Il “caso Brizzi” e i termini per la querela nei casi di violenza sessuale

A seguito di un servizio del programma televisivo “Le Iene”, andato in onda nell’ottobre del 2017, che, sull’onda della vicenda del produttore Harvey Weinstein, è andato a “caccia” di notizie relative a violenze sessuali e molestie perpetrate da registi e produttori nel mondo cinematografico nostrano, a finire nell’occhio del ciclone è stato il famoso regista Fausto Brizzi. Autore di commedie che hanno sbancato i botteghini, fra tutte basti citare “Notte prima degli esami”, opera prima e più grande successo del regista romano, Brizzi è stato dipinto nel servizio delle Iene come un molestatore recidivo (se non addirittura violentatore), descrivendo un uomo molto lontano dall’immagine pubblica che si aveva di lui. Le ragazze, intervistate da Dino Giarrusso, hanno riferito di aver sostenuto provini “privati”, e ivi chi riferisce di essere stata costretta a spogliarsi, chi di aver ricevuto pesanti avances sessuali, e chi ha ammesso di aver intrattenuto un rapporto sessuale non consenziente col regista romano, sentendosi costretta all’atto sessuale. Il regista dal canto suo ha sempre smentito, asserendo che non ha mai intrattenuto rapporti sessuali che non fossero consenzienti. In ogni caso, di questi giorni, è la notizia, seppur smentita dal legale di Brizzi, secondo la quale sarebbero arrivate alla Procura di Roma tre querele, due delle quali parrebbero presentate fuori termine.

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Il regista Fausto Brizzi

Al di là del merito, la vicenda da spunto per una riflessione sulla peculiarità del dispositivo di cui all’articolo 609 septies Codice Penale (introdotto con L. 15 febbraio 1996, n. 66. ), che prevede, al secondo comma, per il reato di cui al 609 bis (segnatamente rubricato “Violenza Sessuale”) che sia punibile su querela della persona offesa da presentarsi entro il termine perentorio di sei mesi. Viene fatta eccezione ammettendo la procedibilità d’ufficio il fatto di cui all’articolo 609 bis se commesso nei confronti di un minorenne, se commesso nei confronti di un minore da parte di chi aveva compiti di educazione, istruzione, vigilanza, custodia, relazione di convivenza o rapporto di ascendenza tra cui il genitore, quello adottivo, il convivente e il tutore e ancora se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio nell’esercizio delle proprie funzioni, se il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio e in ultimo se la persona offesa compimento di atti sessuali non ha compiuto 10 anni. È da evidenziare che la norma, pur non prevedendo una procedibilità ex officio, stabilisce all’art. 609-septies un termine di sei mesi, che di fatto raddoppia i termini generalmente previsti per la presentazione della querela di parte prevista all’art.124 del codice penale. Inoltre, in questa particolare materia, non è neppure ammessa la remissione della querela stessa per evitare che potenziali pressioni sulla vittima possano comportare la rinuncia al proseguo dell’azione penale. Tutto ciò evidenzia la volontà del legislatore di tutelare maggiormente chi abbia il coraggio di denunciare.

Ma tutto ciò è davvero sufficiente? Secondo l’Istat, un milione e 157mila donne avrebbero subito una violenza sessuale nel corso della vita, tra stupri e tentati stupri. Eppure, nelle denunce degli ultimi anni, si registra una lieve flessione: 6% in meno tra il 2014 e il 2015 e 13% in meno dal novembre 2015 al novembre 2016. Senza considerare che questo dato taglia fuori gli uomini che, come denunciava Pasquale Giuseppe Macrì, docente dell’Università di Arezzo che ha realizzato il primo ed unico studio sul tema nel 2012, si possono stimare in 4 milioni di abusati, nella maggior parte non denuncianti. Resta dunque da chiedersi, aldilà dell’accertamento dei fatti nel caso Brizzi, se gli strumenti che la legge mette a disposizione delle vittime siano sufficienti per garantirli ed incoraggiarli alla denuncia dei casi di violenza (se non nella deflazione del numero stesso di casi).

Salvatore Vergone

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