Immissioni del vicino

L’art. 674 del codice penale punisce chiunque getti o versi, in un luogo pubblico o privato ma di comune o altrui uso, cose atte ad offendere o imbrattare o molestare persone, ovvero provochi emissioni di gas, di vapori o di fumo atti a cagionare tali effetti. La sanzione prevista in questi casi è una ammenda del valore non superiore a 206 euro e, nei casi più gravi, l’arresto fino ad un mese. Il codice civile, all’art. 844, aggiunge, inoltre, che nessun proprietario di fondo può impedire le immissioni di fumo o di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti, provenienti dal fondo vicino, se non superano la normale tollerabilità, tenendo in considerazione la condizione dei luoghi.

Dunque da queste due norme si evince che il superamento del limite di tollerabilità, relativamente alle emissioni, sopra citate da parte di un vicino di casa, può comportare responsabilità a carico di questo.

Una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 14467 del 2017, aggiunge particolari elementi di novità a tali disposizioni: per la prima volta, infatti, la Cassazione ha contemplato tra le emissioni olfattive vietate, anche la puzza di fritto o di cibi particolarmente elaborati, sempre superiori al limite della normale tollerabilità e solo a condizione che siano capaci di molestare fortemente le persone. Si configurerebbe in questo caso, secondo la suprema Corte, il reato di molestia olfattiva, punibile su iniziativa del vicino tramite querela.

Toccherà al giudice, di volta in volta, stabilire se sia possibile configurare una ipotesi di reato e se siano stati superati i limiti di tollerabilità, sulla base dell’entità dell’odore, della durata, dell’ora in cui si propaga e della sua capacità di penetrazione nell’appartamento. Sarà configurabile anche un risarcimento del danno, nel caso in cui l’odore sia così potente da sporcare i muri, le tende e i mobili dell’abitazione vicina.

Come detto, il vicino di casa che si ritiene molestato dalle emissioni, deve sporgere querela al giudice: le indagini dureranno sei mesi, con possibilità di proroga fino ad un anno. Il giudice potrà fondare il suo convincimento sugli elementi probatori a sua disposizione, senza necessità di perizia tecnica, ma anche valendosi della testimonianza dei vicini di casa, che potrebbero a loro volta, chiedere risarcimento se hanno subito gli stessi o simili danni. La legge, generalmente, ritiene tale fattispecie di reato tenue e difficilmente si arriverà all’arresto del soggetto: ci si limiterà ad applicare un risarcimento danno a carico del responsabile, qualora vi siano i presupposti.

Dott. Marcello Cecchino

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