Discordanze maledette

26 novembre 2013: Andrei Talpis, di origine moldava, litiga furiosamente e per l’ennesima volta con la moglie Elisaveta nella loro casa di Remanzacco (Udine) e per l’ennesima volta il figlio della coppia si mette in mezzo ai due per difendere la madre dall’eccesso d’ira del padre. Le parole volano, le mani anche, un coltello finisce nelle mani di Andrei Talpis e un fendente uccide il figlio adottivo.

L’uomo, oltre che accusato per tentato omicidio della moglie, viene giustamente accusato per l’omicidio del figlio ma recentemente la massima Corte ha affermato che all’uomo non può essere concesso l’ergastolo per l’uccisione del figlio perché manca la consanguineità con il ragazzo diciannovenne, infatti il giovane era stato adottato dalla coppia quando ancora bambino in Moldavia.

Sul caso si è acceso un polverone, proprio per la stranezza della scelta dei giudici della Cassazione.

L’Italia era stata già condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per lo stesso caso per la cifra di 30.000,00 Euro a vantaggio della moglie le cui richieste di aiuto erano rimaste inascoltate e cadute nel vuoto; insomma, uno dei casi in cui le istituzioni non avrebbero ascoltato il grido disperato della donna e la situazione è precipitata terminando con un esito catastrofico.

Tuttavia la cosa ancor più destabilizzante è che, dopo la sentenza appena citata della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e la l.219/2012 la quale ha apportato una significativa riforma in ambito civilistico (modificando l’art. 74 c.c.) dato che ha parificato la condizione di figlio naturale a quella di figlio adottivo, il nostro Legislatore non si è mai attivato per colmare, a questo punto, la lacuna rimasta nel codice penale, il quale continua a mantenere in vigore la differenza tra i figli.

Nel caso di specie, Talpis era stato condannato dal Giudice dell’Udienza Preliminare (GUP) di Udine nel 2015, con conferma della condanna da parte della Corte d’assise d’appello di Trieste nel 2016.

La Suprema corte ha disposto anche la trasmissione degli atti alla Corte d’assise d’appello di Venezia per quantificare la pena, che non potrà essere inferiore a 16 anni di reclusione.

Dietro la magra consolazione dei 16 anni di carcere per l’assassino si spera che il legislatore intervenga al più presto per colmare questo gap tra legislazione civile e penale.

 

Alberto Lanzetti

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