Perchè l’uomo commette crimini?

Olocausto, guerre, torture, omicidi. Dinanzi a queste mostruosità ci si pone da sempre il quesito fondamentale: perchè l’uomo commette atti malvagi? O meglio, come fa a rendersi capace di commettere le azioni più crudeli?

Nel corso della storia notiamo come si ricorra al concetto del c.d. male per spiegare come le persone siano in grado di causare estremo dolore le une alle altre. Trattato fin dai tempi antichi in ambito filosofico-religioso, il concetto di male è sempre stato interpretato come una forza immanente ed incomprensibile nella vita umana, una entità da accettare come componente essenziale della stessa esistenza, sanza fornire una soddisfacente risposta alla tormentata magna quaestio, né un’analisi scientifica munita di effettiva capacità esplicativa.

In ambito giuridico dunque, l’autore della condotta criminosa potrà solamente essere collocato in due categorie omnicomprensive: mentalmente malato o mentalmente sano. In base al DSM-IV (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) difatti, se il comportamento non rientra nella classifica delle malattie mentali individuata dalla psichiatria, il criminale verrà considerato sano di mente, e sarà dunque pienamente imputabile, poichè capace di intendere e di volere (art. 85 c.p.).

Ma se si sostituisse al concetto di male quello di assenza di empatia? Il professore americano S. Baron-Cohen, insegnante di Psicologia e Psichiatria all’università di Cambridge e dirigente del Centro di ricerca sull’autismo, avrebbe individuato la causa del comportamento deviato delle persone in un malfunzionamento del “circuito dell’empatia”, a seguito di diversi studi sul cervello umano. Egli spiega come siano rilevanti non solo i fattori sociali ed ambientali nell’ambito della devianza (una delle principali teorie sposate nell’ambito della sociologia giuridico-penale per spiegare il comportamento criminale), ma anche quelli più propriamente biologici, invitandoci ad esplorare come i nostri geni possano renderci più o meno capaci di comprendere ciò che provano le altre persone, e più o meno capaci dunque di commettere crimini efferati.

In base alle teorie di tale studioso dunque, il sistema medico e psichiatrico di classificazione necessiterebbe dell’aggiunta di una nuova categoria, quella dei “disturbi dell’empatia”, nella quale i criminali, pur non mostrando una menomazione classica, dovrebbero rientrare ai fini di un loro più coretto inquadramento giuridico nelle aule di tribunale. Accogliere tale teoria del resto, rischierebbe di escludere nella maggior parte dei casi  la piena imputabilità del soggetto, comportando importanti riduzioni di pena per coloro che commettono crimini di tale gravità, soluzione che non si sposa di certo con una politica criminale con intenti di neutralizzazione riguardo questo tipo di allarme sociale.

                                                                                                                                         Chiara Bellini

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