AIUTO E ISTIGAZIONE AL SUICIDIO: LA PAROLA ALLA CONSULTA

Art. 580 c.p. “Istigazione o aiuto al suicidio”:

  1. Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima.
  2. Le pene sono aumentate se la persona istigata o eccitata o aiutata si trova in una delle condizioni indicate nei numeri 1 e 2 dell’articolo precedente. Nondimeno, se la persona suddetta è minore degli anni quattordici o comunque è priva della capacità d’intendere o di volere, si applicano le disposizioni relative all’omicidio.

La I sezione della Corte d’assise di Milano, durante l’udienza del 14 febbraio 2018, nel processo che vedeva imputato Marco Cappato per il reato previsto e punito dall’art. 580 c.p., essendo egli accusato “per aver rafforzato il proposito suicidiario di Antoniani Fabiano (dj Fabo) affetto da tetraplegia e cecità a seguito di incidente stradale […] prospettandogli la possibilità di ottenere assistenza al suicidio […]”, ha disposto la sospensione del processo al fine di sollevare la questione di legittimità costituzionale con riferimento al prima citato articolo sia nella parte in cui incrimina la condotta di aiuto al suicidio in alternativa a quella di istigazione,  prescindendo dal suo contributo alla determinazione o al rafforzamento del proposito al suicidio (per ritenuto contrasto con gli articoli 3, 13 comma 1, e 117 della Costituzione in relazione agli articoli 2 e 8 Cedu) sia nella parte in cui prevede che la condotta di agevolazione al suicidio, non incidente sul percorso deliberativo dell’aspirante suicida, sia sanzionabile con la pena della reclusione da 5 a 10 anni senza differenziazione rispetto alla condotta di istigazione (per ritenuto contrasto con gli articoli  3, 13, 25 comma 2, e 27 comma 3 Cost).

Nella fattispecie concreta in esame, la Corte ha evidenziato che sono state provate in dibattimento l’impossibilità di poter curare la malattia di dj Fabo e al contempo la sua piena capacità di intendere e di volere. Egli, già nel marzo 2016, comunicava alla propria famiglia e alla compagna la sua decisione di non voler più vivere in quelle condizioni di continua sofferenza esprimendo inoltre la ferma volontà di porre fine alla propria vita (si badi bene, i contatti con l’Associazione Luca Coscioni e con Cappato in particolare avverranno non prima del maggio dello stesso anno).

Vi è inoltre l’accertamento giudiziario circa il fatto che il Cappato “non indirizzò o condizionò la decisione di Fabiano di procedere in Svizzera al proprio suicidio attraverso le modalità consentite in quello Stato, ma al contrario gli prospettò la possibilità di farlo in Italia interrompendo le terapie che lo tenevano in vita”.

In ogni caso anche concludendo che la condotta dell’imputato non ha inciso sul processo deliberativo della parte offesa (circa la decisione di porre fine alla propria vita) e dunque nulla può essere addebitato al Cappato in ordine all’aver rafforzato il proposito suicidiario, deve comunque affermarsi che l’atto di aver accompagnato in Svizzera dj Fabo, nella consapevolezza di realizzare il suo progetto suicidiario poi effettivamente verificatosi, integra la condotta di agevolazione al pari censurata dall’art. 580 c.p.

I Giudici, in aggiunta, hanno rilevato la necessità di una interpretazione estensiva del diritto alla salute sancito all’art. 32 Cost. come affermato nel caso Englaro in cui la Cassazione statuì che “il diritto alla salute, come tutti i diritti di libertà, implica la tutela del suo risvolto negativo: il diritto di perdere la salute, di ammalarsi, di non curarsi, di vivere le fasi finali della propria esistenza secondo canoni di dignità propri dell’interessato, finanche di lasciarsi morire» (Cass. sez. I civile, 16 ottobre 2007 n. 21.748).

Ad ogni soggetto deve, in risultanza di ciò, essere riconosciuta la libertà di decidere quando e come morire. Solo le azioni che pregiudicassero la libertà di decidere dovrebbero costituire offesa al bene giuridico tutelato dalla norma in esame.

Per questi motivi l’interpretazione dell’art. 580 c.p., per cui il suicidio è un fatto di per sé riprovevole e il diritto alla vita è tutelabile a prescindere dalla libertà dell’individuo (come da tesi esposta dal G.i.p. nell’imputazione coatta), violerebbe gli artt. 2, 13 comma 1, e 117 Cost. con riferimento agli artt. 2 e 8 Cedu e la pena che ingloba in sé senza distinguerle tutte le condotte di aiuto al suicidio e di istigazione, risulta contraria al principio di ragionevolezza della pena e di offensività del fatto.

Dott. Mirko Buonasperanza

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