La dichiarazione di paternità e il rifiuto di sottoporsi al test del DNA in relazione al diritto alla privacy.

L’art. 269 c.c., recante “Dichiarazione giudiziale di paternità e maternità1, nel disciplinare l’istituto statuisce che nel giudizio la prova della fondatezza della domanda può trarsi anche unicamente dal comportamento processuale delle parti. Pertanto, non sussistendo un ordine gerarchico delle prove in merito all’accertamento giudiziale, il rifiuto ingiustificato del padre di sottoporsi agli esami ematologici o al tampone salivare può essere liberamente valutato dal giudice anche in assenza di prova dei rapporti sessuali tra le parti.

La dichiarazione della madre, da sola, non determina una prova come non è sufficiente dimostrare solo l’esistenza nel periodo del concepimento di relazioni o rapporti tra la madre ed il presunto padre. Tuttavia tali circostanze, se unite ad ulteriori elementi, possono essere impiegate a sostegno del convincimento del giudice compreso il rifiuto di sottoporsi alle indagini per il test del DNA da parte del padre presunto. Tale accertamento rappresenta, del resto, la prova principe poiché consente di accertare la fondatezza della domanda in termini oggettivi e senza ragionevoli margini di errore.

Essendo la prova della paternità allegabile con qualunque mezzo, il giudice può valutare i fatti acquisiti ed in particolare il rifiuto ingiustificato di sottoporsi ad un prelievo ematico che consenta con certezza di escludere la paternità (stessa valutazione si avrà in caso di assenza ingiustificata agli appuntamenti fissati dal consulente per procedere ai prelievi). Si dovrà però trattare di un rifiuto ingiustificato e pretestuoso che andrà vagliato insieme agli altri elementi raccolti nel giudizio così da formare la conclusione della gravità e della concordanza delle presunzioni ai sensi dell’art. 2729 c.c.

Inoltre, dalla possibilità di dedurre argomenti di prova dal rifiuto di sottoporsi a prelievi ematici o salivari al fine dell’espletamento dell’esame del DNA, non deriva una restrizione della libertà personale, avendo il soggetto piena facoltà di determinazione in merito all’assoggettamento o meno ai prelievi, mentre il trarre argomenti di prova dai comportamenti della parte costituisce applicazione del principio della libera valutazione della prova da parte del giudice, senza che ne resti pregiudicato il diritto di difesa. Inoltre, il rifiuto aprioristico della parte di sottoporsi ai prelievi non può ritenersi giustificato nemmeno da esigenze di tutela della riservatezza, tenuto conto sia del fatto che l’uso dei dati nell’ambito del giudizio non può che essere rivolto a fini di giustizia, sia del fatto che il sanitario chiamato dal giudice a compiere l’accertamento è tenuto al segreto professionale (Cass. Civ. Sez. I n. 5116 del 3 aprile 2003, n. 9394 del 18 maggio 2004).

La Suprema Corte (Cass. Civ. Sez. I n. 10947 del 19.5.2014) chiarisce che i dati genetici – dotati di una loro peculiarità in quanto contenenti un corredo identificativo unico ed esclusivo per ciascun individuo – possono essere anche dati sensibili, potendo qualora essere destinati a rivelare uno del profili indicati nel D.lgs. 30 giugno 2003 n. 196 (T.U. sulla privacy) a tutela dell’origine razziale ed etnica, delle convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, delle opinioni politiche, dell’adesione a partiti, sindacati, associazioni od organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico o sindacale, nonché dello stato di salute e della vita sessuale. Non sono invece considerati dati sensibili, pur essendo certamente personali, quelli diretti, come nel caso di specie, allo svolgimento di indagini per verificare la consanguineità tra due soggetti. Osserva ancora la Corte che il trattamento di dati genetici di natura non sanitaria, quali quelli diretti allo svolgimento di indagini per verificare la consanguineità tra due soggetti, in vista di una futura azione di disconoscimento o accertamento della genitorialità, non ha alcuna finalità sanitaria e non è riconducibile all’esercizio, in sede giudiziaria, di un diritto della personalità di rango quantomeno pari a quello del controinteressato.

È evidente in conclusione che il test genetico strumentale al giudizio di accertamento di genitorialità appare del tutto conforme all’art. 30 Cost. che demanda alla legge di determinare i modi per la ricerca della paternità nonché all’art. 13 Cost. che prevede che nessuna ispezione, perquisizione o restrizione delle libertà personali è consentita, se non nei casi previsti dalla legge e su atto motivato dell’Autorità Giudiziaria, dal momento che l’art. 269 co. 2 c.c. in attuazione di detti disposti costituzionali stabilisce che la prova della paternità può essere data con qualunque mezzo, tra cui però può ben comprendersi anche l’esame ematico o salivare. La Cassazione ha, come prima ricordato, già avuto modo di accertare che il prelievo ematico è di ordinaria amministrazione medica e non lede la dignità o la psiche della persona (art. 2 Cost.) né mette in pericolo la vita, l’incolumità o la salute (art. 32 Cost.).

                                                                                                                             Dott. Mirko Buonasperanza

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