Usura: un reato che trascende il tempo

Il reato di usura è previsto dall’art. 644 c.p. che punisce con la reclusione da due a dieci anni e con la multa da 5.000 a 30.000 euro chiunque si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari.

La stessa pena è prevista per il “mediatore” che dopo aver procurato a taluno una somma di denaro o altre utilità chiede, per la mediazione, un compenso usurario.

La legge 106 del 2011 (che ha modificato l’art. 2 della legge 108/1996 recante Disposizioni in materia d’usura) stabilisce, tramite l’Ufficio Cambi della Banca d’Italia, il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari pubblicando trimestralmente i tassi medi delle operazioni di finanziamento per la definizione del tasso usuraio. Questi tassi medi rappresentano il tasso massimo oltre il quale scatta il reato di usura. È però da notare che si è sempre in presenza di interessi usurari quando chi li ha dati o promessi si trova in condizioni di difficoltà economica o finanziaria ed essi risultano sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, ovvero all’opera di mediazione.

Le sopra citate pene sono poi aumentate da un terzo alla metà se:

  1. Il colpevole ha agito nell’esercizio di una attività professionale, bancaria o di intermediazione finanziaria mobiliare;

  2. Il colpevole ha richiesto in garanzia partecipazioni o quote societarie o aziendali o proprietà immobiliari;

  3. Il reato è commesso in danno di chi si trova in stato di bisogno;

  4. Il reato è commesso in danno di chi svolge attività imprenditoriale, professionale o artigianale;

  5. Il reato è commesso da persona sottoposta con provvedimento definitivo alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale durante il periodo previsto di applicazione e fino a tre anni dal momento in cui è cessata l’esecuzione.

Quanto al profilo storico, l’etimologia del termine usura è latina derivando da usus che indica l’utile che va riconosciuto al creditore in aggiunta alla restituzione del bene mobile o del denaro ottenuto in prestito. La pratica dell’usus è antica ed inizialmente riferita alla concessione in uso di derrate alimentari sebbene, nel primo riferimento documentale, il Vecchio Testamento, essa sia ritenuta punibile ove praticata a membri della comunità israelita. Presso i romani il termine usura non implicava necessariamente una disapprovazione morale e veniva impiegato anche per indicare prestiti che non comportavano interessi. Ma con il rapido sviluppo di Roma e la conseguente diversificazione delle attività produttive si avvertì la necessità di regolamentare l’esazione di interessi per l’uso del denaro che non doveva superare il doppio del capitale prestato. Con gli imperatori Costantino e Giustiniano si arrivò a porre in essere una regolamentazione che fissava il livello dell’interesse, da percepire a seconda della natura del mutuo, sia del mutuatario che del mutuante e, proprio con Giustiniano, si stabilì che il diritto a percepire interessi dovesse essere specificatamente previsto nella stipula. In tutto il periodo romano, quindi, veniva non solo tutelato il mutuatario debole ma anche perseguito il mutuante esoso infliggendogli una pena pecuniaria che, con Diocleziano, assumerà il carattere di sanzione penale.

Il problema dell’usura venne poi ad acquistare un rilievo più specifico nel Basso Medioevo: con la ripresa dei commerci e l’improvviso diffondersi dell’economia monetaria, dopo la grande crisi dovuta alla caduta dell’Impero Romano, il problema dell’usura si impose nuovamente all’attenzione delle autorità del tempo, e soprattutto della Chiesa. Richiamandosi al precetto evangelico, il clero oppose il più rigido divieto a ogni forma di prestito di denaro che comportasse anche il più tenue interesse.

L’usuraio venne rappresentato negli scritti e nelle sculture romaniche, come l’uomo con la borsa, il peccatore per eccellenza. La ragione stava essenzialmente nel fatto che, al di là dei prestiti alla produzione, anticipandosi di alcuni secoli l’odierno preoccupante fenomeno del sovraindebitamento delle famiglie, si andavano rapidamente diffondendo i prestiti al consumo, con la conseguenza che le classi più misere erano spesso costrette a ricorrere agli usurai per procurarsi anche i mezzi di prima necessità. Poi, progressivamente, venne chiarendosi la differenza tra prestiti alla produzione e prestiti al consumo, pervenendo a giustificare l’interesse nei prestiti accordati a operatori economici, mentre continuava ad essere riprovato il compenso pagato per il consumo.

Cominciarono così a delinearsi due mercati finanziari distinti: l’uno legale, che favorì lo sviluppo dei grandi banchieri e di un efficiente sistema creditizio e l’altro clandestino.

Nel corso del XVII secolo incominciarono a mutare le condizioni che dovevano avviare l’Europa verso nuove forme di organizzazione economica e finanziaria. L‘esigenza di un attivo mercato del credito si manifestò dapprima nei paesi europei più sviluppati come i Paesi Bassi e l’Inghilterra.

Negli ultimi due secoli, invece, l’usura è andata confinandosi negli ambienti più equivoci della società, alimentata da attività illegali: nelle economie sempre più tese all’industrializzazione e alla modernizzazione si forma e si sviluppa, accanto al mercato legale del credito, uno illegale al quale si rivolge quella fascia di popolazione ancora stretta nei lacci della povertà.

Infine, a metà dell’Ottocento, in quasi tutta l’Europa si provvide a fissare il livello del tasso di interesse il cui valore massimo mutava a seconda del tipo di mutuo e del mutuante.

Per chiudere questo excursus non possiamo non citare Catone: “È possibile che talvolta sia più conveniente procacciarsi un profitto con il commercio, se non fosse tanto rischioso, e così pure prestare denaro a usura, se fosse altrettanto onorevole. I nostri antenati così pensavano e così stabilirono nelle loro leggi: che il ladro fosse condannato al doppio, l’usuraio al quadruplo. Quanto peggior cittadino valutassero l’usuraio del ladro lo si può di qui stimare”.

Dott. Mirko Buonasperanza

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