“CONTAMINAZIONE SPERIMENTALE” DI COMMON LAW IN ITALIA: IL TRUST.

A voler dare una nozione sintetica, ma chiara di cosa sia il trust, lo si può definire come quel negozio (costituito per atto inter vivos o per testamento) di origine anglosassone e di tipo fiduciario (trust, appunto) tramite il quale un disponente (o settlor) affida uno o più dei propri beni ad un gestore (o trustee) con l’obbligo in capo a quest’ultimo di gestirli in favore di una terza persona, detta beneficiario. Come accennato, tale figura negoziale era del tutto estranea al nostro ordinamento prima della ratifica della Convenzione de L’Aja del 1° Luglio 1985 (ratificata in Italia nel 1989 ed entrata in vigore soltanto nel 1992) essendo, invece, tipica dei Paesi di Common Law.
Tra i Paesi che hanno riconosciuto il trust come istituto giuridico vi sono quelli “trust”, che si sono dotati di una apposita legislazione per regolamentarlo e quelli “non-trust” (come l’Italia), che si sono limitati a riconoscerlo, ma senza predisporre apposita regolamentazione.
Poiché l’affidamento dei beni da parte del settlor al trustee comporta una segregazione, benché limitata ai soli beni conferiti, rispetto al rimanente patrimonio del settlor, la sua diffusione in Italia ha incontrato non pochi ostacoli, in quanto lo si ritenne inizialmente uno strumento tramite il quale si poteva facilmente minare la tutela posta in favore dei creditori del disponente.
Generalmente in Italia si suole distinguere il trust in “interno” ed “esterno”, alludendo con il primo aggettivo a quel tipo di negozio che abbia ad oggetto beni immobili o mobili registrati che si trovino nel nostro Paese e con il secondo aggettivo a quello che abbia, invece, ad oggetto beni che si trovino al di fuori dell’Italia, possibilmente in Paesi “trust”.
Fino alla riforma attuata con d.l. 273/2005 in Italia il trust interno non era ammesso, in quanto non vi era una normativa ad hoc che potesse disciplinarlo; con l’introduzione, ad opera della citata riforma, dell’art. 2645ter c.c. dedicato al “vincolo di destinazione”, parte della dottrina e della giurisprudenza, ravvisando dei punti di contatto tra le due figure, hanno iniziato ad ammettere nel nostro ordinamento anche il trust interno.
E’ da sottolineare, comunque, come in realtà le due figure giuridiche testé citate divergano sotto innumerevoli aspetti, soprattutto per quel che concerne la gestione del negozio e lo scopo: mentre il vincolo di destinazione viene costituito ai fini della realizzazione di interessi meritevoli di tutela riferibili a persone con disabilità, a pubbliche amministrazioni, o ad altri enti o persone fisiche, nel trust, invece, lo scopo meritevole di tutela così come viene inteso dall’art. 2645ter c.c. può del tutto mancare. Naturalmente anche il trust può avere una finalità morale (charitable trust), ma essa
rappresenta un’eccezione, giacché solitamente questo istituto viene utilizzato nel Paesi anglosassoni a fini economici, di tutela del patrimonio familiare nei confronti dei creditori o pensionistici (business trust, income trust, pension trust).
Si segnala, infine, la figura del trust “autodichiarato”, ovvero l’ipotesi in cui la figura del settlor, del trustee e del beneficiario coincidono in un unico soggetto: in Italia la giurisprudenza maggioritaria nega la validità di tale tipologia, considerando la segregazione patrimoniale che ne consegue come un escamotage per sottrarre garanzie ai creditori.

Avv. Sofia Forciniti

4 commenti

  1. Grazie al Suo annuncio ho avuto un quadro molto più chiaro riguardo ad un argomento così particolare come quello appunto da Lei preso in considerazione.
    La seguo da un po’ oramai e devo dire che è veramente in gamba! Complimenti!

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  2. Grazie al Suo articolo ho avuto un quadro molto più chiaro riguardo ad un argomento così particolare come quello appunto da Lei preso in considerazione.
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