Donazione a causa di morte

Il diritto romano arcaico prevedeva una particolare forma di donazione chiamata “donazione a causa di morte”: si trattava di una donazione revocabile, destinata a produrre i suoi effetti solo alla morte del donante e prevista in particolari ipotesi di rischio come la partenza per una battaglia o un viaggio pericoloso.

Una simile figura sarebbe inconcepibile nel sistema giuridico attuale: l’art. 458 c.c. prevede, infatti, la nullità assoluta di qualunque forma di patto di tipo successorio a titolo puramente gratuito, perché il donante/testatore non potrebbe, eventualmente, revocare l’atto mortis causa e quindi verrebbe violato il principio di assoluta libertà testamentaria. Come se non bastasse lo schema della donazione di questo tipo, prevista dal diritto romano, presupponeva la facoltà di revocare l’atto, mentre la donazione concepita dal diritto italiano moderno, è in linea di massima irrevocabile, salvo le ipotesi concepite dagli artt. 800 ss.

Partendo da questi presupposti, ci si chiede se si possa considerare patto successorio e dunque nullo, anche l’ipotesi di donazione, i cui effetti sono posticipati ad un termine che corrisponde alla morte del donante, oppure la donazione condizionata al verificarsi dell’evento morte del donante. In queste due ipotesi, si ritrovano i caratteri tipici dei patti successori: cioè la disposizione dei beni per il tempo in cui avrà cessato di vivere il donante e l’irrevocabilità dell’atto.

La Suprema Corte, però, con sentenza n. 2619 del 1976 e successive pronunce, ammette la validità di tali fattispecie, poiché queste donazioni non sono da considerarsi mortis causa, ma donazioni tra vivi: il patto successorio che prevede la donazione mortis causa (considerato nullo dal diritto) garantirebbe al beneficiario solo un’aspettativa di fatto, in attesa della morte del testatore/donante; invece nelle donazioni qui considerate, il donatario acquista immediatamente l’aspettativa di diritto relativamente a quei beni, il che gli consente la realizzazione di atti conservativi.

È evidente la difficoltà al fine di stabilire se le parti intesero porre in essere una donazione inter vivos perfettamente valida oppure una attribuzione patrimoniale gratuita, contraria alla legge. L’unica soluzione proposta dalla dottrina è quella di procede all’analisi caso per caso, con l’obiettivo di identificare la presunta volontà delle parti, tenendo presente il principio previsto dall’art. 1367 c.c., secondo il quale nel dubbio, il negozio giuridico, deve essere interpretato in modo tale da produrre qualche effetto, anziché nessuno. Quindi, in linea di massima, si preferisce ritenere che le donazioni siano valide e quindi poste a condizione o a termine.

Dott. Marcello Cecchino

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