Cassazione: inapplicabile l’art.131-bis per i reati di competenza del giudice di pace

Una recente sentenza della Corte Cassazione a Sezioni Unite (Sentenza n. 53683 del 28/11/2017) ha analizzato l’ambito di applicabilità dell’articolo 131-bis del codice penale, ponendo (momentaneamente) la parola “fine” sulla vexata questio relativa al suo utilizzo nel procedimento speciale dinanzi al giudice di pace.

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La vicenda nasce quando il Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Venezia ha proposto ricorso per Cassazione avverso una sentenza del giudice di pace di Verona, che ha dichiarato la non punibilità ex 131 bis per una fattispecie contravvenzionale di sua competenza. La Procura Generale, in linea con una certa scuola di dottrinaria, ha ritenuto l’articolo 131-bis una causa di esclusione di procedibilità, ergo di natura squisitamente processuale e di specifico riferimento al procedimento ordinario (di cui dovrebbe essere il principale strumento deflattivo). L’articolo 131 bis collocato nel Capo I, Titolo V del Libro I del codice penale, rubricato “Della non punibilità per particolare tenuità del fatto, della modificazione e applicazione della pena”, è stato introdotto decreto legislativo del 16 marzo 2015 numero 28, come sviluppo nel diritto penale comune di due istituti previsti in procedimenti speciali: l’art.27 d.p.r.448/88 (nell’ordinamento minorile) e l’art.34 del d.p.r.274/2000 (procedimento dinanzi al giudice di pace).

In realtà la questione era già ben conosciuta tant’è che con ordinanza n. 20245 la Terza sezione penale della Corte di Cassazione ha immediatamente rimesso alle Sezioni Unite il ricorso della Procura Generale di Venezia, vista la giurisprudenza difforme fra le varie sezioni della Cassazione, sperando di individuare un orientamento univoco.

Sul rapporto tra le due discipline si era infatti già espressa addirittura anche la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 25/15, la quale ha evidenziato la differenza tra i due istituti esprimendosi in questi termini “Si tratta di una disposizione sensibilmente diversa da quella dell’art. 34 del d.lgs. n. 274 del 2000, perché configura la «particolare tenuità dell’offesa» come una causa di non punibilità, invece che come una causa di non procedibilità, con una formulazione che, tra l’altro, non fa riferimento al grado della colpevolezza, all’occasionalità del fatto (sostituita dalla «non abitualità del comportamento»), alla volontà della persona offesa e alle varie esigenze dell’imputato.”

Ha precisato, infatti, che la norma di nuova introduzione sarebbe una disposizione sensibilmente diversa, poiché l’art.34 si fonda sulla mancanza di opposizione, oltre che dell’imputato, anche della persona offesa, che nel giudizio costituisce una condizione necessaria della causa di proscioglimento per la “particolare tenuità del fatto”. Recitano infatti i commi II e III “2.Nel corso delle indagini preliminari, il giudice dichiara con decreto d’archiviazione non doversi procedere per la particolare tenuità del fatto, solo se non risulta un interesse della persona offesa alla prosecuzione del procedimento.3. Se è stata esercitata l’azione penale, la particolare tenuità del fatto può essere dichiarata con sentenza solo se l’imputato e la persona offesa non si oppongono.”

Bisogna quindi comprendere se le parti erano state poste in condizione di interloquire o erano state espressamente interpellate sulla richiesta di proscioglimento per la “particolare tenuità del fatto”, formulata dal pubblico ministero, ovvero da quali elementi, univoci e concludenti dovesse quantomeno desumersi la loro volontà di non opporsi all’eventuale declaratoria di improcedibilità per tale causa. Sulla base di quanto finora delineato, non sarebbero dovuti sorgere dubbi circa la non applicabilità della causa di non punibilità nei procedimenti penali innanzi al Giudice di pace.

Tuttavia, sul piano procedimentale, si configura il rischio di un “sistema variabile” circa le norme da applicare nelle varie fasi del procedimento. Infatti, nella fase delle indagini preliminari il PM, ex art. 17 d.lgs. n. 274/2000, potrà avanzare la richiesta di archiviazione nei casi di cui all’art. 411 c.p.p., comma 1, da integrare con il nuovo comma 1 bis. Ciò consentirebbe di superare le preannunciate incongruenze della normativa “speciale” nella parte in cui non permette l’attivazione di un contraddittorio con la persona sottoposta ad indagini.

Ed ecco, dunque, riproporsi l’annoso problema dopo l’apparente soluzione data dalla Corte Costituzionale.

Le Sezioni Unite ripartono dunque proprio dal confronto tra l’art. 34 e il 131-bis per dirimere la controversia. Vi sono in gioco due orientamenti, uno che vede la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto di cui all’art. 131-bis cod. pen. non applicabile ai procedimenti relativi a reati di competenza del giudice di pace, per i quali trova, viceversa, applicazione soltanto la disciplina di cui all’art. 34 del d.lgs. 28 agosto 2000, n. 274, operando il criterio di specialità ex art. 15 codice penale. L’art.34 opera, infatti, nell’ambito della “finalità conciliativa” che caratterizza la giurisdizione penale del giudice di pace.

Il secondo indirizzo interpretativo, partendo dalle stesse differenze poste in evidenza nel primo orientamento, giunge, invece, alla conclusione opposta, asserendo che la causa di esclusione della punibilità prevista dall’art. 131-bis cod. pen. rimanga strutturalmente distinta dall’ipotesi di esclusione della procedibilità prevista dall’art. 34 d.lgs. n. 274 del 2000 e pertanto le differenze fra i due istituti (e la disciplina sostanzialmente di maggior favore prevista dall’art. 131-bis) inducono, infatti, a ritenere che quest’ultimo sia applicabile a tutti i reati, ivi compresi quelli di competenza del giudice di pace, anche perché sarebbe altamente irrazionale e contrario ai principi generali che una norma di diritto sostanziale sia inapplicabile proprio ai reati che, per essere di competenza del giudice di pace, sono evidentemente considerati dal legislatore di minore gravità.

Questo orientamento giunge, dunque, alla conclusione tale per cui l’operatività dell’art. 34 deve considerarsi subordinata a condizioni più stringenti di quelle richieste dall’art. 131-bis c.p., collocando i due istituti su piani diversi, subordinando l’operatività del primo ad una valutazione più ampia di quella richiesta dall’art. 131-bis c.p., che è, invece, ancorato al grado dell’offesa e vedendo di conseguenza possibile l’applicazione del 131-bis anche nell’ambito di un procedimento dinanzi al giudice di pace.

La Corte ha preferito il primo orientamento, sulla scorta di una visione complessiva del funzionamento dei due istituti e della loro specialità, ognuno strumentale allo specifico procedimento a cui riferito, ed ha affermato, con sentenza del 28 novembre del 2017, il principio di diritto per cui “La causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, prevista dall’art.131-bis cod. pen., non è applicabile nei procedimenti relativi a reati di competenza del giudice di pace”.

 

Salvatore Vergone

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