PRINCIPIO DI LEGALITA’ VS CRIMINI DI GUERRA: DA NORMIBERGA AL SUICIDIO DI SLOBODAN PRALJAK.

L’AJA – Ha ascoltato il verdetto emesso nei suoi confronti dal Tribunale Penale
Internazionale per l’Ex Jugoslavia e, dopo aver gridato agli astanti “non sono un
criminale!”, ha ingoiato un veleno. Ha scelto di morire così Slobodan Praljak,
stoicamente, emulando un gesto che in origine fu di Socrate.
Praljak era imputato per i crimini commessi contro la popolazione musulmana della
città di Mostar e per questo condannato a 20 anni di prigione.
Tralasciando l’opportunità o meno del gesto e delle relative modalità di esecuzione,
non si può non affrontare il problema della legittimità o meno della condanna in
oggetto, nonché di tutte le condanne inflitte da Tribunali ad hoc e dei Tribunali stessi.
Il problema si pone nel momento in cui si invoca l’applicazione del principio di legalità
ed in particolare il brocardo nullum crimen sine lege praevia, il quale impone di non
poter condannare nessuno per un crimine commesso prima dell’entrata in vigore della
legge che lo punisce, né da una istituzione non esistente al momento della commissione
del fatto.
Ed in effetti il vero “mostro” processuale generato da Norimberga ed in genere dai
Tribunali istituiti per condannare i criminali di guerra consiste nell’aver condannato gli
imputati per fatti commessi in esecuzione di leggi od ordini.
Questo articolo, naturalmente, non è un’apologia dei vari genocidi (da condannare
duramente ed incondizionatamente) ma si deve comunque riflettere sul fatto che i
responsabili siano stati condannati per aver applicato le leggi all’epoca vigenti!
Naturalmente si trattava di leggi abominevoli, ma pur sempre di leggi.
E’ proprio su questo handicap che si fondano i principali dibattiti: la difesa si appella
all’osservanza delle leggi vigenti e dell’ordinamento giuridico costituito del tempo;
l’accusa, invece, invoca una visione giusnaturalistica, in base alla quale individuare nei
crimini nazisti un peccato totale, sia contro lo spirito che contro la morale.
Un altro problema strettamente collegato al primo è quello della mancanza di un codice
penale internazionale, contenente norme sanzionatorie e figure di reato omogenee. Le
uniche norme direttamente applicabili e valide più o meno in modo omogeneo sono
quelle derivanti da convenzioni internazionali, ma sono evidentemente insufficienti.
Rispetto a Norimberga, il Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia è stato
anche accusato di essere un tribunale interamente manovrato dagli Stati Uniti e,
dunque, di aver voluto colpire prevalentemente l’etnia serba.
Alla luce di tali considerazioni, è “giusta” la condanna di questi criminali? Si badi bene,
il significato da attribuire al termine “giusta” è quello etimologico derivante dal
latino. iustum, ius iuris, ossia “secondo diritto”.
L’escamotage utilizzato per superare le enormi lacune e discordanze testé evidenziate
è stato quello di prevedere che il tribunale debba applicare il diritto umanitario
internazionale, che, essendo parte del diritto consuetudinario, aggira il problema della non aderenza di tutti gli Stati alle specifiche convenzioni. Legittima o meno che sia la soluzione utilizzata, resta comunque l’imbarazzo di istituzioni internazionali che, nel lodevole proposito di condannare e punire pazzi criminali che hanno commesso indicibili atrocità, inciampano nella violazione di un principio posto alla base di qualsiasi sistema penale democratico.

Avv. Sofia Forciniti

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