L’art. 41 bis dell’Ordinamento penitenziario: cenni esplicativi.

Nelle settimane scorse la Cassazione ha emesso una sentenza molto discussa sulle condizioni di detenzione di Totò Riina, arrestato nel 1993 e condannato come vertice di Cosa Nostra a più ergastoli da scontare sotto il regime cd. di “41 bis” previsto per chi commette (anche) reati di mafia.

Il regime carcerario 41 bis è stato introdotto nel 1975 nell’ordinamento penitenziario italiano e, ai tempi, riguardava le emergenze interne alle carceri, come le rivolte o altri comportamenti ritenuti particolarmente gravi. Dal 1992 è applicato anche ai boss mafiosi:

a seguito della strage di via D’Amelio a Palermo il cosiddetto “carcere duro”, che ancora non esisteva in Italia, venne comminato dall’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli per la prima volta con lo scopo di mostrare la  reazione di forza  dello stato contro la mafia; così, nel cuore della notte, 55 detenuti (dei 532 complessivi che saranno trasferiti al regime speciale nei giorni successivi) vengono prelevati dal penitenziario palermitano dell’Ucciardone e deportati a bordo di aerei militari verso l’isola di Pianosa, con l’obiettivo formale di impedire il passaggio di ordini o altre comunicazioni tra i criminali in carcere e le organizzazioni d’appartenenza sul territorio. Nato dunque come iniziativa temporanea, è stato di volta in volta prorogato fino al 2002, anno in cui è entrato di fatto nell’ordinamento penitenziario. Dal 2009 il Ministro della Giustizia può applicarlo per quattro anni e rinnovarlo ogni due.

Un detenuto sottoposto a regime 41 bis è incarcerato in una cella singola e non ha alcun accesso agli spazi comuni del penitenziario. L’unica ora d’aria quotidiana avviene anch’essa in totale isolamento. Il detenuto non può, di fatto, possedere alcun oggetto personale salvo particolari disposizioni e dopo un processo di approvazione lungo e macchinoso. È sorvegliato 24 ore su 24 da un corpo di polizia penitenziaria speciale e i contatti con le guardie carcerarie sono ridotti al minimo.  Per quanto riguarda i colloqui con famigliari e avvocati, essi sono estremamente limitati, così come le telefonate o qualsiasi altro contatto con l’esterno. Ogni forma di privacy è del tutto negata. Non sono invece negate le cure mediche in carcere o in ospedale per i casi più gravi.

All’inizio del 2016 i detenuti sottoposti a questo regime speciale erano 729 su circa 55.000 unità (di questi sette sono donne). Il 20% rientra nella categoria dei terroristi politici mentre i restanti sono persone condannate per gravi reati legati all’associazione mafiosa. Attualmente sono 22 le carceri italiane che possono ospitare detenuti sottoposti a questo particolare regime e sono dislocate su tutto il territorio nazionale.

 

Dal novembre 2015 Riina è ricoverato presso la clinica universitaria di Parma, la città nel cui carcere sta scontando la pena. Prima era stato all’Asinara, in Sardegna, poi ad Ascoli Piceno, Opera e infine, dal 2013 a Parma. Le sue condizioni di salute gli impongono di rimanere sempre sdraiato; per i pasti viene aiutato a sedersi sul letto; in tutto soltanto una ventina di persone, tra poliziotti, medici e infermieri, è autorizzato a entrare nella sua stanza che è molto nascosta e piccola: cinque metri per cinque con una finestra.

Ha il permesso di assistere a tutte le udienze del processo sulla presunta “trattativa Stato-mafia”: ogni volta viene scortato in ambulanza in una stanza speciale del carcere di Parma, dove è attivo un collegamento video con il tribunale di Palermo. Il 41 bis di Riina è stato per un certo periodo più morbido: nel 2001, quando era ad Ascoli Piceno, gli fu permesso di vedere alcuni detenuti selezionati durante l’ora d’aria, il che gli permise durante il periodo di carcerazione a Opera (MI) di minacciare di morte il pm Nino Di Matteo nel 2013.

Riina non è l’unico boss di Cosa Nostra ad avere problemi di salute in regime di 41 bis. Il caso più noto riguarda Bernardo Provenzano il quale assunse il ruolo di capo di Cosa Nostra dal 1995 fino al suo arresto, l’11 aprile 2006, dopo 43 anni di latitanza. Venne sottoposto da subito al regime carcerario 41 bis e durante la sua detenzione le sue condizioni di salute si aggravarono. Nel 2011 gli venne diagnosticato un cancro alla vescica e l’anno successivo tentò il suicidio per soffocamento. Proprio alla fine del 2012 Provenzano aveva un aspetto irriconoscibile, non riusciva a formulare frasi di senso compiuto e presentava contusioni e ferite. Nel 2014, con l’aggravarsi del suo stato clinico, venne revocato temporaneamente il 41 bis, salvo poi essere reintrodotto l’anno successivo per garantirne le cure in una struttura specializzata. Provenzano morì il 13 luglio 2016 a 83 anni, nella camera ospedaliera di massima sicurezza dell’ospedale San Paolo di Milano dove era ricoverato, recluso, ma curato.

 

Dopo l’introduzione del carcere duro, e fino all’ottobre del 1993, gli attentati di Cosa Nostra diventano sempre più cruenti. Per la prima volta la mafia siciliana attacca lo Stato e colpisce cittadini inermi “in continente,” con le bombe di Milano, Firenze e Roma che causano dieci morti e quasi 100 feriti. In questo clima, nel febbraio del 1993, i familiari dei prigionieri al carcere duro scrivono al presidente della Repubblica Scalfaro una lettera, dai toni piuttosto aggressivi, contro le condizioni detentive del 41 bis. Nel novembre del 1993 il ministro della giustizia Giovanni Conso, succeduto a Martelli, non rinnova inspiegabilmente il regime speciale per 334 reclusi, la qual cosa (insieme al misterioso “papello” con le richieste di Cosa Nostra alle istituzioni) è sufficiente per inserire il tema del 41-bis al centro della presunta trattativa tra Stato e Cosa Nostra.

L’opposizione dei boss al carcere duro si è protratta nel tempo ma nessuna delle contestazioni, tuttavia, ha favorito l’alleggerimento del regime che anzi, nel dicembre 2002, è stato stabilizzato in modo definitivo nel sistema penitenziario.

Ciò che va sottolineato è che, all’interno dei limiti costituzionali del rispetto della dignità umana e dei diritti fondamentali, è necessaria una forte intransigenza dello Stato sul tema del carcere duro. È necessario, per l’incolumità pubblica e per la sicurezza delle istituzioni democratiche, che alcuni detenuti non debbano né possano entrare in contatto con l’esterno ma, come nel caso di Riina e Provenzano, non si deve cadere nell’errore di confondere la dignità, che mai deve essere messa in discussione, con l’attenuamento delle misure carcerarie. È certamente possibile, se non auspicabile, che una condanna all’ergastolo (o a più ergastoli) seppur inflitta ad un soggetto che, allo stato dei fatti, versa in uno stato di salute estremamente critico, sia espiabile all’interno di una struttura sanitaria carceraria o, al massimo, in un’ala protetta di un ospedale, al fine di contemperare il principio di umanità sotteso a tutte le pene con quello della sicurezza pubblica. Sbagliano quindi, a parere di chi scrive, coloro che teorizzano la rimozione del 41 bis a causa di una sua ipotetica contrarietà ai principi richiamati dalla Corte europea dei diritti umani. Se mai ci fossero stati abusi di sorta, la magistratura deve intervenire sanzionando e facendo giustizia nel caso concreto; ma è impensabile rimuovere l’istituto dal panorama degli strumenti di lotta alla mafia essendo questo, fin ora, uno dei migliori e più efficaci per fronteggiare questo fenomeno endemico che è la criminalità organizzata.

 

Dott. Mirko Buonasperanza

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