La tortura: dalle origini all’Illuminismo

Potrà suonare come un controsenso che nel terzo millennio, in alcune delle società e delle economie più sviluppate e attive del mondo, si pratichi ancora e con una sorta d’accondiscendenza da parte delle autorità, una delle più brutali barbarie che siano mai state concepite dalla mente umana: La Tortura.

La nascita di questa pratica è molto dibattuta: la maggior parte degli studiosi è propensa ad attribuire l’inizio delle pratiche nel XX sec. a.C. in Egitto, dove gli schiavi e i malfattori erano sottoposti a massacranti turni di lavoro spronati alla celerità da numerose frustate. Ma è con l’età classica Romana e Greca che la tortura inizia ad acquisire un ruolo di rilievo. Si deve infatti al tiranno di Agrigento Falaride l’invenzione di uno degli strumenti di tortura più utilizzati nell’epoca classica: il Toro di Falaride.

FALARIDE UCCIDE PERILLO NEL TORO DI BRONZO, Incisione su rame. Pierre Woeiriot (XVI sec.)

Il Toro di Falaride fu realizzato su esplicita richiesta del suddetto tiranno da Perillo, noto fabbro e lavoratore di ottone di Akragas.

Lo strumento fu commissionato per inserirci dentro i soggetti condannati a morte.

Una volta che i soggetti designati venivano posti dentro il toro di bronzo/ottone, veniva posta, sotto la pancia dell’animale, una pira che lentamente avrebbe arroventato il condannato situato all’interno. Le grida di dolore dei condannati, le quali uscivano dalla cavità orale dell’animale, assumevano un suono vagamente simile al muggito, destando le simpatie e il gaudio del tiranno.

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Anche Dante Alighieri nella Divina Commedia parla del Toro di Falaride con queste parole:

Come ’l bue cicilian che mugghiò prima

col pianto di colui, e ciò fu dritto,

che l’avea temperato con sua lima,

mugghiava con la voce de l’afflitto,

sì che, con tutto che fosse di rame,

pur el pareva dal dolor trafitto”

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(Precisamente l’invenzione della parola Tortura, cosi come la intendiamo noi oggi, la si deve ai greci e ai romani che per primi coniarono il termine torquere, definendolo come un atto destinato a torcere le membra ad una persona.

Alcuni riferimenti alla tortura si hanno con il processo a Gesù di Nazareth ove la pratica della crocifissione può essere intesa come metodo di tortura.

La crocifissione era sempre preceduta dalla flagellazione, anch’essa annoverata tra le torture dell’epoca, la quale veniva inflitta a schiavi e prigionieri politici, ma mai ai cittadini romani, in quanto era ritenuta molto umiliante per la persona che ne era vittima.

Sempre facendo riferimento alla pratica della Crocifissione, Cicerone la definì: “il supplizio più crudele e tetro2

Fedor Bronnikov, Crocifissione ai tempi dell’Impero Romano, 1878.

L’evoluzione degli strumenti di tortura si affievolì nel periodo della caduta dell’Impero d’Occidente per poi ritornare in auge nel XII con la Santa Inquisizione e la riscoperta del Corpus Iuris Civilis di Giustiniano.

L’Inquisizione come Istituzione della Chiesa Cattolica, la quale creò un tribunale ecclesiastico adibito ai processi contro catari e valdesi.

Con il passare del tempo, il suo compito si specificò sempre di più nel ricercare e giudicare tutti gli eretici. Il criterio con cui si attribuiva a una persona il reato di eresia era alquanto discutibile e molto spesso i capi d’accusa erano del tutto privi di fondamento, tuttavia gli accusati arrivavano ad attribuirsi i più fantasiosi reati pur di porre fine alle atroci torture cui erano sottoposti.

Tra il 1542 e il 1761 la Santa Inquisizione mandò al rogo 97 persone, tra le quali il filosofo Giordano Bruno colpevole di essere un eretico e di non aver rinnegato le proprie idee.

  1. Alighieri D., (1321) Divina Commedia, Inferno, Canto XXVII, v.7-12
  1. Cicerone, Discorsi contro Verre, 70 a.C.

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ILLUMINISMO

Il ‘700 è conosciuto come l’Età dei lumi e in particolar modo Francia e Italia, caratterizzata dalla diffusione dei caffè letterari in città come Milano, furono i capostipiti e promotori di questi movimenti filosofici letterari che portarono a una ondata di movimenti sovversivi che caratterizzarono la fine del secolo e si protrassero per tutto l’800.

Uno dei maggiori esponenti italiani del pensiero illuminista fu Pietro Verri. Egli nel 1760 cominciò la stesura di un opuscolo intitolato Osservazioni sulla Tortura, il quale inizialmente non venne pubblicato per evitare che sorgessero controversie con la magistratura dell’epoca e il senato di Milano.

La versione definitiva e aggiornata del libro fu pubblicata per la prima volta nel 1777, e nonostante avesse un contenuto rivoluzionario per l’epoca, ebbe grande diffusione nella società del tempo.

OSSERVAZIONI SULLA TORTURA

L’opera di Pietro Verri, pubblicata per la prima volta nel 1777, vede lo scrittore milanese, uno dei maggiori esponenti del pensiero illuminista, affrontare due temi distinti:

Cap. I-VII: Ricostruzione del processo agli untori del 1630

Cap. VIII-XVI: Osservazioni sulla tortura

Analizzando il secondo tema si nota come l’opinione dell’autore sulla tortura sia piuttosto cruda. Per Verri è impensabile che, nonostante l’influsso dell’Illuminismo, in alcuni paesi la tortura, da lui ritenuta “un infernale supplizio”, sia rimasta in auge e fortemente praticata.,

Per l’autore la tortura veniva praticata indipendentemente da una sentenza espressa dal giudice poiché, all’epoca, questa era finalizzata ad ottenere una confessione, a discapito che essa rappresentasse o meno la verità dei fatti. Infatti furono frequenti casi in cui soggetti, pur essendo innocenti, cedessero dinnanzi alle pene corporali subite autoproclamandosi colpevoli. Questo pensiero lo si può racchiudere in una frase dell’autore:

Col nome di tortura non intendo una pena data a un reo per sentenza, ma bensì la pretesa ricerca della verità co’ tormenti.”3

Inoltre Verri individuò un notevole limite nella tortura facendo riferimento principalmente a due aspetti: egli sosteneva che la tendenza ad autoaccusarsi era più forte nei soggetti di ceto sociale più alto, in quanto fisicamente non abituati a patire il dolore perché conduttori di una vita molle, sedentaria e non avvezza allo sforzo fisico.

Dall’altra, individuava nella tenuta psicologica e nell’abitudine dell’”assassino di strada”, residente nella zona suburbana, caratteristiche che lo rendevano un soggetto più avvezzo a subire dolori fisici, poiché abituato a condurre una vita più ardua e meno agiata.

Un assassino di strada avvezzo a una vita dura e selvaggia, robusto di corpo e incallito agli orrori resta sospeso alla tortura, e con animo deciso sempre rivolge in mente l’estremo supplizio che si procura cedendo

  1. Verri P., (1769), Osservazioni sulla tortura, , cap. VIII

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al dolore attuale; riflette che la sofferenza di quello spasimo gli procurerà la vita, e che cedendo all’impazienza va ad un patibolo; dotato di vigorosi muscoli, tace e delude la tortura. Un povero cittadino avvezzo a una vita più molle, che non si è addomesticato agli orrori, per un sospetto viene posto alla tortura; la fibra sensibile tutta si scuote, un fremito violentissimo lo invade al semplice apparecchio: si eviti il male imminente, questo pesa insopportabilmente, e si protragga il male a distanza maggiore; questo è quello che gli suggerisce l’angoscia estrema in cui si trova avvolto, e si accusa di un non commesso delitto. Tali sono e debbono essere gli effetti dello spasimo sopra i due diversi uomini. Pare con ciò concludentemente dimostrato, che la tortura non è un mezzo per iscoprire la verità, ma è un invito ad accusarsi reo egualmente il reo che l’innocente; onde è un mezzo per confondere la verità, non mai per iscoprirla.4

All’inizio del Capitolo IX, il Verri, scaglia un’invettiva contro i sostenitori della tortura. L’autore, nel susseguirsi del capitolo, snocciola una serie di questioni nelle quali afferma che, non solo la tortura non può essere intesa come mezzo di ricerca della verità, ma che, anche nel caso in cui portasse alla verità, questa sarebbe il frutto di strumenti contro natura.

Ma i sostenitori della tortura con questo ragionamento peccano con una falsa supposizione. Suppongono che i tormenti sieno un mezzo da sapere la verità: il che è appunto lo stato della questione. Converrebbe loro il dimostrare che questo sia un mezzo di avere la verità, e dopo ciò il ragionamento sarebbe appoggiato; ma come lo proveranno? Io credo per lo contrario facile il provare le seguenti proposizioni:

I – Che i tormenti non sono un mezzo di scoprire la verità.

  1. – Che la legge e la pratica stessa criminale non considerano i tormenti come un mezzo di scoprire

la verità.

III – Che quand’anche poi un tal metodo fosse conducente alla scoperta della verità, sarebbe intrinsecamente ingiusto.”5

A sostegno delle sue tesi, l’autore, cita all’interno della sua opera, lavori di alcuni degli esponenti di spicco delle epoche precedenti che ne avevano anticipato le idee e tracciato le linee guida e che, soprattutto, consideravano la tortura come mezzo inutile e disumano. Tra questi ricordiamo Cicerone “Illa tormenta moderatur dolor, gubernat natura cujsque tum animi, tum corporis, regit quaesitor, flectit livido, corrumpit spes, infirmat metus, ut in tot rerum angustiis nihil veritati locus relinquatur. (La tortura è dominata dallo spasimo, governata dal temperamento di ciascuno, sì d’animo che di membra; la ordina il giudice, la piega il livore, la corrompe la speranza, la indebolisce il timore, cosicché fra tante angosce nessun luogo rimane alla verità.)6

Inoltre, Verri, individuò come la pratica della tortura, sebbene fosse ampiamente usata da giudici boia ed esecutori, non trovasse riscontro nei testi legislativi più antichi i quali costituivano le fondamenta dell’ordinamento giuridico dell’epoca. Infatti né all’interno del Codice Teodosiano (438 d.C.) né all’interno del Codice Giustiniano (534 d.C.) si trovano riferimenti alla pratica della tortura.

Negli ultimi capitoli Pietro Verri si lascia andare a considerazioni riguardanti i cambiamenti che stavano accadendo in quel periodo, ponendo l’attenzione soprattutto sulla situazione austriaca, ove la tortura venne abolita nel 1776 grazie a Maria Teresa D’Austria.

Le parole del milanese ripongono la speranza nella figura dei legislatori illuministi al fine di

  1. Verri P., (1769), Osservazioni sulla tortura, cap. IX
  1. Verri P., (1769), Osservazioni sulla tortura, cap. IX
  1. Verri P. (1769), Osservazioni sulla tortura, cap. XIV

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interrompere questa barbarica pratica.

Mi pare impossibile, che l’usanza di tormentare privatamente nel carcere per avere la verità possa reggere per lungo tempo ancora, dopoché si dimostra che molti e molti innocenti si sono condannati al supplizio per la tortura: che ella è uno strazio crudelissimo, e adoperato talora nella più atroce maniera: che dipende dal capriccio del giudice solo e senza testimoni l’inferocire come vuole: che questo non è un mezzo per avere la verità, né per tale lo considerano le leggi, né i dottori medesimi: che è intrinsecamente ingiusta: che le nazioni conosciute dell’antichità non la praticarono: che i più venerabili scrittori sempre la detestarono: che si è introdotta illegalmente ne’ secoli della passata barbarie: e che finalmente oggigiorno varie nazioni l’hanno abolita e la vanno abolendo senza inconveniente alcuno.”7

DEI DELITTI E DELLE PENE

Un altro esponente dell’illuminismo italiano che espresse il proprio pensiero sulla tortura fu Cesare Beccaria, il quale venne successivamente accusato da alcuni studiosi di aver rubato la maggior parte delle idee all’amico Pietro Verri. Tanto che quest’ultimo, in una lettera indirizzata ad amici milanesi nella seconda metà dell’700, scrisse:

«”Prima di chiudere vi soddisferò sul proposito del libro ‘Dei delitti e delle pene’. Il libro è del marchese Beccaria. L’argomento gliel’ho dato io, e la maggior parte dei pensieri è il risultato delle conversazioni che giornalmente si tenevano fra Beccaria, Alessandro, Lambertenghi e me. Nella nostra società la sera la passiamo nella stanza medesima, ciascuno travagliando. Alessandro ha per le mani la Storia d’Italia, io i miei lavori economici-politici, altri legge, Beccaria si annoiava e annoiava gli altri. Per disperazione mi chiese un tema, io gli suggerii questo, conoscendo che per un uomo eloquente e d’imagini vivacissime era adattato appunto. Ma egli nulla sapeva dei nostri metodi criminali. Alessandro, che fu il protettore dei carcerati, gli promise assistenza. Cominciò Beccaria a scrivere su dei pezzi di carta staccati delle idee, lo secondammo con entusiasmo, lo fomentammo tanto che scrisse una gran folla d’idee, il dopo pranzo si andava al passeggio, si parlava degli errori della giurisprudenza criminale, s’entrava in dispute, in questioni, e la sera egli scriveva; ma è tanto laborioso per lui lo scrivere, e gli costa tale sforzo che dopo un’ora cade e non può reggere. Ammassato che ebbe il materiale, io lo scrissi e si diede un ordine, e si formò un libro. Il punto stava, in una materia tanto irritabile, il pubblicare quest’opera senza guai. La trasmisi a Livorno al signor Aubert, che aveva stampate le mie Meditazioni sulla felicità. Il manoscritto lo spedii in aprile anno scorso e da me se ne ricevette il primo esemplare in luglio 1764. In agosto era già spacciata la prima edizione senza che in Milano se ne avesse notizia, e questo era quello ch’io cercavo. Tre mesi dopo solamente il libro fu conosciuto in Milano, e dopo li applausi della Toscana e d’Italia nessun’osa dirne male. Eccovi soddisfatto. Vi abbraccio e sono.”»8

Ma nonostante lo scontro avuto con l’autore Pietro Verri e le critiche ricevute, il libro di Cesare Beccaria “Dei Delitti e delle pene”, pubblicato nel 1764, ebbe un eco mediatico non indifferente, diffondendosi sia in Italia che in Europa.

L’autore pone l’attenzione circa le modalità di accertamento dei delitti e delle pene allora in uso,

  1. Verri P., (1769), Osservazioni sulla tortura, cap.XVI
  1. Verri P., (1760-70 ca.) Lettera ad amici milanesi.

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approfondendo al capitolo XVI il tema della tortura.

La tortura è intesa dall’autore come uno strumento disumano, inutile e spesso fuorviante rispetto alla verità. L’autore sostiene che “Un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice, né la società può toglierli la pubblica protezione, se non quando sia deciso che egli abbia violati i patti coi quali le fu accordata.”9

E ancora “Qual è il fine politico delle pene?10

Tutti interrogativi assolutamente attuali, che ancora oggi sono fonte di grande riflessione.

Nel testo la critica del Beccaria alla tortura la si può suddividere in tre punti.

Si parte dall’idea che la tortura non sia un valido strumento per scoprire la colpevolezza di un uomo “quasi che il criterio della verità risieda nelle fibre e nei muscoli di un miserabile. Questo è il mezzo sicuro per assolvere i robusti scellerati e di condannare i deboli innocenti.”.11 Proseguendo nella lettura si apprende lo sconcerto nell’autore nel constatare come, nel diciottesimo secolo, la tortura fosse ancora una pratica tanto in voga e come il suo utilizzo fosse in realtà dettato da una erronea lettura delle credenze religiose “Un dogma infallibile ci assicura che le macchie contratte dall’umana debolezza e che non hanno meritata l’ira eterna del grand’Essere, debbano da un fuoco incomprensibile essere purgate…”.12

Il terzo motivo di critica è quello per il quale alla fine sono gli innocenti che pagano sempre poiché la tortura, che in questo caso si contrappone al concetto di giustizia, colpisce tanto i criminali quanto gli innocenti, questo perché, in alcuni casi, il soggetto era portato a dichiararsi colpevole, non essendolo, pur di porre fine al dolore fisico a cui era costretto.

La grande novità dell’opera di Beccaria sta nell’aver rovesciato la prospettiva dell’indagine sulle legittimità dell’azione di uno Stato, poiché fino all’illuminismo l’actio dello Stato era sempre e assolutamente legittima, indipendentemente dagli strumenti utilizzati.

Di fronte ad esso null’altro poteva esistere se non la sottomissione degli altri soggetti.

Con l’affermazione del pensiero illuminista e con la diffusione di quest’opera, il principio stesso della legittimità del potere assoluto dei sovrani viene messo in discussione: la prospettiva si sposta dal sovrano al concetto di sovranità, intesa come insieme di porzioni di libertà cedute dagli individui, i quali diventano cittadini protagonisti della collettività e ai quali viene riconosciuto un diritto.

 

Riccardo Salvadori

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