Il processo penale minorile e le fonti internazionali

All’inizio del secolo scorso risale l’approvazione di una prima “Convenzione sulla tutela del minore” nell’ambito di una conferenza di diritto privato tenutasi all’Aja nel 1902. Ad essa seguì nel 1913 la “Conferenza Internazionale per la protezione dell’infanzia” di Bruxelles che promosse la cooperazione internazionale in questo ambito. Qualche anno più tardi, nel 1919, invece, fu l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) che contribuì concretamente allo sviluppo del diritto minorile in ambito internazionale, chiedendo a tutti gli Stati l’impegno a “perseguire una politica interna tendente ad assicurare l’abolizione effettiva del lavoro infantile e ad aumentare progressivamente l’età minima per l’assunzione all’impiego o al lavoro ad un livello che permetta agli adolescenti di raggiungere il più completo sviluppo fisico e mentale” .

Nel 1923 venne quindi adottata dalla Union Internationale de Protection de l’Enfance la “Carta dei diritti del bambino”, recepita dalla “Dichiarazione di Ginevra” nel 1924, che rappresenta il documento fondativo di tutti i successivi atti aventi ad oggetto la difesa dei diritti dei fanciulli . In tale documento per la prima volta si afferma il diritto del fanciullo ad una normale crescita psicofisica e spirituale e a ricevere una educazione idonea a garantirgli un futuro .

Gli eventi connessi allo scoppio del secondo conflitto mondiale esasperarono i già gravi problemi della condizione minorile e fornirono, anche da questa specifica angolazione, la ulteriore spinta al ripensamento dei valori comuni della civiltà giuridica e alla affermazione della dignità della persona umana. Tale sforzo portò nel 1948 all’approvazione della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU che rappresenta il primo effettivo atto attraverso il quale i diritti umani divennero oggetto di tutela internazionale. Da un punto di vista più generale la Dichiarazione ha riaffermato alcuni importanti principi, quali la centralità della famiglia, la speciale assistenza di cui hanno bisogno madre e bambino, il diritto dei genitori a scegliere una adeguata istruzione per i figli minori. Pur non contenendo delle previsioni estensivamente dedicate ai minori, la Dichiarazione stabilì comunque alcuni principi che necessariamente si attagliavano alle tematiche minorili e che costituiranno la base per le successive dichiarazioni, carte e convenzioni intervenute su tali materie. Tra tali principi può richiamarsi l’articolo 1 che ha sancito l’uguaglianza e la libertà degli esseri umani, intesi nella ampia ed indistinta accezione di individui e pertanto a prescindere dalla loro età; gli articoli dal 2 al 9 che hanno affermato diritti e divieti in ordine alla salvaguardia della persona e alla sue libertà; l’articolo 26, incentrato sull’affermazione del diritto all’istruzione come strumento per il pieno sviluppo della personalità umana. Altre disposizioni della Dichiarazione hanno consentito di incidere sul piano più strettamente processuale lì dove, ponendosi particolare attenzione alla persona sottoposta a procedimento penale, si vietano la tortura, i trattamenti e le punizioni crudeli, inumane o degradanti e si riconosce il diritto di ricorrere ai competenti tribunali nazionali contro atti che violano le libertà fondamentali degli individui riconosciuti dalla stessa Dichiarazione.

I due atti internazionali di cui si è detto sopra, la Dichiarazione di Ginevra del 1924 e la Dichiarazione Universale del 1948, pur non comportando sul piano strettamente giuridico l’attribuzione di veri e propri diritti soggettivi, hanno senza dubbio consentito la piena presa di coscienza, a livello del diritto e della politica internazionali, della necessità di affermare l’area dei diritti fondamentali riconoscibili agli individui e pertanto di adottare ogni soluzione idonea ad eliminare gli ostacoli normativi e di fatto frapposti al loro effettivo esercizio.

Un rilievo non trascurabile va riconosciuto, a livello europeo, alla “Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali” , approvata a Roma nel 1950, ed al protocollo addizionale di Parigi del 1952 che hanno recepito ed elaborato i principi sanciti dalla Dichiarazione Universale. Esse, nonostante la mancanza di specifici richiami alla materia minorile, sono divenute (in particolare la prima) parametro di riferimento e di indirizzo in sede di elaborazione giurisprudenziale e legislativa nel nostro paese.

I principi contenuti nella “Dichiarazione di Ginevra” del 1924 e nella “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo”, sono stati poi confermati nel preambolo della “Dichiarazione dei diritti del fanciullo”, approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU a New York nel novembre 1959 che diverrà il vero e proprio corpo di principi di riferimento per tutti gli ordinamenti delle democrazie liberali. Due sono i presupposti fondamentali che stanno alla base di questo documento, enunciati già nel preambolo: “La fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana”, e la convinzione che “il fanciullo, a causa della sua immaturità fisica ed intellettuale, ha bisogno di una particolare protezione, di cure speciali, compresa una adeguata protezione giuridica, sia prima che dopo la nascita” (27). L’aspetto di assoluta novità e rilevanza della “Dichiarazione dei diritti del fanciullo” rispetto alle altre Convenzioni e Dichiarazioni di cui si è detto, è costituito dalla affermazione, per la prima volta, di “un diritto non più sui minori, ma per i minori” (28). Allo stesso modo il documento mette in rilievo, con notevole carica innovativa, come “il superiore interesse del minore” ed il godimento dei diritti e delle libertà in esso sanciti rappresentino un vantaggio per la società nel suo insieme e non soltanto per i diretti destinatari delle sue previsioni. Tra le previsioni senz’altro più importanti della Dichiarazione vi è il riconoscimento del “diritto ad un’educazione che, almeno a livello elementare, deve essere gratuita e obbligatoria”.

Emerge pertanto come già a partire dalla fine degli anni ’50 si sia progressivamente fatta strada l’esigenza di guardare ai minori sia come i titolari delle posizioni giuridiche soggettive generalmente attribuite a tutti i cittadini (a prescindere dall’età), sia come i destinatari di ulteriori ed autonomi diritti inerenti in modo specifico alla loro propria qualità. Si realizza pertanto la progressiva ed irreversibile acquisizione che la tutela delle “peculiarità minorili” costituisce un interesse superiore e che la possibilità da parte dei più giovani di vivere secondo le regole della convivenza civile dipende dalla capacità degli Stati di assicurare loro adeguate condizioni di vita.

Queste acquisizioni saranno poi riprese e rafforzate con l’adozione del “Patto internazionale sui diritti civile e politici approvato dall’assemblea generale dell’ONU il 16 dicembre 1966, nel quale sono stati affermati per la prima volta una pluralità di principi basilari poi introdotti dalle successive normative in materia minorile (29). Tale documento fa propri, a sua volta, una serie di principi già espressi nella “Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle liberta fondamentali”, trasponendoli sul piano specifico del processo penale. A titolo di esempio, in tema di libertà personale, dopo aver affermato che «qualsiasi individuo privato della propria libertà deve essere trattato con umanità e con il rispetto della dignità inerente alla persona», specifica che «gli imputati minorenni devono essere separati dagli adulti e il loro caso deve essere giudicato il più rapidamente possibile» (art 10 comma 2) che, in sede di esecuzione della pena «i rei minorenni devono essere separati dagli adulti e deve essere loro accordato un trattamento adatto alla loro età ed al loro stato giuridico» (art. 10 comma 3), che le norme procedurali ove applicate ai minorenni debbano «tener conto della loro età e dell’interesse a promuovere la loro riabilitazione» (art. 14 comma 4).

Nonostante l’acquisita consapevolezza di cui si è detto, occorrerà attendere ancora diversi anni per giungere alla definizione sul piano internazionale delle “Regole Minime per l’Amministrazione della Giustizia minorile” approvate dal VI Congresso delle Nazioni Unite svoltosi a Pechino nel 1985 ed adottate con risoluzione dell’Assemblea Generale 40/33 del 29.11.1985. Tali regole costituiscono, a livello internazionale, la prima compiuta enunciazione di principi concernenti il diritto e la procedura penale minorile e hanno rappresentato il modello di riferimento a cui si sono ispirati i più recenti codici minorili adottati dagli Stati, ivi compreso il Codice di Procedura Penale Minorile adottato dall’Italia con il D.P.R. 448 del 1988.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...