La tortura nel caso Diaz: tra fiction e realtà

Nell’immaginario collettivo italiano, quando si pronuncia la parola Diaz, si fa riferimento alle azioni compiute dal corpo di polizia statale ai danni dei manifestanti accorsi a Genova in occasione del summit del G8 tra il 19 luglio e il 22 luglio del 2001.

In questo incontro si affrontarono tematiche inerenti la finanza, l’accesso alle tecnologie informatiche, ma l’attenzione si pose maggiormente sul bisogno di ridefinire il ruolo e gli strumenti delle Istituzioni Finanziarie Internazionali, quali la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale.

IL G8

Con la sigla G8 si intende il gruppo che riunisce gli otto paesi più industrializzati del mondo. Creato nel 1973 i paesi membri erano, inizialmente, cinque (Francia, Inghilterra, USA, Germania e Giappone).

L’idea era di riunire regolarmente i paesi più importanti economicamente per concordare insieme decisioni ed eventuali comportamenti da tenere, in seguito ad una fase finanziariamente molto difficile: si era infatti all’indomani della prima crisi petrolifera. Solo successivamente vennero integrate altre potenze:

Italia nel 1974 (Formazione del G6);

Canada nel 1975 (da quell’anno in avanti partecipò in pianta stabile anche la CEE, rappresentata dal Presidente della Commissione Europea e dal Presidente del Consiglio

Europeo);

Russia nel 1994

Il G8 è caratterizzato principalmente da due fattori: un carattere intergovernativo del processo preparatorio e la sua informalità, in quanto non dispone di un quartiere generale o di un Segretariato, né di un budget o di staff permanente. La Presidenza viene assunta ogni anno a rotazione da uno dei Paesi membri e il Paese che detiene la Presidenza in un determinato anno ha la responsabilità di organizzare il Vertice e di coprire i costi ad esso associati, nonché di proporre l’agenda di lavoro.

MOVIMENTO NO GLOBAL

primi moti di protesta ai temi trattati all’interno del G8 e alla globalizzazione dilagante nella società odierna, furono quelli del 1999 a Seattle, ove si formò, per la prima volta, l’ideologia del movimento No Global, in occasione della Conferenza ministeriale del WTO (World Trade Organization).

Il movimento, guidato da cittadini, si scaglia da una parte contro le Multinazionali, ree di condizionare le scelte dei singoli governi verso politiche non sostenibili da un punto di vista ambientale ed energetico; e dall’altra contro i processi di globalizzazione dell’economia, resi possibili dagli accordi sul commercio internazionale e dalle scelte effettuate da parlamenti e governi, riuniti in organismi quali il G8.

Il movimento presenta una struttura acefala, priva di un capo che ne detti le linee guida e che ispiri, nei membri del movimento, un potere verso un fine ultimo. Una delle maggiori critiche mosse a questa esperienza politica riguarda la mancanza di propositività, dovuta alla presunta impossibilità di coordinare le forze politiche eterogenee che lo costituiscono entro uno schema di progettualità

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politica di lungo termine. Il movimento è, inoltre, accusato da alcuni di non possedere realismo politico e di essere ideologicamente una collezione di spinte utopiche talvolta incompatibili tra loro.

BLACK BLOC

Con il termine Black Bloc si intende un gruppo organizzato di anarco-insurrezionalisti il cui unico scopo è quello di distruggere, saccheggiare e deturpare qualsiasi effige rappresentante il capitalismo moderno. Gli obiettivi includono le costruzioni istituzionali, le banche, i negozi in franchising di società multinazionali, le stazioni di benzina e gli apparati di videosorveglianza (per esempio gli atti di vandalismo contro le banche di Genova nel 2001)

Il movimento dei Black Bloc è molto difficile da contrastare in quanto la normale prevenzione pre-organizzazioni non prevede strumenti di controllo, quali ispezioni, registro degli accessi o registro delle impronte digitali, in quanto lesivi della libertà personale.

La maggior parte dei soggetti presenti alle azioni dei Black Bloc non condividono alcun ideale a cui stanno facendo fronte: sono spinti solamente dalla volontà di saccheggiare e vandalizzare la città, puntando sull’eco mediatico che le loro azioni alzeranno.

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Il termine Black Bloc, al contrario di quanto si possa pensare, non ha origine inglese, in quanto deriva dalla traduzione dell’espressione tedesca Schwarzer Block. Quest’espressione fu utilizzata per identificare un gruppo di attivisti che facevano parte del movimento degli Automen, i quali per rendere difficile l’identificazione da parte delle forze dell’ordine, si vestivano di nero adottando inoltre caschi integrali, passamontagna e maschere.

E’ inoltre fondamentale distinguere il termine Bloc dal termine Block.

Il primo infatti fa riferimento a una massa compatta di persone, riunite in un determinato luogo spinte da un’ideale comune. Il secondo invece indica un blocco solido di materia inanimata o l’atto del bloccare.

  1. Luca Nicola, Corriere.it, Milano 1 Maggio 2015

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Col movimento No global, i Black Bloc, condividono alcune caratteristiche, quali la struttura acefala e l’assenza di una qualsiasi gerarchia all’interno del gruppo.

Risulta inoltre difficile catalogarli come organizzazione o gruppo, poiché privi di una sede, ideologia di base e di un organo di stampa che esponga la loro ideologia

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Per avere una definizione più coerente sui Black Bloc, si citerà, qua di seguito, il parere della Corte di Cassazione di Genova, espressasi a riguardo nelle motivazioni della sentenza di secondo grado sui fatti della scuola Diaz:

«Il termine Black Bloc non individua una particolare e specifica associazione di soggetti, ma solo una tecnica di guerriglia adottata da estremisti che intendono manifestare violentemente il loro dissenso rispetto a eventi o simboli del sistema capitalista: si tratta di una tecnica sorta in Germania e utilizzata in diverse occasioni in altri stati, quale in particolare gli Stati Uniti d’America. Al di là del modus operandi che in qualche modo individua tale tecnica, l’unico elemento soggettivo che ne accomuna i fautori è l’uso di abbigliamento e di maschera neri, da cui il nome della tecnica. Ciò premesso risulta evidente che non esiste una sorta di “tipo di autore” definibile Black Bloc, e come tale individuabile senza ombra di dubbio per il solo colore dell’abbigliamento usato. In altri termini gli autori delle devastazioni e saccheggi compiuti a Genova durante il vertice G8 del 2001 erano riconoscibili come tali o perché colti nella flagranza dei relativi reati, o, secondo le ordinarie regole di valutazione della prova indiziaria, per il concorso di elementi oggettivi sintomatici della

  1. Bachschimdt Carlo Augusto, Black Block, Fandango, 2011
  1. Bachschimdt Carlo Augusto, Black Block, Fandango, 2011

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responsabilità, fra i quali il colore nero dell’abbigliamento o il possesso di maschere nere hanno un ruolo certamente utile ma non risolutivo.» 16

I FATTI DI GENOVA

Venerdì 20 luglio

  • La zona rossa e i limiti costituzionali

Così come la maggior parte delle organizzazioni di protesta contro i grandi poteri, non furono poche le fazioni protestanti in quei giorni. Infatti, secondo una stima delle sigle sindacali, dei gruppi autonomi e delle ONG, alle manifestazioni di protesta parteciparono 700 gruppi e associazioni di diversa ispirazione e nazionalità, aderenti o fiancheggianti il Genoa Social Forum (GSF), responsabile dell’organizzazione e del coordinamento delle manifestazioni.

Mischiati tra i manifestanti pacifici erano presenti anche un nutrito gruppo di militanti europei del “blocco nero”.

Nonostante le difficoltà nell’identificare, almeno inizialmente, questi fautori violenti, durante le giornate del 20 luglio, le forze di polizia locali riuscirono a separare in 2 distinti cordoni gli esponenti del Black Bloc e i manifestanti pacifici.

L’obiettivo principale degli anarchici e dei partecipanti al blocco nero per il 20 luglio era quello di violare la zona rossa della città: questa era una zona severamente riservata, chiamata gergalmente anche Fortezza Genova, accessibile ai soli residenti attraverso un numero limitato di varchi.

Furono poste sotto controllo strade e autostrade; chiusi il porto, le stazioni ferroviarie e l’aeroporto di Genova-Sestri Ponente, dove furono installate batterie di missili terra-aria in seguito alla segnalazione da parte dei servizi segreti

del rischio di attentati per via aerea; vennero sigillati i tombini delle fognature nelle adiacenze della “zona rossa” e installate inferriate per separare le zone “rossa” e “gialla”.

Secondo il parere del GSF, l’istituzione di questa zona rossa costitutiva un’evidente limite gli art. 17 e 21 della Costituzione:

Art 17: “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi.

Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso.

Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità,

che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica”

Art 21: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”

  1. (Sentenza 38085/12 della V sezione penale della corte suprema di Cassazione, 5 Luglio 2012)

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I due giorni che videro maggior tensione in città furono venerdì 20 e sabato 21 luglio. Teatro degli scontri principali furono la Stazione di Genova Brignole, dove un gruppo di sovversivi attaccò un cordone dei carabinieri con lancio di sassi e bottiglie molotov.

Il comportamento delle forze dell’ordine in queste situazioni suscitò diverse polemiche. In seguito ad alcune registrazioni avvenute durante il processo, emerse l’ipotesi che, forse, alcuni degli esponenti delle Tute Bianche e del Blocco Nero non fossero altro che agenti in incognito, destinati a coordinare le azioni contro i loro stessi colleghi. Queste ipotesi complottiste vennero sostenute in diverse conferenze stampa del Genoa Social Forum (GSF) tenutesi all’indomani degli scontri alla scuola Diaz il 21 luglio. Il presidente del GSF, Vittorio Agnoletto, puntò il dito direttamente contro il Presidente del Consiglio in carica all’epoca, Silvio Berlusconi, reo di aver autorizzato l’infiltrazione all’interno della scuola Diaz. 17

La morte di Carlo Giuliani

Durante gli scontri di quei giorni, tra manifestanti e corpi di polizia, l’attenzione si posò sull’uccisione del manifestante 23enne Carlo Giuliani avvenuta a causa di un’esplosione di un colpo, sparato dall’agente Mario Placanica, in piazza Alimonda.

Nelle sedi nazionali il processo andò incontro ad archiviazione nel maggio del 2003 in seguito alla pronuncia del GIP Elena Daloiso, la quale riscontrò nello scoppio del colpo, non un tentativo di uccidere o di ledere la persona, ma soltanto un tentativo di intimidire la folla che stava caricando con estintori e bastoni il Defender, su cui erano presenti l’agente Mario Placanica e altri due colleghi.

Secondo la ricostruzione dei fatti prodotta dal Gip si rilevano: “la presenza di caus[e] di giustificazione che esclud[ono] la punibilità del fatto” che prosciolgono l’agente Placanica per uso legittimo delle armi (art. 52 c.p.) oltre che per legittima difesa (art. 53 c.p.) come richiesto dal PM Silvio Franz.

La perizia, basata su un filmato, ha concluso che il colpo che ha ucciso Carlo Giuliani fosse stato sparato verso l’alto e fosse, successivamente, rimbalzato su un sasso scagliato da un altro manifestante.

La seguente ricostruzione, chiamata anche “Teoria del Sasso”, non venne accolta però dall’ONLUS “Piazza Carlo Giuliani”, promossa dagli stessi familiari del ragazzo ucciso: essi sostennero che non fosse stato il giovane agente Placanica a far esplodere il colpo, ma che il giovane carabiniere di leva si sia addossato le colpe per proteggere un altro degli agenti presenti con lui all’interno della camionetta.

In seguito, precisamente il 13 marzo 2007 la Corte Europea dei diritti dell’uomo dichiarò “ricevibile” il ricorso presentato il 18 giugno 2002 dalla famiglia Giuliani, ove si sosteneva che la morte del figlio fosse dovuta a “un uso eccessivo della forza” in violazione dell’articolo 2 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

La famiglia Giuliani decise inoltre di interpellare la Corte in merito alle violazioni dei seguenti articoli della CEDU:

Art 3: per i trattamenti inumani dovuti al fatto che, nell’immediata prossimità all’uccisione, non si sia effettuato un servizio di primo soccorso. Teoria che porta come aggravante il

  1. Min. 17:00 https://www.youtube.com/watch?v=PDC4Pb0WBrg

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calpestamento del corpo giacente a terra da parte del mezzo (Defender) sia in marcia che in retro;

Art 6 e Art 13: rispettivamente per la mancata equità e pubblicità dell’udienza e rimedio effettivo. Le indagini svolte, che hanno portato all’assoluzione di Placanica, sono parse incomplete e con risultati contraddittori;

Art 38: mancanza di collaborazione tra le due parti del contraddittorio. L’accusa riguarda il non aver fornito alla controparte risposte complete e veritiere, mancanti di dettagli essenziali relativi alle indagini;

Art 41: risarcimento del danno e rimborso delle spese legali.

Precisamente due anni dopo il ricorso in appello da parte dei genitori della vittima, nell’agosto del 2009, i giudici di Strasburgo stabilirono che Mario Placanica agì per legittima difesa, affermando che «il militare non è ricorso a un uso eccessivo della forza. La sua è stata solo una risposta a quello che ha percepito come un reale e imminente pericolo per la sua vita e quella dei colleghi».

Questa sentenza rilevava comunque alcune carenze nel rispetto degli obblighi procedurali previsti dallo stesso articolo, in base al quale si condannava lo Stato italiano a pagare 40.000 euro ai familiari di Carlo Giuliani (15.000 euro a ciascuno dei genitori e 10.000 euro alla sorella), in quanto «le autorità italiane non hanno condotto un’inchiesta adeguata sulle circostanze della morte del giovane manifestante» e perché non fu avviata un’inchiesta per identificare «le eventuali mancanze nella pianificazione e gestione delle operazioni di ordine pubblico».

Deplorando queste mancanze la Corte ha dichiarato di trovarsi nell’impossibilità di stabilire l’esistenza di una correlazione diretta e immediata tra gli errori nella preparazione delle operazioni di ordine pubblico e la morte di Carlo Giuliani. Sia i familiari che lo stato italiano hanno fatto ricorso contro la sentenza, ricorso che è stato accolto nel marzo 2010.

In data 24 marzo 2011 la Corte ha emesso la nuova sentenza, assolvendo pienamente lo Stato Italiano, per non aver violato la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali ma criticando la gestione italiana degli scontri e l’assenza di indagini sulle mancanze del dispositivo di sicurezza della conferenza.

Sabato 21 Luglio: l’assalto alla scuola Diaz

L’incursione all’interno della scuola Diaz fu decisa in seguito alle segnalazioni da parte di alcune pattuglie mobili, le quali sospettavano che, all’interno del complesso scolastico, fossero presenti alcuni esponenti dei Black Bloc.

Intorno alle ore 21.00 di sabato 21 luglio, in seguito alle segnalazioni dei cittadini di uno spostamento dei cassonetti con lo scopo di bloccare la strada adiacente la scuola, quattro pattuglie intervennero per controllare la situazione. Alla vista della squadra mobile della polizia, stando ai referti di questa, sarebbe iniziata una sassaiola contro le macchine. La reazione fu usata come pretesto perché venisse autorizzata una perquisizione all’interno della scuola, programmata per la sera stessa.

Secondo il referto mostrato dal vicequestore Massimiliano Di Bernardini, in servizio alla squadra mobile di Roma e in quei giorni aggregato a Genova, dopo aver transitato “a passo d’uomo“, a causa di alcune vetture presenti nella strada molto stretta, il corpo di polizia notò che il cortile della scuola e i marciapiedi “erano occupati da un nutrito gruppo, circa 200 persone, molti dei quali indossavano capi di abbigliamento di color nero, simile a quello tipicamente usato dai gruppi definiti Black Bloc” e che questi stessero facendo il tiro a bersaglio con “un folto lancio di oggetti

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e pietre contro il contingente, cercando di assalire le autovetture”, le quali riuscirono ad allontanarsi, nonostante la folla li inseguisse, “azionando anche i segnali di emergenza”.

Le dinamiche antecedenti all’assalto furono tanto dibattute da mettere persino in dubbio l’effettiva legittimità del motivo addotto all’irruzione: la perquisizione locale, secondo le disposizioni dell’art.250 del c.p.p., dovrebbe essere prevista quando “vi è il fondato motivo trovare oggetto del reato o cose pertinenti al reato”. Il verbale della polizia parlò di una “perquisizione” poiché si sospettava la presenza di individui simpatizzanti dei Black Bloc; tuttavia resta senza motivazione ufficiale l’uso della tenuta antisommossa per effettuare una semplice “perquisizione”. L’irruzione, secondo i dati ufficiali emersi in seguito ai processi, è da stimarsi intorno alle 23.59 circa. Le forze dell’ordine impiegate per l’irruzione furono ingenti, identificabili intorno alle 500 persone, destinate a fronteggiare 93 persone presenti all’interno delle scuole Diaz e Pascoli. Tutti gli occupanti furono arrestati, di cui buona parte anche malmenata, sebbene non avesse opposto alcuna resistenza.

I giornalisti accorsi nei pressi della scuola Diaz videro decine di persone portate fuori in barella. Tuttavia la portavoce della questura dichiarò, in una conferenza stampa tenutasi poco dopo l’evento, che 63 tra questi avevano pregresse ferite e contusioni. Inoltre mostrò del materiale indicato come sequestrato all’interno dell’edificio: le immagini mostrarono la presenza di coltelli multiuso, sbarre metalliche e attrezzi che solo successivamente si rivelarono provenire dal cantiere allestito per la ristrutturazione della scuola, e due bombe molotov. Riguardo quest’ultime, solo in un secondo momento, si scoprirà essere state sequestrate in tutt’altro luogo e portate all’interno dell’edificio dalle stesse forze dell’ordine al fine di creare false prove: ciò è stato dimostrato in un video dell’emittente locale, visionato un anno dopo i fatti, ove si notò il sacchetto contenente le molotov in mano ai funzionari di polizia posti davanti alla scuola.

Successivamente si scoprì che a nessuno dei fermati venne comunicato di essere in stato di arresto e dell’eventuale accusa posta nei loro riguardi, tanto che molti di loro scoprirono solo in ospedale, di essere stati arrestati per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio, di resistenza aggravata e di detenzione di armi in ambiente chiuso, quest’ultimo usato anche per giustificare l’arresto in massa senza mandato di cattura.18

  1. Calandri, M. (2002, Agosto 2). Tratto da http://www.repubblica.it/online/politica/genovagente/video/video.html

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DIAZ: DON’T CLEAN UP THIS BLOOD

Il film del 2012 del regista Daniele Vicari è incentrato sugli avvenimenti del G8 di Genova, in particolare sui fatti avvenuti la sera del 21 luglio 2001 all’interno della scuola Diaz. Il regista affronta un tema difficile restando, però, neutrale perché è solo attraverso i fatti che lo spettatore potrà poi, individualmente, crearsi il suo giudizio e, per far si che ciò accada, l’autore narra il susseguirsi degli eventi di quelle ore sia dal punto di vista dei Black Bloc che delle forze dell’ordine.

Una delle caratteristiche principali del film è manifestata dall’assenza di un personaggio principale L’assenza di un personaggio principale è utile per far capire come l’intera storia non preveda la responsabilità di un singolo ma delle intere fazioni in gioco.

Il film alterna immagini di fiction e documenti reali dei fatti mantenendo, grazie al montaggio, la fluidità del film ponendo l’attenzione su particolari scene:

Il film inizia con la cinepresa che segue il percorso di avvicinamento di alcuni personaggi che si ritroveranno all’interno della Scuola Diaz il 20 luglio 2001, uno dei tanti luoghi messi a disposizione dal Genova Social Forum per far dormire parte delle migliaia di manifestanti arrivati da tutto il mondo.

Tra le prime scene del film ritroviamo due immagini che segneranno un punto di svolta sia all’interno della fiction sia nella realtà dei fatti avvenuti in quel famoso pomeriggio: da una parte il ritrovamento delle due molotov, in seguito utilizzate come falsa prova di rinvenimento da parte del corpo di polizia; dall’altra il lancio di una bottiglia di vetro vuota da parte di un manifestante (rappresentata anche successivamente al minuto 61 ma dalla prospettiva dell’abitacolo interno della vettura andata in sopralluogo alla scuola). La sequenza viene rappresentata con la tecnica dello slow-motion, e l’obiettivo del regista è enfatizzare, in questo modo, la sproporzione tra un atto “innocuo”, in quanto la bottiglia si infranse sul marciapiede, e l’uso della forza da parte della polizia avvenuto all’interno della scuola, utilizzando il pretesto citato poc’anzi. Scena che nella realtà avvenne alle ore 21.00 del 21 luglio, nel film viene rappresentata in pieno giorno.

Durante le scene successive il regista cerca di attirare l’attenzione dello spettatore sottolineando, attraverso una serie di immagini, la presenza, tra manifestanti, di individui pacifici da un lato e i militanti dei Black Bloc dall’altro.

Poco dopo la cinepresa si sposta sulla zona mensa della caserma delle forze dell’ordine, le quali vengono informate dell’irruzione che sarebbe avvenuta la sera stessa.

Le scene rappresentate intorno al minuto 40 sono un assemblaggio di documenti reali recuperati dal regista per la produzione di questo film: le riprese raffigurano l’ingresso della polizia, in tenuta da celerini, all’interno della scuola; irruzione avvenuta sfondando il cancello del cortile con una macchina blindata.

Le scene successive, in particolare quelle che vanno dal min. 45 al 55, puntano ad enfatizzare le violenze perpetrate dalle forze di polizia contro le persone stanziate nelle palestre e nei corridoi della scuola. L’efferatezza dell’azione emerge nelle scene in cui gli agenti, noncuranti della resa dei ragazzi, i quali, nel momento in cui si resero conto dell’irruzione, alzarono le braccia, rimanendo immobili, hanno continuato a percuoterli, fino a quando non ricevettero l’ordine, da parte del capo della polizia, di abbandonare l’edificio.

Una delle scene più importanti, se non la fondamentale, è quella messa in atto al minuto 63, in quanto rappresenta l’anello di congiunzione tra il momento dell’assalto e quello dell’irruzione. L’attenzione, in questa scena è incentrata attorno a coloro i quali autorizzarono il sopralluogo al complesso scolastico la notte del 21 Luglio, additando come motivo straordinario della perquisizione notturna, l’art. 41 TULPS (Testo Unico Leggi di Pubblica Sicurezza). La scena vede coinvolti diversi attori che impersonificano i seguenti personaggi presenti quella sera:

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Arnaldo La Barbera, il Prefetto, capo dell’UCIGOS, che dispose l’azione verso la

scuola Diaz;

Francesco Gratteri, capo dell’anticrimine;

Spartaco Mortola, dirigente della DIGOS di Genova

Ansoino Andreassi, vice capo della polizia all’epoca del G8

Tutti i soggetti citati precedentemente indicarono, come motivo straordinario della perquisizione notturna, l’art 41 dux del TULPS ( Testo Unico Leggi di Pubblica Sicurezza) il quale:

consente agli ufficiali e gli agenti della polizia giudiziaria, che abbiano notizia, anche se per indizio, della esistenza, in qualsiasi locale pubblico o privato o in qualsiasi abitazione, di armi, munizioni o materie esplodenti, non denunciate o non consegnate o comunque abusivamente detenute, di procedere immediatamente a perquisizione e sequestro”19

La differenza sostanziale tra il testo scritto e la manipolazione che viene effettuata all’interno della pellicola, risiede nel fatto che il capo dell’UCIGOS disponga l’azione basandosi su questi elementi :

Urgenza dell’intervento;

Rischio che si ripeta la situazione profilata durante il sopralluogo delle 21 davanti alla

scuola;

Presunzione fondata che all’interno del complesso si possano trovare armi

Seguendo sempre la cronistoria del film, una scena che raffigura un avvenimento centrale in questo fatto di cronaca è rappresentato dalla telefonata del capo dell’anticrimine ad un agente del carcere di Bolzaneto, il quale era incaricato di preparare una serie di certificati precompilati, ove venivano individuate delle ferite pregresse alle violenze di quella sera. Questa azione fu un tentativo di oscurantismo delle azioni fatte, al fine di far credere all’opinione pubblica che i manifestanti fossero già in quello stato prima del raid notturno.

Nella realtà questa versione fu smentita, in quanto il sangue trovato su pareti, termosifoni e parquet non poteva che essere sangue fresco; insieme di prove che facero emergere la responsabilità degli agenti di polizia penitenziaria della caserma, che avrebbero poi dovuto rispondere, in base all’ art. 476 C.P., di Falso in atto pubblico.20

Riponendo l’attenzione sulle ultime scene del film, precisamente al 94° minuto, la cinepresa riprende la scena in cui una detenuta richiede l’intervento da parte di un dottore ad un agente della polizia penitenziaria, il quale però, invece di chiamare il medico richiesto, inviti la ragazza a rimanere in piedi, con la faccia contro il muro e successivamente la accompagni in una sala della caserma, nella quale si trova un altro agente che inizia a schernirla, intonando una canzone “Manganello, manganello che rischiari il tuo cervello, mai la falce ed il martello su di te trionferà!”. Procedendo, in seguito, alla svestizione della ragazza di fronte a cinque agenti.

  1. Art. 41.2 TULPS
  1. Art. 476 Codice Penale, Art. 476 Falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici:

Il pubblico ufficiale, che, nell’esercizio delle sue funzioni, forma, in tutto o in parte, un atto falso o altera un atto vero, è punito con la reclusione da uno a sei anni.

Se la falsità concerne un atto o parte di un atto, che faccia fede fino a querela di falso, la reclusione è da tre a dieci anni.”

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Le scene successive raffigurano il ritorno di alcuni manifestanti alla scuola Diaz, riusciti a sfuggire al raid dei corpi di polizia, i quali osservano i resti di ciò che è rimasto attoniti e sconcertati. Tra questi l’attenzione si sofferma su una ragazza, la quale raccoglie un foglio, sul quale scriverà poi la frase che farà da occhiello al film “Don’t clean up this blood”, come invito a non dimenticare gli orrori avvenuti.

Il film si conclude con la scarcerazione, dopo tre giorni dal carcere di Voghera, dei sessanta manifestanti, i quali vengono condotti alla frontiera con un decreto di espulsione dal nostro paese. In ultima battuta vengono riportate le conseguenze che tale irruzione comportò:

Delle trecento persone coinvolte nel Raid alla Diaz, solo ventinove furono identificate e

processate;

La Corte di Appello di Genova condannò ventisette persone per falso in atto pubblico e nove

per lesioni;

quarantacinque tra poliziotti, membri dello staff medico e guardie penitenziari furono

imputati per atti di violenza avvenuti nella caserma di Bolzaneto;

quarantaquattro di essi furono condannati per Abuso d’ufficio, Abuso d’autorità e per abuso

di violenza nei confronti dei detenuti;

Il parlamento italiano ha rifiutato due volte di istituire una commissione parlamentare

d’inchiesta, durante l’attesa del verdetto.

Nessuno, tra gli indagati, è stato sospeso dal servizio.

 

Riccardo Salvadori

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