l’origine e la provenienza estera dei prodotti o delle merci”. L’interpretazione del comma 49 dell’art. 4 della legge 350/2003 fu oggetto d’intervento della Corte di Cassazione in un caso riguardante un sequestro probatorio operato dall’Agenzia delle Dogane di Padova su prodotti provenienti dalla Romania che riportavano sulle confezioni la dicitura “Fro Via Torricelli 15/a Verona-Italy” senza alcun riferimento alla provenienza rumena. La presenza del termine Italy nell’indirizzo dell’impresa importatrice aveva indotto l’autorità procedente ad ipotizzare il reato di cui all’art. 517 c.p. e all’art. 4 comma 9 della legge 350/2003. La Corte di Cassazione ricostruisce così le fattispecie in questione: precisa innanzitutto che il concetto di “provenienza” di cui al 517 c.p. si riferisce alla provenienza da un determinato produttore e non da un determinato luogo di fabbricazione e sottolinea che la disciplina generale del marchio non esige che venga pure indicato il luogo di produzione del prodotto, ricorda inoltre che il marchio non garantisce la qualità del prodotto ma rappresenta solo il collegamento tra un determinato prodotto e l’impresa, sancendo la sola responsabilità del produttore nei confronti dell’acquirente. Sempre sulla base della disciplina del marchio non sussiste alcun obbligo in capo all’imprenditore di informare che egli non fabbrichi direttamente i prodotti. A giudizio della Suprema Corte allo stato attuale della legislazione solo in alcuni casi la legge ha attribuito rilevanza al luogo ed ha quindi imposto la specifica indicazione del luogo di origine delle merci e dei prodotti, e ciò lo ha fatto sempre in modo espresso ed in quei casi in cui i fattori climatici o ambientali possono avere una incidenza sulla qualità del prodotto.8
La sentenza riconosce quindi legittimo il ricorso alla delocalizzazione da parte delle imprese italiane.

Sicuramente il discorso cambia quando il marchio ha l’apposita funzione di indicare l’origine del prodotto da un determinato stato (marchio d’origine), a riguardo il codice della proprietà industriale stabilisce che “i soggetti che svolgono la funzione di garantire l’origine, la natura o la qualità di determinati prodotti o servizi, possono ottenere la registrazione per appositi marchi come marchi collettivi, ed hanno la facoltà di concedere l’uso dei marchi stessi a produttori o commercianti. Con riferimento al marchio d’origine il comma 6 dell’art. 4 del d.lgs. 350/2003 prevede l’istituzione di un marchio a tutela del “Made in Italy” distinguendo tra beni integralmente prodotti in Italia o beni non integralmente prodotti in Italia.

Vennero introdotte alcune novità dal d.l. 14 marzo 2005 n. 35 recante disposizioni urgenti nell’ambito del piano di azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale, tra le più rilevanti l’onere, in capo all’acquirente, di accertare la “legittima provenienza” dei beni che intende acquistare, qualora sia possibile ritenere che siano state violate le norme in materia di origine e provenienza dei prodotti, ed in materia di proprietà intellettuale (si ha violazione delle norme sull’origine in caso di mancato rispetto dei criteri di attribuzione contenuti nel Codice Doganale Europeo). Questo disegno di legge prevede inoltre l’istituzione del marchio “100 per cento Italia”, di proprietà dello stato italiano riservato a prodotti finiti per i quali l’ideazione, il disegno, la progettazione, la lavorazione e il confezionamento sono compiuti interamente sul territorio italiano utilizzando materia prime anche di importazione, nonché semilavorati grezzi (omissis) realizzati interamente in Italia.9

La disciplina prevede che l’imprenditore che volesse utilizzare tale marchio debba dimostrare il rispetto della normativa lavoristica, le norme in materia fiscale e contributiva e quelle in attuazione alla salvaguardia dell’ambiente; dovrà garantire che tutte le fasi della lavorazione si siano svolte in territorio nazionale e che i materiali utilizzati rispettino i canoni stabiliti per la salubrità e alla resistenza del prodotto. L’art. 1 comma 3 dispone che per lavorazione debba intendersi ogni attività del processo produttivo che porta alla realizzazione del prodotto finale”. All’articolo 7 di tale disegno di legge il legislatore stabilisce che il sistema di etichettatura deve evidenziare il paese d’origine del prodotto finito nonché dei prodotti intermedi e la loro realizzazione nel rispetto delle regole comunitarie e internazionali in materia di origine commerciale, di igiene e di sicurezza dei prodotti; al comma 2 prevede che il produttore o l’importatore debbano fornire informazioni specifiche circa la conformità alle norme internazionali vigenti in materia di lavoro, sulla certificazione di igiene e sicurezza dei prodotti e sull’esclusione dell’impiego di minori nella produzione, sul rispetto della normativa europea e degli accordi internazionali in materia ambientale.

Il d.l. 25 settembre 2009 n. 135 all’art. 16 comma 1 stabilisce che si intende realizzato interamente in Italia il prodotto o la merce, classificabile come Made In Italy, ai sensi della normativa vigente, e per il quale il disegno, la progettazione, la lavorazione ed il confezionamento sono compiuti esclusivamente sul territorio italiano”.10

Il sistema prevedeva quindi due diversi “Made in Italy” del quale possono recarne l’indicazione tanto i prodotti interamente fabbricati in Italia, quanto i prodotti che in Italia hanno subito l’’’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale e, quindi, anche i prodotti non interamente fabbricati in Italia. Ecco quindi la distinzione tra il marchio “100% Made in Italy” che possono utilizzare i prodotti totalmente fabbricati in Italia e il “Made in Italy” semplice, del quale possono beneficiare i prodotti che nel nostro territorio hanno subito l’ultima trasformazione. Nonostante gli sforzi del legislatore i c.d. “contadini del tessile” si riunirono in un movimento per far sì che venisse riconosciuto un made in “fatto in casa” e sulla scia di queste iniziative nacque la proposta di legge Reguzzoni, Versace, Calearo, Ciman (n. 2624 Camera dei Deputati, intitolata disposizioni concernenti la commercializzazione dei prodotti tessili, della pelletteria e calzaturieri) che divenne la legge 8 aprile 2010 n.55.11

Questa legge crea un tertium genus di Made in Italy, all’articolo 1 stabilisce il proprio ambito di applicazione circoscritto al settore tessile, a quello della pelletteria, a quello calzaturiero, a quello dei divani e a quello dei prodotti conciari. Il comma 3 di detta legge stabilisce che l’etichetta deve fornire informazioni chiare e specifiche sulla conformità dei processi di lavorazione alle norme vigenti in materia di lavoro (rispetto degli obblighi derivanti dalle convenzioni con l’OIL), sulla certificazione di igiene e sicurezza dei prodotti, sull’esclusione dell’impiego di minori nella produzione, sull’osservanza della normativa europea e sul rispetto degli accordi internazionali in materia ambientale. In base al comma 4 del suddetto articolo può essere applicata la dicitura “Made in Italy” solo su prodotti finiti che siano stati prevalentemente realizzati in Italia e specifica che almeno due delle fasi di lavorazione di questi prodotti devono essere avvenute in Italia e per le altre fasi deve essere verificabile la tracciabilità. Ai successivi commi vengono elencate le fasi di lavorazione per ogni settore merceologico interessato (ad esempio, per il tessile, comma 5: filatura, tessitura, nobilitazione e confezione, anche utilizzando fibre naturali, artificiali o sintetiche di importazione).

Questa legge si pone in conflitto con l’art. 36 del Nuovo Codice Doganale Comunitario che dispone le merci alla cui produzione hanno contribuito due o più paesi o territori sono considerate originarie del paese o territorio in cui hanno subito l’ultima trasformazione sostanziale”;12 la legge Reguzzoni infatti prescinde totalmente dal concetto di trasformazione sostanziale e il legislatore pare conscio di tale contrasto, premettendo appunto nel Dossier relativo al progetto di legge che La disposizione che consente l’uso dell’indicazione “Made in Italy” esclusivamente per i prodotti finiti le cui fasi di lavorazione abbiano avuto luogo prevalentemente nel territorio italiano appare in contrasto con l’art. 36 del codice doganale comunitario di cui al regolamento (CE) n. 450/2008. Questo contrasto comporta l’inapplicabilità della norma italiana.

Nel 2010 il Parlamento Europeo accolse favorevolmente l’introduzione dell’obbligo di indicazione del Paese di origine per taluni prodotti importati da Paesi Terzi, specificando che tale disciplina viene applicata esclusivamente ai prodotti industriali, e mettendo in luce i vantaggi derivanti dall’applicazione della stessa: vi sarebbe senz’altro una più estesa tutela del consumatore che avrebbe a disposizione un quadro informativo sul prodotto maggiormente dettagliato, inoltre si favorirebbe la competitività delle piccole e medie imprese concentrate sulla qualità del prodotto ottenuto con metodi artigianali, ultima ma non meno importante considerazione, il marchio d’origine costituirebbe uno strumento efficace contro la contraffazione e la concorrenza sleale. Tale proposta non riuscì ad ottenere l’approvazione del Consiglio Europeo, le ragioni alla base del ritiro di tale proposta risiedono nella constatazione che essa violi gli obblighi imposti all’Unione Europea dalla giurisprudenza OMC (prevedendo l’obbligo di indicazione di origine solo per i Paesi terzi poneva in disparità i prodotti intracomunitari e quelli extracomunitari, venendo quindi accusata di protezionismo)

Nel 2013 la Direzione Generale Imprese e Industria della Commissione ha presentato un pacchetto di norme volte a migliorare la sicurezza dei prodotti e a disciplinare la sorveglianza del mercato. La prima delle proposte ha introdotto una serie di regole volte a stabilire la piena tracciabilità dei prodotti stabilendo una presunzione generale di sicurezza per i prodotti conformi alla normativa settoriale di armonizzazione dell’Unione. Tale proposta è rivolta a tutti i prodotti manifatturieri, compresi quelli importati dai Paesi terzi. Qui l’obbligo di indicazione dell’origine si estende a tutti i prodotti industriali destinati ai consumatori e quindi sia a quelli nati in seno all’Unione Europea sia a quelli importati, vengono quindi sciolti i dubbi circa la compatibilità della proposta con gli obblighi assunti verso l’OMC. In data 15 aprile 2014 la proposta è stata approvata statuendo la sua entrata in vigore nel 2015.

 

Riccardo Salvadori

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