Riflessione sulla massima pena

Soffriva di diabete, insufficienza renale, problemi cardiaci, un cancro polmonare ed una metastasi al fegato.

Feliciano Mallardo, condannato in primo grado a 24 anni per estorsione aggravata e associazione camorristica, è morto in queste condizioni al 41-bis, nel maggio del 2015, nella cella detentiva dell’ospedale San Salvatore a l’Aquila.

La mogli e i figli avevano fatto richiesta di poterlo vedere di persona e non dietro un vetro protettivo, quando le sue condizioni avevano cominciato ad aggravarsi, ma nel periodo necessario per ottenere il nulla osta il detenuto non ce l’ha fatta.

Non è la storia solo di Mallardo, ma di molti altri carcerati che, trovandosi in tale regime di carcere duro per i crimini commessi, possono incontrare i propri famigliari una volta al mese e per non più di un’ora, non possono ricevere libri o giornali e rimangono chiusi in cella di isolamento per ventidue ore al giorno.

Secondo alcune associazioni di riferimento si tratterebbe di un trattamento disumano, che non serve per limitare la capacità di contatto tra il detenuto e il mondo esterno, ma che avrebbe solo natura vessatoria.

Per capire come e quando è nato questo regime di incarcerazione bisogna tornare al 1992, periodo di stragi mafiose, alle quali lo Stato volle dimostrare il suo pugno di ferro contro chi si macchiava di tanta ferocia.

Quando il 19 luglio 1992 esplode la bomba di via D’Amelio a Palermo, uccidendo il giudice Paolo Borsellino e cinque uomini della scorta, il cosiddetto “carcere duro” in Italia ancora non esiste. Solo il giorno dopo la strage, l’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli decide di firmare i primi provvedimenti di 41-bis. Lo Stato vuole mostrare la sua reazione di forza alla mafia e al Paese; così, nel cuore della notte, 55 detenuti vengono prelevati dal penitenziario palermitano dell’Ucciardone e deportati a bordo di aerei militari verso l’isola di Pianosa. Da lì in avanti è stato tutto un ingigantimento di numeri, fino ad arrivare ad un totale odierno di 729 detenuti circa che si trovano sotto questo regime.

La decisione del ministro Martelli poggiava su un comma varato dopo l’altra sanguinosa bomba del 1992, quella che il 23 maggio aveva colpito il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca, e tre componenti della scorta. La norma – voluta dallo stesso Falcone e alla quale non era stata data attuazione anche per via della sua estrema rigidità – fu quindi “sbloccata” dalla strage di via D’Amelio. Da allora, il ministro di giustizia può sospendere, in caso di “gravi motivi di sicurezza pubblica,” le normali garanzie dei detenuti. L’obiettivo formale è impedire il passaggio di ordini o altre comunicazioni tra i criminali in carcere e le organizzazioni d’appartenenza sul territorio.

La misura del carcere duro nasce come una branca della carcerazione anti-terrorismo abolita, poi, nel 1986, prorogata di volta in volta fino al 2002 e confermata definitivamente con la legge 279/2002 che la introduce definitivamente nel nostro sistema penitenziario.

Il ricorso del detenuto contro il regime 41-bis è sottoposto al vaglio esclusivo del Tribunale di sorveglianza di Roma che, peraltro, molto raramente accoglie i reclami. Secondo alcuni osservatori, è a questo livello che il meccanismo del carcere duro presenta maggiori criticità, soprattutto quando si tratta di contestare i decreti di proroga del ministro della Giustizia.

Nel tempo si è discusso molto di queste proroghe operate dai Ministri della Giustizia: il caso Provenzano ha fatto storia e ultimamente, in modo tra le altre cose del tutto travisato, c’è stato anche il caso Riina.

La discussione è sempre una: se la proroga di un regime di carcerazione, proprio in ragione della sua rigidità, dev’essere operato direttamente dal Ministro della Giustizia, quale Ministro si prenderebbe la briga di togliere tale regime a personaggi che nella loro vita si sono macchiati di stragi, omicidi, spaccio di droga a livelli internazionali e quant’altro? Anche se le condizioni cliniche di questi pazienti magari lo permetterebbero, perché per Bernardo Provenzano il medico che lo visitò nella camera ospedaliera di massima sicurezza dell’ospedale San Paolo di Milano affermò che il soggetto non era più autosufficiente per compiere nemmeno i più elementari gesti della vita quotidiana, figurarsi gestire un impero come quello mafioso, nessuno si è mai permesso di togliere tale regime a certi individui e non certo per rimetterli in libertà, ma anche solo per permettergli di stare con altri detenuti all’interno del carcere.

Ecco, allora, che sarebbe auspicabile che la decisione di sottoporre un detenuto al carcere duro fosse in capo al sistema giurisdizionale e non a quello politico-amministrativo. Anche per non inquinare il principio democratico della separazione dei poteri.

 

 Alberto Lanzetti

 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...