Nuovo sistema elettorale e vecchi dubbi: cosa cambia (o non cambia) col Rosatellum bis?

Il Parlamento è stato sciolto e si voterà il 4 marzo 2018. Ma con quale legge elettorale?

Il cosiddetto “Rosatellum bis”, la legge elettorale promossa da Ettore Rosato, capogruppo PD alla Camera dei Deputati, e approvata definitivamente lo scorso ottobre, è un sistema misto in cui il 36% dei seggi viene assegnato con sistema maggioritario (in ogni collegio gareggiano un candidato per ogni partito e vince chi tra loro prende anche solo un voto in più) e il 64% con sistema proporzionale (in ogni collegio ciascun partito presenterà un listino composto da due a quattro candidati che si scontreranno con i listini degli altri partiti). Il “bis” associato al nome del sistema elettorale deriva dal fatto che precedentemente lo stesso Rosato aveva proposto un sistema anch’esso misto (50% maggioritario e 50% proporzionale) detto appunto “Rosatellum” che però era naufragato sul nascere.
Come nel precedente sistema “Mattarellum”, la legge elettorale che fu in vigore dal 1993 al 2005, e nella successiva legge Calderoli (conosciuta come Porcellum, in vigore dal 2005 al 2014) anche nel Rosatellum bis rimane in vigore una rilevante distinzione tra il metodo di elezione dei deputati e quello dei senatori, dovuta all’articolo 57 della Costituzione il quale impone l’elezione dei senatori su base regionale (mentre l’assegnazione dei seggi della Camera rimarrà effettuata su base nazionale) di fatto lasciando intatta la dicotomia tra i due sistemi che in passato aveva creato governi con “maggioranze zoppe” ossia esecutivi che potevano non avere una maggioranza in una delle due camere, limitando in questo modo la governabilità del paese.

Quanto poi allo sbarramento, il Rosatellum bis prevede una soglia minima del 3% su base nazionale, sia al Senato che alla Camera, perché un partito possa entrare in Parlamento. In aggiunta alla soglia del 3% è però prevista anche una soglia minima del 10% per le coalizioni di partiti (all’interno delle quali almeno una lista dovrà superare il 3%).

Per ciò che attiene la parte proporzionale di questo sistema elettorale è bene sottolineare la presenza delle cd. liste bloccate (nelle quali saranno i partiti a nominare la maggior parte dei candidati) scelta che per alcuni costituzionalisti sarebbe in contrasto con le indicazioni che la Corte Costituzionale diede nella sentenza n. 1 del 2014 con la quale bocciò i listini bloccati (dell’allora Porcellum) poiché non garantivano la possibilità, da parte dell’elettore, di poter scegliere chi votare esprimendo la propria libera preferenza. Dopo la parentesi del cd. Italicum, bocciato dal referendum costituzionale l’anno passato, che premiava le singole liste, tornano in auge le coalizioni con le quali i partiti potranno raggrupparsi per sostenersi a vicenda avendo però la possibilità di sciogliere eventuali coalizioni dopo le elezioni la qual cosa potrebbe minare non poco la certezza del voto e la conseguente ricerca di una maggioranza stabile.

Novità interessante, anche per le conseguenze politiche, sarà che il voto verrà espresso su una sola scheda (e non con una scheda per la parte proporzionale ed un’altra per quella maggioritaria come prima) senza possibilità di voto disgiunto ossia non si potrà votare il candidato dei “Bianchi” presente nella parte maggioritaria e poi scegliere, nella parte proporzionale, il partito dei “Neri”. Ciò di fatto toglierà agli elettori la libertà di scegliere un partito e un candidato obbligandoli a scegliere un abbinamento fisso.

Ma quali saranno le ripercussioni sui partiti dopo le elezioni col nuovo sistema? Le larghe intese potrebbero essere l’unica speranza per un governo stabile ma secondo le stime dei ricercatori dell’Istituto Carlo Cattaneo il Pd con il Rosatellum bis potrebbe guadagnare 20 seggi (in larga parte rubati al M5s, penalizzato rispetto all’Italicum). Ciò che emerge dallo studio è che anche con questo sistema nessun partito o coalizione riuscirà a ottenere la maggioranza assoluta alla Camera. Per il PD, che ha fortemente voluto questa legge, il saldo sarebbe in ogni caso negativo poiché rispetto alle scorse elezioni sarebbe prevista una riduzione di ben oltre 100 seggi. Al contrario, il M5s risulterebbe perdere 24 seggi (mentre ne otterrebbe circa 60 in più rispetto alle elezioni del 2013). Sfonda invece la destra con la Lega che passerebbe dagli attuali 20 seggi agli 89 e Fratelli d’Italia addirittura raddoppierebbe passando da 10 a 20 seggi. In questa maniera la coalizione di centrodestra supererebbe il M5s e il Pd da solo. Gli altri partiti della sinistra, nel caso si presentassero uniti, otterrebbero poco più di 20 seggi. I piccoli partiti risulteranno quindi fondamentali soprattutto dopo le elezioni nel caso, molto probabile, in cui le compagini che formano le coalizioni dovessero cambiare. Al Senato per esempio è prevedibile un minimo distacco in numero di seggi tra i primi due partecipanti al voto cosa che farebbe dei piccoli partiti i proverbiali aghi della bilancia in grado di spostare gli equilibri della maggioranza.

Per concludere, una buona legge elettorale dovrebbe cercare di conciliare due aspetti fondamentali della vita politica di un paese: governabilità e principio di rappresentanza. Questa legge, come le altre prima di lei segue la bandiera della governabilità a tutti i costi (senza raggiungerla in ogni caso) tralasciando nuovamente il legame, che dovrebbe essere più forte possibile, tra gli eletti e i loro elettori. Perché, a ben vedere, è la contiguità tra il rappresentante e il suo bacino elettorale di riferimento ad ingenerare nel primo quel senso di responsabilità, quella spinta positiva a compiere il proprio operato con disciplina e onore, come recita l’art. 54 della nostra Costituzione, che dovrebbe guidare il mondo della politica. Ad ogni modo attendiamo fiduciosi di essere smentiti dai fatti.

Dott. Mirko Buonasperanza

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