I morti per mano dello stato e l’introduzione del reato di tortura

Numerosi episodi di omicidi sono stati commessi a seguito di maltrattamenti, torture e abuso di autorità da parte di uomini appartenenti alle forze dell’ordine italiane: solo per citarne alcuni, Federico Aldrovandi, morto nel 2005, Riccardo Rasman, vittima di un omicidio colposo compiuto a Trieste da tre agenti di polizia nel 2006, Gabriele Sandri, morto nel 2007, Giuseppe Uva e Stefano Brunetti, deceduti nel 2008, Stefano Cucchi, morto nel 2009 e Michele Ferulli, morto nel 2011.

Numerosi sono stati gli anni di iter giudiziari e di battaglia contro lo Stato da parte dei familiari delle vittime: per Aldrovandi la sentenza della Cassazione viene pubblicata nel 2012 e condanna in via definitiva i quattro agenti per eccesso colposo in omicidio colposo a tre anni e sei mesi di reclusione (di cui tre anni sono stati coperti dall’indulto) e per loro non c’è stata l’espulsione dal corpo di polizia. Per loro soltanto il risarcimento da pagare ai congiunti, stabilito dalla Corte dei Conti, di 280.640 €. Per Rasman, il processo si chiude nel 2011 in Cassazione: “la morte di Rasman era pacificamente evitabile qualora gli agenti avessero interrotto l’attività di violenta contenzione a terra dell’uomo, consentendogli di respirare.” I quattro agenti vengono condannati in via definitiva con rito abbreviato e pena sospesa a sei mesi di carcere (con la condizionale) e pagamento di una provvisionale di 60.000 €.

Per Gabriele Sandri, giustizia viene fatta nel 2012, quando la Cassazione condanna in definitiva Luigi Spaccarotella a nove anni e quattro mesi di reclusione per omicidio volontario con dolo eventuale. Anche i successivi casi hanno avuto iter giudiziari travagliati e con pene non proporzionali ai fatti commessi.

Numerosi sono gli atti internazionali che prevedono il divieto di tortura e pene e trattamenti inumani o degradanti: la Convenzione di Ginevra del 1949, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea del 2000, la Convenzione ONU del 1984 e lo Statuto di Roma, istitutivo della Corte Penale Internazionale. Questi atti, nella maggior parte proibiscono la tortura senza peraltro specificarne la relativa definizione. La proposta di legge di iniziativa parlamentare C. 2168, trasmessa dalla Camera al Senato per la seconda lettura (aprile 2015), introduce nel nostro codice penale il Reato di tortura, così come previsto dall’ordinamento internazionale. Più precisamente vengono inseriti gli artt. 613 bis (reato di tortura) e 613 ter (istigazione alla tortura) nel titolo XII (delitti contro la persona) sez. III (delitti contro la libertà morale) del codice penale.

L’art. 613 bis prevede la reclusione da quattro a dieci anni per chiunque che “con violenza o minaccia, ovvero con violazione dei proprio obblighi di protezione, cura o assistenza, intenzionalmente cagiona ad una persona a lui affidata, o comunque sottoposta alla sua autorità, vigilanza o custodia, acute sofferenze fisiche o psichiche (reato di evento) a causa dell’appartenenza etnica, dell’orientamento sessuale o delle opinioni politiche o religiose, oppure al fine di ottenere da essa, o da un terzo, informazioni o dichiarazioni.”

La tortura ha quindi natura di reato comune (chiunque) e non di reato proprio (pubblico ufficiale), caratterizzato dal dolo specifico e dalla descrizione della modalità di condotta (violenza o minaccia o in violazione degli obblighi di protezione, cura o assistenza) che produce un evento (sofferenze fisiche o psichiche).

Si prevedono, inoltre, specifiche circostanze aggravanti in relazione al reato di tortura: una soggettiva speciale, se il reato è commesso dal pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio che prevede un aumento di pena da cinque a quindici anni, una ad effetto comune che prevede un aumento fino ad un terzo della pena se l’autore del reato ha causato con la sua condotta lesioni personali alla vittima del reato, una ad effetto speciale consistente nell’aumento della metà della pena per aver causato lesioni personali gravissime, una ad effetto speciale che prevede un aumento di due terzi della pena per aver provocato la morte della persona offesa, quale conseguenza non voluta del reato di tortura ed infine, una ad efficacia speciale (ergastolo) derivante dall’avere volontariamente provocato la morte della persona offesa.

Il successivo articolo, il 316 ter, punisce l’istigazione a commettere tortura, commessa dal pubblico ufficiale o dall’incaricato di pubblico servizio (reato proprio) sempre nei confronti di altro pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio. La pena prevista (reclusione da uno a sei anni) viene applicata a prescindere dalla effettiva commissione del reato di tortura, per la sola condotta di istigazione.

La riforma modifica poi, l’art. 191 del codice di procedura penale, aggiungendo un comma che stabilisce che le dichiarazioni ottenute attraverso il delitto di tortura non sono utilizzabili in un processo penale. Si fa eccezione solo nel caso in cui tali dichiarazioni sono utilizzabili contro l’autore del reato al fine di provarne la responsabilità penale.

Per ciò che riguarda la prescrizione, si raddoppiano i termini per essa nel caso di delitto di tortura.

La riforma si coordina con l’art. 19 del testo unico sull’immigrazione, vietando le espulsioni ed estradizioni ogni volta sussistano fondati motivi di ritenere che nei paesi di provenienza degli stranieri, essi possono essere sottoposti a tortura.

È prevista ,inoltre, l’impossibilità di godere di immunità giurisdizionale da parte degli agenti diplomatici che sono indagati o condannati nei loro paesi per il delitto di tortura.

 

Adriana Lupu

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