Assegno divorzile

Con la rivoluzionaria ed oramai nota sentenza n. 11504 della Cassazione del 10 maggio 2017 gli Ermellini hanno stabilito che nella valutazione dell’an dell’assegno di divorzio non si deve più tenere conto del parametro del “tenore di vita”. A seguito di tale pronuncia, moltissimi ex coniugi obbligati al versamento stanno chiedendo la revisione del diritto all’assegno. Sebbene la sentenza sia un mero precedente, al quale nessun giudice è formalmente vincolato, è chiaro che la stessa sta orientando la maggior parte delle decisioni sul punto.

La normativa di riferimento è la legge n. 989 del 1970, la quale ritiene competente il Tribunale in merito alla assegnazione ed alla determinazione dell’assegno divorzile, tenendo conto della condizione economica dei due coniugi, della durata del matrimonio e dell’apporto economico che ciascun coniuge garantiva per il mantenimento e il sostentamento del nucleo familiare. Il giudice, in particolare, è tenuto a valutare se una delle due parti è meritevole di tale assegno, e ne determina l’ammontare attraverso i parametri sopra descritti, compatibilmente col tenore di vita goduto durante il matrimonio.

Quanto sancito dalla sentenza numero 11504/2017 incide solo sul fatto che non deve più farsi riferimento al tenore di vita ma alla capacità del coniuge, ritenuto più debole e quindi potenzialmente destinatario dell’assegno, di mantenersi in maniera autosufficiente.

Non percepirà assegno colui che sia totalmente indipendente sul profilo economico, quindi il soggetto che è titolare di reddito da lavoro dipendente o autonomo, o riceve aiuti economici dai familiari, o risulta intestatario di proprietà immobiliari o mobiliari, o percepisce canoni di locazione o d’affitto, è giovane e abile al lavoro e ha la capacità e l’opportunità effettiva di trovare un impiego, o gode stabilmente di un’abitazione.

Il Tribunale di Milano, adeguandosi ai nuovi criteri di determinazioni, elaborati dalla Corte di Cassazione, ha aggiunto un altro elemento valutativo: l’importo minimo reddituale oltre il quale chi richiede l’assegno divorzile non può ottenerne il riconoscimento. Il reddito mensile minimo, per accedere all’assegno di divorzio, viene fissato in Euro 1.000, mensili.

Il Tribunale di Roma ha seguito l’orientamento della Corte di Cassazione ed ha evidenziato che per la verifica dei criteri dell’an debeatur è il richiedente a dover fornire la prova della insussistenza dei criteri elaborati dalla Corte di Cassazione. Tale principio prevede che sia la parte richiedente a dover dimostrare di essersi attivata per reperire un lavoro consono all’esperienza professionale maturata e al titolo di studio conseguito. Il coniuge più debole che ha richiesto l’assegno di divorzio non può limitarsi a semplici prove generiche e non circostanziate. Deve, infatti, dimostrare di essere nell’impossibilità – per impedimento fisico o altro – di svolgere qualsiasi attività lavorativa. Se dovesse limitarsi a dedurre di aver svolto incarichi occasionali non avrebbe sufficientemente provato quanto sopra e perderebbe il diritto all’assegno di divorzio.

Dott. Marcello Cecchino

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