L’istituto della particolare tenuità del fatto nel giudizio davanti al giudice di pace: cosa dicono le Sezioni Unite.

Il 28 aprile scorso la III sezione penale della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 20245, ha rimesso alle Sezioni Unite la seguente questione di diritto relativa all’istituto della non punibilità per particolare tenuità del fatto: “se l’art. 131 bis cod. pen. sia applicabile nei procedimenti che si svolgono davanti al giudice di pace”.

Nella stessa ordinanza di rimessione, la Corte individua un contrasto tra due orientamenti giurisprudenziali di legittimità distinti: secondo un orientamento maggioritario consolidato (tra le molte sentenze, Sez. 5, n. 54173/2016, Sez. 5, n. 55039/2016, Sez. 7, n. 1510/2015), la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto ex art. 131 bis c.p. non è applicabile ai procedimenti relativi a reati di competenza del giudice di pace, per i quali troverebbe invece applicazione la disciplina speciale di cui all’art. 34 del d.lgs. 28 agosto 2000, n. 274.

Stante una differenza sostanziale tra i due istituti, la Cassazione esclude che il d.lgs. n. 274 del 2000 sia stato tacitamente abrogato dalla riforma del 2015, non sussistendo il presupposto dell’incompatibilità tra le due diverse discipline. A questa conclusione si giunge attraverso l’art. 16 c.p. secondo cui, nei rapporti tra il codice penale (come legge generale), e le leggi speciali, le disposizioni del codice si applicano anche alle materie regolate dalle norme speciali in quanto non sia da queste stabilito altrimenti. Nel caso di cui si tratta, quindi, alla luce dei profili di specialità propri della disciplina ex art. 34 sopra citato, risulta evidente come questa sia la sola applicabile nel procedimento davanti al giudice di pace.

Un diverso orientamento minoritario (tra le altre sentenze, n. 9713/2017 e Sez. 4, n. 40699/2016), ritiene invece che la causa di esclusione della punibilità prevista dall’art. 131 bis c.p. si distingua nettamente dall’ipotesi di esclusione della procedibilità prevista dall’art. 34 d.lgs. n. 274 del 2000, perché le differenze fra i due istituti devono far ritenere che quest’ultimo sia applicabile a tutti i reati, compresi quelli di competenza del giudice di pace, anche perché sarebbe poco razionale e contrario ai principi generali che una norma di diritto sostanziale, nata per evitare alla persona offesa il pregiudizio derivante dalla condanna per fatti connotati da un minimo disvalore, sia inapplicabile proprio ai reati che, per essere di competenza del giudice di pace, sono ritenuti dal legislatore di minore gravità.

Si giunge così alla conclusione che l’operatività dell’art. 34 del d.lgs. n. 274 del 2000 deve considerarsi subordinata a condizioni più stringenti di quelle richieste dall’art. 131 bis c.p., in quanto la prima norma esige che “il fatto” sia di particolare tenuità e perché l’esistenza di un interesse della persona offesa preclude l’immediata definizione del procedimento. “Il fatto” previsto dall’art. 34 sopra citato può non essere di particolare tenuità per mancanza di occasionalità, elemento da cui al contrario prescinde l’art. 131 bis c.p. (salve le ipotesi di cui ai commi 2 e 3), mentre per la diversa configurazione, per l’art. 34, dell’interesse della persona offesa colloca i due istituti su piani diversi di praticabilità, subordinando l’operatività di quest’ultimo ad una valutazione più ampia di quella richiesta dall’art. 131 bis c.p., legato essenzialmente al grado dell’offesa.

A causa di questo contrasto tra gli orientamenti e per adempiere alla sua finalità nomofilattica del diritto, la questione “se l’art. 131 bis cod. pen. sia applicabile nei procedimenti che si svolgono davanti al giudice di pace” è stata rimessa alle Sezioni Unite le quali, durante l’udienza del 22 giugno 2017, con conclusione conforme del Procuratore Generale, hanno fornito risposta negativa.

                                                                                                                             Dott. Mirko Buonasperanza

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