Divieto di alienazione

E’ possibile prevedere che, in un lascito testamentario di un bene, sia esso mobile o immobile, il testatore imponga al beneficiario di non privarsi mai del bene appena ricevuto? A tale domanda cercheremo di dare risposta: tale disposizione, prima della riforma del diritto di famiglia del 1975, era da ritenersi nulla, ai sensi del disposto contenuto nel’ultimo comma dell’art. 692 c.c. Con la riforma del diritto di famiglia è stato soppresso tale ultimo comma, di fatto ammettendo una disposizione di divieto di alienazione.

A questo punto, la dottrina si è chiesta se ed entro quali limiti, possa considerarsi valido tale divieto: sulla questione si sono delineati tre diversi orientamenti, che si fondano su valutazioni tecnico pratiche totalmente contrastanti.

Parte della dottrina, seguita anche da qualche pronuncia giurisprudenziale, sostiene che, nonostante la soppressione dell’ultimo comma dell’art. 692 c.c., non sarebbe venuto meno il divieto per il testatore di porre limiti alla facoltà di alienazione del beneficiario. Tale affermazione si giustificherebbe tenendo presente che un simile limite imposto dal testatore, sarebbe in contrasto con il principio generale di ordine pubblico, di libera circolazione dei beni e, pertanto, da considerare nullo.

Altra dottrina ritiene, invece, che debba applicarsi per analogia l’art. 1379 c.c., in base al quale una disposizione che imponga il divieto di alienazione di un bene è da considerarsi vaida, purchè non sia un divieto perpetuo, ma contenuto in ragionevoli limiti di tempo, che la dottrina ha ritenuto possano essere considerati, nel silenzio di tale norma, cinque anni esatti. Inoltre tale divieto avrebbe efficacia meramente obbligatoria e dunque non sarebbe opponibile ai terzi acquirenti.

Ultima dottrina, sicuramente la più liberale, sostenuta da autorevoli giuristi, come ad esempio il Bonilini, ha ritenuto la possibilità di imporre una clausola di divieto di alienazione, un potere che deve essere riconosciuto al testatore senza nessun limite. L’art. 1379 c.c. impone un divieto limitato entro ragionevoli termini solo per gli atti tra vivi, mentre, secondo tale dottrina, negli atti di ultima volontà non vi sarebbe tale limite, anche perchè il beneficiario avrebbe la possibilità, nel caso in cui ritenesse l’onere troppo gravoso, di non accettare la disposizione a suo vantaggio. Dunue va bene l’applicazione per analogia dell’ammissibilità del divieto, ma non legato a termini.

La tesi ritenuta preferibile è la seconda. Dunque si prevede che il disposto contenuto nell’art. 1379 c.c. e riferibile solo ad atti inter vivos, possa essere applicato per analogia anche agli atti mortis causa, ma interamente, cioè comprendendo anche i ragionevoli limiti di tempo.

Dott. Marcello Cecchino

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