Il pianto del coccodrillo

L’odore del caffè per le strade della città, la storia in ogni angolo, il sapore del buon cibo e splendidi pensieri che solo l’arte può evocare. Sono in Italia, avete capito bene. Sono qui, ma sto osservando solo una faccia della medaglia, quella bella che piace a me.

C’ è anche un lato triste però e forse mi spaventa. Il rovescio della medaglia l’ho scoperto crescendo. Avete presente il momento della vita in cui ti chiedi chi sei e cosa vorresti diventare? Diciamo che la domanda fu fatale per me perché iniziai a guardare le cose da un altro punto di vista ed in un certo senso anche a vedere diversamente il posto in cui sono nata, cresciuta e dove, mio malgrado, mi piacerebbe crescere i miei figli. Insomma, l’Italia la amo e qui, tra 100 anni, voglio “crepà”. Non che io sia interessata a crepare, sia chiaro, ma passatemi il termine perché nel mio dialetto l’espressione la dice lunga sul sentimento che provo.

Mi hanno detto, però, che mi devo svegliare, che mi devo rimboccare le maniche immaginando il mio futuro altrove e valutare di andarmene da qui. A quanto pare la scelta di crepare nel paese che amo non è condivisibile e spesso mi sono sentita dire “qui non c’ avete più futuro, andate all’Estero”. Il mio cuore al solo suono di questa frase prova la medesima sensazione che le orecchie sono costrette a sopportare quando le unghie graffiano la lavagna.

Ho iniziato da un pezzo, pur essendo molto giovane, a fare i conti con la realtà del nostro paese, di certo le maniche me le sono rimboccate, non dormo in piedi e non vengo da quella che molti chiamano la montagna del sapone. C’ è disorganizzazione, anche corruzione, c’è poca occupazione e l’unica certezza definitiva sembra essere diventata la provvisorietà. Me ne rendo conto e ne soffro. Che le cose non vadano nel migliore dei modi mi sembra palese, ma possiamo ancora fare qualcosa.

Avete mai sentito dei ricercatori costretti ad andare via dall’ Italia? La maggior parte delle volte la motivazione è desolante perché non sempre si tratta di una libera scelta, ma di una costrizione dovuta alla mancanza di risorse nel nostro paese. Il più grande controsenso del nostro paese credo sia quello di incentivare l’esperienza all’estero e, contemporaneamente, disinteressarsi di chi vorrebbe arricchire il nostro paese con il lavoro, lo studio, la ricerca e il sacrificio. Questo dovremmo impegnarci a cambiare. La valorizzazione di chi vuole restare è la chiave per iniziare a vivere meglio il pensiero del futuro.

Il sentimento più difficile da digerire è la rassegnazione. Questo è l’ostacolo più grande da superare. Il momento non è semplice e me ne rendo conto, ma la mia generazione, quella nata con il modem dentro casa e che ha avuto il primo cellulare a 10 anni, è rassegnata. E’ difficile e lo è per tutti, ma non risolveremo la situazione con la passività. La passività di chi è rassegnato, stanco ancora prima di cominciare, di chi si lamenta senza impegnarsi per cambiare le cose è complice della situazione che da anni ci soffoca.

La morale, cari compagni di viaggio, è che chi non ha mai mosso un dito per cambiare le cose non ha neppure il diritto di lamentarsi !

Ilaria Di Blasio

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