LE SS.UU. CIVILI SUI CONTRATTI BANCARI MONOFIRMA.

Il 16 gennaio 2018, con la Sentenza n. 898, le Sezioni Unite civili della Corte Suprema di Cassazione si sono pronunciate sul tema della forma del contratto di intermediazione finanziaria che, nei mesi scorsi, aveva acceso vivici discussioni tra i civilisti e gli operatori del diritto.

Il punto di partenza è segnato da due ordinanze che, a metà dello scorso anno, rimettevano alle Sezioni Unite una questione di particolare importanza: si tratta della c.d. ordinanza Nazzicone (dell’aprile 2017, n.10447) a cui aveva fatto seguito, a distanza di appena un mese, l’ordinanza Genovese (del maggio 2017, n.12390). Le due ordinanze avevano ad oggetto la forma prescritta all’art.23 TUF per i contratti di intermediazione finanziaria.

Occorre, preliminarmente, notare che un contratto di intermediazione finanziaria, molto diffuso nella pratica, è generalmente un accordo quadro con il quale il cliente stipula con una banca un’intesa, che assume le sembianze di un contratto di mandato, attraverso la quale la banca intermediaria-mandataria pone in essere, su incarico del cliente-mandante, una pluralità di azioni che possono andare dall’acquisto di azioni, obbligazioni ecc. fino ad operazioni più sofisticate. L’art.23 TUF si occupa solo dell’accordo quadro non già degli atti posti in essere in sua esecuzione che sono, ad esso, meramente esecutivi. Va anche osservato che l’accordo quadro è un accordo di durata che sviluppa nel tempo il rapporto tra cliente-banca.

Passando alla forma, l’art.23 TUF prescrive che il contratto di intermediazione finanziaria sia redatto, a pena di nullità, per iscritto e che una copia sia consegnata al cliente. Si tratta di una nullità che può essere fatta valere solo dal cliente (c.3). Si è di fronte, insomma, ad una forma ad substantiam di protezione nei confronti del cliente retail. In ambito bancario è diffusa la pratica di contratti di intermediazione monofirma in cui vi è la sola firma del cliente mentre quella dell’intermediario verrà posta solo una volta completata la c.d. profilatura del cliente. Qui si colloca la prassi bancaria che, in tale periodo intermedio, pone in essere atti esecutivi dell’accordo quadro. Si tratta di atti che, sebbene posti in essere in assenza di un valido contratto, sono comunque produttivi di effetti. Ciò spiega perché finché il cliente riceve utilità nulla questio. Ma quando esso inizia a perderci decide di impugnarlo per mancanza della firma dell’intermediario. Qui sorgono i problemi.

Le recentissime SS.UU. civili esprimono il seguente principio di diritto: “il requisito della forma scritta del contratto-quadro relativo ai servizi di investimento è rispettato ove sia redatto il contratto per iscritto e ne venga consegnata una copia al cliente” ribadendo altresì che “è necessaria la sola sottoscrizione dell’investitore” e non anche quella dell’intermediario poiché il consenso di questo “ben si può desumere alla stregua di comportamenti concludenti dallo stesso tenuti”. Così disponendo la Suprema Corte cassa, con rinvio, la sentenza pronunciata dalla Corte d’appello di Milano (sentenza n.1276 del 2013) dove essa aveva dichiarato la nullità, per mancanza di un valido contratto-quadro, delle operazioni di investimento realizzate tra la Banca Popolare di Sondrio e alcuni suoi clienti condannando la prima alla restituzione delle somme ricevute, maggiorate di interessi e spese, e ai secondi la restituzione delle obbligazioni argentine acquistate.

Gianni Capobianco

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