RICORSO CEDU: ESTREMA FORMA DI TUTELA GIURISDIZIONALE PER I CITTADINI EUROPEI.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è stata istituita nel 1959 dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1950, ma, nonostante vi aderiscano tutti i membri del Consiglio d’Europa, non è un’istituzione dell’Unione Europea.
La Corte esercita la propria tutela giurisdizionale nei confronti persona fisica, organizzazione non governativa o gruppi di privati che ritengano di essere vittima di una violazione da parte dello Stato di uno dei diritti riconosciuti dalle varie Convenzioni.
In particolare, il più importante documento che riconosce e tutela i diritti inviolabili da parte di ciascuno Stato è la Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo, all’interno della quale spiccano il diritto alla vita, il divieto di tortura, il divieto di schiavitù e dei lavori forzati, il diritto alla libertà e alla sicurezza; il diritto ad un equo processo, il principio del nullum crimen sine lege, il diritto al rispetto della vita privata e familiare, le libertà di pensiero, coscienza, religione, espressione, riunione e associazione, il diritto di sposarsi, il diritto ad un ricorso effettivo davanti ad un’istanza nazionale, il divieto di discriminazione, il divieto di abuso dei diritti, etc.
Il ricorso in Corte di Giustizia non è sempre attivabile, costituendo, bensì, una sorta di extrema ratio, uno strumento utilizzabile solo dopo che siano state esaurite tutte le forme di ricorso nazionali e, in ogni caso, entro e non oltre sei mesi dal giorno della decisione definitiva assunta dall’autorità nazionale. Naturalmente questa regola subisce un’eccezione quando si tratta di denuncia per eccessiva durata della procedura, per la quale le regole temporali testé citate non hanno effetto.
Passando, adesso, alle modalità di presentazione del ricorso, la ratio è quella di rendere lo strumento accessibile a tutti, almeno in via teorica; di conseguenza la Convenzione prevede l’invio di una lettera informale a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno da parte del diretto interessato, anche senza l’assistenza di un avvocato.
Detta lettera può essere scritta nella lingua madre del ricorrente o in qualsiasi lingua ufficiale dell’Unione e deve contenere l’indicazione dei diritti garantiti dalla Convenzione che si ritengono violati dallo Stato, nonché l’indicazione delle decisioni della pubblica autorità che hanno danneggiato il ricorrente, comprensive di data e nome dell’autorità che le ha emesse ed eventuali fotocopie di documenti che si intendono allegare.
Prima di statuire nel merito, la Corte deve decidere se dichiarare il ricorso ricevibile o meno; qualora il ricorso venga dichiarato tale, è necessaria la nomina di un avvocato e
la lingua da utilizzare nel prosieguo del procedimento deve essere l’inglese od il francese, a meno che il ricorrente, richiedendolo, non sia autorizzato a proseguire nella lingua in cui ha proposto il ricorso.
Esaminato il ricorso, la Corte si pronuncia sul merito. Se ad emettere la sentenza è una delle Camere della Corte, la pronuncia è ricorribile nel termine di 3 mesi; se, invece, viene emessa dalla Gran Camera, la statuizione è definitiva ab origine.
Per quanto riguarda, infine, il contenuto della statuizione, la Corte di Giustizia può stabilire un risarcimento dei danni materiali e morali subiti dal ricorrente, attraverso la disposizione di “un’equa soddisfazione alla parte lesa” posta a carico del Paese che sia stato condannato per aver violato uno dei diritti sancito nella Convenzione.
E’ bene sottolineare come, purtroppo, sebbene il ricorso in Corte di Giustizia non imponga particolari formalismi od ostacoli, in realtà è un mezzo ancora raramente utilizzato dai cittadini italiani per far valere i propri diritti nei confronti del nostro Stato.

 

Avv. Sofia Forciniti

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