Globalizzazione e Made in Italy: il settore tessile di Prato

Nell’economia pratese la produzione tessile ha sempre svolto un ruolo di primissimo piano fin dall’epoca medievale ma fu nell’Ottocento che Prato vide un impetuoso sviluppo industriale, tanto da essere definita “la Manchester della Toscana” dallo storico Emanuele Repetti. I suoi alti opifici infatti erano paragonabili a quelli descritti da Charles Dickens in Hard Times:

It was a town of machinery and tall chimneys, out of which interminable serpents of smoke trailed themselves for ever and ever, and never got uncoiled. It had a black canal in it, and a river that ran purple with ill-smelling dye, and vast piles of building full of windows where there was a rattling and a trembling all day long, and where the piston of the steam-engine worked monotonously up and down, like the head of an elephant in a state of melancholy madness1

L’industria tessile pratese ha conosciuto fino agli anni 90 una stabilità che l’ha portata ad affermarsi tra i distretti tessili più produttivi d’Europa. In quegli anni infatti ebbe inizio la grande immigrazione che ha portato nel giro di circa vent’anni una crescita smisurata della popolazione cinese fino a raggiungere, su una popolazione totale di 187mila persone, un peso della comunità cinese di 11.500 immigrati cinesi legali, ma secondo le stime la città ha altri 25mila immigrati clandestini, in maggioranza cinesi.
L’evoluzione e la conseguente crisi della manifattura tessile pratese sono da riscontrarsi, oltreché in un crollo dei consumi per beni non considerati di stretta necessità, quali i vestiti di alta fattura, anche al fatto di poter contare sulla manodopera clandestina e al mancato rispetto delle norme che regolano l’attività d’impresa. Regole stringenti alle quali le grandi fabbriche italiane sono vincolate. Le attività e i laboratori cinesi sono capillarmente sparsi per tutta la città e i distretti limitrofi e, usando un’iperbole, al loro interno sono gestite al livello dei lager nazisti.
2 Solitamente i capannoni dormitorio non consentono agli impiegati uscire in quanto gli estenuanti ritmi tenuti durante la giornata consentono a malapena il tempo per addormentarsi nella branda posta immediatamente di fianco al macchinario appena lasciato.

Ma come si è arrivati a questa esplosione del cheap-market cinese in così pochi anni? Perché inizialmente si è sottovalutato questo fenomeno?
Il processo che ha portato le fabbriche e i laboratori cinesi ad essere proprietari di buona parte delle aziende che lavorano il tessile nel pratese è raccontato dalla giornalista del Sole 24 ore, Silvia Peraccini, che nel suo libro “
Assedio Cinese” spiega come un piccolo fenomeno concentrato si sia trasformato ne «l’esempio più eclatante e più sconcertante di assedio al manifatturiero italiano con armi sleali», ed è la fabbrica più portentosa di moda “Made in Italy” fatta dai cinesi.
Nel distretto “parallelo”, cinese, di Prato non ci si infortuna (nel 2007 le denunce di cittadini cinesi sono state due); non ci si iscrive come lavoratori al sindacato (Cgil e Cisl non hanno neppure un associato orientale) né, come imprese, alle associazioni di categoria (un solo iscritto all’Unione Industriale, poche decine alle associazioni artigiane); si lavora alle dipendenze dei
laoban (i proprietari) solo per pochi mesi (appena il 7% dei contratti dura più di due anni) e si interrompe il rapporto sempre per dimissioni volontarie, anche quando l’azienda chiude i battenti, avvenimento quest’ultimo molto frequente: sei imprese su dieci muoiono nell’arco di un anno, facendo schizzare il tasso di turn over delle aziende cinesi al 60% (quello delle imprese italiane è del 15,7%).
Il giro d’affari che questa realtà produce si aggira sui 2 miliardi di euro annui, impiega diciassettemila persone , molte delle quali immigrati e fa girare 2700 aziende.
Quando si parla di Prato bisognerebbe distinguere come una sorta di
“Prato A” in cui il manifatturiero è ancora in mano a pochi resilienti italiani che da un ventennio sopravvivono al mercato del Cheap cinese puntando su ciò che ci ha contraddistinti con il nostro “Made in Italy”, la qualità; e una “Prato B”, landa desolata in cui lo scenario è dominato da enormi capannoni industriali al cui interno convogliano container carici di tessuti provenienti dalla Cina. A Prato l´import di tessuti dalla Cina è cresciuto del tremila per cento negli ultimi dieci anni e questo significa una sola cosa, che quell´altra città che produce tessuti italiani non ha tratto, sui grandi numeri, nessun vantaggio.

Apparentemente la soluzione si potrebbe configurare nel convincimento delle aziende cinesi nella produzione di tessuti di alta qualità e con la conseguente integrazione nelle unità produttive italiane dei lavoratori cinesi esperti. Purtroppo però alla luce della crisi che ha investito l’economia mondiale dal 2008, che si è abbattuta violentemente anche nel nostro Paese, le capacità di spesa si sono notevolmente ridotte e, inoltre, le leggi che regolano il commercio dai paesi extraeuropei non sono così stringenti come quelle per il mercato interno. Il WTO ha infatti deciso di aprire le porte al mercato cinese l’11 dicembre 2001 da allora la Cina guida ininterrottamente da almeno una decina di anni la classifica sull’export globale superando tutte le altre potenze facenti parte dell’organizzazione. Il ruolo che la Cina ha avuto sul mercato italiano e, in particolar modo, sul declino di particolari aree produttive e interi dipartimenti, nel resto del mondo ha portato ad una dura campagna di protezionismo economico che ha trovato il suo apice nella campagna presidenziale di Trump. Il presidente neo eletto si è infatti scagliato contro la politica monetaria cinese, rea di aver manipolato le quotazioni del Renminbi al fine di favorire le esportazioni verso gli USA, creando conseguente perdita di posti di lavoro e disoccupazione; argomenti molto cari al presidente Trump che, nei suoi comizi elettorali, non si è lesinato ad incolpare le politiche di Pechino come distruttive per il mercato interno americano e per gli americani stessi. Per scongiurare il rischio del pregiudizio che Donald Trump potrebbe portare all’economia internazionale, e, nell’ottica di un processo di globalizzazione mondiale, all’unità economica senza dazi, sono scese in campo le istituzioni che più incarnano la globalizzazione con un rapporto congiunto: Fmi, Organizzazione mondiale per il commercio (Wto) e Banca mondiale. Esse hanno riconosciuto che l’apertura agli scambi internazionali genera crisi occupazionali nei settori meno competitivi. Tocca però ai Governi farsene carico e non già erigendo muri tariffari, ma con politiche economiche e di sostegno adeguate. Secondo quanto riportato in questo rapporto infatti la globalizzazione avrebbe portato una maggiore produttività e una riduzione dei prezzi al consumo, i quali però non vengono colti dal cittadino medio e, al contrario, lo spingono sempre più alla sfiducia nei confronti delle istituzioni sovrastatali. Nel rapporto emerge inoltre che il mercato cinese ha creato danni ingenti nei settori in cui l’apporto manifatturiero è preponderante: “Le regioni a forte vocazione manifatturiera, più esposte alla concorrenza cinese, hanno subito «significativi cali di occupazione e salari, soprattutto tra i lavoratori poco qualificati». 3

Lo scopo di Fmi, Wto e Banca Mondiale è di spronare con questo report le politiche interne nazionali non tanto ad istituire dei sussidi di disoccupazioni per i lavoratori, vittime di questo fenomeno, ma a contrastarlo in maniera decisa, prevedendo delle politiche di riorganizzazione e flessibilità del lavoro che incentivino il reimpiego di lavoratori che spesso sono più anziani e che perciò fanno più fatica a ricollocarsi.

Il fenomeno italiano che ha visto la città di Prato protagonista non è sfuggito alla reporter del New York Times Rachel Donadio, la quale il 12 settembre 2010 ha pubblicato un articolo, finito in prima pagina, dove raccontava della sensazione di risentimento sempre più crescente nei cittadini italiani. Questo risentimento sarebbe dovuto non solo al fatto che i cittadini cinesi non fanno rimanere in Italia gli utili che conseguono con le loro attività (I cinesi di Prato mandano in Cina, secondo la Banca d’Italia, 1,5 milioni di dollari al giorno), ma anche perché sono riusciti a superare gli italiani in ciò che ci ha reso tristemente noti in tutto il mondo <tax evasion and brilliant ways of navigating Italy’s notoriously complex bureaucracy>

Risulta inoltre opportuno analizzare come si sia riusciti a creare un tale sistema produttivo nonostante la rigorosa burocrazia, le politiche protezioniste e il pericolo delle organizzazioni criminali, in uno dei paesi che può essere considerato tra i meno all’ avanguardia, sotto questo punto di vista, nell’ Europa meridionale.
La città di Prato è diventata un punto nevralgico e di interesse strategico, infatti ultimamente la convinzione, da parte degli organi ufficiali italiani, è che il governo cinese non abbia fatto abbastanza per arrestare il flusso di immigrati illegali e abbia attuato politiche di ostracismo al fine di siglare un accordo bilaterale per identificare e deportare i clandestini. Alcuni residenti hanno il sospetto che questo enorme flusso sia una strategia di Beijing per sfruttare il mercato italiano.

La possibilità per queste aziende e laboratori di produrre utili a discapito delle aziende italiane, insediatesi da generazioni in questa zona, è anche data dal fatto che la politica dei prezzi bassi attira compratori e retailer del mondo della moda da tutta Europa, i quali, complici le politiche di liberalizzazione e libera circolazione di merci e servizi per tutto il continente consentono a prodotti pericolosi di circolare senza che vengano effettuati controlli troppo stringenti sulla qualità della merce prodotta .4

Al fine di trovare un piano comune di contrasto all’incessante crisi che dal 2007 affligge l’economia mondiale, e in particolar modo quella italiana, si è cercato adottare diverse teorie importate da paesi che per primi hanno dato vita nel XIX alla seconda Rivoluzione industriale e per restare al passo coi tempi si sono dovute evolvere. Secondo le teorie di Bill Macbeth, direttore centro di eccellenza tessile (TCoE) di Huddersfield c’è la necessità di riunire le produzioni di piccoli lotti al fine di unire le forze per essere più competitivi nel mercato globale. Infatti secondo le teorie di Macbeth le due aree produttive sono paragonabili in quanto a Prato le aziende che hanno superato la crisi si sono dovute specializzare in produzioni di nicchia. Produzioni di nicchia che si traducono in ordini frammentati e piccoli lotti, ordini che per essere evasi comportano una notevole sforzo commerciale e un network articolato in modo tale che ogni singola impresa addetta ad un determinato passaggio produttivo lo compia in totale sintonia al fine di sopravvivere tutti e cercare di creare una situazione che convenga all’intero distretto e settore.5

La beffa del Made in Italy e la delocalizzazione


La merce prodotta riporta sempre la dicitura “Made in Italy” come fregio di qualità e alta maestria nel confezionamento, agli occhi di un tedesco o di uno scandinavo, che una camicia sia prodotta in uno scantinato buio del
Macrolotto di Prato o sia opera di sarto napoletano è la stessa cosa.
Un capo di abbigliamento, al fine di poter essere etichettato come “ Made in Italy” Secondo quanto regolamentato dall’art.16 della legge 166 del 2009, legge di conversione del Decreto legge 135/2009 deve essere progettato, fabbricato e confezionato in Italia.
La Legge Reguzzoni (
legge n.55 dell’8 aprile 2010) ha tentato di irrigidire i parametri per beneficiare della dicitura “Made in Italy”, consentendo l’applicazione del marchio anche su prodotti che abbiano eseguito almeno due delle fasi di lavorazione per ciascun settore nel territorio medesimo e se per le rimanenti fasi è verificabile la tracciabilità. Purtroppo però questo normativa interna è in contrasto con le direttive e i regolamenti comunitari, non trovando perciò concreta applicazione.

Infatti nella maggior parte dei paesi europei circola un’ingente quantità di prodotti, i quali omettono di riportare sull’etichetta interna il Paese di effettiva produzione del manufatto. La normativa generale prevede appunto che sull’etichetta debba essere riportata, oltre alla composizione del capo, solamente il Paese in cui è avvenuto il confezionamento del prodotto, ciò vuol dire che una qualsiasi azienda nel settore dell’abbigliamento, operativa nel mercato europeo, può benissimo produrre la maggior parte dei semilavorati di cui si avvale in Paesi il cui costo di produzione è notevolmente inferiore. Questo fenomeno di delocalizzazione prevede che rimangano sul territorio natio dell’azienda soltanto le fabbriche destinate ai residui passaggi che consentono di avvalersi della dicitura “Made in EU”.
La risposta italiana a ciò è stata, come sopra menzionato, la Legge Reguzzoni che ha cercato di limitare l’accesso al marchio “Made in Italy” alle aziende che completassero le tre fasi più importanti (progettazione, fabbricazione e confezionamento) sul territorio italiano.
Il fenomeno della delocalizzazione ha visto un picco negli anni ’90 e agli inizi del 2000, il fenomeno è andato tuttavia attenuandosi quando i consumatori hanno scoperto a proprie spese quanto potesse essere dannoso e improduttivo risparmiare sulla qualità. Ciò ha spinto alcune aziende verso il cosiddetto “
reshoring”, che non è altro che il rientro delle aziende sul suolo italiano. Infatti i motivi che potevano spingere alla delocalizzazione negli anni passati sono gli stessi che comportano la ri-localizzazione, perciò Paesi del Sud-Est Asiatico quali Cina, Bangladesh, Taiwan ecc. hanno aumentato i loro costi di produzione e hanno adottato politiche di tutela dei lavoratori all’interno delle fabbriche. Tutti questi accorgimenti politici e giuslavoristici hanno portato ad un innalzamento del costo del lavoro e ad una preoccupazione maggiore nel consumatore finale.

Un caso particolare relativo al fenomeno della delocalizzazione è quello americano che ha visto la sua economia particolarmente danneggiata dalle produzioni a basso costo asiatiche, tanto che sotto il governo Obama c’è stato un intervento federale che ha obbligato a esporre sugli edifici pubblici solo bandiere al 100% made in Usa, una produzione di nicchia che però era diventata al 100% di fabbricazione cinese. Da un punto di vista comunicativo questi imprenditori “rimpatriati” furono presentati come eroi nazionali.6

A differenza del modello prettamente sovranista e protettore dell’economia interna statunitense, in Europa, anche grazie alla cospicua cessione di poteri da parte degli stati ad organi sovrastatali, le politiche di protezione sono molto flebili e quasi sempre lacunose. Tra queste politiche adottate dall’Unione Europea che hanno, formalmente lo scopo di tutelare il mercato comunitario ma sostanzialmente creano un blocco alla sua espansione e al contempo consentono un’eccessiva flessibilità per i paesi che importano sul continente, c’è il cosiddetto regolamento REACH (dall’acronimo “Registration, Evaluation, Authorisation of Chemicals) n. 1907/2006 il quale concerne la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche circolanti su suolo europeo.
Questo regolamento
penalizza i produttori europei, ma di fatto non c’è vigilanza sui prodotti che arrivano da paesi terzi. In questa situazione complessiva di assenza di reciprocità, i cittadini europei sono quindi penalizzati tre volte: nei condizionamenti allo sviluppo economico determinati di fatto dal Reach, che incide sulla nostra competitività; nelle limitazioni all’export causate dalle regole molto restrittive di mercati di importanti paesi terzi come appunto la Cina; ultimo ma non per importanza, nell’insalubrità di prodotti di importazione, cui si aggiunge la scarsa affidabilità delle informazioni merceologiche riportate sulle etichette.” Sostengono gli studi di 2 laboratori di analisi tessile della zona di Prato: il “Buzzi” e il “Brachi7.
La sottoposizione dei prodotti alle rigide regole imposte dal REACH stabilisce l’idoneità del prodotto a circolare liberamente nel nostro continente ed essere approvato come prodotto autorizzato dalla Comunità Europea, ma non costituisce nessun vincolo per i prodotti provenienti da altri paesi extracomunitari che omettono o falsificano la presenza di determinate sostanze al loro interno.

In un’analisi condotta dalla Banca Mondiale nel 2012, il mercato Italiano è protagonista di un’ingente importazione di tessuti, lavorati per intero o parzialmente, da paesi in cui il costo di manodopera è molto più basso e che hanno affossato la recente economia del nostro Paese. Nel grafico sottostante si nota come sia aumentata l’importazione di tessuti da paesi esteri (Cina, Tunisia, Francia, Romania e Turchia) dal 1988 al 2011, sull’asse delle ascisse; sull’asse delle ordinate si trova la quantità di merce importata in (‘000 $).
Fonte: Banca Mondiale

Il Modello Interno Cinese e Lo Sfruttamento Minorile

La Cina venne inserita per la prima volta nei BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) nel 2001 dalla banca d’investimenti Goldman Sachs, la quale spiegava che i quattro Paesi avrebbero dominato l’economia mondiale nel prossimo mezzo secolo, fino a raggiungere nel 2050 il PIL dei Paesi membri del G6 (USA, Francia, Canada, Giappone, Italia, Germania).
Questa bolla speculativa ha portato una rapida ascesa di suddetti Paesi, i quali hanno visto le loro economie fortemente prese di mira da parte di investitori stranieri attratti da notevoli tassi d’interesse per i loro titoli di Stato. Tuttavia, così come è stata rapida l’ascesa, altrettanto veloce è stato il declino, dove in alcuni Paesi, quali la Russia e il Brasile, si è pagata una forte instabilità politica che ha visto più volte svalutazioni pesanti delle monete interne rispetto alla moneta comunitaria e al dollaro. L’unica economia che sembrava aver retto anche alle ripercussioni che la crisi economica del 2008 ha avuto sul mondo sembrava la Cina, la quale con riguardo alla politica interna ha sempre avuto delle dinamiche piuttosto oscure anche agli analisti di mercato più esperti. L’economia cinese è sempre stata avvolta da un velo di mistero e oscurità dovuto sia a evidenti difficoltà linguistiche nell’approccio, in quanto i cinesi non sono propensi ad imparare nuove lingue, sia in riferimento alla struttura tentacolare delle società cinesi, private e pubbliche. Per tanti, infatti, l’investire nel mercato cinese ha portato al cosiddetto “
Hotel California Effect”, termine da attribuire al titolo del paper di Holger Gorg,8 il quale illustra quanto sia attraente e, nei primi tempi, proficuo investire nel mercato cinese, ma, allo stesso tempo, nonostante sia manifesta la volontà di uscire dall’investimento essa risulta impossibile.
La Cina ha dovuto inoltre affrontare nel 2015 una bolla speculativa che ha portato alla radicale svalutazione dello yuan e al crollo del mercato interno. La Cina da sempre è vista come una frontiera tecnologica per quanto inerisce gli investimenti urbani ed edilizi, ma la maggior parte di essi risultano investimenti volti solo all’arricchimento di una determinata categoria di imprenditori senza un effettivo beneficio per la comunità. Queste grandi opere infatti vengono costruite in delle zone che non hanno bisogno di tali infrastrutture e molto spesso rimangono delle cattedrali nel deserto vuote e sintomatiche del degrado urbano e culturale della periferia cinese.

Al contrario di quanto si possa pensare, l’industria tessile cinese è una delle più antiche del mondo, sin dalle suo origini infatti, la conformazione territoriale e la fauna spontanea hanno potuto far sì che sul territorio si potessero creare allevamenti di bachi da seta (Bachicoltura). L’inizio della bachicoltura si può far risalire al 3000 a.C. grazie all’imperatrice Xi Ling Shi. L’industria tessile cinese nel corso dei secoli si è sempre attestata ad alti vertici, una volta per qualità, mentre in tempi più recenti per quantità. In Cina il settore dell’abbigliamento e del tessile-moda funzionano diversamente rispetto all’Italia e alla Francia che hanno una storia di alta moda alle spalle. La cultura italiana ci ha portato a considerare i capi d’abbigliamento e di calzatura come degli status quo che trascendono il loro semplice utilizzo. Il comportamento delle industrie italiane è quello di produrre capi d’abbigliamento e caratterizzarli con il loro marchio creando una disponibilità e una domanda esorbitante per i clienti. In Europa e nei Paesi di stampo anglosassone il comportamento è diverso, infatti i capi d’abbigliamento vengono principalmente comprati non in negozi o boutique, ma nei banchi del mercato e, i capi acquistati, raramente riportano “griffe” famose. L’investimento per un capo confezionato sartoriale o per abiti “di marca” è esclusivo di una clientela educata al ben vestire.
I cinesi invece hanno una produzione di abbigliamento che non è legata ad una marca in quanto la maggior parte dei capi difficilmente riporta etichette rigide come quelle imposte dall’Europa per la tutela dei consumatori. Il punto di criticità del modello cinese risiede nel fatto che la sua maggior produzione si rifà a merce contraffatta, venduta legalmente in grandi
multistore a più piani che riportano la maggior parte delle marche occidentali e che non sono soggette a nessun controllo sulla tutela del marchio o del brevetto (vengono inoltre venduti orologi svizzeri e componenti elettroniche). Questo enorme mercato del falso si ripercuote anche sulle economie occidentali e in particolare sulla nostra che vede nell’abbigliamento uno dei settori trainanti insieme a quello enogastronomico.
Il Mercato del falso in Italia infatti genera un fatturato di 6,5 miliardi di euro, di cui 2,2 soltanto nel settore dell’abbigliamento e accessoristica, secondo le stime di Confindustria questa enorme macchina del falso, che non sempre parte dalla Cina ma che vede da li partire le materie prime già parzialmente lavorate,
assorbirebbe 100 mila lavoratori regolari occupati a tempo pieno. Il prezzo che si paga in termini di salute e welfare è molto alto e di certo non vale il minor prezzo d’acquisto rispetto a un capo prodotto in Italia seguendo le normative UE in tema di controlli sulle sostanze chimiche utilizzate.

Posti di fronte ad una scelta puramente economica ogni persona tenderebbe a scegliere il prodotto col prezzo più basso, senza interrogarsi mai sul perché alcuni capi d’abbigliamento abbiano una differenza di prezzo così ampia, pur sembrando nella loro forma e composizione uguali. Tralasciando i fattori tecnici e di tecnologia dei materiali che vengono impiegati dalle aziende, quello che più ci preme analizzare è il modo in cui i vestiti vengono prodotti in paesi del SudEst Asiatico e in particolare la Cina. La struttura delle industrie tessili e dell’abbigliamento in molti Paesi in via di sviluppo e Paesi meno sviluppati è simile a quello della Cina, dalla quale è partito, come una sorta di recente “taylorismo”, un nuovo concetto di fabbrica figlia della globalizzazione. In determinati Paesi infatti al solo scopo di aumentare la produttività, ridurre i costi di fabbrica e aumentare la quantità prodotta, gli imprenditori, anche di brand importanti a livello globale, hanno deciso di sacrificare la tutela dei diritti umani e dei lavoratori al solo fine di estremizzare i guadagni. Il fenomeno dello schiavismo delle multinazionali è stato più volte denunciato da numerose ONG, le quali si sono battute in più di un’occasione per rivendicare i diritti dei lavoratori e dei minori. Nonostante ciò però rimane un crimine difficile da stanare, anche grazie all’insabbiamento delle notizie e delle denunce da parte delle istituzioni pubbliche che vedrebbero la crescita del PIL del loro Paese minacciata da un’ipotetica cessazione del rapporto con tali multinazionali. Infatti il rischio maggiore per un padrone colto in flagranza reato di sfruttamento del lavoro minorile, il rischio sarebbe una multa di 10.000 yuan (mille euro), cioè una piccola percentuale dei profitti di queste imprese. La revoca della licenza invece scatta solo se un bambino “diventa invalido o muore sul lavoro”. Le notizie di processi e multe di questo tipo scarseggiano. La battaglia contro lo sfruttamento del lavoro minorile non sembra una priorità per le forze dell’ordine. Nel 2005 infatti l’ex Presidente della Repubblica Popolare Cinese ed ex segretario generale del partito comunista cinese Hu Jintao, accolse a Pechino centinaia di top manager, industriali e banchieri stranieri venuti per il Global Forum di Fortune. Il discorso di Hu Jintao di fronte ai rappresentanti del capitalismo mondiale è stato interrotto da applausi a scena aperta. Il quotidiano ufficiale China Daily ha riassunto il suo comizio con un grande titolo in prima pagina: “You come, you profit, we all prosper“.9 Non si sa a chi si riferisca il giornale con “we all” ma pare certo che lavoratori minorenni costretti a lavorare dalle 7 alle 23 per sei giorni alla settimana, per una paga di 80 euro al mese, non siano dello stesso avviso.

 

Riccardo Salvadori

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