L’orientamento della Cassazione in merito alla coltivazione di marijuana ad uso personale.

La quarta sezione della Corte di Cassazione, con la sentenza numero 43465 del 21 settembre 2017, ha stabilito che la coltivazione di marijuana costituisce illecito penale a prescindere dallo scopo per il quale è attuata, essendo irrilevante che si tratti di coltivazione per uso proprio, poiché verrebbe meno, in questo caso, il nesso di immediatezza con l’suo personale.

 

In sede di gravame la corte adita confermava la sentenza del giudice di prime cure in cui l’imputato era stato condannato per la coltivazione di alcune decine di piante di marijuana in violazione dell’art. 73, comma 1 del D.p.r. n. 309 del 1990, a norma del quale “chiunque, senza l’autorizzazione di cui all’articolo 17, coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre o mette in vendita, cede, distribuisce, commercia, trasporta, procura ad altri, invia, passa o spedisce in transito, consegna per qualunque scopo sostanze stupefacenti o psicotrope di cui alla tabella I prevista dall’articolo 14, è punito con la reclusione da sei a venti anni e con la multa da euro 26.000 a euro 260.000”.  Il ricorso per Cassazione era stato proposto lamentando l’errata applicazione dell’art. 73, comma 5 dello stesso decreto il quale recita: “salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque commette uno dei fatti previsti dal presente articolo che, per i mezzi, la modalità o le circostanze dell’azione ovvero per la qualità e quantità delle sostanze, è di lieve entità, è punito con le pene della reclusione da sei mesi a quattro anni e della multa da euro 1.032 a euro 10.329”. Si dubitava quindi della legittimità costituzionale del presente articolo sostenendo che, qualora l’uso strettamente personale della sostanza stupefacente fosse stato provato, non potrebbe esistere nessun pericolo alla diffusione della sostanza stessa e, cos’, nessuna offesa al bene giuridico protetto.

 

La Suprema Corte ha però respinto il ricorso dichiarandolo manifestamente infondato circa i dubbi di costituzionalità. Viene sottolineato come il giudice di Appello non aveva specificato la finalità personale della coltivazione evidenziando come la fattispecie in esame contrastasse con la cessione a terze persone della sostanza. Questa pronuncia della Cassazione richiama quella già pronunciata dalla Corte Costituzionale, la quale osservava che, “nel caso di coltivazione, era omesso il nesso di immediatezza con l’uso personale, facendo rientrare nella discrezionalità del Legislatore anche la scelta volta a non agevolare condotte finalizzate all’approvvigionamento di sostanze stupefacenti, per uso personale”. A questo va aggiunto anche che l’attività di coltivazione è potenzialmente più diffusiva delle semplici estrazioni di sostanze stupefacenti. Si aggiunga poi anche l’orientamento delle Sezioni Unite che, con la sentenza numero 28605 del 2008, hanno deciso che la coltivazione delle piante dalle quale siano estraibili sostanze stupefacenti costituisce reato a prescindere dalla circostanza che l’uso della sostanza sia personale. Tale orientamento giurisprudenziale trova conferma in precedenti pronunce della Corte Costituzionale (sentenze n. 360 del 24 luglio 1995 e 109 del 20 maggio 2016) nonché dalla stessa Cassazione (con la sopra citata sentenza del 24 aprile 2008, numero 28605).

 

Dott. Mirko Buonasperanza

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