Dell’ applicazione in negativo del parametro dell’indipendenza economica di cui all’ art 337 septies comma primo c.c. al giudizio sulla adeguatezza dei mezzi dell’ ex coniuge richiedente l’ assegno divorzile.

NOTA ALLA SENTENZA CASSAZIONE CIVILE N. 11504 DEL 10 MAGGIO 2017

La sentenza in esame trae origine da una controversia ove, il Tribunale di Milano dichiarava lo scioglimento degli effetti civili del matrimonio tra i coniugi Vi.Gr. e Li.Ca.Lo. e, nel contempo, respingeva la domanda di assegno divorzile proposta dalla moglie.

Quest’ ultima proponeva rituale appello, che la Corte territoriale respingeva poiché, tra l’ altro, la moglie non aveva dimostrato in giudizio l’inadeguatezza dei propri redditi ai fini della conservazione del tenore di vita avuto in costanza di matrimonio sia, per carenza probatoria in relazione alla propria situazione reddituale, sia in relazione al fatto che,nelle more, l’altro coniuge aveva subito una diminuzione del proprio reddito.
La decisione della Corte
Avverso tale decisione la Lo. ha proposto ricorso per Cassazione, rigettato dai Giudici della Suprema Corte, che enunciano i seguenti principi di diritto:
-Il giudice di merito richiesto l’ assegno di divorzio deve:
1) nella fase dell’ an debeatur, cioè di fase di accertamento del riconoscimento del diritto all’assegno da parte dell’ ex coniuge operare un giudizio di spettanza del diritto ancorato al parametro della indipendenza economica di ciascuno degli ex coniugi.
2) Allorquando ha accertato l’an,nella successiva fase del quantum debeatur (somma spettante alla parte), il giudice deve parametrarlo in virtù del principio della solidarietà economica dell’ ex coniuge obbligato alla prestazione dell’assegno nei confronti dell’ altro.
3) L’introduzione del parametro della indipendenza economica di ciascuno degli ex coniugi nella fase di accertamento dell’an dell’ assegno divorzile da parte del giudice di merito. Il primo principio di diritto enunciato dai Giudici di legittimità nella sentenza in commento, introduce un diverso parametro a tenore del quale il magistrato di prime cure è chiamato a valutare la sussistenza dell’an in caso di richiesta di pronuncia sulla spettanza dell’ assegno divorzile: il parametro della indipendenza economica.
Invero, come chiaramente emerge nella parte motiva, tale parametro interpretativo non è estraneo alla materia di cui ci si occupa,anzi esso è pedissequamente mutuato dalla normativa prevista in materia di filiazione. Infatti, stante il dettato di cui all’art 337 septies comma primo c.c., rubricato “disposizioni in favore dei figli maggiorenni” “Il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico”.

Ancora prima, l’ art 115- quinquies inserito dall’art 1 comma 2 legge 8 febbraio 2006 n.
54 disponeva parimenti che “Il giudice,valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico. Tale assegno, salvo diversa determinazione del giudice, è versato direttamente all’ avente diritto”.

E’ noto come gli interpreti, all’indomani della formulazione del concetto di indipendenza economica del figlio maggiorenne, abbiano cercato di delineare i confini di tale istituto, per permetterne un utilizzo concreto ai giudici di merito chiamati di volta in volta a pronunciarsi sulla spettanza e sulla determinazione dell’assegno di mantenimento nei confronti del figlio maggiorenne.
Sul punto, la giurisprudenza di legittimità, come anche ricordato nel caso di specie dalla Suprema Corte ,ha più volte escluso l’esistenza di un obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni in capo ai genitori laddove la prole senza giustificazione avesse rifiutato di acquisire una propria indipendenza economica (ex plurimis Cass. n. 18076/2014). Solamente ed esclusivamente in virtù di tale opzione ermeneutica,la Suprema Corte ancora il parametro della indipendenza economica anche alla fase di accertamento dell’an dell’assegno divorzile e ne deduce i principi a cui il giudice deve far riferimento individuandoli nei seguenti:
1) possesso dei redditi di qualsiasi specie;
2) il possesso dei cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, tenuto conto anche di tutti gli oneri latu sensu “imposti” e del costo della vita nel luogo di residenza;
3) le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale, in relazione alla salute, all’ età, al sesso ed al mercato del lavoro, dipendente o autonomo;
4) la stabile disponibilità di una casa di abitazione;
La sentenza in questione, ancorché appaia muoversi da premesse giuridiche condivisibili, poiché ha indubbiamente il merito di provare ad armonizzare la disciplina dei rapporti fra ex coniugi a quella fra genitori e figli, ancorando la valutazione della corresponsione degli assegni periodici al medesimo parametro, tuttavia perde l’ occasione di compiutamente armonizzare il sistema in questione. Infatti essa , invero, non tiene conto delle pronunce della giurisprudenza di legittimità relative a quando si debba considerare raggiunta l’ indipendenza economica del figlio maggiorenne, e, quindi, il limite di natura positiva del parametro della indipendenza economica per la
determinazione dell’an debeatur dell’assegno divorzile.

Come noto,infatti, non un qualsiasi impiego o reddito fanno venir meno l’ obbligo del mantenimento del figlio maggiorenne in capo ai genitori (ex multis Cass. n. 18/2011). Per giurisprudenza costante e pacifica della Suprema Corte, infatti, “lo status di indipendenza economica del figlio può considerarsi raggiunto in presenza di un
impiego tale da consentirgli un reddito corrispondente alla sua professionalità e un’ appropriata collocazione nel contesto economico- sociale di riferimento, adeguata alle sue attitudini ed aspirazioni” (ex plurimis Cass. 4765/2002; Cass. 21773/2008, Cass. 14123/2011, Cass. 1773/2012).

Tuttavia, nella sentenza in commento,non vi è in alcun modo di rinvenire traccia di tale
limite positivo al parametro della indipendenza economica. Quid iuris nel caso in cui il coniuge richiedente l’assegno divorzile lavori sì a condizioni contrattuali eque, ma, seppur svolgendo una prestazione lavorativa contrattualmente regolare nonché remunerativa invero, non svolga una attività lavorativa in grado di soddisfare le proprie aspirazioni anche di ordine professionale? Tale soggetto, perderà il diritto a vedersi riconoscere l’inderogabile dovere di solidarietà sociale? Tale quesito risulta altresì doveroso dal momento che, nella sentenza in parola, i giudici della Suprema Corte, muovono dalla condivisibile premessa che, il parametro della indipendenza
economica in luogo di quello del tenore di vita si rende necessario anche in considerazione della mutata coscienza sociale.A ragione maggiore, sarebbe stato utile cogliere l’ occasione per mutare orientamento nel senso altresì di riconoscere, come è per i figli maggiorenni in relazione all’assegno da parte dei genitori che, in virtù di un generale principio costituzionale di solidarietà sociale, non attenuato nemmeno a seguito della pronuncia di sentenza di divorzio, perché valevole fra tutti i consociati,il parametro della indipendenza economica va valutato anche in relazione alla
attualità del coniuge richiedente di svolgere una attività lavorativa non solo contrattualmente regolare, non solo remunerativa, ma anche adeguata alle sue attitudini ed aspirazioni.

Avv. Valentina Romoli

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