​Incidenti stradali e comportamento dei soggetti coinvolti: per la Cassazione, ai fini dell’integrazione del reato di fuga, basta il dolo eventuale.

L’articolo 189 comma 1 del Codice della strada (Dlgs. N. 285 del 1992) sancisce che “l’utente della strada, in caso di incidente comunque ricollegabile al suo comportamento, ha l’obbligo di fermarsi e di prestare l’assistenza occorrente a coloro che, eventualmente, abbiano subito danno alla persona”. 

Il comma 6 dello stesso articolo punisce “chiunque, nelle condizioni di cui al comma 1, in caso di incidente con danno alle persone, non ottempera all’obbligo di fermarsi” con la reclusione da sei mesi a tre anni. La fuga, quindi, integra il reato di cui al precedente articolo, a prescindere dall’intervento sul posto di altre persone in aiuto dei soggetti rimasti coinvolti dallo scontro.

Con la sentenza n. 32114 del 2017 la Suprema Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un automobilista condannato per essersi dato alla fuga dopo aver cagionato un incidente, adducendo come scusanti il fatto di non essersi reso conto dell’effettiva necessità di assistenza e il fatto che comunque sul luogo del sinistro era presente un terzo soggetto, che intervenne e che, così facendo, lo avrebbe sollevato da eventuali responsabilità.

Per la Cassazione bene ha concluso il giudice di merito ritenendo sufficiente ai fini della condanna la circostanza che le vittime avevano effettivamente subito lesioni e il fatto che l’imputato, in ben due situazioni consecutive, si era dato a una repentina fuga: si tratta di aspetti idonei a dimostrare la consapevolezza della necessità di prestare assistenza, almeno sotto il profilo del dolo eventuale.

D’altronde, come già affermato da una precedente sentenza della Corte, la numero 34134 del 2007, “il dolo, con riferimento al reato di cui all’articolo 189, commi 6 e 7, del codice della strada, deve investire non solo l’evento dell’incidente, ma anche il danno alle persone e la conseguente necessità di soccorso”. Tale secondo aspetto, però, non attiene per forza all’elemento volitivo, ma può riguardare anche l’elemento intellettivo, con la conseguenza di rendere sufficiente la circostanza che l’agente rifiuti consapevolmente di accertare la sussistenza di elementi idonei a rendere il suo comportamento penalmente rilevante, accettando, quindi, l’esistenza del reato.

Contrariamente a quanto accaduto nel caso risolto dalla Cassazione, il conducente di un veicolo che, dopo aver causato un incidente stradale con danno alle persone, prosegue la marcia anziché fermarsi potrebbe andare esente da responsabilità penale poiché, secondo quanto stabilito da una sentenza del Tribunale di Padova (la n. 2454 del 2014) va verificato se lo stesso si è reso conto di aver provocato lesioni alla persona. 

La sentenza in questione ha assolto una donna dal reato di cui all’art. 189, comma 6 del Codice della strada, per aver investito inavvertitamente un ciclista che stazionava al fianco del suo veicolo, mentre ripartiva dal semaforo, allontanandosi senza prestargli soccorso.

Dalle risultanze del giudizio era emerso che la donna non si era resa conto della gravità dell’incidente (avendolo considerato come un piccolo urto senza lesioni alla persona) e che, dopo aver scambiato qualche parola col ciclista che si era rialzato da solo (peraltro inveendo contro di lei) riavviava la marcia, giacché pressata dalla fila di automobili che si era formata dietro nelle more dello scattare del semaforo verde.

In ogni caso, per evitare guai, è sempre meglio sincerarsi che non ci siano incidentati bisognosi di assistenza e, se del caso, attivarsi personalmente nei soccorsi.
Dott. Mirko Buonasperanza, praticante legale in Milano

 Per il giudice padovano, la donna non ha commesso alcun reato. Infatti, ha sostenuto, il tribunale, l’art. 189, comma 6, del Codice della strada, è un delitto e, come tale “non è sufficiente la colpa ma occorre il dolo – e questo – si concretizza nella coscienza e volontà di allontanarsi senza prestare soccorso ad una persona che si è infortunata per propria causa, avendo in qualche modo ingenerato un incidente stradale durante la circolazione a bordo di un mezzo”.

Pertanto, difettando, nel caso di specie, l’elemento psicologico della perfetta conoscenza dell’evento nella sua intera dinamica, il Tribunale ha ritenuto che l’imputata potesse essere mandata assolta, sia pur con il rigoroso limite di cui all’art. 530, 2° comma, c.p.p., perché il fatto non costituisce reato. 

Dott. Mirko Buonasperanza

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