Prescrizione e crediti da lavoro: quale principio nel caso di straordinari?

La sezione lavoro del Tribunale di Napoli, con la sentenza numero 276 del 17 gennaio 2017 che ha accolto il ricorso di un dipendente ASL appartenente all’ area dirigenziale medico-veterinaria che vantava il diritto ad una integrazione sui compensi maturati per il lavoro straordinario prestato, ha statuito che va accolta la pretesa creditoria del lavoratore che abbia citato in giudizio il datore di lavoro, quando il primo abbia dato la prova del lavoro prestato, ma solo nei limiti dei crediti non prescritti.

L’azienda sanitaria in questione aveva eccepito tempestivamente la prescrizione quinquennale e dedotto l’infondatezza della domanda basandola su di un calcolo delle maggiorazioni dovute formulato con retribuzioni inferiori a quelle prevista dal CCNL. Il giudice ha al contrario condiviso le modalità di computo del ricorrente delle ore di lavoro straordinario prestate dal 2006 al 2010, il quale, aveva invocato l’art. 28 del CCNL per il personale di dirigenza medica in materia di determinazione del trattamento economico dello straordinario e l’art. 23 del CCNL per l’area di dirigenza medico-veterinaria in base al quale le misure degli stipendi hanno effetto, oltre che sulle mensilità, anche sul lavoro straordinario.

Per ciò che attiene la prescrizione dei crediti di lavoro è possibile segnalare due ipotesi: in primo luogo, il caso di un lavoratore che non goda di tutela reale, inserito, ad esempio, in una ditta con un numero di dipendenti inferiore a quindici: i termini di prescrizione per far valere il diritto alla retribuzione decorrono solo quando il rapporto è cessato. Contrariamente, per un dipendente che goda della tutela reale perché addetto in un’azienda con un numero di lavoratori maggiore di quindici, i termini per la prescrizione decorrono durante il rapporto di lavoro ed iniziano mese per mese.

La differenza deriva dal fatto che, in questo ultimo caso, se un lavoratore viene licenziato illegittimamente può rivolgersi al giudice e chiedere di essere reintegrato mentre il dipendente di un’azienda piccola potrebbe, invece, comportarsi diversamente “per timore del recesso, cioè del licenziamento che spinge o può spingere il lavoratore sulla via della rinuncia ad una parte dei propri diritti” (Corte cost. n. 63 del 1966).

I riferimenti normativi forniti dal ricorrente sono da considerarsi validi ma solo per la ricognizione della misura oraria del compenso, dal momento che nulla precisano sulla applicabilità per il periodo anteriore all’entrata in vigore del contratto collettivo.

I criteri legislativi sono quindi corretti ma per i crediti vantati incombe la prescrizione quinquennale di cui all’art. 2948 c.c., a norma del quale “si prescrivono in cinque anni:

1) le annualità delle rendite perpetue o vitalizie;

1bis) il capitale nominale dei titoli del debito pubblico emessi al portatore;

2) le annualità delle pensioni alimentari;

3) le pigioni delle case, i fitti dei beni rustici e ogni altro corrispettivo di locazioni;

4) gli interessi e, in generale, tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi;

5) le indennità spettanti per la cessazione del rapporto di lavoro”, poiché il ricorrente ha messo in mora l’azienda quando erano già scaduti i termini.

Dott. Mirko Buonasperanza

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