Appello? L’inammissibilità è dietro l’angolo

“Ma sì, intanto facciamo appello”. Questa, più o meno con la medesima formulazione, è la frase “consolatoria” che ogni avvocato, alla fine di un primo grado non troppo soddisfacente, enuncia allo sconcertato cliente. In fondo nel nostro sistema giudiziario un ricorso “non costa niente”. E chissà poi che non arrivi in soccorso magari una bella prescrizione a fare da ciambella di salvataggio del povero condannato di primo grado. Tutto vero. E se poi nei fatti non vi sia correlazione fra i motivi e le ragioni di fatto o di diritto su cui si basa la sentenza impugnata poco importa. L’appello si propone. Sempre.

Tutto questo è stato vero fino alla sentenza 8825 del 22/02/2017 con la quale la Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha statuito che l’appello al pari del ricorso per Cassazione è inammissibile per difetto di specificità dei motivi quando non risultano esplicitamente enunciati e argomentati i rilievi critici rispetto alle ragioni di fatto o di diritto poste a fondamento della sentenza impugnata”.

Il contrasto che ha dovuto dirimere il giudice di legittimità ha sostanzialmente affrontato l’ampiezza e la portata del filtro costituito dall’art. 591 c.p.p. che al comma 2 recita: “Il giudice dell’impugnazione, anche di ufficio, dichiara con ordinanza l’inammissibilità e dispone l’esecuzione del provvedimento impugnato.” Il punto di diritto discusso, più precisamente, era sulla necessità o meno di valutare con minor rigore la specificità dei motivi d’appello rispetto a quanto accade per il ricorso in Cassazione e dunque se il difetto di specificità dei motivi di appello comporti l’inammissibilità dell’impugnazione.

Delineare i motivi di questa declaratoria d’inammissibilità d’ufficio non è stata di certo impresa semplice per la Corte che ha dovuto scegliere sostanzialmente fra due orientamenti: uno più restrittivo che riempie il filtro di inammissibilità partendo dal principio di specificità che si evince nell’art.581 primo comma lett. c del c.p.p. che recita [L’impugnazione si propone con atto scritto nel quale sono indicati il provvedimento impugnato, la data del medesimo, il giudice che lo ha emesso, e sono enunciati:] c) i motivi, con l’indicazione specifica delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sorreggono ogni richiesta”. L’altro orientamento, meno rigido, sostenuto dal principio “devolutivo” dell’appello di cui all’art.597 c.p.p. per cui il requisito della specificità dei motivi d’appello, dovendosi considerare questa una nuova fase del giudizio relativamente sganciata dal primo grado e dai motivi della sentenza già ottenuta, dovrebbe essere valutato in termini meno stringenti e comunque diversi rispetto al filtro d’ammissibilità dei motivi di ricorso per Cassazione. Di certo quest’ultimo potrebbe essere un orientamento accettabile se visto solo dal punto di vista teorico, dato che in ogni corso di diritto processuale penale viene sempre insegnatoci che l’appello, è un mezzo di impugnazione a critica libera, teso al riesame dei punti della decisione cui si riferiscono i motivi proposti, in fatto e in diritto, mentre il ricorso per cassazione è a critica vincolata, limitato ai motivi proposti, di sola legittimità.

Visto con occhi forse un po’ più disincantanti però, il primo orientamento sembra di gran lunga preferibile, sia valutando la specificità estrinseca dei motivi d’appello e di quelli di ricorso per cassazione come connotati da una sostanziale omogeneità, in quanto il giudizio d’appello non costituirebbe un nuovo giudizio, ma uno strumento di controllo vertente su specifici punti e per specifiche ragioni della decisione impugnata, sia dovendo comunque far fronte alle innumerevoli proposizioni d’appello che “intasano” gli uffici giudiziari.

Con la sentenza 8825 del 22/02/2017 le Sezioni Unite hanno proprio sposato quest’ultimo orientamento, comportando un inevitabile ristringimento del filtro di ammissibilità e affermando a tal fine la necessità della specificità estrinseca dei motivi d’appello, pur precisando che l’appello, a differenza del ricorso per Cassazione, può riproporre questioni già esaminate e disattese in primo grado senza che ciò costituisca causa di inammissibilità. Più precisamente la Corte ha affermato che “i motivi in fatto… devono contenere una precisa esposizione degli elementi a sostegno e una puntuale confutazione della motivazione della sentenza impugnata …”; ed ancora con “… i motivi in diritto… devono essere specificamente dedotte le violazioni di legge, sostanziale o processuale, nonché le ragioni della loro rilevanza nel caso concreto, non essendo sufficiente il mero richiamo delle disposizioni cui si riferiscono”.

Per questi motivi è stato rigettato il ricorso avverso l’ordinanza che aveva dichiarato inammissibile l’appello di un imputato, poiché questo constava di una mera richiesta di riduzione della pena e non teneva conto della specificità dei motivi di condanna. Siamo certi che qualche attenzione in più nella redazione degli appelli (rectius nella decisione di fare appello) non potrà che fare bene al nostro sistema giudiziario, tendendo così ad uno smaltimento del lavoro arretrato da un lato e alla maggiore raffinatezza giuridica dall’altro.

 

 

Salvatore Vergone

 

 

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