L’IMPATTO DELLA ROBOTICA SUL DIRITTO PENALE

La robotica è quell’area della scienza volta alla costruzione di macchine sempre più sofisticate in grado di “sentire”, “pensare” ed “agire”. La comparsa di questi prodigiosi robot intelligenti, ha destato da parte degli studiosi non pochi quesiti dottrinali e giurisprudenziali circa la loro capacità d’agire ed una loro eventuale imputabilità in sede giuridica.

Oggi gli agenti artificiali “agiscono” proprio come gli esseri viventi: sono interattivi (rispondono agli stimoli dell’ambiente con un mutamento dello stato interno), autonomi (sono in grado di cambiare questo stato indipendentemente da uno stimolo esterno) e adattativi (sono capaci di accrescere o migliorare il modo in cui questo stato interno muta). Premesso ciò, il problema sorge se ci si sofferma sulla imprevedibilità delle loro azioni, che comporta una serie di ricadute sul tema della responsabilità giuridica per reati o danni di qualsivoglia genere.

Per quanto riguarda l’impatto della robotica sul diritto penale, la capacità d’agire delle macchine non rappresenta diretta conseguenza della loro imputabilità giuridica: per quanto evoluta sia la tecnologia, difatti, non si può ancora riconoscere nel robot una “coscienza” ed una intenzionalità d’azione, elementi che rimangono propri dell’uomo; ne consegue che la sussistenza della responsabilità penale dell’agente, scaturita da una condotta, potrà essere riconosciuta esclusivamente in capo ad un essere vivente.

Tuttavia i problemi non si limitano alla mera imputabilità. Nel campo militare, la ricerca e lo sviluppo di sistemi robotici è stata sempre più massiccia con il passare del tempo; si pensi all’inizio della guerra in Iraq (nel 2003) quando le truppe statunitensi non disponevano di alcun tipo di robot: nel 2004 i soldati artificiali (come droni o Terminators C-3PO) erano 150, per raggiungere l’anno successivo le 2400 unità. L’utilizzo di armate robot solleva quesiti cruciali inerenti al rispetto delle norme di diritto internazionale umanitario, tanto più che vi è una estrema difficoltà tecnica nel programmare le macchine in modo tale da rispettare i principi di discriminazione e di immunità propri del diritto bellico, distinguendo il nemico dall’alleato. Inoltre, l’impiego di queste macchine incide sulle clausole del c.d. “ius in bello” destando dubbi circa la definizione di bellum iuistum (guerra legittima) per le armi robotiche letali poste in gioco. La paura poi che i c.d. “robot killer” progettati per uso militare possano essere usati da gruppi terroristici per uccidere a comando, ha spinto 116 leader dell’industria informatica di 24 paesi ( tra cui  Elon Musk della Tesla e Mustafa Suleyman di Google) a chiederne formalmente alle Nazioni Unite la messa al bando, e dunque a proporre l’inserimento di queste macchine nell’elenco delle armi letali proibite dalla convenzione ONU del 1983 (insieme alle armi chimiche e alle armi laser accecanti).  L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha promosso discussioni formali su tali armi, che includono oltre a droni, anche mitragliatrici automatizzate.

Tuttavia in questo quadro estremamente problematico, formato da un vuoto normativo e da delicati equilibri politici, appare urgente e necessaria una nuova Convenzione dell’ONU che vada a disciplinare e regolare l’impiego dei soldati robot, non solo dal punto di vista del diritto bellico e penale, ma anche dal punto di vista del diritto dei contratti e della responsabilità civile extra-contrattuale, dove si dovrebbero introdurre nuove forme di assicurazione e autenticazione dei robot, oltre che forme di responsabilità limitata per eventuali danni.

Chiara Bellini

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