MISURE DI PREVENZIONE: SULLA VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI RELATIVI ALLA SORVEGLIANZA SPECIALE

La I sezione della Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 53403 del 24 novembre 2017, si è pronunciata in merito alla sussistenza del reato di cui all’art. 75 co.1, d.lgs. n. 159 del 2011[1] (Codice antimafia) che punisce a titolo di contravvenzione la violazione degli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale.

Nel caso all’esame dei giudici di legittimità, la Corte d’appello di Lecce con sentenza in data 18 maggio 2016 confermava la decisione emessa dal Tribunale di Brindisi in data 16 giugno 2014 con cui I.M. era stato condannato alla pena di mesi sei di arresto per aver violato la misura di prevenzione cui risultava sottoposto. A carico di costui era stata applicata la misura della sorveglianza speciale di P.S. senza obbligo di soggiorno con divieto, tra le prescrizioni accessorie, di associarsi a pregiudicati. Contrariamente, il 3 luglio 2011 e l’11 settembre 2011 il prevenuto era stato sorpreso in compagnia di un pregiudicato.

Il tema affrontato dalla sentenza riguarda nello specifico il divieto di frequentare o associarsi a determinate persone (nella fattispecie concreta in giudizio i pregiudicati) con riferimento al quale la Corte ha ribadito che la giurisprudenza della Cassazione ha avuto modo di spiegare che la prescrizione relativa a tale divieto, in considerazione del significato letterale delle espressioni usate implica che, ai fini della sussistenza del reato è richiesta una abitualità o una serialità nei comportamenti, dovendosi pertanto escludere che la violazione sia integrata da un fatto episodico unico” o due soli incontri con soggetto pregiudicato come nel caso de quo (si vedano sul punto Cass. Sez. I, n. 43858 del 2013; Cass. Sez. I, n. 46915 del 2009; Cass. Sez. I).

Nella stessa logica si è affermato che occorre un comportamento abituale, caratterizzato dalla ripetizione della condotta vietata (Cass. Sez. I, n. 48686 del 2015).

Il reato di cui al d.lgs. 6 settembre 2011, n. 159, art. 75, relativamente alla violazione del divieto in esame, rientra tra i reati necessariamente abituali. Esso determina, cioè, la lesione concreta al bene giuridico solo in presenza di un minimo di condotte, avvinte da un nesso di ripetitività.

Il contenuto minimo che permette alla violazione di assumere rilevanza penale non può essere individuato nel mero superamento del singolo episodio di frequentazione poiché la natura abituale del fatto tipico, che incrimina non la pura disobbedienza al divieto ma la violazione reiterata, è tale da integrare l’offensività concreta della fattispecie. La lesione al bene protetto dall’incriminazione discende non dalla singola inottemperanza al divieto di incontro ma dall’abituale frequentazione di soggetti pregiudicati. È necessaria quindi la presenza di una serie di condotte oggettivamente idonee a fondare una frequentazione ripetuta (“non associarsi abitualmente”) che possa indurre a ritenere realizzata la trasgressione penalmente rilevante per effetto della lesione del bene protetto dalla norma.

Pur tuttavia avendo in passato la Corte ritenuto sufficienti, in alcune decisioni, anche due soli incontri con un soggetto pregiudicato per ravvisare la violazione del d.lgs. n. 159 del 2011, art. 75, (si veda Cass. Sez. I, n. 47109 del 2009), il Collegio ritiene di aderire all’orientamento più recente che statuisce una reiterazione delle condotte (come in Cass. Sez. I, n. 27049 del 2017) perché l’abitualità che caratterizza il fatto tipico non coincide con una frequentazione occasionale o episodica ma richiede una ripetitività che dia conto di un modus comportamentale che, in ogni caso, non può essere ridotto a due soli eventi.

Per questi motivi la Cassazione decide di annullare senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.

Dott. Mirko Buonasperanza

[1]Art. 75 Violazione degli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale

  1. Il contravventore agli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale è punito con l’arresto da tre mesi ad un anno.

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