IL PAPA: NON UN MERO CAPO DI STATO

Il Papa è una figura assai misteriosa perché richiama un simbolo ben più evocativo dell’usuale Capo di Stato, in qualsiasi forma lo si affronti: sia dal punto di vista cattolico, sia ateo o agnostico, sia dal punto di vista delle altre religioni. La figura del Romano Pontefice tuttavia è mutata molto nel corso della storia: passando dal Papa-sovrano che, durante le crociate, si metteva alla testa del suo esercito; fino ad un Papa che resta solo più un capo politico dell’ampio Stato Pontificio ottocentesco; per arrivare poi a figure che conservano solo più i tratti formali di quella sovranità (ad esempio Pio XII, ancora ritratto con la tiara e portato in trionfo su di un magnifico trono dorato) durante la prima metà del ‘900 o che addirittura non conservano nemmeno più l’ombra di tali orpelli (ad esempio l’attuale Pontefice Francesco è ritratto più semplicemente con la mitra e non è più elevato con troni lussuosi) in conseguenza della svolta intrapresa dalla Chiesa dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965).

Il titolo di vicario di Cristo, attribuito al Romano Pontefice, in origine era “vicarius Petri” (il vicario di Pietro): infatti, come riporta la Sacra Scrittura, “Gesù, replicando, disse: «Tu sei beato, Simone, figlio di Giona, perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. E anch’io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell’Ade non la potranno vincere. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai in terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai in terra sarà sciolto nei cieli»” (Matteo 16, 17-19).

Proprio così il fondatore della religione cattolica, Gesù, conferisce tale mandato a Pietro: stando a quanto pervenutoci dalle liste episcopali (cronologie dei vescovi redatte per mano di Ireneo ed Eusebio) però, Pietro non compare effettivamente come primo vicario di Cristo, tale nozione infatti è sempre presupposta e il primo della lista (che convenzionalmente inizia dal secondo secolo) risulta spesso essere il toscano Papa Lino (Fabio Quintilio).

Molti autori confermano che, in origine, il vescovo di Roma aveva la funzione di custode della fede e della disciplina: gli stessi autori del tempo, tuttavia, non manifestano l’esistenza di quella funzione primaziale attribuitagli da Cristo; oltre tutto, in quel periodo (II secolo), erano cinque i vescovi più importanti, con un’autorevolezza maggiore rispetto agli altri vescovi del mondo cristiano dell’epoca (pentarchia: Antiochia, Alessandria d’Egitto, Costantinopoli, Gerusalemme e Roma).

Perché Pietro?

La Chiesa cattolica, quella ortodossa e buona parte delle Chiese riformate riconoscono che Pietro avesse un ruolo particolare tra gli apostoli. La questione è molto dibattuta, infatti resta il fatto che un ruolo particolare lo hanno avuto anche Giovanni evangelista (rimasto fino alla fine accanto a Cristo: è lui che resta fianco a fianco con Maria ai piedi della croce), Andrea (il primo chiamato, nonché fratello di Pietro) e Giacomo (che presiedette il primo concilio ecumenico, tenutosi a Gerusalemme, alla presenza dei Dodici e di Paolo).

Proprio per questo l’entità del primato di Pietro è oggetto tra le confessioni cristiane di dispute dottrinali, che influenzano anche la dottrina sul primato papale, oggi riconosciuto solo dai cattolici.

Pietro in realtà fu il primo vescovo di Antiochia e non vi è un motivo singolo e predominante del perché fu scelto proprio lui da Cristo come guida per la sua Chiesa o del perché viene ormai da chiunque considerato il primo vescovo di Roma, le motivazioni sono infatti molteplici e assai variegate: tanto per cominciare egli fu il primo ed unico apostolo a ricevere un nome diverso (Simone fu nominato Pietro proprio da Cristo); il vangelo di Matteo poi afferma che Pietro, nel vedere Gesù camminare sulle acque, sia sceso dalla barca ed abbia camminato sul lago per andare incontro al Signore che lo chiamava; Pietro poi spesso è l’apostolo che risponde a nome degli altri apostoli (Mt 17, 4; Gv 6, 61-69); infine Pietro risulta essere stato il primo ad accedere al Santo Sepolcro in seguito all’annuncio della scomparsa del corpo di Gesù.

Perché Roma?

Tra il III ed il IV secolo si svilupparono le eresie, dottrine contrarie alla fede della Chiesa universale, e la Chiesa stessa inizia ad organizzarsi a livello gerarchico e istituzionale: nel giro di un secolo inizieranno le dominazioni germaniche e le comunità cristiane dovranno avere delle strutture più stabili per far fronte alle esigenze di sopravvivenza.

Il grande problema di allora era l’incombente necessità di una disciplina (anche organizzativa): i vescovi gestivano autonomamente le varie comunità ma la Chiesa universale, proprio in quanto tale, aveva bisogno di prendere delle decisioni. Lo strumento più utilizzato al tempo era quello di riunire i capi delle comunità in Concili o Sinodi di varie dimensioni.

Nel 343 i vescovi delle comunità furono convocati al Sinodo di Serdica (oggi corrispondente alla città di Sofia in Bulgaria) in pochi però riuscirono ad arrivare alla riunione: le decisioni prese in quella sede tuttavia hanno avuto valore universale e sono rimaste vincolanti fino ad oggi.

I vescovi a Serdica si occuparono di tante problematiche della chiesa, una delle principali fu proprio il primato della Sede Romana: si iniziarono ad identificare i concetti di Sede Romana e di Papa, tale sede sarebbe stata la sede di ultima istanza per l’appello delle cause nei confronti dei vescovi; la Sede Romana, d’ora in avanti, s’identificherà con il vicario di Pietro che risiede proprio a Roma e la presiede nella carità in onore, appunto, della “memoria del santissimo apostolo Pietro”.

Questa è una disposizione fondamentale perché si passa da un primato petrino solo onorario (in quanto in origine la Sede Romana custodiva unicamente fede e disciplina) ad una supremazia anche dal punto di vista giurisdizionale, sulla base della beata memoria di Pietro, dato che diventa la sede di una causa disciplinare.

Nel 381, con Teodosio, la religione cristiana diventa religione dell’Impero Romano e, poco dopo, nel V secolo, ci fu la vera e propria svolta riguardo il primato della potestà pontificia.

In primo luogo fu Papa Siricio (384-399) che distinse i poteri trasmessi da Pietro ai suoi successori e agli altri apostoli.

Successivamente poi fu Papa Leone Magno (Romano Pontefice dal 29 settembre 440 fino al giorno della sua morte, il 10 novembre 461) che rinnovò, con un passaggio logico, l’unione spirituale tra Cristo e Pietro in ogni successore del santo di Betsaida quindi, ogni suo successore, sarà vicario di Pietro. Roma diventa la prima sede ed ormai è definitivamente identificata con il Papa per mezzo del termine Santa Sede.

Infine fu Papa Gelasio I (ultimo Pontefice d’origine africana, Gelasio infatti era nato nell’odierna Algeria) che, nel 494, con l’aiuto di Ambrogio ed Agostino, ammonì, per via epistolare, l’imperatore Anastasio a causa delle sue tendenza cesaropapiste:

Due sono, Augusto Imperatore, quelle che reggono principalmente questo mondo: la sacra autorità dei vescovi e la potestà regale. Delle quali tanto più grave è la responsabilità dei sacerdoti in quanto devono rendere conto a Dio di tutti gli uomini, re compresi.

Se nell’ordine delle cose pubbliche i vescovi riconoscono la potestà che ti è stata data da Dio, e obbediscono alle tue leggi senza voler andare contro le tue decisioni nelle cose del mondo; con quale affetto devi tu obbedire a coloro che sono incaricati di dispensare i sacri misteri?”

Con queste parole il Pontefice volle illustrare all’imperatore quanto fosse poco opportuno che egli si addentrasse negli affari dottrinali della Chiesa: basandosi sulla tradizione romana infatti, il potere della chiesa era auctoritas, un potere legislativo, mentre l’autorità dell’Imperatore era potestas, un potere esecutivo; nel diritto romano, l’auctoritas era superiore alla potestas (formula gelasiana delle due spade).

Nei secoli successivi il primato papale si affermò sempre più: nel 1054, Papa Gregorio VII stilò il Dictatus Papae che riassumeva i termini dottrinali del primato petrino:

  • La Chiesa romana è stata fondata unicamente da Dio.

  • Il Pontefice Romano è l’unico ad essere di diritto chiamato universale.

  • Egli può solo deporre o reinsediare i vescovi.

  • Il Papa solo è legittimato, secondo i bisogni del momento, a fare nuove leggi, riunire nuove congregazioni, fondare abbazie o canoniche, dividere le diocesi ricche e unire quelle povere.

  • Egli ha il potere di ordinare un sacerdote di qualsiasi chiesa, in qualsiasi territorio.

  • Nessun sinodo può essere definito “generale” senza ordine del Papa.

  • Una sentenza papale non può essere riformata da alcuno; al contrario, egli può riformare qualsiasi sentenza emanata da altri.

  • Egli non può essere giudicato da alcuno.

  • Nessuno può condannare chi si è appellato alla Santa Sede.

  • Tutte le maiores cause, di qualsiasi chiesa, debbono essere portate davanti al Papa.

  • La Chiesa Romana non ha mai errato; né, secondo la testimonianza delle Scritture, mai errerà per l’eternità.

  • Egli può deporre o reinsediare vescovi senza convocare un sinodo.

  • Egli può sciogliere dalla fedeltà i sudditi dei principi iniqui.

E queste sono solo alcune delle molteplici affermazioni che tale documento non ufficiale inserisce alla base della crisi all’interno della Chiesa e con l’impero.

In origine infatti il Romano Pontefice era unicamente vicario di Pietro, il titolo di vicario di Cristo era attribuito all’imperatore (in particolare l’imperatore Costantino era chiamato così perché si pensava che la sua autorità derivasse direttamente da Dio).

Nel 1198 venne eletto Papa Innocenzo III: fu proprio lui che attribuì il titolo di vicario di Cristo al Papa sottraendolo all’imperatore.

Dalla crisi ad oggi

La crisi del papato ha il suo inizio verso la fine del pontificato di Papa Bonifacio VIII e successivamente con i 68 anni di cattività avignonese.

Nel 1400, dopo lo scisma, nacque una controproposta: il conciliarismo (un tentativo di democrazia all’interno della Chiesa per recuperare la collegialità andata perduta: secondo tale concezione infatti il Papa dovrebbe invertire la tendenza in modo tale che il Collegio dei vescovi abbia la potestà; questa teoria sarà sconfitta dalla storia con il veneto Papa Eugenio IV).

Con la riforma protestante di Martin Lutero poi, questa crisi si aggrava ulteriormente fino al Concilio di Trento in cui il Cardinale Bellarmino trova un modo per cercare di ridurre le distanze tra il pensiero luterano e la tradizione cattolica definendo la Chiesa come “comunità di uomini uniti dalla confessione della medesima fede e dalla partecipazione dei medesimi sacramenti sotto la guida dei legittimi pastori, in particolare del vicario di Cristo in terra, del Romano Pontefice”.

Tra XV e XVI secolo, a tale teoria si contrapposero alcune correnti come il radicanesimo francese, il giansenismo e il giurisdizionalismo.

Nel 1800 poi, Papa Gregorio XVI rispose alla polemica dell’elite borghese contro la Chiesa cattolica definendo la Chiesa come “l’istituzione perfetta all’interno di un ordinamento fortemente connotato nel senso giuridico”.

Durante il Concilio Vaticano I (1869-1870) ancora, una costituzione definì il primato del Papa e l’infallibilità delle pronunce papali ex cathedra (il Papa è infallibile solo quando pronuncia dal trono, dalla sedia di San Pietro) in materia di fede e costumi.

Nel 1943, Pio XII, con un’enciclica, accoglie una tendenza francese e tedesca degli anni ’30, superando il concetto della Chiesa indice di perfezione di Gregorio XVI per sostituirlo con il concetto di “Chiesa popolo di Dio”: Pio XII recepisce la corrente precedente introducendo una svolta, mettendo le basi per il Concilio Vaticano II, prevedendo una complementarietà tra il Collegio dei vescovi e il Romano Pontefice in modo da consolidare ed armonizzare tradizione storica e dialogo tra Chiesa e mondo.

Infine Papa Francesco, nel 2015, ricorda questa visione: il Papa non sta solo al di sopra della Chiesa ma dentro di essa, come battezzato tra i battezzati, e dentro il collegio episcopale, come vescovo fra i vescovi; il Romano Pontefice è chiamato al contempo, come successore degli apostoli, a guidare la Chiesa di Roma e presiedere nell’amore e nella carità tutte le chiese. Non è un’idea di Papa Francesco ma è il frutto di una lunga opera di perfezionamento che trae fondamento dal Concilio Vaticano II (1962-1965).

Fabrizio Alberto Morabito

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