LA TORTURA E L’ABUSO DI POTERE AI GIORNI NOSTRI

<<La più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale.>>

Amnesty International

ITER DEL REATO DI TORTURA IN ITALIA

La frase sopra citata, attribuita all’ONG Amnesty International, si attribuisce ai fatti precedentemente analizzati del G8 di Genova.

Prendendo spunto da una delle ultime frasi del film, emerge come l’Italia, pur essendo uno dei Paesi più sviluppati a livello mondiale, non abbia ancora introdotto, all’interno del codice penale, una fattispecie che condanni la tortura, nonostante la condanna di questa fosse già stata discussa nella Convezione delle Nazioni Unite contro la tortura nel 1984, da noi ratificata nel 1988. Un’argomentazione spesso utilizzata dall’Italia, in risposta alle preoccupazioni provenienti dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti disumani e degradanti (CPT), è fondata sull’idea che le condotte descritte all’art. 1 e 2 della Convenzione, siano coperte da norme che erano già in vigore prima della ratifica della convenzione sopra citata.

Art.1 e 2 Convenzione:

  1. Ai fini della presente Convenzione, il termine «tortura» designa qualsiasi

Atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o Psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona Informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha Commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla od esercitare pressioni su Di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque Altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o Tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona Che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso Espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze derivanti Unicamente da sanzioni legittime, ad esse inerenti o da esse provocate.

  1. Il presente articolo lascia impregiudicato ogni strumento internazionale e

Ogni legge nazionale che contiene o può contenere disposizioni di portata più ampia.21

Il primo disegno di legge, contenente il reato di tortura in Italia, fu fatto nel 1989 dal senatore

Nereo Battello, subito dopo la ratifica della Convenzione del 1984.

Il testo non fu mai sottoposto al voto dell’assemblea.

Stessa sorte toccò nel 1991 al disegno di legge proposto da Franco Corleone.

  1. Convenzione nazioni unite contro la tortura, 1984

21

Successivamente, durante la XIII e la XIV legislatura, vennero proposti vari disegni di legge, come quello di natura governativa di Dini-Fassino o quello proposto da Pecorella, ma entrambi, come i loro precursori, non riscontrarono un interesse da parte del Parlamento e non giunsero mai ad un’utilità concreta.

Durante la XV legislatura vennero presentati in parlamento otto progetti riguardanti il reato di tortura, che vedevano come relatori gli onorevoli Pecorella, Forgione, Biondi, Bulgarelli, Pianetta, Iovene, De Zulueta e Suppa.

Le quattro proposte di legge, presentate alla Camera da Pecorella, Forgione, De Zulueta e Suppa, furono unificate in un testo unico, avente come obiettivo l’introduzione, nel codice penale, di due articoli:

Il primo contenente la norma incriminatrice, delineava la tortura come reato comune, con la previsione di un’aggravante se commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio;

La seconda collocava la tortura fra i delitti contro la persona, in particolare nel settore dei delitti contro la libertà morale, sottolineando, in questo modo, il ruolo sadico della tortura, in quanto comportava sia una lesione dell’integrità fisica ma anche, e soprattutto, una forte componente di vessazione psicologica.

Il testo prevedeva che la violenza e la minaccia dovessero essere gravi, portando però ad una difficile valutazione della gravità, in quanto non fu fatto nessun riferimento specifico all’ interno della norma.

Tuttavia il disegno di legge si arenò a causa della crisi di governo e la chiusura anticipata della legislatura.

L’attuale legislatura, la XVII, ha apportato un’unificazione dei testi precedenti, dando vita a una proposta, avente come relatore il senatore Luigi Manconi, presentata il 17 settembre 2013 alla commissione di Giustizia e approvata, definitivamente, in assemblea il 5 marzo 2014. Questo disegno di legge non contempla il requisito della reiterazione degli atti di violenza o minaccia e non contempla le condotte omissive, pur rimanendo presente il requisito della gravità.

Il reato di tortura rimane un reato comune pur prevedendo l’aggravante se commessa da pubblico ufficiale.

Le ultime notizie sull’ iter della proposta di legge 216822 risalgono a più di un anno fa, periodo nel quale la Camera dei Deputati approvò, con modificazioni, la proposta di legge in data 9 aprile 2015, rimandando successivamente la proposta in Senato, dove si fermò.

La proposta di legge introduce nel Titolo XII sez. III del codice penale i reati di tortura (art.613 bis) e di istigazione alla tortura (art.613 ter).

Essi prevedono rispettivamente:

  1. http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/stampati/pdf/17PDL0018050.pdf

22

Tortura: Chiunque, con violenze o minacce gravi, ovvero mediante trattamenti inumani o degradanti la dignità umana, cagiona acute sofferenze fisiche o psichiche ad una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia o autorità o potestà o cura o assistenza ovvero che si trovi in una condizione di minorata difesa, è punito con la reclusione da tre a dieci anni. Se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale nell’esercizio delle funzioni ovvero da un incaricato di un pubblico servizio nell’esercizio del servizio, la pena è della reclusione da cinque a dodici anni. Se dal fatto deriva una lesione personale le pene di cui ai commi precedenti sono aumentate. Se dal fatto deriva una lesione personale grave le pene sono aumentate di un terzo e della metà in caso di lesione personale gravissima. Se dal fatto deriva la morte quale conseguenza non voluta, la pena è della reclusione di anni trenta. Se il colpevole cagiona volontariamente la morte, la pena è dell’ergastolo (Art 613 bis);

Istigazione di pubblico ufficiale a commettere tortura: Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio il quale, nell’esercizio delle funzioni o del servizio, istiga altro pubblico ufficiale o altro incaricato di un pubblico servizio a commettere il delitto di tortura, se l’istigazione non è accolta ovvero se l’istigazione è accolta ma il delitto non è commesso, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. (Art.613 ter)

La proposta di legge modifica inoltre l’art.191 del codice di procedura penale, aggiungendovi il comma 2-bis, il quale stabilisce che:

Le dichiarazioni o le informazioni ottenute mediante il delitto di tortura non sono comunque utilizzabili, salvo che contro le persone accusate di tale delitto e al solo fine di provarne la responsabilità penale

Interviene poi sul codice penale in modo da raddoppiare i termini di prescrizione per il delitto di tortura.

La tortura nel diritto internazionale

Come è stato più volte detto, l’impegno nazionale a riconoscere una fattispecie che incrimini il reato di tortura va aldilà dei normali impegni morali e di civilizzazione che sarebbe giusto aspettarsi da un paese come l’Italia.

I trattati, le convenzioni e le dichiarazioni universali, firmate e ratificate dall’Italia, prevedono ognuna una definizione che spieghi e incrimini il reato di tortura a livello mondiale. Tra questi si citano, in ordine di sottoscrizione:

Convenzione di Ginevra del 1949 relativa al trattamento dei prigionieri di guerra; Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948;

Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950 (ratificata dalla legge 848/1955); Il Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici del 1966(ratificata da legge

881/1977);

Convenzione ONU del 1984 contro la tortura ed altri trattamenti e pene crudeli, inumane e degradanti (ratificata con legge 489/1988);

Statuto di Roma istitutivo della Corte penale internazionale del 1998 (legge 232/1999)

La tortura, al contrario di quanto si possa pensare, non è una pratica relegata soltanto a Paesi considerati sottosviluppati, infatti, stando ai dati riportati da Amnesty International, tra il gennaio

23

2009 e il marzo 2014 si sono verificati episodi di tortura in almeno tre quarti dei paesi del mondo: le denunce ricevute riguardano i maltrattamenti commessi da funzionari statali in 141 paesi, in ogni regione del mondo, compresi quelli considerati “sviluppati”.

Nonostante lo scenario politico sia radicalmente cambiato rispetto ai regimi di Terrore dell’800 o totalitari dell’ 900, ancora oggi, le categorie prese maggiormente di mira sono quelle che manifestano le proprie idee politiche o che esercitano il loro diritto alla libertà di espressione, come i gruppi di una particolare religione o altre minoranze.

Molte vittime provengono da gruppi già svantaggiati, come omosessuali o trasgender, che nonostante le continue lotte per il riconoscimento dei propri diritti, non riescono a trovare la piena considerazione e pariteticità sociale da parte della comunità.

Le donne vengono tuttora sottoposte a supplizi e vessazioni da parte di soggetti che dovrebbero proteggerle. Esse sono infatti vittime, nello specifico, di barbarie, quali gli aborti forzati, il rifiuto dell’aborto, la sterilizzazione forzata e le varie mutilazioni genitali femminili, alle quali si aggiungono altre forme di violenza che non vengono nemmeno riconosciute come reati in determinati stati.

I motivi, per cui ci si avvale della pratica della tortura, come abbiamo sottolineato precedentemente sia nei Paesi considerati sviluppati sia in quelli meno sviluppati, si basa principalmente su due ragioni principali: da un lato, l’esistenza della cultura dell’impunità che fa si che nessuno porti davanti ad una corte gli eventuali responsabili; dall’altro i governi traggono o credono di trarre beneficio dal ricorso a questa pratica.

Tra gli ostacoli che impediscono la prevenzione della tortura, l’assunzione di responsabilità e l’accesso alla giustizia, vi sono:

L’isolamento dei detenuti dal mondo esterno;

L’incapacità di alcuni PM di portare avanti con determinazione le indagini;

La paura di ritorsioni da parte di un soggetto più forte: basti pensare al timore reverenziale che può incutere una guardia carceraria e alla situazione di evidente svantaggio in cui si

trova il detenuto vittima di atti vessatori;

Mancanza di meccanismi indipendenti e finanziati adeguatamente per monitorare le denunce e indagare su presunte violazioni;

Un inappropriato “spirito corporativo” tra i funzionari statali, che comporta la copertura delle condotte abusive da parte dei colleghi;

Desaparecidos e Pinochet.

I fatti, che nel precedente capitolo sono stati narrati in merito ai soprusi subiti dalle vittime nella caserma di Bolzaneto, non sono da considerarsi come rari ed eventuali.

Un fenomeno collegato a ciò è quello dei cosiddetti Desaparecidos: persone che furono arrestate per motivi politici, o anche semplicemente accusate di avere compiuto attività “anti governative” dalla polizia dei regimi militari. Questo fenomeno si riscontrò maggiormente in varie aree del Sud America, soprattutto in Cile.

Anche in Italia tale fenomeno sussiste e prende il nome di sparizione forzata: consiste in una forma

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di tortura per la persona scomparsa, in quanto lo scopo principale della sparizione è quello di ricavare ed estorcere informazioni da parte di dittatori o autori di colpi di Stato.

In Cile, questo fenomeno, è attribuibile al generale Augusto Pinochet il quale “fece sparire” dall’11 settembre 1973 al 10 marzo 2010, secondo un articolo del 2011 della BBC23, circa 40’000 persone, numero che purtroppo aumentò nel momento in cui fu aperta un’inchiesta da parte di una commissione, diretta da Maria Luisa Sepulveda, per portare alla luce i fatti realmente accaduti. Secondo i criteri esaminati dalla commissione, per essere riconosciuti vittime del regime dittatoriale e avere quindi diritto all’indennizzo di £157 al mese, le persone sarebbero dovute risultare:

Detenute e/o torturate per ragioni politiche da agenti statali o da persone al loro servizio; Vittime di sparizione forzata o essere state giustiziate da agenti statali o da persone al loro

servizio;

Vittime di sequestro/rapimento o vittime di tentativi di assassinio per ragioni politiche.

Nel XXI sec. le tecniche si sono sviluppate anche grazie alla diffusione della tecnologia, e sono diventate più subdole e perpetrate nel tempo.

Il dolore inferto, dalla maggior parte di queste tecniche, è molto alto al fine di provare la tenuta psico-fisica della vittima.

Come riportato nel seguente documento di Amnesty International infatti le tecniche che vengono utilizzate sono le più disparate: dalla privazione del sonno (utilizzata dai soldati americani sui prigionieri del Bagram Collection point in Afghanistan) ai pestaggi, passando per tecniche di una crudeltà inaudita quali la recisione dei tendini e l’applicazione di plastica fusa sulla schiena.

Al fine di ridurre i casi che possono poi portare alla tortura, la soluzione preventivata e proposta da Amnesty è quella di introdurre e mettere in atto delle garanzie efficaci che si suddividano in garanzie da attuare in quattro distinte fasi:

  1. http://www.bbc.com/news/world-latin-america-14584095

25

  1. Al momento dell’arresto;
  1. Durante la detenzione;
  1. Durante il procedimento giudiziario;
  1. Durante l’interrogatorio.

Uno dei punti chiave su cui l’OGN insiste particolarmente, è quello di assicurare alla giustizia chi commette tali atti e, al fine di prevenire ciò, reputa fondamentale assicurare che tutti i luoghi nei quali gli individui sono privati della libertà, siano monitorati in modo efficace e indipendente. Allo stesso modo, meccanismi efficaci di sorveglianza, dovrebbero monitorare il comportamento delle forze di sicurezza.

L’abuso di potere in Italia

La sicurezza dei cittadini italiani e di tutte le persone che vivono in Italia è garantita dalla Polizia di Stato, dai Carabinieri e dalla Guardia di Finanza, che insieme alla Polizia Penitenziaria e al Corpo Forestale costituiscono le Forze dell’Ordine24

Molte volte però accade che, proprio nei luoghi in cui dovrebbe regnare sovrano il diritto ed il rispetto di regole e norme, accadano situazioni quantomeno equivoche che portano alla luce una serie di dubbi sull’effettiva sicurezza che le forze dell’ordine possano garantire ai cittadini.

Negli ultimi anni, le pagine della cronaca nera hanno visto molti individui morire in circostanze non chiare, in seguito al fermo per stato di ubriachezza o per altri reati minori.

Tra questi vanno annoverati i casi che videro protagonisti Stefano Cucchi e Federico Aldovrandi. Nell’analisi dei singoli casi che seguirà, ci si atterrà solamente agli atti e alle sentenze già depositate, non lasciando spazio alle conseguenze create sull’opinione pubblica.

Federico Aldovrandi

Il primo caso di incertezza ed accusa di utilizzo di eccesso colposo, da parte dei membri delle forze dell’ordine, avviene la sera del 25 settembre 2005 a Ferrara, dove un giovane ragazzo di nome Federico Aldovrandi perse la vita in seguito ad una colluttazione con quattro agenti.

Il ragazzo, quella sera, stava tornando da una serata in discoteca e, stando anche ai risultati tossicologici fatti sul corpo successivamente, mostrava un evidente stato di assuefazione dovuto all’ingerimento di diverse sostanza psicotrope e un forte abuso di alcool.

La pattuglia “Alfa 3”, impegnata in un giro di perlustrazione intorno la zona di Viale Ippodromo a Ferrara, decise di fermare per un normale controllo il ragazzo.

Stando agli atti e alle parole degli agenti il ragazzo, reagì alla richiesta di controllo come un

invasato violento in evidente stato di agitazione” sostenendo inoltre di “essere stati aggrediti dallo stesso a colpi di karate e senza un motivo apparente“.

In seguito a ciò, i due agenti della mobile Alfa 3 richiesero l’intervento della pattuglia Alfa 2.

Il duro scontro tra la prima pattuglia e il giovane portò alla rottura dei due manganelli in dotazione dei poliziotti. La morte sopraggiunse dopo l’arrivo della seconda pattuglia.

  1. http://www.italiano.rai.it/articoli/la-sicurezza-e-le-forze-dell%E2%80%99ordine-in-italia/20944/default.aspx

26

All’arrivo dei soccorsi il ragazzo era riversato a terra in posizione prona, con le braccia ammanettate dietro la schiena e le ginocchia degli agenti sulla colonna vertebrale a comprimergli il torace.

Il caso destò fin da subito molti sospetti, in quanto i fatti avvennero in un luogo pubblico e le grida dovute alla colluttazione furono sentite da diversi testimoni che confermarono la versione che vede i poliziotti intenti a malmenare il giovane.

Le indagini

Le indagini furono contrastanti in quanto i periti nominati da accusa e dalla parte civile presentavano esiti esattamente agli antipodi circa la sopravvenienza della morte del ragazzo.

La prima teoria, fornita da una perizia medico legale richiesta dal PM, individua nell’eccessivo sforzo fisico dovuto alla colluttazione, nel tentativo di liberarsi e nell’alterazione respiratoria conseguente all’ingerimento di sostanze, la causa principale della morte.

Adducendo inoltre che la singola assunzione di droghe e alcool non potesse portare alla morte del ragazzo.

Tesi che non viene avvallata e condivisa dai risultati dell’indagine medico legale richiesta dalla famiglia, dai quali risulta che la morte sia stata causata da “un’anossia posturale”, dovuta alla pressione sulla schiena di uno o più poliziotti durante l’immobilizzazione.

Inoltre condivide l’idea che la quantità di droghe trovate nel corpo del ragazzo non potesse portare alla morte, ma contrasta la teoria che vede nelle droghe la causa dello stato di agitazione del ragazzo, in quanto l’effetto che le sostanze oppiacee, come l’eroina hanno sul corpo, è un effetto sedativo.

La definitiva irrilevanza di nesso tra la morte e l’assunzione di sostanze psicotrope si ha grazie alla perizia super-partes disposta durante l’indagine e affidata all’Istituto di medicina legale di Torino.

Ai quattro agenti intervenuti , Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri, viene imputato di aver:

Ecceduto i limiti dell’adempimento di un dovere;

Procrastinato la violenza dopo aver vinto la resistenza del giovane; Ritardato l’intervento dell’ambulanza.

L’iter giudiziario ebbe fine nel giugno 2012, dove la Corte di Cassazione stabilì per i quattro agenti la reclusione per mesi quarantadue (3 anni e 6 mesi) a fronte dei quarantaquattro richiesti dal PM. Agli agenti si riconobbe “L’eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi” ex art. 55 c.p.

Quando, nel commettere alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 51, 52, 53 e 54 , si eccedono colposamente i limiti stabiliti dalla legge o dall’ordine dell’Autorità ovvero imposti dalla necessità,

si applicano le disposizioni concernenti i delitti colposi, se il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo”25

  1. Art. 55, Codice Penale,Zanichelli, 2015

27

Gli agenti beneficiarono dell’indulto introdotto nel 2006 che scontò loro la pena di mesi trenta, costringendoli alla reclusione per i restanti sei mesi. L’unico agente donna condannato, Monica Segatto, beneficiò inoltre del decreto svuota carceri dell’ex ministro della Giustizia Severino, scontando, in questo modo, i restanti cinque mesi di condanna agli arresti domiciliari.

La richiesta degli altri tre agenti venne respinta.

Al termine della loro pena tre, dei quattro poliziotti ,eccetto Forlani ,furono reintegrati in servizio nel gennaio 2014 e destinati a servizi amministrativi.

La famiglia Aldovrandi venne liquidata con un risarcimento di 2’000’000 di euro, che verranno trattenuti dagli stipendi dei quattro agenti dal ministero delle entrate, per un ammontare di circa 437’000 euro ciascuno.

Stefano Cucchi

I fatti:

Roma, 15 ottobre 2009, un ragazzo 32enne che corrisponde al nome di Stefano Cucchi viene fermato, poiché colto nell’atto di cedere ad un altro soggetto una serie di confezioni trasparenti in cambio di una banconota. Successivamente viene condotto in caserma. Qua, durante la perquisizione, vengono rinvenuti addosso al ragazzo 21 grammi di hashish, tre dosi di cocaina, una pasticca di sostanza inerte e una di un medicinale.

Il ragazzo, che al momento dei fatti pesava 43 kg per 1,76 cm di altezza viene sottoposto a regime di custodia cautelare ex art. 285 CPP.

Il giorno seguente Stefano viene processato per direttissima ex art 449.2 CPP e già durante il processo si notano evidenti difficoltà nel camminare e degli ematomi intono agli occhi. Tuttavia il giudice dispone una nuova udienza da celebrare qualche settimana dopo, stabilendo inoltre la perdurata della permanenza di Cucchi in carcere a Regina Coeli.

In seguito, le condizioni fisiche iniziarono a peggiore e durante una visita all’ospedale Fatebenefratelli vengono messe a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso (inclusa una frattura della mascella), all’addome (inclusa un’emorragia alla vescica) e al torace (incluse due fratture alla colonna vertebrale).

Le condizioni del ragazzo andarono via via peggiorando fino al momento della morte sopravvenuta il 22 Ottobre 2009.

Al momento del decesso il peso era di 37 Kg.

28

Le indagini e la sentenza:

Le indagini fecero emergere che secondo alcuni testimoni oculari, rinchiusi all’interno del carcere di Regina Coeli, il detenuto Stefano Cucchi fosse stato pestato dagli agenti di polizia penitenziaria.

I familiari di Stefano, in particolare la sorella Ilaria, al fine di dimostrare ciò, decise di rendere pubbliche le foto del fratello scattate all’obitorio.

Le indagini preliminari sostennero che a causare la morte sarebbero stati i traumi conseguenti alle percosse, il digiuno e la mancata assistenza medica.

La lista degli indagati comprendeva: tre agenti di polizia penitenziari (Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Dominici) colpevoli di aver percosso ripetutamente con calci e pugni al torace, infierendo anche sul suo corpo dopo una caduta; tre medici (Aldo Fierro, Stefania Corbi e Rosita Caponnetti) colpevoli di aver fatto morire il giovane di inedia.

Nel novembre del 2009 la Procura di Roma contesta il reato di omicidio colposo ai medici dell’ospedale Pertini e di omicidio preterintenzionale agli agenti di polizia penitenziaria.

Il 30 aprile 2010 la procura di Roma contesta ai medici del Pertini, a seconda delle posizioni, il favoreggiamento, l’abbandono di incapace, l’abuso d’ufficio e il falso ideologico. Agli agenti della polizia penitenziaria vengono contestati invece lesioni e abuso di autorità.

L’iter giurisdizionale di questo caso fu fortemente criticato dall’opinione pubblica, dai familiari e dai sindacati autonomi di polizia penitenziaria, in quanto inizialmente il 31 ottobre 2014, in appello, furono assolti tutti gli imputati legati al settore sanitario. Sentenza che venne parzialmente annullata il 15 dicembre 2015 dalla Cassazione.

Nel settembre 2015 fu fatta una seconda inchiesta, al fine di stabilire la responsabilità dei carabinieri presenti all’interno delle caserme tra la sera del 15 e la mattina del 16 ottobre 2009: l’inchiesta vede l’introduzione della fattispecie di falsa testimonianza, ex art. 372 c.p, e di lesioni, ex art.582 c.p., in capo a cinque militari.

 

Riccardo Salvadori

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