Globalizzazione e Made in Italy: il distretto biellese

Nell’età dell’oro della lana, la provincia piemontese metteva in mostra la sua opulenza, oggi che i redditi pro capite rimangono tra i più alti d’Italia solo per i patrimoni familiari accumulati fino agli anni novanta, gli ampi spazi vuoti e le abitazioni in vendita per poche decine di migliaia di euro restituiscono un’immagine da fin d’époque che è arrivata in sordina, senza boati e senza l’acclamazione della stampa come invece è stato per altre zone.

Fu proprio in questo territorio che per la prima volta si ebbe una regolamentazione delle produzioni laniere con degli Statuti fin dal 1245. Produzioni che si mantennero stabili e anzi crebbero, costringendo nel 1582 l’allora Duca di Savoia Carlo Emanuele a censire, per fini fiscali, tutti gli artefici, i mercanti e i loro dipendenti, in un documento di particolare interesse: il Consegnamento di Mosso. Dall’analisi delle dichiarazioni dei capifamiglia risulta evidente come l’intera comunità di Mosso fosse impegnata nelle lavorazioni laniere. Il comune aveva all’epoca una popolazione di circa 3500 abitanti. La trasformazione avvenne all’inizio dell’Ottocento, favorita dall’introduzione delle prime macchine tessili e in particolare dei filatoi automatici, detti mule, a opera di Pietro Sella (1784-1827), presto imitato dalla maggior parte dei principali imprenditori lanieri che in un primo tempo avevano inutilmente tentato di opporsi a tale innovazione. L’industria laniera nel Biellese si sviluppa, lungo tutto il Novecento, grazie anche al continuo miglioramento qualitativo, superando alternanti periodi di difficoltà e raddoppiando, nell’arco di mezzo secolo, la propria capacità produttiva. I telai passano infatti dai 3000 censiti nel 1900 ai 6700 del 1952, corrispondenti al 72,4% di quelli attivi in Piemonte ed al 30,4% di quelli esistenti in Italia.1

L’importanza di questa zona industriale per il nostro Paese e per l’Europa non si può ridurre ad un discorso meramente economico e di numeri. Di fondamentale rilevanza storica fu infatti il “Patto della Montagna”, siglato a Biella, nel 1944, da imprenditori, sindacati e partigiani. Il Patto si prefissava di mantenere attive le fabbriche tessili e migliorare le condizioni di lavoro, affermando parità retributiva a parità di lavoro anche durante il difficile momento dell’occupazione. Una conquista che diverrà nazionale ed europea solo negli anni Sessanta. Allora si cercava di uscire da una guerra devastante che aveva lasciato un continente, l’Europa, e il nostro Paese, in ginocchio. Quel patto, quasi un anno prima della fine del conflitto – quindi siglato ancora sotto l’occupazione nazifascista – diventava una sfida, assumeva un valore simbolico e poneva le basi per la ricostruzione.2
Negli anni 60 la città era divenuta la capitale mondiale della lana grazie a un know how antico: i primi statuti per regolare l’attività tessile risalgono alla metà del duecento e le prime tracce della lavorazione della lana addirittura all’età preromana. Oggi che quella stagione è agli sgoccioli, Biella vive una crisi d’identità, come se non riuscisse a farsi una ragione del tramonto della “città-fabbrica” e di quella monocultura industriale che l’ha contraddistinta in Italia, permettendole con 1.870 aziende e 50mila operai negli anni del boom economico, di dare un’opportunità a numerose famiglie, gran parte dei quali arrivati dal Veneto e dal sud Italia.3 L’idea pionieristica della città fabbrica è da attribuire ad una delle mente più brillanti dell’Italia del primo 900, l’ing. Adriano Olivetti, nativo di Ivrea che al di là dei risultati conseguiti come imprenditore riuscì a lasciare un’impronta significativa nel modo di fare fabbrica. La dicotomia che vedeva solamente l’idea capitalistica di fabbrica gli andava stretta, Adriano Olivetti riuscì a creare nel secondo dopoguerra italiano un’esperienza di fabbrica nuova ed unica al mondo in cui l’organizzazione del lavoro comprendeva un’idea di felicità collettiva che generava efficienza. Gli operai vivevano in condizioni migliori rispetto alle altre grandi fabbriche italiane: ricevevano salari più alti, vi erano asili e abitazioni vicino alla fabbrica che rispettavano la bellezza dell’ambiente, i dipendenti godevano di convenzioni. Anche all’interno della fabbrica l’ambiente era diverso: durante le pause i dipendenti potevano servirsi delle biblioteche, in quanto l’ingegnere credeva nelle capacità dei propri dipendenti e credeva anche che consentendo loro di migliorarsi, loro in primis ma anche la fabbrica ne avrebbe beneficiato; seguire dibattiti con ospiti direttamente invitati a tenere conferenze e interventi in azienda, e non c’era una divisione netta tra ingegneri e operai, in modo che conoscenze e competenze fossero alla portata di tutti.4

Oggigiorno, ci si pone davanti una situazione non rosea del Biellese, i numeri appaiono impietosii e le percentuali di disoccupazione e di chiusura delle fabbriche non consolano. Ci troviamo di fronte ad una crisi che sta minando profondamente il contesto socioeconomico e mettendo a rischio il futuro del territorio. Gli occupati dell’industria tessile oggi sono 11.300, con una flessione di oltre il 40% rispetto alla situazione ante crisi. La disoccupazione è al 9,5%, prima era fisiologica: tra il 3 e il 4%. Le imprese attive a fine 2007 nel tessile-abbigliamento erano 968; mentre oggi sono 761. Ma la situazione non si può certo imputare alla sola crisi economica ma anche alle scelte fatte da alcuni industriali in periodi in cui di recessione non si sentiva nemmeno parlare. Il declino, lento, è cominciato quindi ben prima della crisi globale. Nel 2000, quando accorpamenti e delocalizzazioni avevano già ridotto a un terzo il numero delle imprese, i lavoratori erano scesi a 28mila e si producevano 36 milioni di metri di tessuto. Nel 2008, ancora prima che la recessione piombasse come uno tsunami sull’industria biellese, erano scesi a 30 milioni. La crisi economica ha travolto un settore già in declino. Il ridimensionamento è stato brutale: nel 2015 ha superato il 10 per cento, mentre quella giovanile è arrivata al 27 per cento. 5

Figura sopra: Variazione dell’impiego nelle regioni italiane nel settore tessile e abbigliamento, 1971–2007; Fonte: ISTAT (2011).

 

 

 

La Rinascita

La passività del legislatore statale ed europeo, che ha affossato numerose aziende e famiglie non ha scoraggiato lo spirito del popolo. La reazione è stata la specializzazione in singole fasi di lavorazione, una per ogni azienda. L’idea che un’intera azienda affrontasse da sola i passaggi di lavatura, pettinatura, tintura non era più possibile in quanto le aziende non potevano più affrontare uno sforzo economico così grande. Carlo Piacenza, presidente dell’Unione Industriali di Biella ammette con rammarico che non è più possibile avere tutti i macchinari necessari, è così che nasce l’idea del lavoro di distretto: «Il distretto consente di rispondere a quella richiesta particolare tenendo un unico macchinario per tutte le aziende in modo da ammortizzare l’investimento e abbattere i costi». Si fa squadra insomma. «Il pericolo da scongiurare è quello che si perda un anello della filiera. E a questo serve il lavoro di distretto. Altrimenti le grandi aziende del territorio sono costrette a crearsi una filiera specifica per le loro esigenze rischiando però di perdere il treno delle produzioni di nicchia, che non reggerebbero mai un’economia dei grandi numeri».6

Allo stesso modo l’azienda tessile Reda 1865 ne è un chiaro esempio, fondata appunto nel 1865 a Valle Mosso dall’omonima famiglia e acquistata dalla famiglia Botto Poala nel 1919 che tutt’oggi ne conserva la proprietà e la gestione, ha combattuto la crisi investendo nella materia prima, allevando direttamente il bestiame. L’azienda infatti possiede numerose “farm” in Nuova Zelanda, terra d’eccellenza della lana merino, per un totale di trentamila pecore che offrono un milione e ottocentomila chili di pregiatissima lana, destinata non solo alla produzione interna ma anche alla vendita nelle aste. Grazie alle acquisizioni in Nuova Zelanda abbiamo l’intero controllo della filiera della lana: la coltivazione dei terreni, l’allevamento di 30 mila pecore merino, la tosatura, la lavatura della lana greggia ci consentono di conoscere tutti i processi e non solo la trasformazione della lana in tessuto, con filatura, tessitura e finissaggio realizzati a Biella. L’esperienza che abbiamo acquisito negli ultimi vent’anni ci consente di garantire quella qualità che ci richiedono i nostri clienti più esclusivi, parlo di Armani, Zegna, Ralph Lauren, Canali, Corneliani, Hugo Boss e Paul Smith. Inoltre, grazie a pastorizia e allevamento, i nostri terreni in Nuova Zelanda garantiscono un rendimento del 4 al 7%, meglio di azioni e Btp.  Così, Ercole Botto Poala, amministratore delegato dell’azienda, spiega i grandi vantaggi derivanti dalla scelta dell’acquisto delle “farm” e, riguardo all’export dice: «L’Italia che è il nostro secondo mercato non basta più, bisogna aumentare l’export e noi lo stiamo facendo da tempo. Per esempio rafforzandoci in Germania, che è già il nostro primo mercato visto che rappresenta il 25% del giro d’affari. Poi puntiamo su Cina e Giappone, dove siamo presenti anche con sedi commerciali a Shanghai e Tokyo».7  

Il motto di Reda è “Il cambiamento è inevitabile”, questa filosofia si è concretizzata in Rewoolution, linea sportiva lanciata dall’azienda nel 2009, momento difficile per il tessile biellese ma, precisa Francesco Botto Poala (direttore generale di Reda 1865), le cose migliori derivano sempre dalle sofferenze. Si tratta di una linea di abbigliamento sportivo, altamente tecnico, realizzato interamente in leggerissima lana merino biodegradabile in fibra naturale al 100%, una scommessa vincente per l’azienda e una vera rivoluzione nel mondo dello sportswear, molto apprezzata in Svizzera, Inghilterra, Austria e Germania e venduta sul colosso dell’e-commerce Yoox. L’azienda ha sempre investito molto in ricerca e sviluppo e ha fatto dell’ecosostenibilità la linea guida per la produzione tant’è che è l’unica azienda tessile al mondo ad essere certificata Emas, attestato rilasciato a quanti rispettano scrupolosamente rigorosi parametri di sicurezza dei lavoratori e qualità dei sistemi produttivi; l’inestricabile interazione tra passato e futuro, tradizione e innovazione fa del Lanificio Reda un’eccellenza del “Made in Italy”, la cui forza, secondo Ercole Botto Poala sta appunto nell’essere un network di persone appassionate e altamente specializzate”.

Un contributo molto importante alla città, sempre legato al tessile, è stato dato dal progetto “In Biella Factory Stores”, promosso dall’Associazione 015 che si è adoperata per la rivitalizzazione del centro storico attraverso l’apertura di punti vendita dei grandi marchi di abbigliamento del territorio. Molte aziende hanno aderito al progetto, sintomo di ripresa economica e volontà di riscatto. A novembre ha infatti inaugurato lo store “Masala”, di Rita Mancini, creatrice biellese di borse, t-shirt, gioielli e accessori vari realizzati con i filati dell’azienda di famiglia. 8

Il 3 dicembre c’è stata l’apertura del negozio di “Piacenza Cashmere” che ha aderito con grande impegno al Progetto 015, dice Vasily Piacenza «L’unione fa la forza anche gli imprenditori locali devono collaborare per la città. E’ il momento di ridare alla terra che ci ha resi famosi nel mondo». L’azienda infatti, fino a quel momento aveva sempre avuto lo spazio vendita all’interno della fabbrica di Pollone mentre ora le collezioni del brand, la maglieria e l’homewear sono ospitate in centro città.

L’apertura più recente è quella del “Lanificio Angelico”, marchio nato all’inizio degli anni 50 a Ronco Biellese per mano di Giuseppe Angelico e oggi portato avanti dai figli Massimo e Alberto che unendo tradizione e innovazione hanno ampliato la gamma produttiva dell’azienda facendolo diventare un marchio affermato a livello mondiale nel panorama dell’abbigliamento uomo. Così i due fratelli commentano l’apertura del punto vendita in centro città: Dopo aver esaminato il progetto, promosso dall’Associazione 015 Biella, abbiamo, con grande entusiasmo, deciso di aderire, in quanto accanto alla sostenibilità del business plan e delle iniziative di marketing, condividiamo lo spirito che anima i promotori. La nostra azienda è da sempre al fianco di progetti, che abbiano un’ampia condivisione, che rivitalizzino il Biellese e lo rendano visibile all’estero. Il progetto «In Biella Factory Stores» è in grado di dare nuova vita al centro di Biella, creando flussi turistici di cui potrà beneficiare l’intero territorio9

All’interno dello stabile dell’ex Lanificio Maurizio Sella, acquistato dall’omonimo imprenditore nel 1835 e rimasto in attività fino agli anni 50, è nato SellaLab, un polo di innovazione e accelerazione d’impresa con l’obiettivo di aiutare e far crescere i progetti di giovani talenti e supportare le aziende nel processo digitale, dove si gestiscono programmi di accelerazione dedicati a start-up fintech, digitali e laboratori sperimentali dedicati a tecnologie e internet of things.10

Il SellaLab fornisce anche numerosi corsi di formazione per manager e professionisti tra i quali il corso di strategia di social personal branding, di ad-words, e-commerce, web performance marketing. L’animo giovane e innovativo del polo è ben rappresentato da “#digitaldrink”, incontri formativi gratuiti dedicati al digitale, all’innovazione, alle nuove professioni dove il pubblico, gustando un aperitivo, ha la possibilità di ascoltare relatori di spicco, esperti del settore. Gli spazi coworking di SellaLab non sono presenti solo a Biella ma anche a Torino e Lecce, con l’obiettivo di espandere ancora la rete in altri territori, sempre con l’obiettivo di aiutare le imprese a crescere e collegare sempre più i talenti e le imprese. La location biellese ospita eccellenze territoriali tra startup digitali, agenzie media, professionisti digitali, designer, grafici e fotografi che collaborano in corsi di formazione, eventi e incontri di lavoro. SellaLab, grazie all’alto livello di qualità dei corsi e agli investimenti nel capitale umano, con particolare attenzione alla valorizzazione dei talenti nostrani, ha dato la possibilità a molti giovani biellesi di trovare occupazione ma anche di reinstaurare la fiducia nel mondo del lavoro e nel territorio, le cui risorse sono sempre state sottovalutate. Negli ultimi anni, infatti, il biellese, ha assunto una nuova fisionomia, non più legata solo al tessile ma anche al turismo e allo sport, grazie alla bellezza dei paesaggi montani che ospitano percorsi di trekking, free climbing, rafting, escursioni di sci-alpinismo e freeride, attrattiva di molti turisti soprattutto olandesi e tedeschi.

 

Riccardo Salvadori

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