C’era una volta Catanzaro

Diventare avvocati. La routine la conosciamo tutti: laurea, tirocinio di diciotto mesi –da poco i primi sei mesi si possono anche anticipare grazie all’intervento delle diverse facoltà di Giurisprudenza e l’ordine degli avvocati territorialmente competente- e poi esame di stato; si, esame di stato, quello temuto, quello che se non si passa “che si fa?”. E allora via di corsa a studiare su mattoni infiniti, a scrivere atti per lo studio che ci sta insegnando ad approcciarci al mondo del lavoro, a sentire arringhe e sentenze in tribunale. Ma c’è qualcosa in più: qualche giorno prima dell’esame salterà fuori la fatidica frase: “sarei pronto a tutto pur di passarlo!” e qui nascono i tentativi di copiature tra colleghi il giorno dell’esame, consultazioni del cellulare fugaci e nascoste, scambi di opinioni a voci basse. Tralasciando il fatto che copiare in un concorso pubblico è reato, quindi perseguibile penalmente, la prassi del copiare o del trovare delle scorciatoie pur di arrivare a quel maledetto titolo è divenuta molto in voga, con conseguenze che nel mondo del lavoro sono drammatiche. Nei fori si iscrivono sempre più avvocati e un maggior numero non vuol che dire maggiore annacquamento dei guadagni di tutti, purtroppo.

Tra le prassi nate negli anni, anche perché copiare rimane comunque un’attività sentita come eccessivamente pericolosa, vi era quella di trasferirsi per sostenere l’esame in quelle sedi in cui si sapeva che l’esame sarebbe stato più facile e ci sarebbero state più possibilità di superarlo. Queste sedi erano soprattutto quelle del sud Italia, tra cui Catanzaro, dove si sono raggiunte percentuali del 95% di ammessi alla professione forense.

Per limitare queste vere e proprie migrazioni si è imposto dal 1996 che l’esame lo si potesse sostenere nel luogo dove ci si fosse iscritti al registro dei praticanti.

Ma siamo in Italia e, quindi, fatta la legge, trovato l’inganno ed è subito sorta l’abitudine di trasferirsi questa volta in Spagna, dove diventare abogados era molto più facile: un semplice test a crocette e ci si poteva iscrivere all’ordine spagnolo, poi in Italia ci si sarebbe fatti iscrivere come avvocati “stabiliti” e dopo tre anni si sarebbe acquisito il titolo di avvocato “integrato”, diventando definitivamente anche in Italia avvocati. Per qualche anno la scorciatoia ha funzionato e molti hanno potuto fruire di questa grossa cesura burocratica e scolastica ed esercitare la professione.

La pratica ha iniziato ad insospettire e poi addirittura spaventare il Ministero della Giustizia italiano e le autorità spagnole.

In particolare, la conferenza di servizi, all’unanimità, aveva deliberato sin dall’11 settembre 2014 di sospendere l’esame delle pratiche relative all’acquisizione del titolo professionale di abogado in Spagna a seguito della sola omologa accademica della laurea italiana, con riferimento particolare alle pratiche relative a omologhe ottenute dopo il 31 ottobre 2011.

L’attesa risposta da parte della Spagna sulla situazione indicata è arrivata successivamente, stabilendo che per l’iscrizione al Colegio de Abogados l’interessato avrebbe dovuto anche frequentare un master specifico accreditato e superare l’esame di Stato, pena un’iscrizione irregolare all’albo passabile di annullamento.

In questa maniera si cerca di ridurre il numero degli “emigranti” a caccia del titolo da spendere anche nel nostro paese obbligando alla partecipazione anche di un master specifico per accreditarsi presso l’Ordine spagnolo.

Ci si interroga comunque sulle difficoltà strutturali dell’esame di stato, il quale spesso viene visto come una fase di passaggio e non un approdo definitivo. Spesso l’esame viene affrontato solo per poi approcciarsi al successivo esame per il notariato o la magistratura. Ecco perché secondo Andrea Mascherin, Presidente del Consiglio Nazionale Forense: “l’esame richiede una completa rivisitazione. Schermiamo le aule per mettere fuori gioco le tecnologie e chiediamo molta professionalità ai commissari. Attraverso le scuole forensi l’esame deve diventare un punto di arrivo, guardando alla professione di avvocato come a una scelta consapevole e non a un parcheggio in attesa di una carriera diversa”.

Se, quindi, ci si sta preparando a difendersi dagli italiani che rientrano da paesi come la Spagna o la Romania (altro stato dove c’è il rischio di diventare avvocato troppo facilmente e poi trasferire il titolo in Italia) bisogna anche concentrarsi sulla riforma dell’esame di stato italiano stesso, sia nelle sue modalità, che nella sua strutturazione.

 

 

Alberto Lanzetti

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